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lunedì 3 luglio 2017

Chi ha peccato mortalmente non deve disperarsi ma deve pentirsi confidando nella Divina Misercordia

(Dagli scritti di Padre Domenico Mondrone, S. I.)


Dicembre 1945

Ero tornato da una breve passeggiata, fatta prima dell'orario consueto, quando venni chiamato al telefono da una persona che non volle dire il suo nome. Invece di questo, chi chiamava accennò a un incontro avuto con me qualche anno innanzi e così poté facilmente farsi riconoscere. «Mamma è gravissima. C'è chi le ha parlato di lei. Ha detto che gradirebbe molto una sua visita». Dopo venti minuti ero al capezzale dell'inferma. L'impressione che mi fece fu pessima. Aveva un volto sfinito e pallidissimo. Due occhioni grandi, ancora affascinanti, ma carichi di sofferenza. In capo una cuffia di lanetta bianca. I movimenti erano misurati e stanchi. Mi salutò con un filo di voce, ma c'era in questa una grande dimostrazione di gratitudine. Dopo di ciò, i familiari si ritirarono ed io fui solo con lei.

- Padre, mi ha riconosciuto?
- Certamente: perché me lo domanda?
- Credo che devo essere molto cambiata.
- Non tanto, come lei pensa, da essere irriconoscibile. E allora mi dica in che cosa posso esserle utile. Sono qui a sua disposizione.
- Può darmi tutto il tempo che mi occorre?
- Non ho altra premura che di servirla in tutto quello che posso.
- So che lei è religioso, vive di orario.
- Ma in certi casi l'orario è l'ultima preoccupazione.
- Grazie, padre. Come vede, io vado verso la fine. Vorrei confessarmi.
- Sono qui ad ascoltarla. La prego soltanto di non stancarsi. Se permette, farò del mio meglio per aiutarla.

Così dicendo, mi feci più vicino, recitai la breve preghiera di rito, tracciai su di lei un segno di croce e mi raccolsi ad ascoltarla. Ma presto ebbi a stupire dinanzi alla limpidezza, all'ordine, alla precisione con cui parlava quella donna che si dibatteva tra la vita e la morte. Una preparazione che meglio non potevo desiderare.

- Padre, si può interrompere per qualche momento?
- Certamente. Non si affatichi. Le occorre qualche cosa?

Fece un cenno affermativo e toccò una piccola pera, che aveva lì a portata di mano. S'affacciò subito una suora infermiera con una bacinella e tutto l'occorrente per un'iniezione. Qualche minuto di attesa nel salotto accanto e rientrai. Ancora pochi minuti e il mio compito sembrò terminato. Ma l'inferma domandò:
- E ora, che altro dovrei fare?
- Sono lieto che sia lei a chiedermelo. Le consiglierei di disporsi a ricevere domani mattina il santo viatico e l'olio santo. Ma se per questo preferisse il parroco, potrei passare io stesso da lui.
- No, preferisco fare tutto con lei. Perché attendere domani mattina? Non si potrebbe questa sera?
- Certo che si può.
Inteso ciò, toccò di nuovo la pera, e questa volta, insieme con la suora, entrarono una giovane signora con una bambina tra le braccia, suo marito e un ragazzino di cinque o sei anni.
- Suora, ho detto al padre di fare tutto questa sera. Lei che ne dice? Voi che ne dite?
I familiari si guardarono con occhi gonfi di commozione e non seppero che cosa rispondere.
- Io penso che sia un'ispirazione di Dio, disse invece la suora.
- Faccia pure come dice, signora. Oltre tutto, ciò l'aiuterà a passare la notte più tranquilla.
- Allora, padre, sono nelle sue mani.
In pochi salti fui alla chiesa vicina, dove il parroco stava già per chiudere. Una cotta, doppia stola, borsetta con l'olio santo, un rituale, un asperges, la piccola teca col Santissimo e rinfilato il soprabito, dopo pochi minuti ero di ritorno. La suora aveva intanto già convertito il comò di fronte al letto in un altarino tutto lindo e devoto: c'erano anche dei fiori che mi parvero un miracolo di finezza. L'inferma, prima di ricevere gli ultimi sacramenti, mostrò il desiderio di volermi parlare di nuovo sola a solo. Credetti volesse aggiungere qualche breve appendice alla confessione. Invece, quando gli altri furono usciti, cavò da una borsetta di celluloide una busta abbastanza gonfia e tenace, e col gesto di consegnarmela disse:
- È l'ultimo favore che le chiedo, padre. Mi promette di eseguire quanto sto ora per dirle?
- Di che cosa si tratta?
- Qui c'è l'ultima mia volontà.
- Ma noi non sogliamo essere esecutori testamentari.
- Non si tratta di questo, disse con un lieve sorriso. Qui c'é il racconto della mia povera vita, da quando fui sposa ad oggi. Vorrei che lo pubblichi, ma di qui a dieci anni. Solo faccia in modo, in quanto le sarà possibile, che nessuno possa capire di chi si parla.
- Lo ha scritto lei?
- Certo.
- Potranno riconoscere il suo stile.
- E allora faccia in modo che anche questo non sia riconoscibile.
- E in che modo?
- Lo riscriva lei. Forse le domando troppo. Ma sarà un'opera di bene. Me lo promette? Ho tanta fiducia in lei.
Sul mio volto c'era tuttavia un'esitazione strana.
- Le assicuro che non c'è nulla di compromettente. È da anni che ho pensato di far questo. E più ci pensavo, più mi sentivo serena. Non mi dica di no. Lei, fin da questa sera, se crede, potrà leggere. Le ripeto: nulla di compromettente, per nessuno. Sono cose viste nella luce di Dio, dopo di essere passata per esperienze ed espiazioni che non auguro a nessuna mamma. Sono cose che mi hanno accorciata la vita. Non vorrei che a tante mamme capitasse altrettanto.
- Quand'è così, farò del mio meglio.
- La ringrazio.

Una toccatina al campanello chiama tutti dentro, meno i due bambini che la mamma aveva intanto messi a letto. I due ultimi sacramenti vengono amministrati in un clima perfetto di serenità e di pace, e debbo farmi violenza continua per non tradire il rigurgito di commozione che ho dentro. Erano quasi le venti. Un istintivo sguardo all'orologio fece capire alla inferma il mio desiderio di andar via.
- Vada pure, padre. Io non ho parole come ringraziarla. Non voglio trattenerla più a lungo. Mi pare di essere in pace con Dio.
- Perché dubitarne? Ora le do ancora la mia benedizione - le dissi alzandomi - e con questa le auguro la buona notte. Se domani mattina avrà bisogno di me, non abbia difficoltà a chiamarmi.
- Domani mattina? Riuscirò a vederla?
Così dicendo prese le mie mani, le tenne per qualche istante nelle sue, calde di febbre, fissandomi con una gratitudine senza parole, poi le baciò e mi lasciò partire con un espressivo cenno di addio. Appena varcata la soglia del portone di casa, dove era la fermata del tranvai, mi misi ad attenderlo, mentre ringraziavo il Signore di avermi fatto suo sacerdote, mediatore tra lui e le anime. Di lontano era già apparso il tranvai, quando la portinaia corse a dirmi:
- Reverendo, quei signori di sopra la chiamano d'urgenza, la pregano di risalire. Appena fui nel corridoio dell'appartamento, mi accorsi che tutto doveva essere cambiato. L'inferma gridava con la forza di un'ossessa. In una camera accanto i bambini, svegliati, strillavano terrorizzati. La mamma, che si affaticava a calmarli, piangeva anche lei che pareva inconsolabile. La suora e il genero dell'inferma facevano sforzi inauditi per tener costei sul letto, sul quale si dibatteva e diceva di voler lasciare, perché bruciava in modo orrendo. La mia vista invece di rabbonirla, la rese ancor più furiosa. Quegli occhi che poco prima erano stati così buoni e sereni mi fissavano ora con una specie di odio inesplicabile.

- Eccolo lì, mi ha parlato di misericordia. Bugiardo! Mi ha detto che non dovevo pensare più al mio passato. E ora non vede che il mio passato mi viene incontro. Essi sono lì, mi fissano uno per uno. Mi guardano con odio. Nessuno di voi li vede. Ma io li vedo. Li vedo io quei volti, quegli occhi, quegli sguardi freddi, duri come sempre.
- Si calmi, signora. Lei ha fatto di tutto per guadagnarsi la misericordia del buon Dio. Stia tranquilla. Creda alla mia parola di sacerdote. Su, un atto solo di confidenza e si abbandoni a Lui.
Così dicendo, aspersi il letto e vari punti della camera con acqua benedetta e feci per sedermi accanto alla povera inferma.
- Ma che cosa ha fatto, lei? Ha creduto che si trattasse di diavoli, forse? Ma essi non sono diavoli. La sua acqua non fa nessuna paura a loro. Essi rimangono lì, fermi, beffardi, severi, come sempre.
- Le allucinazioni d'una volta, disse al mio orecchio suo genero; ma l'inferma l'intese.
- Allucinato sei tu. Non sono allucinazioni queste. Non furono mai allucinazioni. Non avete mai voluto capirlo. Ah, povera me!

Seguì un collasso. Il polso sembrò arrestarsi. L'inferma rimase a lungo immobile, con gli occhi fissi sulla parete di fronte. Si sarebbe detta ebete e senza conoscenza, se gli occhi non fossero rimasti spalancati verso la direzione suddetta e vivi. Presi il rituale e mi misi a pregare. Avvenne quello che in nessun modo avrei potuto prevedere. Con uno scatto fulmineo mi strappò il piccolo libro di mano e lo buttò via.
- A che serve? Tutto è inutile. Non vede che non c'è più nulla da fare? Non capisce che sono già dannata?
E si voltò dall'altra parte. Ma subito si rivoltò di nuovo verso di me, come ributtata da una visione che dovette farle orrore. Mi fissò senza riconoscermi, a lungo. Poi mi parve che sulle labbra si disegnasse una smorfia di disprezzo, forse di derisione. Mi afferrò istintivamente un braccio, come un naufrago che cercasse qualche cosa per tenersi a galla, e rimase così, con espressione assente. Non sapevo che cosa pensare. Suo genero e la suora erano dall'altra sponda del letto, lui tenendo il polso della mano libera dell'inferma nella mano, la suora, col rosario tra le dita, pregava. Attento a spiare con gli occhi negli occhi, appena mi parve che nei suoi lampeggiasse un ritorno all'intelligenza, mi piegai verso di lei e le suggerii: «Gesù mio, misericordia». Parve capire. L'occhio dapprima vagò incerto e sperduto per il soffitto, come se inseguisse, non so, il filo di un ricordo, poi, con una specie di riflesso meccanico, senza intelligenza e senza sentimento, ripeté: «Gesù mio, misericordia». Questo m'incoraggiò a ripeterle la piissima giaculatoria, e lei ripeté dopo di me, come prima, senz'anima.

- Forse è il coma, disse a voce bassa il genero alla suora.
Questa mi allungò allora il crocifisso della corona e lo accostai alle labbra dell'inferma. Al tocco di quell'oggetto ebbe un impercettibile sussulto. Una mossa del capo mi fece pensare che reagisse come per un rifiuto, e ne tremai.
- È Gesù che vuole salvarla, lo baci, e baciandolo io stesso le indicai come dovesse fare. A quel gesto l'ammalata spalancò gli occhi, protese le labbra verso la immagine sacra del Redentore come per baciarla con visibile trasporto. Ma immediatamente le sue labbra si contrassero di nuovo, senza che io potessi capire se volessero spiccare un bacio o un supremo gesto di disprezzo. E restò immobile. Al veder cadere suo genero in ginocchio, in un singulto di pianto, lasciando l'inutile polso e col capo affondato contro la sponda del letto, capii che l'inferma era morta. Quel che avvenne quando entrò sua moglie è più facile immaginarlo. Mi accorsi da quel pianto quanto l'amavano. Ma io pensavo ad altro.
- Mio Dio, che cosa sarà stato quell'ultimo gesto? Un bacio o un rifiuto? Questo interrogativo mi batté in mente col ritmo d'un pendolo durante tutto il tempo che impiegai per andare a casa, a piedi, perché la circolazione dei mezzi pubblici era cessata. La mattina dopo, al memento dei defunti, sentii come una voce che mi giungesse improvvisa, non all'orecchio, ma all'intimo dell'anima tuttora impressionata e commossa. «Modicæ fidei, quare dubitasti»? Fu come la rivelazione di un polo magnetico, ed orientandomi verso di quello, provai una pace e una serenità inattesa. Mi sembrò il segno di una certezza a cui sarebbe stato temerario rinunciare.


(Brano tratto da "Mamma, perché ci hai uccisi?", di Padre Domenico Mondrone, Edizioni Paoline, 1956)

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