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domenica 3 febbraio 2019

Morale coniugale (-)

Per la rubrica "Pillole di Teologia Morale", oggi si affronta una delicata questione di morale coniugale: il "debito coniugale" (cioè dell'obbligo di ogni persona sposata di concedere il proprio corpo al coniuge che chiede di avere rapporti sessuali per procreare la prole, o anche per altri giusti motivi, come il voler rafforzare l'amore vicendevole; avere un onesto rimedio alla concupiscenza della carne; eccetera). Si tratta di un tema che interessa non solo le persone sposate, ma anche i sacerdoti (per sapere come regolarsi in confessionale), e anche i fedeli laici che non sono sposati ma stanno riflettendo se abbracciare lo stato di vita matrimoniale. Per affrontare questo argomento riporto alcuni brani tratti da un manuale intitolato "Teologia Morale", scritto per preti e fedeli laici da Padre Teodoro da Torre del Greco, O.F.M. Cap., edito dalle Edizioni Paoline (sesta edizione, 1964). Preciso che quando si vuole fare un uso immorale della sessualità tra i coniugi, ad esempio utilizzando i preservativi, in questo caso non solo non si è tenuti a rendere il debito coniugale, ma anzi si è tenuti ad opporsi categoricamente. Chiedere consiglio ai preti modernisti sul tema della sessualità, non solo può essere inutile (perché in genere sono poco istruiti in Teologia Morale), ma anche pericoloso (perché potrebbero insegnare dottrine contrarie al Magistero della Chiesa), pertanto è raccomandabile leggere attentamente i seguenti brani scritti da Padre Teodoro.

Liceità delle relazioni coniugali.

Essendo il matrimonio istituito col fine primario, nobile e sublime, della procreazione della prole, è necessario, per il raggiungimento di questo fine l'unione dei due sessi per l'atto procreativo. S. Paolo esplicitamente afferma: «Il marito renda alla moglie il debito coniugale, e la moglie faccia altrettanto col marito» (1Cor 7, 3). Tale atto nei coniugi è ricco di contenuto spirituale, è l'espressione sensibile di due anime che tendono a fondersi insieme, per essere quasi collaboratori di Dio nell'opera della creazione.

È necessario, però, che i coniugi agiscano con retta intenzione, cioè, l'atto deve rispondere al suo fine, che è la procreazione della prole. A questo fine principale possono aggiungersi anche altri fini onesti, come p. es. il rafforzamento dell'amore, evitare l'incontinenza non solo dell'altra parte ma anche propria. Le relazioni coniugali, perciò, sono lecite anche se si sa che non hanno conseguenze procreative, purché possa essere compiuto l'atto coniugale nel modo naturale.  [...]

Il debito coniugale. I coniugi sono su un piano di perfetta uguaglianza, il domandare, perciò, e l'accettare l'atto coniugale fa parte dei mutui diritti e doveri. Altro tuttavia è il diritto e altro è l'uso di esso. Il primo è essenziale al matrimonio, mentre non è essenziale né obbligatorio in modo assoluto l'altro. I coniugi possono dunque di comune accordo rinunciare all'uso sia per un determinato tempo, sia anche per sempre. Tale rinuncia però deve essere compiuta con molta prudenza, senza alcuna imposizione [...]. Per arrivare a questo sacrificio occorre un certo grado di virtù che non tutti hanno.

Ragioni particolari possono rendere obbligatoria la richiesta, quando p. es. l'atto coniugale serve ad allontanare dubbi e sospetti o serve per fomentare l'affetto, oppure per allontanare la tentazione di compiere tale atto da solo o con una terza persona.

1. È invece obbligatorio rendere il debito quando l'altra parte lo domanda seriamente e ragionevolmente, e il rifiutarsi esporrebbe il marito o la moglie a una penosa e forzata continenza, con tutti i pericoli che ne potrebbero seguire. Rifiutarsi, in questo caso, senza alcun motivo, si commetterebbe una grave ingiustizia, poiché si verrebbe a ledere quel diritto essenziale che i coniugi hanno acquistato sul corpo dell'altra parte all'atto della celebrazione del matrimonio. Ed i confessori, all'occasione, devono far presente, specialmente alla donna, che, accondiscendere alle richieste del proprio marito, costituisce per lei un grave dovere. [A tal proposito, Padre Eriberto Jone (1885 - 1967), un altro moralista cappuccino molto apprezzato negli ambienti tradizionali, esorta i mariti alla moderazione, ndr].

Il negare il debito non è, però, colpa grave se ciò avviene raramente e non vi è il pericolo di incontinenza, specialmente se l'altra parte lo domanda troppo spesso. [Padre Eriberto Jone specifica che rifiutarsi di concedere il debito coniugale è solamente peccato veniale quando il coniuge richiedente rinuncia facilmente alla sua richiesta, ndr].

L'obbligo di rendere il debito cessa in un coniuge quando nell'altro cessa il diritto di esigerlo. Tale diritto può cessare o per la cattiveria dell'atto (debito onanistico o sodomidico) o per infedeltà (a meno che la parte innocente non condoni l'offesa) o per un'altra giusta causa o grave incomodo, p. es. se il debito è nocivo alla salute o è immoderato o il richiedente non è in sé. [Padre Eriberto Jone aggiunge che la moglie non è tenuta a rendere il debito coniugale se il marito sperpera i soldi inutilmente facendo vivere la famiglia nelle ristrettezze economiche. Inoltre afferma che se un coniuge chiede talmente spesso il debito coniugale col rischio di cagionare un danno piuttosto grave alla salute dell'altro coniuge, in questo caso si è scusati dal rendere il debito. In questa situazione bisogna rimettersi al giudizio di un medico coscienzioso, ndr].

La facoltà di esigerlo può anche venir tolta dallo stesso diritto, p. es., vi è una causa di separazione perpetua o temporanea, come l'adulterio.

[...]

L'atto coniugale, in via ordinaria, in nessun tempo è proibito; in alcune circostanze, tuttavia, è consigliabile astenersi.

1° Solo nel caso di prossimo pericolo di aborto [...] o di un pericolo per la salute del corpo o dell'anima può diventare gravemente illecito l'atto coniugale; ma se il pericolo è leggero, anche l'atto diventa leggermente illecito e qualunque giusta causa basta per essere scusati dal peccato veniale.

2° Nulla proibisce che l'atto coniugale possa essere compiuto anche durante i tempi sacri e nei giorni in cui i coniugi si accostano alla Comunione [...].

3° Per sé l'atto coniugale non è proibito neppure durante il tempo delle mestruazioni; è tuttavia sconsigliabile [...].

4° In tempo di malattia l'atto coniugale è illecito quando prudentemente si teme un notevole danno per la salute.

[...]

Un coniuge legato dal voto di castità, per sé non può domandare il debito, è tenuto però a renderlo. Lo stesso vale se ambedue i coniugi dopo aver contratto matrimonio, hanno emesso il voto di castità per mutuo consenso. Il coniuge che ha emesso il voto è tenuto a domandare il debito solo in due casi, cioè: se vede che l'altro non può contenersi, oppure se l'altro lo domanda tacitamente, cioè quando vede che la moglie per vergogna non ardisce domandare.

[...]

Gli atti incompleti. Questi atti possono essere tutti gli atti di lussuria imperfetti (baci, abbracci, sguardi, toccamenti ecc.) che dispongono i coniugi all'atto coniugale. Tali atti:

a) Se si riferiscono all'atto coniugale da essere come una preparazione ad esso, sono sempre permessi sia sul proprio corpo, sia su quello dell'altra parte.

I coniugi, però, devono evitare che tali atti, per essere troppo prolungati, abbiano a causare una polluzione benché non voluta. [...]

b) Se non si riferiscono all'atto coniugale: I) gli atti mutui sono leciti se si fanno per un motivo onesto, p. es. per fomentare l'amore, e sia lontano il pericolo di polluzione volontaria.

Quando però si fanno per grave causa, p. es. per evitare sospetti, per allontanare la comparte da eventuale adulterio ecc. anche se vi è il pericolo prossimo di polluzione sono leciti.

2) Se gli atti mutui si fanno solo per voluttà, anche senza intenzione di compiere la copula, sono peccati veniali se non vi è pericolo prossimo di polluzione; sono peccati mortali, se si prevede con sicurezza questo pericolo.

La dilettazione morosa in un coniuge circa la copula avuta o da aversi è lecita, purché non vi sia il pericolo di polluzione. Lo stesso deve dirsi dei pensieri e dei desideri.

sabato 2 febbraio 2019

Profanazione del tempio del Sacro Cuore di Tibidabo (Barcellona) (-)

Riporto alcuni brani di un articolo del "Bollettino Salesiano" del giugno 1940, che racconta come avvenne la profanazione del tempio del Sacro Cuore di Tibidabo (nella foto a lato) avvenuta per mano dei rossi durante la guerra civile spagnola.


Più di una volta Cooperatori e Cooperatrici che seguono con affetto l'attività e lo sviluppo delle Opere Salesiane, ci hanno chiesto notizie sulla situazione delle nostre Case in Spagna. [...] Ringraziando il Signore, le notizie che ci giungono sono di giorno in giorno sempre più consolanti. Le rovine e i danni, specialmente nella regione che per quasi tre anni rimase in balìa dei rossi, furono purtroppo assai rilevanti. Oltre ai 110 Salesiani che caddero vittime dell'odio anticristiano delle orde marxiste, numerosi altri vuoti si produssero nelle file per diverse cause: sicchè l'Ispettoria di Barcellona vide diminuito il suo personale di 51 membri e quella di Madrid ne ha perso un'ottantina. Alcuni edifizi furono del tutto o in gran parte distrutti, e la maggior parte saccheggiati completamente di mobilio, di arredi, suppellettili ed oggetti di culto, materiale scolastico, macchinari, biblioteche, gabinetti scientifici, ecc. I locali rimasti vennero trovati in uno stato di abbandono e di sporcizia da scoraggiare chiunque non fosse sorretto da spirito di fede. Ma i Salesiani superstiti, riunitisi nelle varie Case non appena la gloriosa vittoria del Gen. Franco permise loro il ritorno alla vita di comunità, si misero subito all'opera di ricostruzione, fidando nell'aiuto di Dio, nella protezione di Maria SS. Ausiliatrice e di San Giovanni Bosco. Occorreva un grande spirito di sacrificio per decidersi ad abitare case di cui restavano, quando restavano, solo le pareti deturpate, senza mobili, senza vetri, porte sconquassate, sudice fino all'inverosimile. Però, dopo tutto quello che avevano sofferto durante la barbarie marxista, sembrava loro di essere tornati da morte a vita. Le nuove autorità e le popolazioni andarono a gara nel prestar loro concorso ed aiuto nella misura del possibile, con senso di riparazione dell'odio e dei maltrattamenti di cui sacerdoti e religiosi erano stati particolarmente oggetto.

[...]

Il tempio del Sacro Cuore al Tibidabo. - Abbiamo lasciato appositamente per ultima l'opera del Tempio Espiatorio Nazionale al Sacro Cuore di Gesù che erge la sua maestosa mole sul monte Tibidabo, dominando la città di Barcellona. Fu uno dei templi in cui si sfogò più satanicamente l'ira dei rossi; ma abbiamo già avuto prove solenni che il Cuore di Gesù vuole trionfarvi colla sua misericordia. La profanazione. - Raccogliamo la descrizione dello scempio dalla bocca di uno dei nostri che fu presente in quei tragici momenti.

«Era la mattina del 19 luglio 1936. Un orribile frastuono salendo, foriero di tempesta, dalla città sottostante, interruppe violentemente il riposo alle quattro del mattino. Era domenica e celebrammo tutte le messe solite. All'ultima delle ore 12 assistette uno scarso pubblico. Non si suonò l'organo: il crepitìo delle mitragliatrici e il rombo dei cannoni lo supplivano a sufficienza. Non ci fu predica: l'eloquenza degli eventi era più commovente per quei pochi fedeli che in compagnia del loro Maestro pregavano sul monte mentre i loro fratelli cadevano in lotta fratricida al piede. Quella Messa celebrata da un Salesiano che ben presto doveva essere martire, fu l'ultimo atto di culto pubblico. La Benedizione della sera e le Messe di lunedì e martedì si celebrarono a porte chiuse. Le chiese e i conventi della città si convertivano rapidamente in roghi, sto per dire in turiboli, giacchè allora rendevano a Dio il supremo atto di culto: l'olocausto. Il lunedì, alle 2 pomeridiane, arrivò in cima la prima automobile carica di miliziani rossi che ostentavano i loro titoli nobiliari, in lettere cubitali riprodotte su tutta la vettura: CNT - UGT - FAI, iniziali delle tre organizzazioni più sovversive. Fecero il giro del Tempio con sguardi minacciosi e se ne ritornarono indietro senza discendere dalla vettura. Dopo un'ora, ecco un'altra automobile colle stesse caratteristiche della prima e poi un'altra ed altre ancora. Tutte fecero un giro di osservazione fissando con sguardi di odio l'agognata preda, poi ritornarono alle loro basi, tutti colla stessa impressione, io penso: « Quella è una terribile fortezza; deve nascondere un'agguerrita guarnigione ».

Martedì mattina, ecco infatti tre grossi autocarri, carichi di uomini e di armi di ogni sorta, fucili, mitragliatrici, bombe... Chissà quale resistenza si attendevano dietro a quelle misteriose mura!  Giunti in piazza i miliziani scesero dagli autocarri e si disposero di fronte al tempio appostandosi dietro agli autocarri con le armi puntate. In mezzo al gruppo dietro ad una mitragliatrice stava il comandante, senz'altro distintivo che un elmo di acciaio. Così disposti all'assalto, attendevano che la guarnigione della « fortezza » aprisse il fuoco; ma, vedendo che questa non dava segno di vita e rassicurati da qualche vicino, che li trasse dal loro sgomento, assicurandoli che là dentro non c'erano nè soldati nè armi, si slanciarono all'assalto irrompendo una ventina di loro, i più coraggiosi, nella portineria coi fucili spianati in tutte le direzioni e domandando a due sacerdoti, che uscirono loro incontro, dove si trovavano i preti e le armi. Che gruppetto, per carità! Facevano pietà e causavano ripugnanza. Faccio a meno di descrivere le loro facce.

- Qui non ci sono armi; ci sono solo una quarantina di giovani coi loro maestri - fu loro risposto. - Vogliamo vederli; vogliamo perquisire la casa. E, così dicendo, si divisero in due gruppi: mentre uno percorreva tutta la casa, l'altro si precipitava nella sala di studio dove erano raccolti i « cardellini del Sacro Cuore ». Per prima cosa perquisirono i più grandicelli, che con le loro facce pacifiche e sorridenti, coi loro sguardi ingenui compierono il miracolo di ammansire quelle belve umane le quali, cambiando tono, incominciarono a dimostrare interesse per la loro sorte, domandando loro se avevano i genitori, che pensione pagavano, ecc. Uno di loro finì col fare una vera predica annunziando il trionfo della rivoluzione e, con questa, la rendenzione dei poveri, dei proletari... Intanto l'altro gruppo, dopo aver rovistato tutta la casa, si era radunato sulla terrazza sovrastante la cripta. Da quel magnifico balcone che s'innalza a seicento metri sopra la città contemplavano Barcellona, avvolta in una cortina di denso e nero fumo, proveniente da centinaia di chiese e conventi in fiamme, mentre dietro a loro l'immagine del Redentore proiettava la sua ombra sulla facciata del tempio. Quale contrasto! Dopo un breve scambio d'impressioni, decisero di rispettare quell'opera, prendendone possesso e collocando sulla porta principale una scritta che diceva: « Questo edificio è stato requisito dalla FAI: rispettatelo ». In calce misero il bollo del sindacato. Imposero ai superiori di non lasciar uscire nessun ragazzo; essi sarebbero venuti dopo a cercarli per mandarli a destinazione. Prese queste determinazioni scesero dalla montagna per tornare in città. Appena un'ora dopo, arrivò silenziosamente un'altra automobile; scesero altri miliziani e con tutta cautela strapparono la carta che era stata messa sulla porta, e se ne ripartirono orgogliosi del gesto compiuto. Cos'era successo ? Un gesto di anarchia, di quell'anarchia che impazzava in città. All'una del pomeriggio, nell'imminenza del pericolo, i « cardellini » del Sacro Cuore coi loro superiori cambiarono nido, accolti con amore da parecchi vicini che si disputarono l'onore di alloggiarli. Alle due arrivarono i primi sicari, colle rivoltelle in mano, ma rimasero delusi e contrariati nel trovare il nido vuoto. Il buon Gesù vegliava sui suoi. Penetrarono allora nella casa e distrussero quanto trovarono. Giunsero quindi nuovi gruppi che appiccarono fuoco ai pochi oggetti combustibili e si diedero al saccheggio. Dalla casa passarono al tempio dove speravano di trovare ricchi tesori d'incalcolabile valore. Gli oggetti di valore c'erano e ci sono; ma i poveretti offuscati dalla passione li pestavano e non se ne accorgevano, li avevano davanti agli occhi e non li vedevano: erano le lastre di marmo, le ardite colonne, i bei mosaici, i ricchi altari doppiamente preziosi perchè tutti innalzati a costo di sacrifici di anime amanti del Sacro Cuore. Essi sfogarono la loro rabbia distruggendo quanto potevano coi mezzi di cui disponevano. Passarono poi all'esterno e frantumarono le artistiche immagini sacre della facciata. Era il sabato 25 luglio e a Barcelona e nei dintorni non rimaneva più in piedi nessun edificio religioso. Il timore che loro mancasse il tempo, oppure la voglia feroce di far scomparire tutti quei simboli della fede radicata nel popolo, avevano comunicato loro un'attività fanatica. Ma, sulla cima del Tibidabo si ergeva ancora, più maestosa che mai, la colossale statua di bronzo del Sacro Cuore di Gesù. Aveva ancora le sue braccia aperte e i suoi occhi misericordiosi rivolti all'infelice città. Migliaia di anime rivolgevano ad essa i loro sguardi. Le une per supplicarlo, benedirlo, offrirgli atti di espiazione. Gli altri per maledirlo, oltraggiarlo, bestemmiarlo. Ed Egli gradiva gli omaggi dei primi, sentiva pietà e misericordia degli altri. I sicari, nonostante ripetuti tentativi, non riuscirono ad abbatterla. Parve che il divin Cuore volesse ritardare il suo sacrificio al giorno classico per la Spagna della festa dell'Apostolo San Giacomo. In quel giorno infatti con ogni sorta di attrezzi, con grosse corde e catene, con argani, con macchine; tirando a mezzo di potenti camions dalla piazza sottostante, i miliziani riuscirono finalmente verso sera ad abbattere la colossale statua di Cristo Re che rimase bocconi a terra, mentre numerosi satelliti e agenti dei corifei della rivoluzione danzavano attorno celebrando l'avvenimento con beffarde risate e bestemmie infernali. Si ripeteva l'Ave Rex Judaeorum di 19 secoli or sono. 

La riparazione. - L'orrenda profanazione era compiuta; ma al tramonto di quel giorno tristissimo doveva seguire l'aurora gloriosa di una nuova Spagna rinnovellata in Cristo. Per quasi tre anni le tenebre dell'odio e della barbarie offuscarono le regioni schiave del giogo marxista. Finalmente però le armi cristiane ebbero il sopravvento: tutta la Spagna e particolarmente Barcellona si prostrò con ansia di riparazione e sete di amore davanti all'altare espiatorio che gli spagnuoli stanno erigendo sulla cima del Tibidabo al Sacro Cuore di Gesù. [...]

venerdì 1 febbraio 2019

La Messa di San Pio da Pietrelcina

La Messa di San Pio V era anche la Messa di San Pio da Pietrelcina il quale fu un suo strenuo sostenitore. Il suo modo di celebrarla fu esemplare. Padre Stefano Maria Manelli ebbe la grazia di servirgli varie volte la Messa, era impressionante il sentirgli pronunciare con sofferenza le parole della Consacrazione, sembrava che Padre Pio venisse crocifisso. Ecco alcune belle foto.

Messa celebrata il 5 maggio 1956, sotto le colonne del pronao dell'ospedale "Casa sollievo della sofferenza" nel giorno dell'inaugurazione.



Messa servita da Padre Stefano Maria Manelli.


Altre foto varie.



Una mamma esemplare (-)

Dagli scritti di Fratel Candido delle Scuole Cristiane.


Nei dintorni di Laval (Francia) incontrai un giorno un bambino seduto lungo la strada, in campagna. Lo avvicinai, e gli chiesi: "Sai fare il segno della Croce?". Il bambino sorrise, e lo fece molto bene. Intanto si avvicinò sua madre e mi disse: "Lo interroghi sul catechismo, vedrà che sa rispondere". Gli rivolsi qualche domanda elementare, a cui rispose con esattezza e disinvoltura. La madre riprese: "Gli chieda pure cose più difficili". Con mia meraviglia constatai che quel bambino era molto ben istruito in campo religioso. "Quanti anni ha?", chiesi alla madre. "Sei fra due mesi. È molto buono e prega volentieri".

-Con chi parli quando preghi?
-Parlo col Signore.
-Come fai a parlare col Signore?
-Come quando parlo con la mamma.
-E chi preghi?
-Prego Dio, Gesù, la Madonna, gli Angeli, i Santi.
-Cosa farai da grande?
-Quello che vorrà il Signore.
-E come farai a sapere ciò che vuole il Signore da te? 
-Me lo dirà al cuore, o me lo farà dire dalla mamma, o dal parroco che mi confessa.
-Tu, così piccolo, ti confessi? E che cosa confessi?
-I peccati.
-Ma tu, così piccolo, non fai peccati! Il bambino abbassò gli occhi e disse piano:
-Faccio delle mancanze, ma le confesso, e Dio mi perdona…

Chiesi alla mamma da chi suo figlio avesse imparato quelle cose a quell'età. Mi rispose: "Poco per volta, un po' tutti i giorni, mentre si veste, mentre fa colazione, quando alla sera tarda ad addormentarsi, o quando lo porto con me, gli parlo di Dio, e così, pian piano, impara ad amare il Signore".

Lodai quella mamma, diedi un'immaginetta al bambino, e me ne andai tra il confuso e il commosso, dicendo in cuor mio: "Fortunato te, caro bambino, che hai una mamma così!". Se tutte le mamme e i papà sapessero insegnare ai bambini le cose dl Dio, come insegnano altre cose della vita, la società sarebbe salva.


[Brano tratto da "Lasciate che i fanciulli vengano a Me", di Fratel Candido delle Scuole Cristiane, titolo originale: "Formiamo il bimbo al soprannaturale", "L.I.C.E."]

Confessione dei recidivi

Un lettore mi ha chiesto se Dio perdona un penitente che si pente sinceramente dei peccati mortali commessi e li confessa, ma che poi ritorna a commettere spesso le stesse colpe. Essendo una questione che potrebbe interessare anche altre persone, ho deciso di pubblicare la mia risposta.


Caro fratello in Cristo, 
                               un autorevole manuale di Teologia Morale afferma: "Dicesi recidivo chi senza nessuna emenda ricade sempre negli stessi peccati ripetutamente confessati. (...) Il recidivo ordinariamente deve essere assolto ogni qualvolta promette seriamente di usare i mezzi atti a prevenire le ricadute. Infatti tal penitente non manca delle disposizioni richieste per l'assoluzione; cioè del dolore dei peccati e del proposito di non peccare più in avvenire. Né vi si oppone il timore di future ricadute; perché alla vera disposizione non è necessaria la futura correzione, ma basta la presente volontà di non ricadere" (cfr. “Sommario di Teologia Morale” di Don Luigi Piscetta e Don Andrea Gennaro, traduzione dal latino di Don Antonio Cavasin, casa editrice SEI, 1952).

Nella speranza di esserti stato di qualche utilità, ti saluto cordialmente nei Cuori di Gesù e Maria.

Cordialiter

Quando i baci tra fidanzati costituiscono peccato? (-)

Tempo fa una fedelissima lettrice del blog mi ha scritto per sapere che cosa insegnano i tradizionali manuali di Teologia Morale al riguardo dei baci tra fidanzati (voleva saperlo per dirlo a suo figlio).  Ecco la mia risposta.


Cara sorella in Cristo, 
                                     per me è una grande gioia esserti di aiuto, pertanto ogni volta che hai qualche dubbio puoi scrivermi tranquillamente. Per me non è un fastidio risponderti, anzi è una cosa che faccio molto volentieri perché ci tengo tanto al tuo progresso spirituale e a quello dei tuoi figli.

Adesso rispondo al tuo quesito. Sul celebre testo intitolato "Per meglio confessare" di A. Chanson (si tratta di un manuale per confessori risalente ai tempi di Pio XII), si parla anche del tema delle cose lecite e non lecite tra fidanzati. Chanson distingue: i baci passionali (a bocca aperta) sono peccati gravi perché ovviamente procurano un piacere carnale che è lecito solo alle persone sposate. Invece i baci casti (alcuni li chiamano "baci colombini"), dati a bocca chiusa (io li chiamerei "bacetti"), secondo Chanson possono essere tollerati se sono dati solo come segno di affetto senza provare piacere carnale. 

Tuttavia io la penso come te, e cioè che si inizia con un bacetto e poi non ci si riesce più a trattenersi poiché la passione è forte e si va a finire col commettere peccati gravi, i cosiddetti atti di lussuria non consumata o addirittura la fornicazione.

Se io avessi una fidanzata preferirei evitare i bacetti (pur essendo tollerabili) appunto per timore di non riuscire a trattenere la passione e di precipitare in colpe gravi. Sant'Alfonso Maria de Liguori parlando della lussuria dice che così come la paglia messa vicina al fuoco si brucia anch’essa, allo stesso modo se due persone non legate da vincolo coniugale si mettono in eccessiva confidenza, andrà a finire che commetteranno qualche peccato mortale, poiché una volta che una persona è incendiata dalla passione, è molto difficile che riesca a trattenersi.

Come tu stessa hai detto a tuo figlio, non baciare la fidanzata è un atto di grande rispetto nei suoi confronti. Ciò dimostra che lui le vuole davvero bene, e che non si è messo insieme a lei per pura attrazione fisica. Se lei non capisce queste delicatezze e fa l'offesa, a mio avviso è meglio lasciarla, poiché con una persona del genere sarebbe difficile riuscire a costruire qualcosa di serio.

Io non sposerei mai una donna che non vuole vivere in perfetta castità il periodo di fidanzamento. Di una persona del genere non mi fido, e se non c'è fiducia non si può costruire un matrimonio davvero felice. E come potrei essere felice al fianco di una donna che è disposta a calpestare la Legge Eterna stabilita da Dio?

Invece tra persone sposate i baci, gli abbracci, e cose di questo genere, oltre ad essere consentite, sono anche utili a fomentare il vicendevole affetto coniugale. L’importante è evitare che queste cose possano causare la polluzione, cioè la dispersione del seme, il quale può essere deliberatamente effuso solo all’interno dell’apparato riproduttivo della moglie e solo durante un rapporto coniugale attuato in modo naturale (quando la polluzione è involontaria non è peccaminosa se a causarla è stata un’azione che aveva una certa utilità, come ad esempio il medico che visita una paziente, il confessore che ascolta i peccati di una donna, un tale che si fa la doccia per motivi di igiene, eccetera). Chanson consiglia ai coniugi gli abbracci, i baci passionali, le carezze, ecc., soprattutto prima e dopo la copula coniugale, ravvivando così l’affetto tra gli sposi.

Se vuoi, per aiutare tuo figlio, puoi consigliargli di leggere un libro di Pierre Dufoyer per fidanzati e giovani sposi, nel quale vengono insegnate tante cose interessanti. Spero di esserti stato di qualche utilità. Non esitare a contattarmi ogni volta che vuoi saperne di più su quel che insegnavano i tradizionali manuali di Teologia Morale. Per me l'amicizia è un mettermi al servizio della persona che reputo amica, con lo scopo di esserle di giovamento (soprattutto da un punto di vista spirituale).

Ti saluto cordialmente in Gesù e Maria.

Cordialiter

Le chiese moderne


[Brano di Mons. Klaus Gamber (nella foto a lato) tratto da “Tournés vers le Seigneur!”, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux].


Mai si erano costruite tante nuove chiese come durante gli anni che seguirono la seconda guerra mondiale. La maggior parte di esse sono delle costruzioni puramente utilitaristiche, in cui si è volontariamente rinunciato a produrre delle opere d’arte, nonostante siano costate tanti milioni. Dal punto di vista tecnico non manca niente: hanno una buona acustica e una perfetta aerazione, sono ben illuminate e facili da scaldare. L’altare si può guardare da tutti i lati.

Tuttavia, queste chiese non sono delle case di Dio, nel vero senso della parola, non sono uno spazio sacro, un tempio del Signore ove si ama andare per adorare Dio e per esporgli i propri bisogni. Sono delle sale di riunione dove non si va più al di fuori dei momenti dedicati agli offici. [...]

I nuovi edifici divennero così dei simboli dei nostri tempi, e anche il segno di un dissolvimento delle norme esistenti, nonché l’immagine di ciò che è caotico nell’universo contemporaneo. [...] uno spazio cultuale ha le sue leggi, che non sono sottomesse né alla moda né ai cambiamenti del tempo.

giovedì 31 gennaio 2019

Il matrimonio perfetto (-)

[Brano Tratto da "La donna nel matrimonio", di Pierre Dufoyer, traduzione di Maria Crivelli Visconti, Edizioni Paoline, 1958]. 


La donna dovrà rendersi conto di quanto, come donna, deve a Cristo e alla Chiesa; dovrà comprendere che le leggi con cui la Chiesa circonda l'amore non hanno lo scopo di soffocarlo, ma di dargli la possibilità, sempre più e meglio, di vivere e di godere il grande amore a cui il suo cuore femminile aspira...

IL MATRIMONIO PERFETTO

" Non tantum caro, sed spiritus unus erat ". " Essi erano due in uno; nel corpo come nello spirito ". (Epitaffio di due sposi cristiani)

Esporremo la concezione cristiana del matrimonio, non come possiamo vederla realizzata in qualche caso particolare, ma come dovrebbe essere, come la Chiesa la descrive, la chiarisce e come si sforza di portarci a viverla. Il matrimonio è la comunione di vita di due persone di sesso diverso, nata da un dono libero e reciproco fatto per amore. Il matrimonio è comunione totale di vita: unione di corpi, di cuori, di spiriti, di anime (totalità nell'intensità), sino alla morte (totalità nella durata). L'unione dei corpi è uno degli elementi che distingue l'amore dall'amicizia. L'amicizia è possibile tra persone di eguale sesso, l'amore coniugale, no. L'amicizia è confidenza dei cuori, degli spiriti e delle anime. Anche l'amore coniugale è tutto questo, e in più intimità fisica, e completa e duratura convivenza nella stessa abitazione. Esso è perciò un'amicizia con una intimità più integrale, perché comprende tutto l'essere, sia fisico che psichico e perché permette gli arricchimenti speciali inerenti alla sessualità. Dall'unione dei cuori si sprigionano tutti gli elementi affettivi e sentimentali dell'amore, come la dolcezza e l'ebbrezza nel rivedersi, la gioia di vivere l'uno accanto all'altro, la felicità dell'essere assieme. Essa permette che l'uno cresca nell'altro, uno completi l'altro, lo sviluppi, e lo renda felice. Questa unione dei cuori, elevando il dono dei corpi, distingue l'amore degli uomini da quello delle bestie, l'amore per la sposa da quello per la compagna occasionale. L'unione degli spiriti comprende tutti gli elementi intellettuali dell'amore, la concordanza delle idee, dei giudizi, del modo di vedere e di pensare. Dicendo " concordanza ", intendiamo un amichevole e amorevole scambio, e non il dispotismo di un coniuge autoritario di fronte ad una povera moglie moralmente rimpicciolita o quasi annullata. [...] Tra l'uomo e la donna non vi è un grado diverso di umanità; vi sono tra loro soltanto differenze psicologiche e fisiologiche nell'ambito della stessa natura umana. Uomo e donna sono tra loro diversi, non disuguali, complementari e non subordinati in quanto persona umana. 

Come in ogni società, nella casa è necessaria una autorità. Psicologicamente il temperamento maschile è per natura più propenso ad esercitare tale autorità; il temperamento femminile è più incline ad accettarla. Ecco perché l'autorità indispensabile in una famiglia, spetta di per sé al marito. È d'altronde possibile ripartirne saggiamente i vari settori secondo l'attitudine dei sessi. L'autorità maschile non ha il diritto di opprimere la personalità femminile né di degenerare in dispotismo. Deve essere una amorevole e tenera risolutezza che giunge a conclusioni ragionevoli e comuni dopo uno scambio di vedute. Solo in questo senso, secondo la retta ragione e secondo la dottrina cristiana, lo sposo è il capo della donna. [...] Se questa unione degli spiriti s'aggiungesse a quella dei corpi e dei cuori, l'amore umano si distinguerebbe ancora maggiormente da quello delle bestie, e la sposa dalla donna di un giorno. Per unione delle anime, intendiamo tutti i moti naturali e soprannaturali fino alla profondità dell'essere, fino agli elementi tanto radicati nel substrato dell'individuo da non poter essere sufficientemente chiariti. È una sorta di osmosi, una specie di crescita intima di uno nell'altro, un vivere all'unisono, una intimità soprasensibile nella quale l'uno appartiene all'altro. L'uno vive tanto nell'altro che le sue gioie diventano le " nostre " gioie, [...] le sue contrarietà le " nostre " contrarietà, i suoi pericoli i " nostri " pericoli. Uno, in certo qual modo, diventa l'altro. In due sopportano le stesse prove, soffrono gli stessi dolori, godono le stesse gioie; e nelle ore tristi come in quelle liete sono sempre fedeli. L'unione delle anime che rafforza quella dei corpi, del cuore e degli spiriti distingue nettamente lo sposo e la sposa dall'amante e la sua amica. Questi ultimi sono spesso soltanto fedeli nel successo; solitamente soltanto i veri sposi sono uniti anche nelle più dure prove. L'unione sino alla morte: è la totalità in relazione alla durata. Uomo e donna si sono amati senza alcuna riserva; cammineranno assieme a fianco a fianco attraverso le gioie e le prove della vita, attraverso possibili urti, sino alla fine delle forze, quali compagni di entusiasmi nella giovinezza, del lavoro nella maturità e della solitudine nell'età avanzata. Questa unione nasce dalla dedizione reciproca e spontanea nell'amore. Il dono di sé deve essere reciproco. Ci si dà interamente, con le proprie ricchezze materiali, le proprie forze umane, corporali, sentimentali e intellettuali e si riceve dall'altro tutte le corrispondenti dovizie. Ci si dona per avere dall'altro la felicità e per rendere l'altro felice. Il matrimonio non è un puro possesso dell'altro o la ricerca della sola felicità individuale, poiché, in tal caso, sarebbe egoismo. Non è neanche solo dedizione all'altro, ma deve essere " unione ", cioè nello stesso tempo possesso e dono. La spontaneità della dedizione totale di sé e l'amore che la detta, costituiscono la grandezza e lo splendore umano del matrimonio. Non si può immaginare nessuna concezione del matrimonio più elevata di questa. È cosa che la Chiesa cerca di presentarla e farla vivere nel mondo. Purtroppo non è vissuta da molti nella sua reale perfezione. Certe donne hanno del matrimonio una concezione egoistica e terrena. Altre vi cercano una maggiore libertà personale e l'appagamento del proprio sentimento più che la felicità dello sposo; aspirano principalmente ad essere adulate, lusingate, e circondate da tenerezza. Però anche queste hanno quasi sempre, in qualche modo, il desiderio di sacrificarsi per il marito e per i figli. Si può difficilmente immaginare una fanciulla col cuore così arido, così egoista e poco femminile da pensare solo a se stessa. Donarsi completamente e per sempre; questa è la vita matrimoniale voluta da Dio. Quando gli sposi portano quest'amore nel matrimonio, quando la scelta dei loro cuori è stata buona, fonderanno una famiglia davvero fortunata, e vi spargeranno gioie e felicità a piene mani per poi in essa ritrovarvele entrambe.

mercoledì 30 gennaio 2019

Ama tua moglie (-)

Dagli scritti di Pierre Dufoyer.


Lo scopo, che caratterizza l'aspetto propriamente coniugale del matrimonio, è il progresso reciproco degli sposi, attraverso lo scambio che li arricchisce. Così ci è offerto il compito di delineare quello che uno sposo deve donare alla moglie, per farla felice. Egli deve conoscere quello che la donna attende da lui e quello che essa veramente cerca nel matrimonio. Studiando la psicologia della donna, l'uomo è in grado di penetrare sempre più la natura della compagna della sua vita e di farsi un concetto esatto delle sue idee sull'amore. L'esperienza dimostra che vi sono numerosi matrimoni infelici, nei quali l'uomo e la donna non si comprendono sufficientemente e non si fanno reciprocamente e totalmente felici. Vorremmo perciò aiutare gli sposi ad evitare gli errori ed a realizzare meglio il loro compito. Noi ci atterremo ai soli elementi essenziali ed universali dell'anima femminile. Si incontrano però sempre sfumature ed ombreggiature individuali ed anche casi anormali, che tralasceremo di considerare perché richiederebbero uno studio speciale. La chiave per conoscere la psicologia della donna è costituita prevalentemente dalla ricchezza del suo cuore, dalla sua vita sentimentale e dalla sua sensibilità psichica spiccata (...). La sua forza è il suo cuore. Essa possiede una capacità di sentimento particolarmente sveglia, perciò reagisce anche in modo straordinariamente intenso a tutte le impressioni. Un contegno gentile e premuroso nei suoi riguardi, le prove tangibili di affetto le recano una vivida gioia, quale raramente o per nulla si riscontra nell'uomo. Al contrario, una canzonatura, una indifferenza, una distrazione, un biasimo ed una critica lasciano nella donna un'impressione più durevole che nell'uomo. (...)

Una donna che ama conosce mille possibilità per essere premurosa, mostrare delicatezze e recare piacere. In quest'arte è straordinariamente ingegnosa. Essa sì domanda di continuo che cosa possa piacere all'amato e si dà premura per realizzarla. D'altra parte, nelle donne dominano antipatie, scaltrezze, malignità più marcate, piccole gelosie più accentuate. Il marito non trascuri mai queste caratteristiche psicologiche e pensi quale importanza possano aver per la moglie quelle minime piccolezze, che ai suoi occhi sono “ridicole”, può essere certo che non esagererà mai mostrandosi pieno di riguardi e di gentilezze, poiché la felicità della sua sposa dipende ampiamente dalla sua accentuata sensibilità psicologica.

(...)

(Lo sposo) dovrà ricordarsi che farà felice la moglie innanzi tutto e soprattutto quando la circonderà di un amore ricco di sentimento e che sgorga dal cuore, di quell'amore che rimane il primo sogno di una fidanzata. (...) Senza amore, la sua anima s'atrofizza. Certamente da suo marito si attende fermezza, però una fermezza amorevole. In lui ricerca forza, però una forza unita alla delicatezza. Vuole forza maschia, che però deve essere intessuta di amore e di affetto. Allorché si sforza di scoprire cautamente la natura della propria moglie, l'uomo deve preoccuparsi di possedere tutte le qualità veramente maschili, però senza i difetti concomitanti. Sia calmo, padrone di sé, dotato di carattere, sicuro ed energico nel suo contegno. Con il suo comportamento risoluto nelle vicende e difficoltà della vita, egli infonde alla moglie un rasserenante sentimento di sicurezza e di fiducia. Per contro, le brame di dominio conducono facilmente ad un atteggiamento che si estrinseca in violenza brutale o mancanza di riguardo, in freddezza glaciale o in gretto sfoggio di potenza, di boria e tirannia: tutti pericoli che minacciano l'uomo incapace di disciplinare le sue forze e di frenare il suo impeto. Chi ha capito il segreto della vera autorità, saprà pure unire fermezza e delicatezza, forza e dolcezza. Ma allora riuscirà anche a scoprire la natura della moglie e farla felice. In uno sposo di tal sorta, v'è tanta fermezza e coraggio, che può compiere i doveri e sopportare le prove della vita. Però v'è pure il rovescio della medaglia. La natura della donna, particolarmente sensibile ed emotiva, per quanto possa sembrare incantevole anche all'uomo, non è immune da alcuni difetti. Talvolta il suo modo di fare urta la suscettibilità dello sposo.

(...)

A contatto della donna amata l'uomo ha trovato quei tesori del cuore che nessun'altra creatura umana offrirà mai più. Perciò è obbligato a tollerarne con indulgenza le debolezze del carattere. (...) II marito non perda mai la calma, neppure per reagire alla vita emotiva della moglie. In questo caso è necessario un valido aiuto e non un acerbo biasimo, poiché non vi è alcuna disposizione cattiva. Lo sposo premuroso deve assumere il compito che lo destina ad essere sostegno e protezione della propria moglie. Con fermezza, commista a dolcezza, ne guidi la sensibilità, che costituisce il tratto fondamentale della sua natura e ne fa un essere incantevole, anche se così irrazionale, eccitabile e, perciò, così esuberante.



(Brani tratti da "L'uomo nel matrimonio", di Pierre Dufoyer, Edizioni Paoline, 1957)

martedì 29 gennaio 2019

Lettere d’amore di San Francesco di Sales (* -)

Sono rimasto positivamente meravigliato nel leggere le frasi d’amore (ovviamente amore puro, casto, soprannaturale) che San Francesco di Sales scriveva a Santa Giovanna Francesca de Chantal. Forse nemmeno i mariti più innamorati hanno mai scritto alle loro mogli delle frasi così affettuose, tenere e piene di unzione spirituale. Penso che ogni donna pia e devota vorrebbe essere amata da un uomo in modo così soprannaturale. Ciò che mi colpisce in modo particolare è l’amore che San Francesco di Sales nutriva per l’anima della Chantal. Certamente è una cosa splendida poter amare un’anima in questo modo. L’esempio più bello è quello del Redentore Divino, il quale si sarebbe immolato in croce per salvare anche una singola anima. Un’altra cosa che mi stupisce nel leggere queste frasi d’amore, è che il santo vescovo di Ginevra e la cofondatrice delle Monache Visitandine si amavano così intensamente che le loro belle anime erano come fuse assieme. Chissà quanti gradi di gloria hanno meritato in Cielo per essersi amati su questa terra in questo modo così puro e soprannaturale! Infatti per ogni atto di carità (l’amore soprannaturale che nasce da Dio) compiuto in stato di grazia, l’anima riceve da Dio una ricompensa eterna. Un conto è salvarsi l’anima per un soffio, altro conto è salvarsi coi meriti di un grande santo. Ecco alcune frasi d’amore estrapolate dalle lettere che San Francesco di Sales (il santo della dolcezza) scrisse a Santa Giovanna Francesca (fortunata lei che trovò un uomo santo che l’amò in questo modo!):



* Amo più teneramente che mai ciò che amo, in primo luogo la vostra anima.

* Io so che la mia anima è in voi e la vostra è in me... Non celebro mai la Messa senza di voi e non mi comunico mai senza di voi; in sostanza sono tanto vostro quanto potete desiderare. 

* Il mio desiderio di amarvi e di essere amato da voi non ha una misura che sia minore dell’eternità. 

* Dio mi ha dato a voi in modo unico, intero, irrevocabile. 

* Non sarà mai possibile che qualcosa mi separi dalla vostra anima. 

* Non ho mai sentito tanto affetto come sento ora per la nostra anima e il nostro unitissimo cuore. 

* Vorrei potervi esprimere il sentimento che oggi, mentre mi comunicavo, ho avuto della nostra cara unità, perché è stato un sentimento grande, perfetto, dolce, potente e tale da potersi quasi dire un voto o una consacrazione. 

* Io non cambierò nulla al proposito che ho fatto di essere un uomo verissimamente vostro e tutto vostro, senza riserve e senza eccezioni. Uso il linguaggio del mio cuore e non quello del nostro tempo. E, secondo il mio modo di vedere, quando ho detto che sono tutto vostro ho detto tutto; e se non ho detto questo ho detto troppo poco. 

* [È Dio] che col suo amore mi ha obbligato ed anzi mi ha consacrato per essere, vivere, morire e rivivere per sempre vostro e tutto vostro. 

* Sono vostro. Gesù lo vuole e io lo sono. 

* Sono colui che Gesù ha reso vostro senza fine, senza riserva, senza paragone. 

* Sono per voi quello che Dio sa. 

* In Lui e per Lui il nostro cuore unico e indivisibile. 

* Io ho una luce tutta particolare che mi fa vedere come l’unità del nostro cuore sia opera di quel grande Unificatore e, quindi, d’ora in poi intendo non solo rispettare, ma amare e onorare questa unità come cosa sacra. 

* Per me nulla ha più importanza se non Dio, per il quale e in grazia del quale, tuttavia, amo più teneramente che mai ciò che amo, in primo luogo la vostra anima. Io sono più vostro di quanto possa dir in questo mondo, perché le parole che esprimono questo amore non esistono. 

* Carissima Madre, amate sempre la vostra povera cara anima che ho io, perché io amo senza misura, senza paragone, e più di quanto si possa dire, la mia carissima anima che avete voi. Voglio dire: amiamo molto quest’unica anima e quest’unica vita che a Dio è piaciuto darci per il suo servizio.


[Brani tratti da “Tutte le lettere - San Francesco di Sales”, Edizioni Paoline, 1967, edizione italiana a cura di Luigi Rolfo].
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Le donne che sentono nel proprio cuore di avere la vocazione matrimoniale, ma non riescono a trovare un fidanzato cristiano, possono leggere il seguente annuncio di un ragazzo che sta cercando una moglie davvero fedele agli insegnamenti della Chiesa Cattolica. Cliccare qui per leggere l'annuncio.


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lunedì 28 gennaio 2019

Un'amicizia che eleva l'animo alle cose spirituali (-)

Ho estrapolato diversi brani ricchi di unzione spirituale tratti dalle e-mail che mi scrive Eléison, e li ho raggruppati in un'unica lettera davvero edificante.



Carissimo fratello in Cristo,
                                             ti scrivo per esprimerti la mia gratitudine per le bellissime parole che hai avuto per me e per la nostra amicizia spirituale. Mi hanno edificata e ti confesso che mi sono emozionata molto leggendole. Credo sempre più che questa amicizia spirituale sia un dono di Dio, perché io non ho mai avuto una amicizia così bella fondata su Gesù Cristo e quindi può venire solo da Lui. Stasera avrò il tempo di risponderti in modo più accurato, ma nel frattempo volevo farti sentire la mia vicinanza spirituale.

[…] Non sai quanto la mia anima si sia rallegrata nel rileggere le parole che ci siamo scambiati nelle lettere riguardanti la nostra amicizia spirituale. È una grande gioia che mi accompagna da stamattina e che anche in questo momento mi fa traboccare il cuore. Quello che mi dà più gioia è il pensiero di aver ricevuto da Gesù questo bellissimo dono, questo privilegio grandissimo. Il pensiero che c'è un'anima al mondo che ha a cuore la mia salvezza eterna e dalla quale posso ricevere e alla quale voglio donare solo santo bene. Il pensiero che questa amicizia spirituale, questa "alleanza di ferro", come l'hai chiamata tu, ci ha già dato molto in poco tempo e la certezza che può solo crescere mi entusiasma. Allora comincio a chiedermi, cosa potremmo fare per unire le nostre forze e dare maggior gloria a Dio?  Cosa potremmo fare per rafforzare e accelerare la nostra santificazione? Anche la tua anima mi sta molto a cuore e desidero anch'io la tua santificazione. 

Grazie per il tuo apprezzamento per le mie e-mail. [...] Mi fa piacere leggere che vuoi pubblicare alcuni brani delle mie lettere, sebbene mi sembra che non meritino questa tua gentile attenzione. Non ho mai pubblicato qualcosa di mio su internet, a causa della mia grande riservatezza, ma per il tuo blog accetto volentieri la tua richiesta. Solo ti chiederei di non pubblicare brani che descrivono la mia situazione personale [...]. Per quanto riguarda lo pseudonimo, ho pensato a “Eléison”. Che ne dici? [...] è un termine che esprime l'umiltà di riconoscersi peccatori e bisognosi del perdono di Dio.

[…] non devi ringraziarmi, è il minimo che io possa fare per ricambiare quello che tu stai dando a me: il desiderio di progredire verso Gesù, che Dio ti ricompensi per questo.

[…] ti ringrazio molto per la tua bellissima lettera. Man mano che procedevo nella lettura, meditando le parole dei santi, mi sentivo avvolgere dalla consolazione. Credo anch'io che le sofferenze, grandi e piccole (e mi rendo conto che le mie sono molto piccole, sebbene in alcuni momenti facciano molto male) siano l'espressione dell'Amore di Gesù, il modo in cui ce lo dimostra. Sono carezze d'Amore che ci avvicinano di più a Lui, alla Sua sofferenza sul Calvario. Che onore soffrire un po' per Gesù... In questo momento il mio cuore si accende a questo pensiero. Le parole di Gesù a Santa Gemma Galgani sono bellissime. Trasmettono tutto l'ardore del Suo Amore per noi. Vuole renderci prigionieri d'Amore... Quale prigionia potrebbe essere più dolce di questa? Seppur circondata di Croci. Rendimi sempre più prigioniera Gesù mio e fa ch'io ami sempre più le Croci con cui vorrai abbellire la mia anima. E allora: l'occhio mio lacrimi in Dio solo. 

[…] mi sono commossa di nuovo ora, leggendo che senti un forte desiderio di pregare per me, perché so che è Gesù stesso ad ispirarti, perché conosce tutte le mie miserie. Pregherò anch'io per la tua santificazione.

[…] Il tuo ideale di vita matrimoniale e familiare è veramente molto alto e santo. Prendendo come modello i genitori di Santa Teresina, credo che potresti realmente giungere alla santità. Il brano di Pierre Dufoyer che mi hai consigliato di leggere l'ho trovato molto interessante e mi sono completamente ritrovata nella descrizione dell'animo femminile. La figura del marito da lui delineata è semplicemente quella di un sant'uomo, come ce ne sono pochi. Se quello è il tuo ideale di marito, la donna che Dio avrà la bontà di metterti a fianco sarà molto fortunata. 

Caro fratello in Cristo, grazie per la tua consolante amicizia spirituale e per le tue preghiere. Che Dio ti benedica. 

Eléison

Il giorno della morte

(Dagli scritti di Don Giuseppe Tomaselli)


L'ora della morte è ignota a tutti. Gesù Cristo dice di stare preparati, perchè la morte viene come un ladro di notte. Don Bosco ebbe il dono di conoscere il giorno della morte di molte persone, specialmente dei suoi giovani. Era prudente nel preannunziare la fine di qualcuno e faceva ciò per disporre al gran passo gl'interessati e per far vivere in grazia di Dio i giovani che educava. Don Alberto Bielli, Salesiano, morto in Sicilia nel 1925, trascorse la fanciullezza e l'adolescenza sotto le cure dirette di Don Bosco. Egli raccontò allo scrivente un preannunzio di morte. È questa la narrazione: 
« Prima di andare a riposo, Don Bosco ci rivolgeva una buona parola, che finiva con l'augurio della buona notte. 
« Una sera disse: Cari giovani, stiamo preparati perché uno di noi partirà presto per l'eternità, Procuriamo di mantenerci nell'amicizia del Signore.  
« Finita la buona notte, baciavamo la mano a Don Bosco. Quella sera noi ragazzi eravamo presi dalla paura e, baciando la mano, domandavamo: Sono io il prossimo a morire?  A nessuno fu manifestato il segreto. L'indomani mattina, al pensiero della morte, molti andavano a confessarsi. 
« Passati un po' di giorni, Don Bosco riprendeva l'argomento, sempre prima che andassimo a riposo: Tanti di voi mi domandano: Sono io quello che presto dovrà morire? Per il momento non posso manifestarlo; soltanto vi dico che il suo cognome comincia con la lettera " B ".  
«Tanto io, che sono Bielli, quanto gli altri della " B ", finito il sermoncino, circondammo Don Bosco, per sapere con precisione chi fosse il destinato. 
«Il buon Padre disse soltanto: - Fatevi coraggio, siamo nelle mani di Dio; tutti possiamo morire; potrei morire anch'io, perché mi chiamo Bosco ».  
Avvicinandosi la data della morte, Don Bosco sorvegliava e faceva sorvegliare il segnato dalla Provvidenza e lo disponeva a ben morire. 
Quella volta la morte toccò ad un certo Brusasca. 


[...]

Fu chiesto al Santo come facesse a conoscere la morte di qualcuno e la data precisa; la risposta fu: - La conoscenza può avvenire in diversi modi. Per esempio, mi trovo in Chiesa con i ragazzi raccolti in preghiera. Improvvisamente si forma attorno a me una penombra; vedo allora apparire una fiammella, che gira vertiginosamente nell'interno della Chiesa. La seguo con lo sguardo per comprenderne il significato. In fine la fiammella si ferma sul capo di qualcuno e vicino ad essa appare una scritta « Morte! » con a fianco la data. Si riporta l'annunzio del primo caso di morte, avvenuto nell'Oratorio di Valdocco. In una festa del Marzo 1854 Don Bosco aveva radunato tutti gli alunni interni nella retrosacrestia, dicendo di voler loro raccontare una cosa importante, una visione. Parlò in questi termini:
« Io mi trovavo con voi nel cortile e godevo a vedervi vispi ed allegri. Ad un tratto vedo che uno di voi esce da una porta della casa e si mette a passeggiare in mezzo ai compagni con in capo una specie di cilindro trasparente, tutto illuminato nell'interno e con la figura di una grossa luna, nel mezzo della quale era la cifra "22 ". 
« Meravigliato, cercai di avvicinarlo per dirgli di lasciare quel cilindro da carnevale; ma ecco, mentre l'aria si oscurava, come fosse stato dato un segno di campanello, il cortile si sgombrò e vidi tutti i giovani sotto i portici, disposti in fila. Il loro aspetto manifestava un grande timore e dieci o dodici di essi avevano il viso ricoperto di strana pallidezza. 
« Passai davanti a loro per osservarli. Vidi colui che aveva la luna sul capo più pallido degli altri e con le spalle coperte da una coltre funebre. M'incamminai verso di lui per chiedergli cosa significasse quello strano spettacolo, ma una mano mi trattenne e vidi uno sconosciuto, di nobile portamento, che mi disse: Ascoltami prima di avvicinarti a lui. Egli ha ancora 22 lune di tempo e prima che siano passate morrà. Tienilo d'occhio e preparalo! « Volevo domandargli qualche spiegazione del suo parlare, ma più non lo vidi; lo sconosciuto era sparito. Il giovane, miei cari figliuoli, io lo conosco ed è tra voi! » 
Un vivo terrore s'impossessò di tutti i giovani, tanto più ch'era la prima volta che Don Bosco annunziava in pubblico con una certa solennità la morte di uno degli interni. Il Santo se ne accorse e proseguì: Io lo conosco ed è tra voi quello delle lune; ma non voglio che vi spaventiate. Fatevi tutti buoni, non offendete il Signore ed io starò attento e terrò d'occhio quello del numero «22 », il che vuol dire delle 22 lune, ossia 22 mesi, e spero farà una buona morte. Finì l'anno 1854 e, trascorsi molti mesi del 1855, venne l'ottobre, cioè la ventunesima luna. Don Bosco disse al giovane Cagliero: - Guarda di assistere bene Gurgo! 
Gurgo Secondo, da Pettinengo, era un giovane sui diciassette anni, di belle forme e robuste, tipo di florida salute. Al principio di Dicembre nell'Oratorio non c'era alcun ammalato. Don Bosco, dopo le orazioni della sera, annunziò in pubblico che uno dei giovani sarebbe morto prima di Natale. Verso la metà di Dicembre il giovane Gurgo fu assalito da una colica così violenta che, mandato a chiamare in fretta il medico, per suo consiglio gli si amministrarono i Santi Sacramenti. Otto giorni durò la terribile malattia e la notte del 23 al 24 Dicembre il giovane moriva. 


(Brano tratto da "Un prete straordinario", di Don Giuseppe Tomaselli)

domenica 27 gennaio 2019

La spiritualizzazione dell'amore (-)

In Italia negli anni 50 e 60 vennero pubblicati con regolare imprimatur dell'autorità ecclesiastica numerosi volumetti di Pierre Dufoyer sulla vita matrimoniale, i quali trattano con cristiana delicatezza argomenti molto interessanti, come ad esempio la spiritualizzazione dei rapporti coniugali. 


Se l'unione dei corpi non è guidata dall'anima che la innalza e le dà il suo significato, diventa una funzione esercitata a vuoto, una caricatura di ciò che dovrebbe essere. (Christian)

La castità matrimoniale non sta nella negazione della carne a vantaggio dell'anima, ma nella spiritualizzazione della carne ad opera dell'anima. (Thibon)

Sotto l'aspetto matrimoniale, l'unione dei corpi ha il compito provvidenziale di intensificare l'amore vicendevole degli sposi. Essa può svolgere questo compito magnificamente, ma può anche sfigurare e rovinare gradatamente l'amore trasformandolo in egoismo. Basta considerare come in certi matrimoni si spenga rapidamente il fuoco della passione, per capire che anche i più ricercati piaceri della carne non bastano da soli ad assicurare il rigoglio dell'amore. Se si vuole far perseverare e crescere l'amore, bisogna spiritualizzarlo. Gli istinti umani, fondamentalmente buoni, sono facilmente eccessivi nelle loro esigenze. Per se stessi non sono né coordinati né subordinati a vicenda; sregolati dalla concupiscenza, cercano solo la loro soddisfazione immediata, sottraendosi volentieri al controllo della ragione e della coscienza; l'istinto della carne più di qualsiasi altro, perché i suoi piaceri sono più intensi e i suoi desideri più vivaci. Se non ci si impone uno sforzo costante per spiritualizzare il richiamo dei sensi trasformandolo in attaccamento dei cuori e delle anime, si arriverà a indebolire e far morire l'amore. Quanto più la unione cessa di essere "dono" per diventare "possesso", o quanto più nell'orchestra dell'amore la nota carnale del piacere personale ha il sopravvento e domina le note spirituali dell'affetto e del dono di sé, tanto più velocemente l'amore si raffredderà e morirà. Quindi gli atti di unione saranno ricchi di valore umano solo quando i diversi elementi sono collocati al posto che loro compete secondo il rispettivo valore; cioè il fervore del cuore che si dona e cerca la felicità dell'amato, e l'ardore dei sensi che raggiunge e gusta la gioia reciproca. Se esiste solo il fervore dei cuori o è così dominante che i sensi non raggiungono il loro piacere completo, è salvaguardato il valore essenziale dell'unione ma non raggiunge la piena efficacia stabilita dalla Provvidenza; si dovrebbe cercare di rimediare per quanto possibile alla deficienza. Se invece l'ardore dei sensi è preponderante sul fervore di cuori, è scomparso il giusto ordine dei valori umani, e si è sulla strada che porta alla decadenza dell'amore e allo sviluppo dell'egoismo. Se questa condotta diverrà una abitudine porterà gradatamente al rafforzarsi dell'egoismo, e parallelamente alla morte dell'amore. Quando poi il senso domina incontrastato e non arde più nessun sentimento, l'amore è morto e solo sussiste l'egoismo. Se l'atto dell'unione porta in sé le note del cuore e della carne, a seconda del modo con cui risuoneranno, entreranno in gioco delle forze che arricchiranno l'amore umano e lo faranno crescere, oppure forze spregevoli, che lo avviliranno e lo faranno spegnere. Perché l'atto dell'unione sia veramente umano, realizzi il suo scopo del vicendevole perfezionamento, arricchisca e intensifichi l'amore dei coniugi, l'anima deve ispirare i corpi, l'amore spirituale deve condurre a quello fisico in modo che possa esprimersi attraverso di esso più totalmente ed eloquentemente, e l'amore dei cuori deve essere il melodioso accompagnamento dell'amore dei corpi. Se invece il corpo domina l'anima, il tema principale della melodia sarà il piacere; se il dono delle anime diventa un accompagnamento sempre più debole, allora l'atto dell'unione non raggiungerà i suoi scopi provvidenziali, l'amore si allontanerà, i coniugi perderanno la loro dignità, e trionferà l'egoismo. [...] Per difendere la sua dignità e la sua elevazione spirituale, per proteggere il suo amore, la donna procurerà di spiritualizzarlo. Deve quindi guardarsi dal cercare o chiedere l'unione esclusivamente o principalmente con lo scopo del suo personale piacere. Senza rinnegare la gioia dei corpi, deve però aver cura che l'unione sia principalmente desiderata e compiuta come dono di amore derivato dall'affetto e per la felicità di suo marito. Deve perciò sforzarsi di mettere nel suo amore un certo ordine gerarchico e di porre tutte le note della melodia amorosa al posto che loro compete a seconda del valore. Questo naturalmente non significa che nei momenti fervidi della donazione debba conservare un completo controllo di sé e un impossibile dominio su se stessa. Si giunge per vie più lunghe alla spiritualizzazione dell'amore; attraverso un abituale, consapevole e volontario rafforzamento dell'affetto, della tenerezza, della generosità, dell'amore. Il tono dell'accompagnamento della carne è dato dalla natura ed è fuori posto sminuirlo; si deve quindi approfondire la purezza e la risonanza dei toni della melodia spirituale che dipendono dalla nostra volontà. In questo modo potrà salvare l'amore, e accrescerlo progressivamente. 

"[...] Si possono trovare mille varianti dell'amore, ma se non è nobilitato, trasfigurato da un'idea più alta, dal pensiero che serve a creare un nuovo essere o a legarci anima e corpo a qualcuno, e se non diventa un simbolo e quasi una gioia degli spiriti, allora l'amore fisico ai miei occhi è la più grande fanfaronata, uno degli inganni più grandi che gli uomini inseguono " (Van Der Meersch). 

Colui che non lascia libero corso ai sensi, chi si impone una disciplina, che comanda all'istinto di subordinarsi all'affetto, non soltanto salva la dignità dell'uomo e la durata dell'amore, ma imprime anche un carattere di freschezza alle sue gioie fisiche. In questo, come in molti altri campi, l'insegnamento cristiano offre una prova del meraviglioso equilibrio dei suoi principi e dell'adeguato adattamento alla natura degli uomini. I suoi insegnamenti sull'amore coniugale scaturiscono da una psicologia profonda e perfetta. Essi non chiedono l’effettivo rifiuto del dono dei corpi, né una ripugnanza puritana in confronto ad esso, né tanto meno una ricerca del maggior godimento sensuale ma il rafforzamento delle note spirituali dell'amore. E questo per accentuare l'affetto e la dedizione che nobilitano l'unione dei corpi e le gioie dei sensi.


[Brano Tratto da "La donna nel matrimonio", di Pierre Dufoyer, traduzione di Maria Crivelli Visconti, Edizioni Paoline, 1958]. 

sabato 26 gennaio 2019

Commosso dalla Messa tridentina

Tempo fa ho rivolto alcune domande a un gentile lettore di Torino, il quale mi ha confidato che quando da grande ha riascoltato una Messa tridentina si è commosso...


- La prima volta che sei andato a una Messa in rito antico, ti sei trovato subito a tuo agio, oppure sei rimasto un po' spaesato? 

- La prima volta che riascoltai la Messa tridentina (dopo quelle da bambino che avevo dimenticato) mi emozionai e mi commossi, ricordo l' "Introibo ad altare Dei", finalmente lo sentivo dal vivo, non solo letto a casa sul messalino. Quindi tutt'altro che spaesato! Mi sentivo a mio agio, capivo che era qualcosa di celebrato rivolto a Dio e per Dio. Avevo 17 anni, non avevo fatto grandi letture di teologia e di liturgia, ma "sentivo" che era vera azione sacra.

- Come hai conosciuto gli scritti e l'opera del grande Cardinale Giuseppe Siri? 

- Tantissimi anni fa, non conoscevo Siri, ma sui giornali laici lo sentivo definire "ultraconservatore", "all'antica", etc. il che già me lo rendeva simpatico ed affine ai miei gusti... Poi in un viaggio in Umbria trovai in una chiesa un libricino, "Ritorno alla Santa Messa", edito da Casa Mariana, che raccoglieva scritti ed omelie del card. Siri su Messa ed Eucarestia; da lì cominciai a capirne ed apprezzarne lo spessore morale, spirituale, teologico ed il suo appassionato amore per Nostro Signore e la sua Chiesa. Scoprii che mio zio tutti gli anni il 29 agosto, il giorno della festa, andava a piedi al santuario N.S. della Guardia e presi ad accompagnarlo (quando si tratta poi di scarpinare in montagna  non mi faccio ripetere l'invito). Fu là che vidi Siri la prima volta, celebrare, tenere omelia. Mi colpì anche vedere i suoi seminaristi tutti vestiti in talare, mentre i pochi seminaristi che avevo visto a Torino erano in jeans, camiciona a quadri o dolce-vita, capelli lunghi e l'aria un po' fricchettona...

- Quando negli anni settanta eri ancora ragazzo, cosa pensavi al riguardo degli abusi liturgici?

- Pur non avendo una preparazione liturgica-teologica, provavo un senso istintivo di fastidio di fronte a certi abusi liturgici. Ad esempio se veramente nell'Eucarestia c'è Gesù tutto intero, perchè lasciare che ogni fedele peschi con le sue manacce sporche l'ostia dal contenitore tenuto in mano dal chierichetto? Oppure se nella sua saggezza la Chiesa ha stabilito che il posto giusto per il Credo è dopo Vangelo ed omelia, perchè un celebrante deve avere il capriccio di farlo recitare dopo la Comunione? Pensandoci ora avevo forse intuito, in modo inconscio, che la Liturgia è un qualcosa che ci è stato dato, donato, non il nostro agitarci per essere creativi ed originali.

- So che a un certo punto della tua vita hai cominciato a commettere molti peccati mortali e a vivere lontano da Dio, ma poi ti sei pentito e hai ricominciato a vivere in maniera più fedele al Vangelo. Come è avvenuta la tua conversione?

- A partire dai trent'anni circa ho cominciato ad avere lunghi periodi, anni, in cui vivevo assolutamente lontano da Dio, alternati a brevi rientri in carreggiata, ma senza vera volontà di cambiare. Per dono di Dio ho però sempre avuto la convinzione di essere sulla strada sbagliata, ho sempre avuto quella che chiamo "la spia rossa accesa sul cruscotto", ma volutamente ignoravo quella spia. Penso spesso a quelli che non hanno questa spia accesa, non si rendono più conto di andare verso il baratro, e mi dico che non ho assolutamente più meriti di loro, voglio che anche loro si salvino, e chiedo a Dio che accenda anche a loro una spia rossa. Un po' di tempo fa, mentre ero a Genova per vedere una mostra, passando davanti alla chiesa dell'Oratorio dei Filippini ho avuto l'impulso di entrare ed inginocchiarmi ad un confessionale, e ora Dio mi aiuti a non perdermi più.

- Secondo te, andando a Messa in chiese in cui si praticano gravi abusi liturgici, si corre un po' il rischio di perdere o almeno di assopire la fede?

- Senz'altro se non si vive la Liturgia come qualcosa che ci è dato per santificarci rendendo il culto dovuto a Dio, corriamo il rischio di rimanere incentrati su di noi, di "cantarcela da noi", come diciamo qui in Piemonte. 

Lex orandi - Lex credendi - Lex amandi. Sono realtà interconnesse in tutte le direzioni, e saltando una saltano le altre. Se preghi nel modo giusto, sei aiutato a credere nel modo giusto, e puoi amare nel modo giusto Dio ed i fratelli per amore Suo. 

- La Madonna a Fatima ha promesso che un giorno il suo Cuore Immacolato trionferà. Speri che questo giorno possa essere ormai vicino?

- Io credo che Maria sia apparsa realmente a Fatima, e che non abbia raccontato fandonie, anche se le rivelazioni private non aggiungono nulla alla Rivelazione. È un discorso complesso. Credere al Paradiso compiuto sulla terra è contrario alla nostra Fede, non so se Maria alluda alla Parusia, che può essere domattina, tra sei mesi, nell'anno 3954. Quando per ognuno di noi sarà il momento della morte terrena e avremo meritato di salvarci, e dopo un Purgatorio si spera breve, verremo presi per mano da una parte da Gesù e dall'altra da Maria e condotti a vedere Dio viso-a-viso, allora per noi il Cuore di Maria avrà trionfato. Non so se poi avremo, non il Paradiso quaggiù, ma tempi in po' meno malvagi, col Diavolo un po' meno scatenato, comunque sia non cambia il nostro sforzo a salvarci l'anima e a vivere qui ed ora più secondo l'insegnamento di Gesù, nostro Signore, maestro, modello.