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lunedì 31 agosto 2015

La preghiera

Dagli scritti di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932).


La preghiera [...] è desiderio di perfezione, perchè non si pregherebbe sinceramente se non si volesse diventar migliori; suppone una certa conoscenza di Dio e di sè stessi, perchè forma delle relazioni tra questi due; conforma la nostra volontà a quella di Dio, perchè ogni buona preghiera contiene esplicitamente o implicitamente un atto di sottomissione al Supremo nostro Padrone. Ma poi perfeziona tutti questi atti col farci prostrare innanzi alla divina Maestà per adorarla e implorar nuove grazie che ci aiutino a progredire verso la perfezione. [...]

1° CHE COS'È LA PREGHIERA.

Troviamo presso i Padri tre definizioni della preghiera che si compiono a vicenda. Nel senso più generale, 1) è, come dice S. Giovanni Damasceno, un'ascensione dell'anima a Dio "ascensus mentis in Deum"; e, prima di lui, S. Agostino aveva scritto che è un affettuoso slancio verso Dio: "Oratio namque est mentis ad Deum affectuosa intentio". 2) In senso più ristretto, si definisce una domanda a Dio di cose convenienti [...]. Per esprimere le mutue relazioni che la preghiera pone fra Dio e l'anima, ci viene presentata come una conversazione con Dio [...]. Tutti questi aspetti sono veri e, riunendoli, si può definir la preghiera: un'elevazione dell'anima a Dio per rendergli i nostri doveri e chiedergli le grazie necessarie a divenir migliori per la sua gloria.

La parola elevazione è una metafora che indica lo sforzo che facciamo per staccarci dalle creature e da noi stessi e pensare a Dio, il quale non solo ci avvolge da ogni lato ma risiede anche nel più intimo dell'anima nostra. Essendo noi pur troppo inclinati a sparpagliare le nostre facoltà su una folla di oggetti, ci è necessario uno sforzo per strapparle a questi beni futili e seduttori e raccoglierle e concentrarle in Dio. Questa elevazione si chiama colloquio, perchè la preghiera, adorazione o domanda che sia, richiede una risposta da Dio e suppone quindi una specie di conversazione con lui, sia pur brevissima.

È chiaro che in questa conversazione, il primo atto dev'essere di rendere a Dio i nostri doveri di religione, così come si comincia col salutare la persona con cui si conversa; solo dopo avere adempito questo elementare dovere si possono esporre le proprie richieste. Molti questa cosa dimenticano e di qui una delle ragioni per cui le loro domande sono poco esaudite. E anche quando chiediamo grazie di santificazione o di salute, non bisogna dimenticare che il fine principale dev'essere la gloria di Dio; onde le ultime parole della nostra definizione "a divenir migliori per la sua gloria".

2° LE VARIE FORME DELLA PREGHIERA.

503.   A) Per ragione del doppio fine inteso dalla preghiera, si distingue l'adorazione e la domanda.

a) L'adorazione. L'adorazione propriamente detta si volge al Padrone Supremo; ma poichè Dio è anche nostro benefattore, dobbiamo ringraziarlo; e avendolo noi offeso, siamo obbligati a riparar questo oltraggio.

1) Il primo sentimento necessario quando ci inalziamo a Dio è l'adorazione, cioè "il riconoscimento in Dio dell'altissima sua sovranità e in noi della più profonda dipendenza". Tutta la natura a suo modo adora Dio; ma quella che è priva di sentimento e di ragione, non ha cuore per amarlo nè intelletto per intenderlo. Si contenta quindi di spiegarci sotto gli occhi il suo ordine, le varie sue operazioni e i suoi ornamenti: "non può vedere ma si mostra, non può adorare ma vi ci porta; non ci lascia ignorare quel Dio che ella non intende. Ma l'uomo [...] pieno di ragione e d'intelligenza e capace di conoscere Dio per mezzo di sè e di tutte le creature, è pure sollecitato e da sè e da tutte le creature a rendergli le sue adorazioni. È questa la ragione per cui è collocato in mezzo al mondo, misterioso compendio del mondo, perchè, contemplando l'intiero universo e raccogliendolo in sè, unicamente a Dio e sè e tutte le cose riferisca; cosicchè egli non è il contemplatore della natura visibile se non perchè sia l'adoratore della natura invisibile che tutto trasse dal nulla con la sua onnipotenza". In altre parole l'uomo è il Pontefice della creazione, incaricato di glorificar Dio a nome suo e a nome di tutte le creature. E lo fa riconoscendo: "che Dio è natura perfetta e quindi incomprensibile; che Dio è natura somma; che Dio è natura benefica... noi siamo naturalmente portati a venerare ciò che è perfetto... a dipendere da ciò che è sommo... ad aderire a ciò che è buono".

Ecco perchè i mistici si dilettano d'adorare nelle creature la potenza, la maestà, la bellezza, l'attività, la fecondità di Dio nascosto in queste creature: "Mio Dio, io vi adoro in tutte le vostre creature; vi adoro vero ed unico sostegno di ogni cosa; nulla sarebbe senza di voi e nulla sussiste se non in voi. Vi amo, o mio Dio, e lodo la vostra maestà che si manifesta sotto l'esterno di tutte le creature. Tutto ciò che vedo, o mio Dio, non serve che ad esprimere l'arcana vostra bellezza, ignota agli occhi degli uomini. Adoro il vostro splendore e la vostra maestà mille volte più belli di quelli del sole. Adoro la vostra fecondità mille volte più ammirabile di quella che scopresi negli astri".

2) L'adorazione è seguita dalla riconoscenza; perchè Dio non è soltanto il Supremo nostro Padrone ma anche l'insigne nostro benefattore, a cui dobbiamo tutto ciò che siamo e tutto ciò che abbiamo così nell'ordine della natura come nell'ordine della grazia. Ecco il perchè ha diritto a una perpetua riconoscenza, perchè riceviamo costantemente da lui nuovi benefici. La Chiesa quindi quotidianamente c'invita, prima del solenne momento del Canone, a ringraziar Dio di tutti suoi benefici e specialmente di quello che tutti li compendia, del beneficio eucaristico [...]. Del resto gli uomini di cuore non hanno bisogno che loro si rammenti questo dovere; si sentono spinti dal ricordo dei divini benefici ad esprimere la continua riconoscenza di cui il loro cuore ribocca.

3) Ma nello stato di natura decaduta, un terzo dovere è necessario, quello dell'espiazione e della riparazione. Troppo spesso infatti abbiamo coi nostri peccati offesa l'infinità maestà di Dio, servendoci degli stessi suoi doni per oltraggiarlo. È un'ingiustizia, che esige quella più perfetta riparazione che ci sia possibile di offrire e che consiste in tre atti principali: l'umile confessione delle colpe: Confiteor Deo omnipotenti; una sincera contrizione: cor contritum et humiliatum non despicies; la coraggiosa accettazione delle tribolazioni che Dio vorrà mandarci; e, se vogliamo essere generosi, vi aggiungeremo l'offerta di noi stessi come vittime d'espiazione, unendoci alla vittima del Calvario. Potremo allora umilmente implorare e sperare il perdono [...]. E potremo pur chiedere novelle grazie.

b) La domanda, petitio decentium a Deo, è già di per se un omaggio reso a Dio, alla sua potenza, alla sua bontà, all'efficacia della grazia; è un atto di confidenza che onora colui al quale è rivolto.

Il fondamento della preghiera è per un verso l'amor di Dio per le sue creature e pei suoi figli, e per l'altro il bisogno urgente che abbiamo del suo aiuto. Fonte inesauribile di tutti i beni, Dio brama diffonderli nelle anime [...]. Essendo nostro Padre, null'altro maggiormente desidera che di comunicarci la sua vita e di accrescercela. Per meglio riuscire a quest'intento invia sulla terra l'unico suo Figlio, il quale si presenta pieno di grazia e di verità appunto per colmarci dei suoi tesori. Anzi, c'invita a chiedere le sue grazie promettendo di concedercele [...]. Siamo quindi sicuri di riuscir graditi a Dio nel porgergli le nostre suppliche.

Noi del resto ne abbiamo urgente bisogno. Nell'ordine della natura come nell'ordine della grazia siamo poveri, mendici Dei sumus; siamo d'una estrema indigenza. Essenzialmente dipendenti da Dio, non possiamo anche nell'ordine della natura neppur conservare l'esistenza da lui largitaci; dipendiamo in ciò dalle cause fisiche che ubbidiscono anch'esse a Dio. Indarno diremo d'avere un cervello e delle braccia, e che possiamo, con la nostra energia, trarre dal seno della terra ciò che ci è necessario alla vita: questo cervello e queste braccia ci sono conservati da Dio e non vengono all'esercizio se non sono mossi dal divino suo concorso; la terra non produce frutti se Dio non l'innaffia con le sue piogge e non la feconda coi raggi del suo sole; e poi quanti accidenti imprevisti possono distruggere i raccolti già maturi! Ma quanto maggiore non è la nostra dipendenza da Dio nell'ordine soprannaturale! Abbiamo bisogno di luce per ben guidarci, e chi ce la darà se non il Padre dei lumi? abbiamo bisogno di coraggio e di forza per seguire la luce, e chi ce li darà se non l'Onnipotente? Che dunque rimane se non implorare il soccorso di Colui che altro non brama se non di venirci in aiuto?

Nè si dica che Dio con la sua scienza conosce tutto ciò che ci è necessario ed utile. Dio, risponde S. Tommaso, per pura liberalità ci concede certamente molte cose senza che noi le chiediamo; ma ce ne sono di quelle che non vuol concedere che alla preghiera; e ciò per nostro bene, perchè poniamo la confidenza in lui e lo riconosciamo come autore dei nostri beni: "Ut scilicet fiduciam quamdam accipiamus recurrendi ad Deum, et ut recognoscamus eum esse bonorum nostrorum auctorem". Per un verso noi, pregando, ci sentiamo crescere la fiducia d'essere esauditi; e per l'altro vi è meno pericolo che dimentichiamo Dio. Lo dimentichiamo già troppo; che sarebbe se non avessimo bisogno di ricorrere a lui nei nostri affanni?

Ha dunque ragione Dio di esigere da noi la preghiera sotto forma di domanda.

B) Se poi ci facciamo a considerare le forme o le varietà della preghiera, possiamo distinguere la preghiera mentale e la preghiera vocale, la preghiera privata e la preghiera pubblica.

a) Quanto al modo di espressione, la preghiera è mentale o vocale, secondo che si compie nell'interno dell'anima oppure s'esprime al di fuori.

1) La preghiera mentale è quindi una specie di interna conversazione con Dio che non si manifesta al di fuori: "Orabo spiritu, orabo et mente" 510-1. Ogni atto interno che abbia per fine di unirci a Dio colla conoscenza e coll'amore, come sarebbe il raccoglimento, la considerazione, il ragionamento, l'esame, lo sguardo affettuoso, la contemplazione, lo slancio del cuore verso Dio, può dirsi preghiera mentale. Tutti questi atti infatti ci inalzano a Dio, compresevi quelle riflessioni sopra noi stessi che mirano a rendere l'anima nostra meno indegna di Colui che l'abita. Servono tutti ad accrescere le nostre convinzioni e a farci praticar le virtù; sono come un tirocinio di quella vita celeste che altro non è se non affettuosa ed eterna visione di Dio. Cotesta preghiera è pure alimento e anima della preghiera vocale.

2) Questa si esprime con parole e con gesti. Se ne fa spesso menzione nella Sacra Scrittura che c'invita a usare la voce, la bocca, le labbra per proclamare le lodi di Dio [...]. Ma perchè esprimere a questo modo i nostri sentimenti dacchè Dio ce li legge nel più profondo del cuore? Per offrire a Dio non solo l'ossequio dell'anima ma anche quello del corpo, e specialmente di quel verbo da lui largitoci per esprimere il nostro pensiero. Tal è in sostanza l'insegnamento di S. Paolo, quando, dopo aver detto che Gesù morì per noi fuori di Gerusalemme, c'invita ad uscire da noi stessi e ad unirci al nostro Mediatore di religione per offrire a Dio un'ostia di lode, l'ossequio delle nostre labbra: "Per mezzo di lui offriamo dunque a Dio un sacrifizio di lode, vale a dire il frutto di labbra che ne celebrino il nome [...]. Ed è pure per stimolar la devozione col suono stesso della voce [...]; la psicologia infatti dimostra che il gesto intensifica l'interno sentimento. È finalmente per l'edificazione del prossimo, perchè il vedere o l'udire altri pregar con fervore accresce la devozione.

b) La preghiera vocale poi è privata o pubblica secondo che si fa in nome d'un individuo o d'una società. Abbiamo provato altrove che la società, come tale, deve a Dio sociali ossequi, perchè è anch'essa obbligata a riconoscerlo come Sovrano Padrone e benefattore. Ecco perchè S. Paolo esortava i primi cristiani a unirsi insieme per glorificar Dio con Gesù Cristo non solo con un sol cuore, ma anche con una voce sola [...]. Già Nostro Signore aveva invitato i discepoli a unirsi insieme per pregare, promettendo di venire in mezzo a loro per appoggiarne le suppliche: "Ubi enim sunt duo vel tres congregati in nomine meo, ibi sum in medio eorum. Se ciò è vero d'una riunione di due o tre persone, quanto più quando molti si radunano insieme per rendere ufficialmente gloria a Dio? Dice S. Tommaso che l'efficacia della preghiera è allora irresistibile [...]. Come infatti un padre, che pur resisterebbe alle preghiere d'uno dei figli, s'intenerisce quando li vede tutti uniti nella stessa domanda, così il Padre Celeste non sa resistere alla dolce violenza che gli vien fatta dalla preghiera comune d'un gran numero dei suoi figli.

Preme dunque assai che i cristiani si radunino spesso per adorare e pregare in comune; per questo la Chiesa li convoca, nei giorni di domenica e di festa, al santo sacrifizio della messa che è la preghiera pubblica per eccellenza, e agli uffici religiosi.

Ma non potendoli convocare tutti i giorni e pur meritando Dio di essere quotidianamente glorificato, ella incarica i sacerdoti e i religiosi di soddisfare più volte al giorno questo dovere della pubblica preghiera. Ed essi lo fanno con l'ufficio divino, che recitano non in nome proprio ma a nome di tutta la Chiesa e per tutti gli uomini. Conviene quindi assai che si uniscano allora in modo più particolare al Gran Religioso di Dio, al Verbo Incarnato, per glorificar Dio con lui e per lui [...], e per chiedere nello stesso tempo tutte le grazie che abbisognano al popolo cristiano.



[Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Imprimatur Sarzanæ, die 18 Novembris 1927, Can. A. Accorsi, Vic. Gen. - Desclée & Co., 1928]