Cordialiter, blog di spiritualità cristiana

I veri amici del popolo non sono né rivoluzionari, né novatori, ma tradizionalisti. (San Pio X, Lettera Apostolica “Notre charge apostolique”)

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domenica 9 ottobre 2016

Efficacia del desiderio della perfezione

Di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932)


Questo desiderio è una vera forza che ci fa avanzare verso una vita migliore.

a) La psicologia infatti dimostra che l'idea, quando è profonda, tende a provocar l'atto che le corrisponde. Ciò che è anche più vero quando il pensiero è accompagnato dal desiderio: perchè il desiderio è già un atto della volontà che mette in moto le nostre facoltà esecutive. Desiderare quindi la perfezione è già un tendervi; e il tendervi è un principio di attuazione. Il desiderare d'amar Dio è già un amarlo, perchè Dio vede il fondo del cuore e ci tien conto di tutte le buone intenzioni. Di quì quel profondo detto di Pascal: "Tu non mi cercheresti, se non m'avessi già trovato". Ora il desiderare è un cercare e chi cerca trova: "Omnis enim qui quærit, invenit".

b) Inoltre, nell'ordine soprannaturale il desiderio è una preghiera, un'ascensione dell'anima verso Dio, una specie di comunione spirituale con Lui, che inalza l'anima a Dio e l'attira a noi. Ora Dio si compiace d'esaudire le nostre preghiere, massimamente quando hanno per fine la nostra santificazione che è il desiderio più ardente del suo cuore: "hæc est enim voluntas Dei, sanctificatio vestra". È questa la ragione per cui Dio nel Vecchio Testamento ci sollecita a cercare, a inseguire la sapienza, cioè la virtù, fa le più belle promesse a quelli che ne ascoltano la voce e generosamente la concede a quelli che la desiderano: "propter hoc optavi, et datus est mihi sensus; et invocavi, et venit in me spiritus sapientiæ". E nel Vangelo, Nostro Signore c'invita a saziare in Lui la nostra sete spirituale: "Si quis sitit, veniat ad me et bibat". Quanto dunque sono più ardenti i nostri desideri, tanto maggiori grazie riceviamo, perchè inesauribile è la sorgente dell'acqua viva.

c) Finalmente il desiderio, dilatando l'anima, la rende più atta alle divine comunicazioni. Da parte di Dio c'è tale pienezza di bontà e di grazie, che la misura che ci viene concessa è largamente proporzionata alla nostra capacità a ricevere. Quanto più dunque con sinceri e ardenti desideri dilatiamo l'anima, tanto più ella è atta a ricevere della divina pienezza [...].


Qualità che deve avere il desiderio della perfezione.

Per produrre questi lieti effetti, il desiderio della perfezione dev'essere soprannaturale, predominante, progressivo e pratico.

1° Dev'essere soprannaturale tanto nel suo motivo quanto nel suo principio:

a) Nel suo motivo, vale a dire che deve fondarsi sulle ragioni forniteci dalla fede da noi già sopra esposte: la natura e l'eccellenza della vita cristiana e della perfezione, la gloria di Dio, l'edificazione del prossimo, il bene dell'anima ecc.

b) Nel suo principio, nel senso che deve compirsi sotto l'azione della grazia, la quale sola può darci la luce a intendere e gustare questi motivi, e la forza necessaria per operare secondo le nostre convinzioni. E poichè la grazia s'ottiene con la preghiera, è necessario chiedere con insistenza a Dio che accresca in noi questo desiderio di perfezione.

2° Dev'essere predominante, o, in altri termini, più intenso di ogni altro desiderio. Essendo infatti la perfezione cristiana il tesoro nascosto e la perla preziosa che bisogna comperare ad ogni costo, e a ogni grado di perfezione cristiana corrispondendo un grado di gloria, di visione beatifica e d'amore, bisogna desiderarla e ricercarla più d'ogni altra cosa: "Quærite ergo primum regnum Dei et justitiam ejus".

3° Costante e progressivo: essendo la perfezione lavoro di lunga lena che richiede perseveranza e progresso, bisogna costantemente rinnovare il desiderio di far meglio. È questa la ragione per cui Nostro Signore ci dice di non guardare indietro a vedere il cammino già fatto e fermarci con compiacenza sugli sforzi già compiuti: "Nemo mittens manum suam ad aratrum et respiciens retro, aptus est regno Dei". Bisogna invece, come dice S. Paolo, guardare innanzi per vedere il cammino che ci resta da percorrere e tendere le forze come il corridore che tende le braccia in avanti per meglio toccar la meta: "quæ quidem retro sunt obliviscens, ad ea quæ sunt priora extendens meipsum, ad destinatum prosequor bravium supernæ vocationis". Più tardi S. Agostino insisterà molto su questa stessa verità: perchè, dice, l'arrestarsi è un indietreggiare; l'indugiarsi a contemplare il cammino percorso è un perdere l'ardore. Mirar sempre a far meglio, andar sempre avanti, tal è il motto della perfezione: "Noli in via remanere, noli deviare... Semper adde, semper ambula, semper profice".

È dunque necessario contemplare non il bene che si è fatto ma quello che resta da fare; considerare non quelli che fanno meno bene di noi ma quelli che fanno meglio, i fervorosi, i santi, e sopratutto il Santo per eccellenza, Gesù stesso, che è il vero nostro modello. Allora quanto più uno va innanzi, tanto più si sente lontano dalla meta, appunto perchè vede meglio quanto alta sia cotesta meta.

Non ci dev'essere però nulla nei nostri desideri di troppo affacendato e di febbrile e sopratutto nulla di presuntuoso; gli sforzi violenti non durano, e i presuntuosi presto s'avviliscono alle prime disfatte. Ciò che ci fa progredire è un desiderio calmo, riflessivo, fondato su forti convinzioni, appoggiato sull'onnipotenza della grazia e rinnovato di frequente.

4° Allora riesce pratico ed efficace, perchè non prende di mira un ideale impossibile ad attuarsi ma i mezzi che sono a nostra portata. Vi sono anime che hanno un ideale magnifico ma puramente speculativo, che aspirano ad alta santità ma che trascurano i mezzi per arrivarvi. Vi è in ciò un doppio pericolo: uno si può credere già perfetto perchè va sognando di perfezione e così inorgoglire; oppure può arrestarsi e cedere. Bisogna invece ricordare l'adagio: "chi vuole il fine vuole anche i mezzi" e pensare che la fedeltà nelle piccole cose assicura la fedeltà nelle grandi; onde si deve immediatamente applicare il desiderio della perfezione all'azione presente per minima che sia, perchè "Qui fidelis est in minimo et in majori fidelis est". Desiderare la perfezione e rimetterne lo sforzo al domani, volersi santificare nelle grandi occasioni e trascurare le piccole, è una doppia illusione che indica mancanza di sincerità o almeno ignoranza della psicologia. L'alto ideale è certamente necessario ma è pur necessaria l'attuazione immediata e progressiva.



[Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Imprimatur Sarzanæ, die 18 Novembris 1927, Can. A. Accorsi, Vic. Gen. - Desclée & Co., 1928]