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domenica 19 aprile 2015

Un'errata interpretazione del concetto di "aggiornamento"

Siamo in un periodo di lassismo, di contestazione, di inosservanza del codice morale; in un periodo in cui la libertà è invocata, non per fare il bene, come sarebbe nella natura delle cose, ma per non farlo, per godere d’un’emancipazione da ogni norma che sia dal di fuori intimata, e per lasciare la nostra attività nell’indifferenza o forse anche nell’opposizione d’ogni regola prestabilita.

Per restringere ora la nostra osservazione al campo della nostra religione, interroghiamo noi stessi circa le ragioni per cui la Chiesa incontra nel mondo di oggi tanta avversione, tanta diffidenza, tanta ostilità nell’esercizio del suo ministero di guida morale e di magistero pastorale. E una di queste ragioni sembra a noi che si debba riscontrare nella difficoltà del programma morale, che la Chiesa propone ai suoi figli. Sì, la vita cristiana, e quella cattolica specialmente, non è facile. Ripetiamolo pure: considerata nel suo aspetto normativo, isolato dal suo complesso integrale e vitale, la via di Cristo non è facile.

[...]

E il senso della difficoltà ad accettare il codice morale della Chiesa aumenta, oggi, a mano a mano che il processo di secolarizzazione progredisce nell’applicazione radicale della formula sua propria: la religione non deve avere più niente a che fare con la vita autonoma e profana dell’uomo moderno, operante secondo i criteri specifici del suo campo d’azione, il che nessuno per sé, entro certi limiti ragionevoli, gli contesta, ma nemmeno per assegnare all’attività umana la sua finalità suprema, e neppure per conservare quei rapporti ancora superstiti con il sentimento religioso naturale, o tradizionale, che fino ai nostri giorni è pur sopravvissuto in tanti uomini probi ed onesti e nel cuore del popolo, per cui la religione è stata costume storico e glorioso. L’ateismo rivendica a sé anche il dominio della morale.

[...]

La vita morale cristiana è difficile perché è forte. E perché, come insegna San Paolo, l’apostolo della libertà, essa è una milizia (Eph. 6 , 17; 1 Thess. 5 , 8). È difficile perché è tesa verso la perfezione! La perfezione, sì, del nostro essere, così debole, così difettoso, così agitato, così insidiato dal mondo circostante, è proposta a tutti come dovere dal recente Concilio (Lumen Gentium, 40), di cui molti abusano interpretandone l’«aggiornamento» come il permesso, l’invito quasi, a rendere secolare, e perfino molle e mondano tanto lo stile esteriore, quanto la mentalità interiore della vita cristiana, non esclusa talvolta quella religiosa.

Ai forti, ai coraggiosi, ai pazienti, agli ardenti di fede e di carità sono destinate le celebri parole risolutive e consolatrici di Gesù: «Il mio giogo è soave, e leggero il mio peso» (Matth. 11, 30).

[Brani tratti dal discorso pronunciato dal Sommo Pontefice Paolo VI all'Udienza generale del 6 settembre 1972].