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domenica 13 settembre 2015

Come conoscere il nostro difetto dominante?

Dagli scritti di Padre Réginald Garrigou-Lagrange (1877-1964).


Come conoscere il nostro difetto dominante?

In primo luogo è evidente che importa assai il conoscerlo, e non farsi illusioni su tal punto. E tale conoscenza ci appare ancor più necessaria per il fatto che il nostro avversario, il nemico dell'anima nostra, lo conosce benissimo e se ne serve per mettere la discordia in noi e attorno a noi. Nella cittadella della nostra vita interiore, difesa dalle varie virtù, il difetto dominante è come il punto debole non difeso né dalle virtù teologali né da quelle morali. Il nemico delle anime cerca appunto in ciascuno di noi il punto debole, facilmente vulnerabile, e lo trova agevolmente. È dunque necessario anche per noi il conoscerlo. Ma come discernerlo? Nei principianti è assai facile, quando sono sinceri. In seguito, però, il difetto dominante diviene meno appariscente, poiché cerca di nascondersi camuffandosi da virtù; l'orgoglio prende al di fuori la veste della magnanimità, e la pusillanimità cerca di coprirsi col manto dell'umiltà. È necessario, tuttavia, arrivare a conoscere il difetto dominante, perché se non lo conosciamo, non possiamo combatterlo, e se non lo combattiamo non vi sarà in noi vera vita spirituale. Per poterlo discernere, dobbiamo prima di tutto chiedere a Dio la luce: «Signore, fammi conoscere gli ostacoli che metto, in modo più o meno cosciente, all'opera della grazia in me. Dammi poi la forza di eliminarli, e se sono negligente nel farlo, degnati eliminarli Tu stesso, per quanto io ne debba soffrire». Dopo aver così chiesto con grande sincerità questo lume dobbiamo esaminarci seriamente. E come? Chiedendo a noi stessi: A che cosa tendono le mie preoccupazioni più ordinarie la mattina al primo svegliarmi, o quando mi trovo solo; dove si fermano spontaneamente i miei pensieri ed i miei desideri? Qui dobbiamo ricordarci che il difetto dominante, che comanda facilmente a tutte le nostre passioni, si dà tutta l'apparenza di virtù, e se non fosse combattuto, potrebbe condurre alla impenitenza. Giuda vi arrivò con l'avarizia, vizio che non aveva saputo e voluto dominare; essa ve lo condusse come un impetuoso vento che sbatte una nave contro gli scogli. 

Per scoprire il difetto dominante, dobbiamo pure domandarci: «Qual è generalmente la causa o la sorgente della mia tristezza e della mia gioia? Qual è il motivo generale delle mie azioni, l'origine ordinaria dei miei peccati, soprattutto quando non si tratta di una colpa accidentale, ma di un seguito di peccati, o di uno stato di resistenza alla grazia, specialmente quando questo stato dura parecchi giorni e ci porta ad omettere i nostri esercizi di pietà?». Allora dobbiamo sinceramente ricercare il motivo per il quale l'anima ricusa di ritornare al bene. Dobbiamo dirci ancora: «Che ne pensa il mio direttore? Qual è, secondo lui, il mio difetto dominante? Egli è certamente miglior giudice di me». Difatti, niuno è buon giudice in causa propria, e qui l'amore proprio ci inganna. Bene spesso il nostro direttore ha scoperto questo difetto prima di noi, e forse si è provato qualche volta a parlarcene. Noi però abbiamo forse cercato di scusarci? E qui la scusa è pronta, perché il difetto dominante eccita facilmente tutte le nostre passioni, comanda loro da padrone, ed esse gli obbediscono all'istante. In tal modo, l'amor proprio ferito eccita bentosto l'ironia, la collera, l'impazienza. Inoltre, quando il difetto dominante ha preso radice in noi, ha una ripugnanza particolare a farsi smascherare e combattere, perché vuole regnare in noi. E questo giunge talora a tal punto che se il prossimo ci accusa di tal difetto, noi gli rispondiamo: «Avrò mille difetti, ma questo veramente non l'ho». Possiamo riconoscere il difetto dominante anche dalle tentazioni che il nostro nemico suscita più spesso in noi, poiché egli suole attaccarci soprattutto da questo punto debole dell'anima nostra. Finalmente, nei momenti di vero fervore, le ispirazioni dello Spirito Santo vengono a chiederci dei sacrifici precisamente su questo punto. Se ricorriamo sinceramente a questi vari mezzi di discernimento, non ci sarà troppo difficile il riconoscere questo nemico interiore che portiamo in noi e che ci rende schiavi: «Chi si abbandona al peccato, è schiavo del peccato», dice Gesù in San Giovanni (8, 34). È come una prigione interiore che portiamo in noi, dovunque ci rechiamo. Dobbiamo perciò aspirare ardentemente alla liberazione. Qual grazia è per noi l'incontrarci con un santo che ci dica: «Ecco il tuo difetto dominante ed ecco pure l'attrattiva principale della grazia che devi seguire generosamente per arrivare all'unione con Dio». È così che il Signore chiamò figli del tuono - boanerges- i giovani Apostoli Giacomo e Giovanni, che volevano far discendere il fuoco dal cielo sopra una borgata che si era rifiutata di riceverli. Leggiamo in San Luca (9, 56) : «Egli li ammonì, dicendo: "Non sapete di qual spirito siete! Il Figlio dell'uomo è venuto, non per perdere gli uomini, ma per salvarli". Alla scuola del Salvatore i due Boanerges divennero dolci e miti, tanto che San Giovanni evangelista al termine della sua vita non sapeva più dire che una cosa: "Figliuolini miei, amatevi l'un l'altro" (1 Gv 3, 18-23). E quando gli domandavano perché ripetesse sempre la stessa cosa, rispondeva: «È il precetto del Signore e se l'osservate, avete fatto tutto». Giovanni non aveva perduto nulla del suo ardore, della sua sete di giustizia, ma queste qualità si erano spiritualizzate e accompagnate a una grande dolcezza.


(Brano tratto da "Le tre età della vita interiore" vol. II, di Padre Réginald Garrigou-Lagrange, Edizioni Vivere In)

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