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mercoledì 17 agosto 2016

Consumare i dogmi significa distruggere l'unità della Chiesa

La questione che in materia oggi si presenta come la più grave è appunto quella dell'intercomunione. Per fare del vero ecumenismo, non bisogna commettere errori su questo punto.

La Chiesa, la sua dottrina, e in particolare la sua dottrina ecclesiologica, sono fondate su dogmi per essa inalienabili ed irreformabili. Altre confessioni non hanno veri dogmi ecclesiologici; per esse l'unità è opera esclusiva dello Spirito Santo e basta. Lo Spinto Santo agisce sempre ed è il principio della santificazione; ma non lo si può porre come principio visibile e storico dell'unità ecclesiale.

Nel Vangelo l'unità del Regno di Dio in terra è fatta da Pietro. Non si tratta di due piccole variazioni, ma di due concezioni che stanno di fronte. La prima concezione permette la disgregazione, tant'è vero che recentemente il patriarcato moscovita ha concesso l'autocefalia alla chiesa greco-slava d'America. La prima concezione ammette la federazione, non l'unità visibile. Qui sta il punto, sia che ci volgiamo a Oriente sia che ci volgiamo ad Occidente. Consumare i dogmi lentamente fino al punto di non costituire più un problema capitale non è fare l'unità, ma distruggere in breve tempo l'unità in tutte le Chiese. La Chiesa riposa sull'unità dogmatica. Senza di essa muore. Questo non è possibile per le promesse espresse dall'Evangelo; quello che è possibile è che dagli uomini, per difetto di metodo, si allontani il momento desiderato dell'abbraccio fraterno, coerente con la verità di Dio.

[Cardinale Giuseppe Siri, “Bilancio dell'ecumenismo”, “Renovatio”, VI (1971), fasc. 4, pp. 451-452]