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lunedì 23 giugno 2014

Intervista alla nuova collaboratrice del blog

Carissimi lettori, vi annuncio che ho trovato una gentile collaboratrice che firmerà i suoi post col pseudonimo di “Chantal”. Per presentarvela le ho fatto alcune domande alle quali ha risposto volentieri. Sono contento di aver trovato una valida collaboratrice che mi aiuterà in questa battaglia nella difesa della liturgia antica e nella promozione della vita religiosa. Ad majorem Dei gloriam!


1. Come e quando è nato il tuo amore per la Messa tradizionale?

Non è stata, come si potrebbe supporre, una “folgorazione sulla via di Damasco”, bensì un apprezzamento nato a poco a poco, frutto di ragionamenti basati su alcune esperienze che mi hanno particolarmente toccato. Premetto che, per ragioni anagrafiche, da bambina ho potuto “gustare” ben poco il Santo Sacrificio secondo il Messale del 1962, pertanto non mi sono accostata alla sublime bellezza della “Messa Tridentina” per nostalgia, ma, ripeto, grazie all’esperienza diretta, in particolare durante il mio primo (e unico) pellegrinaggio a Medjugorje nella Quaresima del 1988 e nel corso di una visita ad Assisi nell’estate 2000. In entrambi i casi ho iniziato a rendermi conto che l’uso delle lingue nazionali impediva la piena partecipazione di tutti i fedeli al Sacrificio Eucaristico: a Medjugorje, durante la S. Messa in lingua croata, il momento della consacrazione ed elevazione era opportunamente celebrato in latino…ed ecco che tutti noi, provenienti da ogni parte del mondo, diventavamo un unico popolo di Dio! Mentre ad Assisi ho assistito a una messa in lingua ungherese, notando con dolore la partecipazione al sacro rito della sola parte dell’assemblea proveniente dall’Ungheria, e l’impossibilità a comprendere dei restanti. Inoltre, viaggio spesso all’estero, e mi rendo conto che l’uso delle lingue nazionali, se da un lato può sembrare d’aiuto per i residenti, ostacola la completa partecipazione di chi non comprende la lingua del posto. Il mio amore per la liturgia del 1962 non dipende però soltanto dall’uso del latino, ma soprattutto dalla necessità di tornare a un rito, ricordiamolo, mai soppresso e dal 2007 regolamentato grazie al motu proprio “Summorum Pontificum” emanato da S.S. Papa (oggi Emerito) Benedetto XVI, rito che, a mio parere, permette una maggiore elevazione dell’anima a Dio, così necessaria particolarmente in questi tempi in troppo “chiassosi”. Grazie al Cielo (e al nostro Vescovo), da alcuni anni nella mia città si celebra ogni domenica e festa di precetto la S. Messa nella forma straordinaria del rito romano, cantata in gregoriano: da quando la frequento, sento la mia fede consolidata e affronto la vita quotidiana “nel mondo” con maggiore fortezza.

2. So che sei “siriana”, cioè apprezzi molto il Magistero del grande Cardinale Giuseppe Siri. Che cos'è che ti affascina degli scritti del compianto e indimenticabile Arcivescovo di Genova?

Ho avuto l’immensa grazia di conoscere personalmente l’eminentissimo Cardinale Siri durante i miei anni di Università a Genova, ed ho sempre pensato che incarnasse pienamente il concetto di “Princeps Ecclesiae”. In seguito ho avuto modo di approfondire la conoscenza non solo del suo intenso operato durante i ben quarantuno anni trascorsi come Pastore del capoluogo ligure, ma anche dei suoi scritti. Ci sarebbero da dire un mare di cose su di essi, basti pensare che a Genova esiste un’associazione a lui intitolata che si prefigge lo scopo di valorizzarne l’opera e la spiritualità, ma qui mi preme sottolineare come sia rimasta colpita soprattutto dalle sue considerazioni sulla liturgia e sul culto divino. Concordo pertanto con i suoi studiosi, i quali ritengono che, quando il Cardinal Siri si esprimeva, sia sul piano teologico, giuridico o devozionale, dimostrava sempre la sua profondissima fede nella presenza reale del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo nel sacramento dell’Altare. Attraverso questa fede, si genera così in ogni anima cristiana un amore per il nostro Redentore che non può esimerci non solo dall’adorarlo incessantemente, ma altresì da essere spinti (come nelle parole di San Paolo “Charitas Christi urget nos”) in un continuo apostolato, desiderando che tutti (nonostante la realtà contingente spesso indifferente o addirittura ostile) pongano al centro della propria vita l’Eucaristia, partecipando con la massima consapevolezza possibile al Santo Sacrificio della Messa e recandosi a visitare Gesù Sacramentato nel Tabernacolo per ringraziarlo e per adorarlo. Da qui si evince la considerazione (da me condivisa) che se il Cardinale scriveva così, è perché aveva messo l’Eucaristia al centro della sua vita spirituale, e di conseguenza s’impegnava affinché Essa fosse anche al centro della vita cristiana della comunità e di ogni persona affidata alla sua alta responsabilità pastorale. Inoltre, mi ha sempre colpito il suo motto episcopale “Non nobis Domine” (“Non a noi Signore, non a noi, ma al Tuo Nome da’ gloria”) ed infine ricordo con commozione sia la prima venuta a Genova di San Giovanni Paolo II, il 22 settembre 1985, accolto dal Cardinal Siri, allora Arcivescovo, sia la visita alla Cattedrale di San Lorenzo, con sosta di preghiera davanti alla sua tomba, di S.S. Benedetto XVI, il 18 maggio 2008.

3. Per motivi di lavoro trascorri molto tempo a contatto con la gioventù, quindi conosci bene il problema della paganizzazione dei giovani, molti dei quali vivono come se Dio non ci fosse. Secondo te, se San Giovanni Bosco e Santa Domenica Mazzarello fossero nostri contemporanei, riuscirebbero a portare a Dio tante anime come fecero nel XIX secolo?

Oltre ai due Santi fondatori da te citati, mi permetto di aggiungerne altre (trattandosi di donne) tre, che ho potuto conoscere bene ed apprezzare ancor di più: Santa Maria Giuseppa Rossello, Santa Bartolomea Capitanio e Santa Vincenza Gerosa (tutte fondatrici di fiorenti istituti religiosi). Tutti loro sono vissuti nel XIX secolo, che da un certo punto di vista fu più difficile di quello odierno. Sono davvero convinta che i carismi donati dal Signore, come fecero miracoli allora, riuscirebbero a evangelizzare (cioè portare la buona novella) alla gioventù contemporanea. Nella mia esperienza quotidiana, noto come i giovani, oggi come in passato, siano radicali: più che con buone prediche, vengono convertiti dai buoni esempi, e tanto meglio se sono di assoluta fedeltà ai valori tradizionali e cosiddetti “non negoziabili”. Non è con il modernismo che si convertono le anime, ma con una testimonianza continua, attraverso la vita vissuta, di coerenza cattolica. 

4. Tra i santi a cui sei più devota c'è San Francesco di Sales, il santo della dolcezza. Non pensi che oggi ci sia bisogno di una “salesianizzazione generale”, visto che molti cristiani (non solo negli ambienti modernisti) si comportano in maniera troppo aspra e rissosa?

Hai proprio ragione: San Francesco di Sales è conosciuto in effetti come “il dottore dell’Amore e della dolcezza evangelica” (una delle sue frasi da me preferite è «Le monde est né de l'amour, il est soutenu par l'amour, il va vers l'amour et il entre dans l'amour»): pensa quanto siano sempre attuali queste sue virtù, specialmente in quest’epoca così rissosa e violenta! Spero di potermi presto recare in pellegrinaggio presso le Visitandine di Treviso, nel Monastero dove si conserva la reliquia del suo cuore. È un santo che ho scoperto da una quindicina d’anni, grazie ad un sacerdote proveniente dall’Arcidiocesi di Genova, don Vittorio, appartenente all’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote di Gricigliano, che come ben sai conosco ed apprezzo moltissimo. Infatti cerco di cogliere tutte le occasioni per attingere alla spiritualità cui l’ICRSS si conforma, in particolare alla devozione all’Immacolata Concezione (patrona principale) ed alla fedeltà agli insegnamenti di San Francesco di Sales. Inoltre, il ramo femminile dell’Istituto, le Adoratrici del Cuore Regale di G.C. Sommo Sacerdote (di cui tu hai parlato ancora recentemente sul tuo blog “Vocazione”) si ispira a Santa Giovanna di Chantal, cofondatrice delle Monache Visitandine.

5. Oltre ai vari impegni lavorativi e di volontariato, hai deciso di dedicare un po' del tuo scarso tempo libero nel collaborare con me sia nella difesa della liturgia tradizionale, sia nella promozione della vita religiosa. Perché hai deciso di sobbarcarti questi altri impegni?

Ti rispondo subito: semplicemente per rimanere fedele ad uno dei brani del Vangelo che amo maggiormente, la “parabola dei talenti” (Matteo 25, 14-30): ad ognuno verrà chiesto secondo quanto ricevuto e dovremo dimostrare come abbiamo messo a frutto i talenti che il Signore ci ha donato! Ho scoperto il tuo blog da un po’ di tempo, facendo una ricerca su internet riguardante gli istituti religiosi fedeli alla tradizione cattolica, e ogni giorno leggo quanto pubblichi. La mia vocazione è di dedicare il mio tempo libero e le mie energie nel cercare di essere un umile strumento di semina…sarà poi il Signore, nella Suo disegno provvidenziale, a far fiorire e fruttare.

6. La situazione ecclesiale è drammatica a causa delle devastazioni spirituali causate tra i fedeli dagli errori modernisti, proprio come ai tempi di Sant'Atanasio il Corpo Mistico di Cristo era ferito dall'eresia ariana. Ciò nonostante hai una granitica fede nella vittoria finale del cattolicesimo. Che cos'è che ti rende così sicura della sconfitta dell'eresia modernista e del trionfo della Chiesa Cattolica?

Come sempre, la parola di Dio e, nuovamente, il Vangelo secondo Matteo: “portae inferi non praevalebunt adversus eam” (Mt 16, 18). La fede immensa che nutro nelle promesse di N.S. Gesù Cristo, Redemptor hominis, mi convincono ogni giorno di più che, pur se il demonio è forte ed occorre “stare svegli e vigilare” (Mc 13, 33), tutto ci induce a sperare, non ultima la B.V. Maria che a Fatima promise “alla fine il Mio Cuore Immacolato trionferà”.


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