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martedì 11 agosto 2015

Un “uomo-esercito” al sevizio di Dio

In una città asiatica si incontrarono casualmente due americani, dei quali uno era un muscoloso militare, l'altro era un gesuita dalla Fede profonda. Il militare affermò con spavalderia di non essere credente. Dopo un breve dialogo col gesuita, il milite scoppiò in lacrime come un tenero bambino; la misericordia di Dio aveva vinto.

Il gesuita, dopo aver compiuto per decenni un'imponente opera di apostolato, è morto di cancro il 30 dicembre del 2000 all'età di 86 anni. Alla triste notizia, un editore cattolico americano commentò: "He was a one-man army of God". Davvero Padre John Hardon (questo era nome del gesuita) era un uomo-esercito al servizio di Dio.

John Anthony Hardon nacque a Midland in Pennsylvania il 18 giugno 1914, da genitori emigrati dalla Slovacchia (che allora faceva parte dell'Impero Austroungarico). L'anno seguente rimase orfano di padre, vittima di in un incidente sul lavoro. Anna, madre di John, preferì non risposarsi e andò a vivere insieme al figlio a Cleveland, in Ohio. Era una donna cattolicissima ed educò cristianamente il figlio, insegnandogli a "stare in ginocchio" prima ancora che a camminare. A scuola John dimostrò di essere un ragazzo intelligente ed ottenne ottimi risultati. Era affascinato dalla vita di San Pietro Canisio, il gesuita che nel XVI secolo propagò la Fede Cattolica nella Germania infettata dalle eresie protestanti. Gli piacevano molto i gesuiti e avrebbe voluto frequentare una scuola diretta da loro, ma a causa delle ristrettezze economiche fu costretto ad optare per la scuola diocesana, dove imparò egregiamente il latino, che apprezzerà e difenderà per tutta la vita.

Terminata l'High School si iscrisse all'università presso la facoltà di medicina. Desiderava diventare dottore per poter assistere le persone bisognose di cure. Conobbe una brava ragazza e insieme progettarono di sposarsi e di formare una famiglia. Ma nel cuore di John si era fatta sempre più insistente la chiamata di Gesù alla vita religiosa. Così decise di entrare nella "Compagnia di Gesù". La madre, donna veramente cristiana, non fece nulla per ostacolarlo, anche se era consapevole che avrebbe vissuto da sola il resto della sua vita. Rimase lo scoglio più grosso: come comunicare alla fidanzata la decisione presa? La portò a pranzo in un ristorante nel centro di Cleveland. Al termine del pasto, saputa la notizia, la ragazza si sentì male e vomitò. Anni dopo però, riconobbe la saggezza della decisione di John, ammettendo che era stata la scelta migliore.

Nel settembre del 1936 entrò finalmente nel noviziato della Compagnia di Gesù, l'istituto religioso fondato da Sant'Ignazio di Loyola. Con fatica riuscì a fare grandi progressi nella vita spirituale. In quegli anni sbocciò in lui l'amore per lo studio della teologia e per l'insegnamento. Nel 1941 pubblicò il suo primo articolo sullo studio del latino. Il 18 giugno 1947 ricevette l'ordinazione sacerdotale, qualche tempo dopo venne inviato a Roma per approfondire gli studi teologici presso la Pontificia Università Gregoriana, dove conseguì il Dottorato in Sacra Teologia. Nel 1951 ritornò in patria per occuparsi dell'insegnamento. Avrebbe voluto andare missionario tra gli infedeli, ma i superiori gli negarono il consenso per motivi di salute. Nel 1953 pronunciò i voti perpetui, compreso il voto speciale di fedeltà costante al Vicario di Cristo.

Verso la metà degli anni sessanta si scatenò un devastante uragano all'interno della Chiesa Cattolica che non si è ancora placato. Cominciò la contestazione verso il Papa, la ribellione contro numerose verità di Fede, si diffusero dottrine eretiche pronunciate da non pochi teologi, crollò la disciplina ecclesiastica, migliaia di preti, frati e suore riposero l'abito nell'armadio e contrassero matrimonio civile, molti altri, pur restando religiosi, abbandonarono ugualmente l'abito del proprio istituto religioso e cominciarono a vestirsi con comuni abiti civili, in molti Paesi ci fu un tracollo delle ordinazioni sacerdotali e delle consacrazioni religiose, vennero chiusi molti monasteri ormai deserti, milioni di fedeli smisero di frequentare la Messa domenicale e di ricevere i sacramenti, eccetera. Father John Hardon soffrì molto nel vedere tanta devastazione, non volle omologarsi alla marea dei contestatori e da vero soldato di Gesù Cristo non si vergognò di difendere a spada tratta la tradizionale Dottrina Cattolica, di portare l'abito religioso gesuita, di credere nella presenza reale di Gesù nel Santissimo Sacramento dell'altare, insomma non si vergognò di essere cattolico. Era convinto che ci fosse una specie di scisma "de facto" da parte di quei cattolici che rifiutavano i dogmi di sempre. Diventò pertanto un vero e proprio faro per quei fedeli che desideravano conservare intatta la Fede.

Per contrastare l'opera dei teologi in odor d'eresia, comprese che bisognava diffondere scritti di solida dottrina. Scrisse decine di libri che riscossero grande successo. Il suo capolavoro è il "Catechismo Cattolico", del quale vennero stampate e vendute più di un milione di copie. La "controffensiva" non finì qui. Fondò numerose organizzazioni cattoliche, tra cui "Eternal life", "The Marian catechists", "Inter mirifica", "Perfectae caritatis", ecc., che davano battaglia su tutti i fronti ai modernisti di tutte le risme. Predicò gli esercizi spirituali secondo il metodo di Sant'Ignazio di Loyola dal quale tanti fedeli ne uscirono profondamente compunti e decisi a vivere da cristiani coerenti.

Sapendo quanto Gesù ha sofferto morendo inchiodato alla croce per redimere l'umanità, Padre Hardon desiderava ardentemente la salvezza delle anime, era "ansioso" di fare del bene. Non temeva sacrificio pur di giovare spiritualmente al prossimo, se qualcuno gli chiedeva aiuto non rispondeva mai di no. Ascoltava volentieri le confessioni, ed era direttore spirituale di moltissime anime, tra cui quelle dell'allora Mons. Raymond Leo Burke e di Madre Teresa di Calcutta, che aiutò nella fondazione del ramo contemplativo delle Missionarie della Carità. Partecipava spesso a conferenze, scriveva centinaia di articoli per riviste cattoliche, riceveva un fiume di lettere alle quali rispondeva con generosità. Limitava il sonno al punto tale che il superiore gli ordinò di riposare almeno sei ore al giorno. Il suo apostolato era senza soste. Era come se avesse dichiarato una sorta di "guerra totale" al demonio, al quale non concedeva nessuna tregua. Padre Hardon affermò di non aver bisogno di vacanze; quando era stanco ed affaticato si ristorava con la preghiera.

Il suo apostolato incessante fu causa negli Stati Uniti d'America di numerosissime conversioni al cattolicesimo. Diffuse con zelo la devozione al Sacro Cuore e ogni giorno trascorreva almeno tre ore innanzi al Santissimo Sacramento. Era davvero innamorato di Gesù. Un giorno a causa di una caduta si fece male a una spalla. I suoi collaboratori tra cui un sacerdote (il quale mi ha raccontato questo ed altri fatti) lo videro malconcio e volevano portarlo all'ospedale, ma egli chiese di poter celebrare prima il Santo Sacrificio della Messa. Era anziano e dolorante, si fece aiutare faticosamente ad indossare i paramenti sacri e nonostante i dolori celebrò la Messa con grande devozione. Più tardi quando venne portato in ospedale, i medici gli riscontrarono un grave danno alla spalla (non ricordo esattamente cosa). Si stentò a crederci. Solo il suo ardente amore per Gesù Cristo, può spiegare come abbia fatto a sopportare un dolore così atroce pur di celebrare il Sacrificio Eucaristico.

Preferiva che i fedeli ricevessero la Comunione direttamente sulla lingua. Un giorno gli venne chiesto cosa pensasse della comunione sulla mano. Egli rispose: “Whatever you can do to stop Communion in the hand will be blessed by God.” (Qualunque cosa potete fare per fermare la Comunione sulla mano sarete benedetti da Dio). Anche Madre Teresa la pensava allo stesso modo. A New York nel 1989 la Fondatrice delle "Missionarie della Carità" dichiarò: “Wherever I go in the whole world, the thing that makes me the saddest is watching people receive Communion in the hand”. (Dovunque vado nel mondo intero, la cosa che mi rende più triste è guardare la gente ricevere la Comunione sulla mano).

Padre John aveva in grande considerazione il culto per la Beata Vergine Maria e si impegnava a propagarlo. Portava con sé lo scapolare del Monte Carmelo. Esortava ad avere maggiore fiducia nella divina Provvidenza, a praticare una carità eroica e ad amare le sofferenze e le croci quotidiane. Questo zelante gesuita non apprezzava la mediocrità nella vita spirituale. Alla rivista "Crisis" rilasciò un'intervista che concluse con queste parole: "Only those who are holy and heroic Catholics will even survive [...] in today's society" (Solo coloro che sono cattolici santi ed eroici sopravviveranno [...] nella società di oggi).

Militia est vita hominis super terram, la vita degli uomini su questa terra è una battaglia continua contro i nemici dell'anima. Nel dicembre del 2000 Padre John Antony Hardon S.J. abbandonò il campo di battaglia per entrare nell'eternità dove finalmente ha potuto godere (lo spero!) la visione beatifica di quel Dio che ha tanto amato, ed ora con San Paolo Apostolo esorta ognuno di noi dal Cielo: “Certa bonum certamen fidei", combatti la buona battaglia della fede!