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venerdì 3 ottobre 2014

Amarcord

Il 26 ottobre 2008 è stata una giornata storica per il nuovo movimento liturgico: per la prima volta dal 1970 un vescovo cattolico ha celebrato una Messa Pontificale al Trono. Riporto parte dell'interessante cronaca scritta il giorno seguente da un mio amico per Rinascimento Sacro (foto di JP Sonnen).


Imperia, 27 Ottobre 2008 - Se è difficile esprimere in modo adeguato una sensazione senza correre il rischio di sminuirla o addirittura di deformarla, ancor più difficile è descrivere a parole un’esperienza straordinaria sotto ogni punto di vista, che non si limita alla pura emozione, ma coinvolge la totalità della propria persona e del proprio essere cattolico. Tale, a mio avviso, è stata la solenne Messa pontificale officiata ieri pomeriggio dal vescovo d’Imperia mons. Mario Oliveri, durante la quale sette suore Francescane dell’Immacolata hanno consacrato la loro vita a Dio mediante i voti perpetui di obbedienza, povertà e castità. Spero, quindi, che i lettori mi scuseranno se il mio resoconto non riesce a dare un’idea sufficientemente vivida di ciò a cui ho partecipato. 

I motivi che hanno reso straordinario l’evento sono tanti. Quello più vistoso è senza dubbio il rito, straordinario non solo nella forma, ma anche nelle modalità, vista l’occasione, oggi rarissima, per i fedeli di assistere alla liturgia tradizionale celebrata nella sua espressione più compiuta e perfetta – quella pontificale – dalla quale derivano per riduzione e adattamento tutte le altre. Questo ai cultori delle antiche forme liturgiche potrebbe apparire scontato; meno scontato, forse, è il fatto che la funzione non è stata celebrata da uno di quei pochi Vescovi che di volta in volta si mettono a disposizione dei gruppi «tradizionalisti» sparsi per il mondo, ma dall’Ordinario del luogo di una diocesi come tante altre, nella basilica cattedrale della sua città e circondato dal suo clero. Queste considerazioni basterebbero da sole a far capire che si è trattato di un evento eccezionale. Ma c’è molto di più. 

Una delle critiche più comuni che circolano tra i detrattori della liturgia tradizionale è quella di «passatismo»: il rito antico, secondo costoro, non sarebbe che un nostalgico attaccamento al passato da parte di chi non può o non vuole prendere atto della realtà presente. Ora, la funzione di ieri pomeriggio ha dimostrato nella pratica l’infondatezza di tale obiezione. In effetti, non sembrava affatto di trovarsi di fronte a una riproposizione del passato. Quasi tutti i ministri dell’altare, compresi il diacono e il suddiacono, avevano un’età compresa tra i venti e i trentacinque anni. Giovani erano anche le suore che hanno emesso la professione, come pure le consorelle e i frati della stessa Congregazione che le accompagnavano, e molti giovani si contavano tra le fila degli oltre duecentocinquanta fedeli che affollavano la navata. 

Ma non è solo questione di età: ad allontanare definitivamente l’idea di una mera «rievocazione storica» ha contribuito soprattutto il santo entusiasmo con il quale i presenti hanno partecipato al rito. I ministri del Vescovo, in particolare, hanno svolto le cerimonie con tale impegno e devozione che non potevano esserci dubbi sul loro amore ai divini misteri. Anche in questo caso, non si trattava di clero «specializzato»: il servizio all’altare era per lo più composto da seminaristi e giovani sacerdoti della diocesi; e al presbiterio diocesano appartenevano i canonici che, rivestiti di rocchetto e mozzetta paonazza o svolgendo l’ufficio di diaconi assistenti, erano presenti in coro. 

Devo confessare, però, che l’impressione più grande suscitata in me dall’evento di ieri è stata la sua inaspettata efficacia pastorale. La cattedrale d’Imperia è la più grande chiesa della Liguria ed era piena di popolo. Tra i presenti ci saranno stati alcuni cultori dell’antica liturgia, come l’autore di questo scritto, ma la stragrande maggioranza era costituita da fedeli comuni, che conoscevano la Messa «in latino» solamente per sentito dire, e da «non praticanti», invitati alla professione di una suora loro parente. Ebbene, il fatto veramente straordinario è che tutte queste persone hanno assistito a una funzione durata tre ore e mezza e officiata in una lingua ad essi sconosciuta in devoto raccoglimento, senza fughe dalla chiesa (diversamente da quanto avviene abitualmente ai matrimoni, nonostante la cerimonia sia in italiano e duri un’ora scarsa), senza chiacchiericcio e, quel che più conta, senza disattenzione, partecipando attivamente sia alle risposte che al canto. 

Mancava, in altre parole, quel senso di estraniamento, di disinteresse, di voglia di stare altrove che si legge sui volti dei fedeli in quasi tutte le funzioni un po’ più frequentate del solito. Merito, forse, degli accorgimenti del cerimoniere, che all’inizio della celebrazione ha ricordato alcuni princìpi di «igiene liturgica» ormai dimenticati, come la genuflessione al passaggio del Vescovo, e del commentatore, che con brevi e sobri interventi introduceva le singole cerimonie invitando alla preghiera. Ma io credo che la ragione principale sia stata un’altra. La liturgia romana tradizionale, con la sua elevatissima spiritualità, ha parlato. E il popolo ha risposto. 

Dopo aver passato in rassegna i motivi che, a mio parere, hanno contribuito a fare della Messa di ieri pomeriggio una efficacissima manifestazione di fede cattolica, professata e vissuta, resta ora da delinearne le principali caratteristiche rituali. 

Il Vescovo, in abito corale, è stato ricevuto alle porte della chiesa da mons. Amodeo, canonico del capitolo metropolitano di Milano, dal clero della cattedrale e dai seminaristi, i quali, in ossequio alle norme della liturgia tradizionale, si sono inginocchiati al suo passaggio; lo stesso hanno fatto i fedeli. Dopo una breve sosta in adorazione alla cappella del SS. Sacramento, il Presule si è recato in sacrestia per indossare i sacri paramenti. Nel frattempo il cerimoniere, salito all’ambone, ha illustrato brevemente ai fedeli alcune particolarità della liturgia tradizionale e ha raccomandato che la funzione si svolgesse in silenzioso raccoglimento. 

La puntualità con la quale i fedeli hanno osservato tali indicazioni dimostra che esse non sono, come molti credono, inutili. Terminata la vestizione, ha avuto inizio la solenne processione d’ingresso [...]. Appena il celebrante e i suoi ministri sono giunti in presbiterio, dalla cantoria le voci femminili del coro monastico hanno cominciato l’antifona all’Introito e la Messa è andata avanti con le consuete cerimonie fino al canto del graduale. 

A questo punto le suore che dovevano emettere i voti sono entrate in presbiterio, il vescovo si è seduto sul faldistorio preparato al centro della predella e ha avuto inizio il solenne rito della consacrazione. Esso si è svolto nella forma tanto lunga quanto suggestiva prevista dal «Rituale Romano-seraphicum» del 1955 (tit. VI, cap. III), con la sola modifica della formula di professione. Il Vescovo, dopo aver interrogato le suore circa le loro intenzioni, ha esortato tutti i presenti a pregare per loro, e ciò è avvenuto per mezzo delle Litanie dei Santi (si trattava delle cosiddette «Litanie dell’Ordine Serafico», alle quali cioè sono aggiunti i nomi dei Santi più eminenti appartenuti ai tre Ordini fondati da S. Francesco), durante le quali le suore si sono prostate a terra in segno di umiltà e di sottomissione alla volontà celeste. Il rito prevedeva poi l’invocazione dello Spirito Santo tramite l’inno Veni, Creator Spiritus e la recita, da parte del Vescovo, di una speciale preghiera di benedizione, seguita dal prefazio della consacrazione. 

Terminate queste cerimonie, ha avuto luogo la professione vera e propria, che ciascuna suora ha emesso nelle mani del fondatore della Congregazione dei Francescani dell’Immacolata, p. Stefano Maria Manelli. Ai voti di obbedienza, povertà e castità che le sette giovani si sono solennemente impegnate a rispettare per tutta la vita, il Vescovo ha risposto con una promessa e un ammonimento: «Et ego ex parte Dei omnipotentis, si haec observaveris, promitto tibi vitam aeterna.: Se osserverai queste cose, io ti prometto, a nome di Dio onnipotente, la vita eterna». Ma la cerimonia ha raggiunto il suo culmine nel mistico sposalizio tra le neoprofesse e Cristo, celebrato dal Vescovo mediante l’imposizione dell’anello e della corona di spine, quasi a voler significare che l’unione con Cristo può essere realizzata pienamente soltanto associandosi alla Sua passione redentrice. 

È in questo momento che le singole suore, con la voce rotta dalla commozione, hanno esclamato: Ecce quod concupivi iam video, quod speravi iam teneo: illi sum iuncta in caelis, quem in terris posita tota devotione dilexi. Ecco, finalmente vedo ciò che ho tanto desiderato, finalmente possiedo ciò che ho sperato: sono unita nei cieli a colui che in terra ho amato con dedizione perfetta». Le novelle spose di Cristo si sono poi avvicinate alle consorelle per scambiare con loro l’abbraccio di pace e raccomandarsi alle loro preghiere. Infine il Vescovo, dopo aver di nuovo benedetto le neoprofesse, le ha affidate alla custodia della Superiora. 

Terminata la cerimonia di consacrazione, la Messa è ripresa dal canto dell’Alleluia. Non avevo previsto tempi così lunghi (erano già passate due ore e mezza) e, visto che si stava facendo tardi, ho dovuto rinunciare, sia pure a malincuore, ad assistere al resto della cerimonia per fare ritorno a casa. Tra le tante impressioni che l’esperienza di ieri ha lasciato in me (e, credo, anche in molti dei presenti), c’è senza dubbio un atteggiamento di forte perplessità nei confronti di coloro che, opponendosi all'emanazione del Motu Proprio Summorum Pontificum, hanno tentato di privarci di tanta ricchezza in ossequio alle presunte esigenze dei tempi moderni; ma c’è soprattutto speranza, speranza che iniziative come queste non siano che l’avanguardia di quella rinascita spirituale – da realizzarsi non solo nella liturgia, ma a tutti i livelli – che è il desiderio più grande di tutti i cattolici sinceri.





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