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lunedì 4 febbraio 2019

Crisi del protestantesimo nella Patria di Lutero

La mentalità generale che prevale in Occidente prende sempre più le distanze dalla fede della Chiesa. E' un fatto. C’è da notare che quando si attacca la “Dominus Iesus” come fosse una espressione di intolleranza, la verità è proprio il contrario: non si tollera più che la Chiesa cattolica possa esprimersi sulla propria identità e sulla propria fede, che essa non impone a nessuno, ma che esprime e difende. [...] Non si sentirebbe il bisogno di attaccare la Chiesa, né la fede, se fossero considerate come delle realtà trapassate o sul punto di esserlo. Si può dire, dunque, che questi attacchi sono anche un segno della vitalità della fede e della forza che essa conserva nel mondo spirituale. Aggiungerei che questa emarginazione della Chiesa non è così forte in tutte le regioni d'Europa, né in tutte le parti del mondo. Così possiamo vedere che in Germania è in atto una paganizzazione, soprattutto nelle zone che prima erano comuniste, e comunque nel nord del paese, in cui il protestantesimo si decompone e lascia il posto ad un paganesimo che non ha più bisogno di attaccare la Chiesa, perché la fede è diventata talmente assente che non si sente più il bisogno di aggredirla. Ma vi sono anche delle situazioni del tutto diverse. Ai giorni nostri si possono constatare delle nuove manifestazioni di fede: vi sono tra i giovani dei movimenti molto forti che dimostrano la realtà sempre presente di bisogno di assoluto, con una riscoperta della bellezza della fede e del sacro. Questo desiderio del sacro, di recupero di tutte le bellezze perdute, è molto presente presso la nuova generazione. [...] La Chiesa è destinata certamente a vivere in una situazione di minoranza nel nostro continente, ma rafforzandosi spiritualmente e interiormente, tanto da diventare una speranza per molti uomini.

[Riflessioni del Cardinale Joseph Ratzinger tratte dall'intervista rilasciata alla rivista “Spectacle du monde” n° 464, gennaio 2001].

I progressisti controllano gran parte dei mezzi di comunicazione

Una lettrice è giustamente preoccupata per i devastanti effetti della propaganda progressista sulla cristianità.

Caro D.,
                  purtroppo, come è facile constatare, i modernisti (o progressisti, o come altro li si voglia chiamare, la sostanza non cambia, e la regia è una sola) sono stati e sono molto astuti. Da parecchi anni si danno da fare, prima dietro le quinte ora scopertamente. Hanno occupato i posti che sanno essere influenti, in modo da propagare le loro idee e da farle sembrare normali, ovvie. Così hanno occupato molti posti nella scuola, nei mezzi di comunicazione, negli ambiti in cui si fa cultura e simili: possono in tal modo influenzare le idee e i comportamenti. Pensiamo solo alla televisione e al cinema: trovare un film o una fiction, non dico che trattino apertamente di argomenti di fede, ma che solo diano una visione positiva, costruttiva, di speranza della vita, non è facile. Non parliamo poi della letteratura contemporanea.

Questi strumenti hanno una enorme influenza sul modo di pensare della gente, dei più giovani in particolare (l'episodio che tu hai riferito della bimba a scuola è sintomatico e terrificante, purtroppo non è un caso isolato). Il guaio è che noi cattolici ci siamo fatti abbindolare. Bisogna tornare a una fede forte, salda. Una fede che riempia la vita e che spanda intorno la bellezza di Nostro Signore.

Per quanto riguarda le scuole familiari, l'istinto mi direbbe: collaboro anch'io, come insegnante (l'ho fatto per alcuni anni), ma ho seri problemi fisici che mi limitano e che aumenteranno in futuro. Però, chissà, forse un pochino; se il buon Dio lo vuole me ne darà la forza e me lo farà capire.

Anch'io, come la signora americana, leggo regolarmente i tuoi post, compresi quelli vocazionali, nonostante sia sposata e cominci ad essere abbastanza avanti con gli anni. Vi trovo sempre degli spunti su cui riflettere. E poi, con gli anni, si impara che una sola cosa conta e una sola cosa resta.

Fraternamente, in Gesù e Maria

(lettera firmata)

domenica 3 febbraio 2019

Morale coniugale (-)

Per la rubrica "Pillole di Teologia Morale", oggi si affronta una delicata questione di morale coniugale: il "debito coniugale" (cioè dell'obbligo di ogni persona sposata di concedere il proprio corpo al coniuge che chiede di avere rapporti sessuali per procreare la prole, o anche per altri giusti motivi, come il voler rafforzare l'amore vicendevole; avere un onesto rimedio alla concupiscenza della carne; eccetera). Si tratta di un tema che interessa non solo le persone sposate, ma anche i sacerdoti (per sapere come regolarsi in confessionale), e anche i fedeli laici che non sono sposati ma stanno riflettendo se abbracciare lo stato di vita matrimoniale. Per affrontare questo argomento riporto alcuni brani tratti da un manuale intitolato "Teologia Morale", scritto per preti e fedeli laici da Padre Teodoro da Torre del Greco, O.F.M. Cap., edito dalle Edizioni Paoline (sesta edizione, 1964). Preciso che quando si vuole fare un uso immorale della sessualità tra i coniugi, ad esempio utilizzando i preservativi, in questo caso non solo non si è tenuti a rendere il debito coniugale, ma anzi si è tenuti ad opporsi categoricamente. Chiedere consiglio ai preti modernisti sul tema della sessualità, non solo può essere inutile (perché in genere sono poco istruiti in Teologia Morale), ma anche pericoloso (perché potrebbero insegnare dottrine contrarie al Magistero della Chiesa), pertanto è raccomandabile leggere attentamente i seguenti brani scritti da Padre Teodoro.

Liceità delle relazioni coniugali.

Essendo il matrimonio istituito col fine primario, nobile e sublime, della procreazione della prole, è necessario, per il raggiungimento di questo fine l'unione dei due sessi per l'atto procreativo. S. Paolo esplicitamente afferma: «Il marito renda alla moglie il debito coniugale, e la moglie faccia altrettanto col marito» (1Cor 7, 3). Tale atto nei coniugi è ricco di contenuto spirituale, è l'espressione sensibile di due anime che tendono a fondersi insieme, per essere quasi collaboratori di Dio nell'opera della creazione.

È necessario, però, che i coniugi agiscano con retta intenzione, cioè, l'atto deve rispondere al suo fine, che è la procreazione della prole. A questo fine principale possono aggiungersi anche altri fini onesti, come p. es. il rafforzamento dell'amore, evitare l'incontinenza non solo dell'altra parte ma anche propria. Le relazioni coniugali, perciò, sono lecite anche se si sa che non hanno conseguenze procreative, purché possa essere compiuto l'atto coniugale nel modo naturale.  [...]

Il debito coniugale. I coniugi sono su un piano di perfetta uguaglianza, il domandare, perciò, e l'accettare l'atto coniugale fa parte dei mutui diritti e doveri. Altro tuttavia è il diritto e altro è l'uso di esso. Il primo è essenziale al matrimonio, mentre non è essenziale né obbligatorio in modo assoluto l'altro. I coniugi possono dunque di comune accordo rinunciare all'uso sia per un determinato tempo, sia anche per sempre. Tale rinuncia però deve essere compiuta con molta prudenza, senza alcuna imposizione [...]. Per arrivare a questo sacrificio occorre un certo grado di virtù che non tutti hanno.

Ragioni particolari possono rendere obbligatoria la richiesta, quando p. es. l'atto coniugale serve ad allontanare dubbi e sospetti o serve per fomentare l'affetto, oppure per allontanare la tentazione di compiere tale atto da solo o con una terza persona.

1. È invece obbligatorio rendere il debito quando l'altra parte lo domanda seriamente e ragionevolmente, e il rifiutarsi esporrebbe il marito o la moglie a una penosa e forzata continenza, con tutti i pericoli che ne potrebbero seguire. Rifiutarsi, in questo caso, senza alcun motivo, si commetterebbe una grave ingiustizia, poiché si verrebbe a ledere quel diritto essenziale che i coniugi hanno acquistato sul corpo dell'altra parte all'atto della celebrazione del matrimonio. Ed i confessori, all'occasione, devono far presente, specialmente alla donna, che, accondiscendere alle richieste del proprio marito, costituisce per lei un grave dovere. [A tal proposito, Padre Eriberto Jone (1885 - 1967), un altro moralista cappuccino molto apprezzato negli ambienti tradizionali, esorta i mariti alla moderazione, ndr].

Il negare il debito non è, però, colpa grave se ciò avviene raramente e non vi è il pericolo di incontinenza, specialmente se l'altra parte lo domanda troppo spesso. [Padre Eriberto Jone specifica che rifiutarsi di concedere il debito coniugale è solamente peccato veniale quando il coniuge richiedente rinuncia facilmente alla sua richiesta, ndr].

L'obbligo di rendere il debito cessa in un coniuge quando nell'altro cessa il diritto di esigerlo. Tale diritto può cessare o per la cattiveria dell'atto (debito onanistico o sodomidico) o per infedeltà (a meno che la parte innocente non condoni l'offesa) o per un'altra giusta causa o grave incomodo, p. es. se il debito è nocivo alla salute o è immoderato o il richiedente non è in sé. [Padre Eriberto Jone aggiunge che la moglie non è tenuta a rendere il debito coniugale se il marito sperpera i soldi inutilmente facendo vivere la famiglia nelle ristrettezze economiche. Inoltre afferma che se un coniuge chiede talmente spesso il debito coniugale col rischio di cagionare un danno piuttosto grave alla salute dell'altro coniuge, in questo caso si è scusati dal rendere il debito. In questa situazione bisogna rimettersi al giudizio di un medico coscienzioso, ndr].

La facoltà di esigerlo può anche venir tolta dallo stesso diritto, p. es., vi è una causa di separazione perpetua o temporanea, come l'adulterio.

[...]

L'atto coniugale, in via ordinaria, in nessun tempo è proibito; in alcune circostanze, tuttavia, è consigliabile astenersi.

1° Solo nel caso di prossimo pericolo di aborto [...] o di un pericolo per la salute del corpo o dell'anima può diventare gravemente illecito l'atto coniugale; ma se il pericolo è leggero, anche l'atto diventa leggermente illecito e qualunque giusta causa basta per essere scusati dal peccato veniale.

2° Nulla proibisce che l'atto coniugale possa essere compiuto anche durante i tempi sacri e nei giorni in cui i coniugi si accostano alla Comunione [...].

3° Per sé l'atto coniugale non è proibito neppure durante il tempo delle mestruazioni; è tuttavia sconsigliabile [...].

4° In tempo di malattia l'atto coniugale è illecito quando prudentemente si teme un notevole danno per la salute.

[...]

Un coniuge legato dal voto di castità, per sé non può domandare il debito, è tenuto però a renderlo. Lo stesso vale se ambedue i coniugi dopo aver contratto matrimonio, hanno emesso il voto di castità per mutuo consenso. Il coniuge che ha emesso il voto è tenuto a domandare il debito solo in due casi, cioè: se vede che l'altro non può contenersi, oppure se l'altro lo domanda tacitamente, cioè quando vede che la moglie per vergogna non ardisce domandare.

[...]

Gli atti incompleti. Questi atti possono essere tutti gli atti di lussuria imperfetti (baci, abbracci, sguardi, toccamenti ecc.) che dispongono i coniugi all'atto coniugale. Tali atti:

a) Se si riferiscono all'atto coniugale da essere come una preparazione ad esso, sono sempre permessi sia sul proprio corpo, sia su quello dell'altra parte.

I coniugi, però, devono evitare che tali atti, per essere troppo prolungati, abbiano a causare una polluzione benché non voluta. [...]

b) Se non si riferiscono all'atto coniugale: I) gli atti mutui sono leciti se si fanno per un motivo onesto, p. es. per fomentare l'amore, e sia lontano il pericolo di polluzione volontaria.

Quando però si fanno per grave causa, p. es. per evitare sospetti, per allontanare la comparte da eventuale adulterio ecc. anche se vi è il pericolo prossimo di polluzione sono leciti.

2) Se gli atti mutui si fanno solo per voluttà, anche senza intenzione di compiere la copula, sono peccati veniali se non vi è pericolo prossimo di polluzione; sono peccati mortali, se si prevede con sicurezza questo pericolo.

La dilettazione morosa in un coniuge circa la copula avuta o da aversi è lecita, purché non vi sia il pericolo di polluzione. Lo stesso deve dirsi dei pensieri e dei desideri.

Della conoscenza di Dio

Di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932)


Poichè la perfezione consiste nell'unione dell'anima con Dio, è chiaro che, per arrivarvi, bisogna anzitutto conoscere i due termini dell'unione, Dio e l'anima: la conoscenza di Dio ci condurrà direttamente all'amore: noverim te ut amem te! la conoscenza di noi stessi, facendoci stimare quel tanto di bene che Dio ha posto in noi, ci ecciterà alla riconoscenza; e la vista delle nostre miserie e dei nostri difetti, facendoci concepire un giusto disprezzo di noi stessi, produrrà direttamente l'umiltà, noverim me, ut despiciam me, e quindi pure l'amor di Dio, perchè l'unione con Dio non si opera se non nel vuoto di noi medesimi.

I. Della conoscenza di Dio.

Per amar Dio, bisogna prima di tutto conoscerlo: nil volitum quin præcognitum. Quanto più dunque ci applichiamo a studiarne le perfezioni, tanto più il nostro cuore s'infiamma d'amore per lui, perchè tutto in lui è amabile: egli è la pienezza dell'essere, pienezza di bellezza, di bontà e d'amore: Deus caritas est. È cosa evidente. Resta quindi a determinare:

1° ciò che di Dio dobbiamo conoscere per amarlo; 2° come giungere a questa affettuosa conoscenza.

[...]

Di Dio dobbiamo conoscere tutto ciò che può farcelo ammirare ed amare, e quindi la sua esistenza, la sua natura, i suoi attributi, le sue opere, specialmente la sua vita intima e le sue relazioni con noi. Nulla di ciò che riguarda la divinità è estraneo alla devozione: anche le stesse verità più astratte hanno un lato affettivo che aiuta singolarmente la pietà. Dimostriamolo con alcuni esempi tratti dalla filosofia e dalla teologia.

A) Verità filosofiche.   a) Le prove metafisiche dell'esistenza di Dio sono certo molto astratte, pure sono una miniera di preziose riflessioni che conducono all'amor di Dio. Dio, primo motore immobile, atto puro, è la fonte d'ogni movimento; dunque io non posso muovermi che in Lui e per Lui; dunque deve essere il primo principio di tutte le nostre azioni; e se ne è il primo principio, ne deve pur essere l'ultimo fine: Ego sum principium et finis. Dio è la causa prima di tutti gli esseri, di tutto ciò che v'è di buono in me, delle nostre facoltà, dei nostri atti: a Lui solo dunque ogni onore e ogni gloria! Dio è l'Essere necessario, il solo necessario "unum necessarium"; e quindi il solo bene da cercare; tutto il resto è cosa contingente, accessoria, passeggiera, e non può essere utile che in quanto ci conduce a quest'unico necessario. Dio è l'infinita perfezione e le creature non sono che un pallido riflesso della sua bellezza, è quindi Lui l'ideale a cui mirare: "Estote perfecti sicut et Pater vester cælestis perfectus est"; onde noi non dobbiamo mettere alcun limite alla nostra perfezione: "Io che sono infinito, diceva Dio a S. Caterina da Siena, vado cercando opere infinite, vale a dire un infinito sentimento d'amore".

b) Se passiamo poi alla natura divina, il poco che ne conosciamo ci distacca dalle creature e da noi stessi per inalzarci a Dio. Dio è la pienezza dell'essere: "Ego sum qui sum"; il mio essere non è dunque che un essere mutuato, incapace di sussistere da sè, e che deve riconoscere la sua assoluta dipendenza dall'Essere divino. Questo egli voleva inculcare a S. Caterina da Siena, quando le diceva: "Sai, o figlia mia, ciò che sei tu e ciò che sono io?... Tu sei quella che non è e Io sono Colui che è". Qual lezione d'umiltà e d'amore!

c) Lo stesso è degli attributi divini; non ve n'è alcuno che, ben meditato, non serva a stimolare il nostro amore sotto una forma o sotto un'altra: la divina semplicità ci eccita a praticare quella semplicità o purità d'intenzione che ci fa tendere direttamente a Dio, senza alcun egoistico riguardo a noi stessi; la sua immensità che ci avvolge e compenetra, è il fondamento di quell'esercizio della presenza di Dio che è così caro e così proficuo alle anime pie; la sua eternità ci distacca da tutto ciò che passa, rammentandoci che ciò che non è eterno è nulla: "quod æternum non est nihil est"; la sua immutabilità ci aiuta a praticare, in mezzo alle umane vicissitudini, quella calma tanto necessaria all'intima e durevole unione con Dio; la sua infinita attività stimola la nostra e c'impedisce di cadere nella noncuranza o in una specie di pericoloso quietismo; la sua onnipotenza, posta a servizio della infinita sua sapienza e della misericordiosa sua bontà, ci ispira una filiale confidenza che agevola in modo singolare la preghiera e il santo abbandono; la sua santità ci fa odiare il peccato e amare quella purità di cuore che conduce all'unione intima con Dio: "Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt"; la infallibile sua verità è il più saldo fondamento della nostra fede; la sua bellezza, la sua bontà, il suo amore ci rapiscono il cuore e vi destano palpiti d'amore e di riconoscenza. E quindi le anime sante si dilettano di inabissarsi nella contemplazione dei divini attributi: ammirando e adorando le perfezioni di Dio, ne attraggono qualche cosa nell'anima loro.

B) Si dilettano principalmente di contemplare le verità rivelate, che riguardano tutte la storia della vita divina: la sua fonte nella SS. Trinità; le sue prime comunicazioni con la creazione e la santificazione dell'uomo; la sua restaurazione con l'Incarnazione; la attuale sua diffusione con la Chiesa e coi Sacramenti; il suo compimento finale nella gloria. Ognuno di questi misteri le rapisce e le infiamma d'amore per Dio, per Gesù, per le anime, per tutte le cose divine.

a) La vita divina nella sua fonte è la SS. Trinità: Dio, che è la pienezza dell'essere e della carità, contempla se stesso da tutta l'eternità; contemplandosi produce il Verbo, e questo Verbo è suo Figlio, distinto da Lui ma a Lui perfettamente uguale, vivente e sostanziale sua immagine. Dio Padre ama questo Figlio e ne è riamato; e da questo mutuo amore scaturisce lo Spirito Santo, distinto dal Padre e dal Figlio dai quali procede, e perfettamente uguale all'uno e all'altro. A questa vita noi partecipiamo!

b) Essendo infinitamente buono, Dio vuole comunicarsi ad altri esseri: il che fa con la creazione e principalmente con la santificazione. Per la creazione noi siamo servi di Dio, ciò che è per noi già un grande onore; che Dio infatti abbia pensato a me da tutta l'eternità e m'abbia scelto tra miliardi di esseri possibili per darmi l'esistenza, la vita, l'intelligenza, qual motivo d'ammirazione, di riconoscenza e d'amore! Ma che m'abbia poi chiamato a partecipare alla sua vita divina, che m'abbia adottato in figlio, che mi destini alla chiara visione della sua essenza e a un amore infinito, o non è questo il colmo della carità? E non sarà un potente motivo d'amarlo senza riserva?

c) Per colpa del primo padre avevamo perduto i diritti alla vita divina ed eravamo incapaci di ricuperarli da noi stessi. Ma ecco che il Figlio di Dio, vedendo la nostra miseria, si fa uomo come noi, e diventando il capo di un corpo mistico di cui noi siamo le membra, espia i nostri peccati con la dolorosa sua passione e morte di Croce, ci riconcilia con Dio, e fa di nuovo scorrere nelle anime nostre una partecipazione di quella vita da lui attinta nel seno del Padre. Vi è qualche cosa di più atto a farci amare il Verbo Incarnato, a unirci strettamente a Lui, e per Lui al Padre?

d) Ad agevolare questa unione, Gesù continua a restare con noi; vi resta per mezzo della Chiesa che ce ne trasmette e ce ne spiega gli insegnamenti. Vi resta per mezzo dei Sacramenti, misteriosi canali della grazia che ci comunicano la vita divina. Vi resta principalmente per mezzo dell'Eucaristia, in cui Gesù perpetua nello stesso tempo la sua presenza, la benefica sua azione e il suo sacrifizio: il suo sacrifizio nella Santa Messa, ove rinnova in modo misterioso la sua immolazione; la benefica sua azione nella Comunione, in cui viene con tutti i suoi tesori di grazia a perfezionare l'anima nostra e a comunicarle le sue virtù; la permanente sua presenza, imprigionandosi volontariamente, giorno e notte, nel tabernacolo, ove possiamo visitarlo, conversare con lui, glorificare con lui l'adorabile Trinità, trovare in lui la guarigione delle nostre spirituali ferite e il conforto nelle nostre tristezze e nei nostri abbattimenti: "Venite ad me omnes qui laboratis et onerati estis, et ego reficiam vos".

e) E questo non è che il preludio della vita consumata in Dio che godremo per tutta l'eternità; lo vedremo un dì a faccia a faccia, come egli vede se stesso, e l'ameremo con perfetto amore; e vedremo e ameremo in lui tutto ciò che vi è di grande e di nobile. Usciti da Dio con la creazione, a lui ritorniamo con la glorificazione, e glorificandolo troviamo la perfetta felicità.

Il domma è dunque la fonte della vera devozione e l'alimento; ci rimane ora a dire che modo dobbiamo giovarcene sotto questo rispetto.



[Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Imprimatur Sarzanæ, die 18 Novembris 1927, Can. A. Accorsi, Vic. Gen. - Desclée & Co., 1928]

sabato 2 febbraio 2019

Profanazione del tempio del Sacro Cuore di Tibidabo (Barcellona) (-)

Riporto alcuni brani di un articolo del "Bollettino Salesiano" del giugno 1940, che racconta come avvenne la profanazione del tempio del Sacro Cuore di Tibidabo (nella foto a lato) avvenuta per mano dei rossi durante la guerra civile spagnola.


Più di una volta Cooperatori e Cooperatrici che seguono con affetto l'attività e lo sviluppo delle Opere Salesiane, ci hanno chiesto notizie sulla situazione delle nostre Case in Spagna. [...] Ringraziando il Signore, le notizie che ci giungono sono di giorno in giorno sempre più consolanti. Le rovine e i danni, specialmente nella regione che per quasi tre anni rimase in balìa dei rossi, furono purtroppo assai rilevanti. Oltre ai 110 Salesiani che caddero vittime dell'odio anticristiano delle orde marxiste, numerosi altri vuoti si produssero nelle file per diverse cause: sicchè l'Ispettoria di Barcellona vide diminuito il suo personale di 51 membri e quella di Madrid ne ha perso un'ottantina. Alcuni edifizi furono del tutto o in gran parte distrutti, e la maggior parte saccheggiati completamente di mobilio, di arredi, suppellettili ed oggetti di culto, materiale scolastico, macchinari, biblioteche, gabinetti scientifici, ecc. I locali rimasti vennero trovati in uno stato di abbandono e di sporcizia da scoraggiare chiunque non fosse sorretto da spirito di fede. Ma i Salesiani superstiti, riunitisi nelle varie Case non appena la gloriosa vittoria del Gen. Franco permise loro il ritorno alla vita di comunità, si misero subito all'opera di ricostruzione, fidando nell'aiuto di Dio, nella protezione di Maria SS. Ausiliatrice e di San Giovanni Bosco. Occorreva un grande spirito di sacrificio per decidersi ad abitare case di cui restavano, quando restavano, solo le pareti deturpate, senza mobili, senza vetri, porte sconquassate, sudice fino all'inverosimile. Però, dopo tutto quello che avevano sofferto durante la barbarie marxista, sembrava loro di essere tornati da morte a vita. Le nuove autorità e le popolazioni andarono a gara nel prestar loro concorso ed aiuto nella misura del possibile, con senso di riparazione dell'odio e dei maltrattamenti di cui sacerdoti e religiosi erano stati particolarmente oggetto.

[...]

Il tempio del Sacro Cuore al Tibidabo. - Abbiamo lasciato appositamente per ultima l'opera del Tempio Espiatorio Nazionale al Sacro Cuore di Gesù che erge la sua maestosa mole sul monte Tibidabo, dominando la città di Barcellona. Fu uno dei templi in cui si sfogò più satanicamente l'ira dei rossi; ma abbiamo già avuto prove solenni che il Cuore di Gesù vuole trionfarvi colla sua misericordia. La profanazione. - Raccogliamo la descrizione dello scempio dalla bocca di uno dei nostri che fu presente in quei tragici momenti.

«Era la mattina del 19 luglio 1936. Un orribile frastuono salendo, foriero di tempesta, dalla città sottostante, interruppe violentemente il riposo alle quattro del mattino. Era domenica e celebrammo tutte le messe solite. All'ultima delle ore 12 assistette uno scarso pubblico. Non si suonò l'organo: il crepitìo delle mitragliatrici e il rombo dei cannoni lo supplivano a sufficienza. Non ci fu predica: l'eloquenza degli eventi era più commovente per quei pochi fedeli che in compagnia del loro Maestro pregavano sul monte mentre i loro fratelli cadevano in lotta fratricida al piede. Quella Messa celebrata da un Salesiano che ben presto doveva essere martire, fu l'ultimo atto di culto pubblico. La Benedizione della sera e le Messe di lunedì e martedì si celebrarono a porte chiuse. Le chiese e i conventi della città si convertivano rapidamente in roghi, sto per dire in turiboli, giacchè allora rendevano a Dio il supremo atto di culto: l'olocausto. Il lunedì, alle 2 pomeridiane, arrivò in cima la prima automobile carica di miliziani rossi che ostentavano i loro titoli nobiliari, in lettere cubitali riprodotte su tutta la vettura: CNT - UGT - FAI, iniziali delle tre organizzazioni più sovversive. Fecero il giro del Tempio con sguardi minacciosi e se ne ritornarono indietro senza discendere dalla vettura. Dopo un'ora, ecco un'altra automobile colle stesse caratteristiche della prima e poi un'altra ed altre ancora. Tutte fecero un giro di osservazione fissando con sguardi di odio l'agognata preda, poi ritornarono alle loro basi, tutti colla stessa impressione, io penso: « Quella è una terribile fortezza; deve nascondere un'agguerrita guarnigione ».

Martedì mattina, ecco infatti tre grossi autocarri, carichi di uomini e di armi di ogni sorta, fucili, mitragliatrici, bombe... Chissà quale resistenza si attendevano dietro a quelle misteriose mura!  Giunti in piazza i miliziani scesero dagli autocarri e si disposero di fronte al tempio appostandosi dietro agli autocarri con le armi puntate. In mezzo al gruppo dietro ad una mitragliatrice stava il comandante, senz'altro distintivo che un elmo di acciaio. Così disposti all'assalto, attendevano che la guarnigione della « fortezza » aprisse il fuoco; ma, vedendo che questa non dava segno di vita e rassicurati da qualche vicino, che li trasse dal loro sgomento, assicurandoli che là dentro non c'erano nè soldati nè armi, si slanciarono all'assalto irrompendo una ventina di loro, i più coraggiosi, nella portineria coi fucili spianati in tutte le direzioni e domandando a due sacerdoti, che uscirono loro incontro, dove si trovavano i preti e le armi. Che gruppetto, per carità! Facevano pietà e causavano ripugnanza. Faccio a meno di descrivere le loro facce.

- Qui non ci sono armi; ci sono solo una quarantina di giovani coi loro maestri - fu loro risposto. - Vogliamo vederli; vogliamo perquisire la casa. E, così dicendo, si divisero in due gruppi: mentre uno percorreva tutta la casa, l'altro si precipitava nella sala di studio dove erano raccolti i « cardellini del Sacro Cuore ». Per prima cosa perquisirono i più grandicelli, che con le loro facce pacifiche e sorridenti, coi loro sguardi ingenui compierono il miracolo di ammansire quelle belve umane le quali, cambiando tono, incominciarono a dimostrare interesse per la loro sorte, domandando loro se avevano i genitori, che pensione pagavano, ecc. Uno di loro finì col fare una vera predica annunziando il trionfo della rivoluzione e, con questa, la rendenzione dei poveri, dei proletari... Intanto l'altro gruppo, dopo aver rovistato tutta la casa, si era radunato sulla terrazza sovrastante la cripta. Da quel magnifico balcone che s'innalza a seicento metri sopra la città contemplavano Barcellona, avvolta in una cortina di denso e nero fumo, proveniente da centinaia di chiese e conventi in fiamme, mentre dietro a loro l'immagine del Redentore proiettava la sua ombra sulla facciata del tempio. Quale contrasto! Dopo un breve scambio d'impressioni, decisero di rispettare quell'opera, prendendone possesso e collocando sulla porta principale una scritta che diceva: « Questo edificio è stato requisito dalla FAI: rispettatelo ». In calce misero il bollo del sindacato. Imposero ai superiori di non lasciar uscire nessun ragazzo; essi sarebbero venuti dopo a cercarli per mandarli a destinazione. Prese queste determinazioni scesero dalla montagna per tornare in città. Appena un'ora dopo, arrivò silenziosamente un'altra automobile; scesero altri miliziani e con tutta cautela strapparono la carta che era stata messa sulla porta, e se ne ripartirono orgogliosi del gesto compiuto. Cos'era successo ? Un gesto di anarchia, di quell'anarchia che impazzava in città. All'una del pomeriggio, nell'imminenza del pericolo, i « cardellini » del Sacro Cuore coi loro superiori cambiarono nido, accolti con amore da parecchi vicini che si disputarono l'onore di alloggiarli. Alle due arrivarono i primi sicari, colle rivoltelle in mano, ma rimasero delusi e contrariati nel trovare il nido vuoto. Il buon Gesù vegliava sui suoi. Penetrarono allora nella casa e distrussero quanto trovarono. Giunsero quindi nuovi gruppi che appiccarono fuoco ai pochi oggetti combustibili e si diedero al saccheggio. Dalla casa passarono al tempio dove speravano di trovare ricchi tesori d'incalcolabile valore. Gli oggetti di valore c'erano e ci sono; ma i poveretti offuscati dalla passione li pestavano e non se ne accorgevano, li avevano davanti agli occhi e non li vedevano: erano le lastre di marmo, le ardite colonne, i bei mosaici, i ricchi altari doppiamente preziosi perchè tutti innalzati a costo di sacrifici di anime amanti del Sacro Cuore. Essi sfogarono la loro rabbia distruggendo quanto potevano coi mezzi di cui disponevano. Passarono poi all'esterno e frantumarono le artistiche immagini sacre della facciata. Era il sabato 25 luglio e a Barcelona e nei dintorni non rimaneva più in piedi nessun edificio religioso. Il timore che loro mancasse il tempo, oppure la voglia feroce di far scomparire tutti quei simboli della fede radicata nel popolo, avevano comunicato loro un'attività fanatica. Ma, sulla cima del Tibidabo si ergeva ancora, più maestosa che mai, la colossale statua di bronzo del Sacro Cuore di Gesù. Aveva ancora le sue braccia aperte e i suoi occhi misericordiosi rivolti all'infelice città. Migliaia di anime rivolgevano ad essa i loro sguardi. Le une per supplicarlo, benedirlo, offrirgli atti di espiazione. Gli altri per maledirlo, oltraggiarlo, bestemmiarlo. Ed Egli gradiva gli omaggi dei primi, sentiva pietà e misericordia degli altri. I sicari, nonostante ripetuti tentativi, non riuscirono ad abbatterla. Parve che il divin Cuore volesse ritardare il suo sacrificio al giorno classico per la Spagna della festa dell'Apostolo San Giacomo. In quel giorno infatti con ogni sorta di attrezzi, con grosse corde e catene, con argani, con macchine; tirando a mezzo di potenti camions dalla piazza sottostante, i miliziani riuscirono finalmente verso sera ad abbattere la colossale statua di Cristo Re che rimase bocconi a terra, mentre numerosi satelliti e agenti dei corifei della rivoluzione danzavano attorno celebrando l'avvenimento con beffarde risate e bestemmie infernali. Si ripeteva l'Ave Rex Judaeorum di 19 secoli or sono. 

La riparazione. - L'orrenda profanazione era compiuta; ma al tramonto di quel giorno tristissimo doveva seguire l'aurora gloriosa di una nuova Spagna rinnovellata in Cristo. Per quasi tre anni le tenebre dell'odio e della barbarie offuscarono le regioni schiave del giogo marxista. Finalmente però le armi cristiane ebbero il sopravvento: tutta la Spagna e particolarmente Barcellona si prostrò con ansia di riparazione e sete di amore davanti all'altare espiatorio che gli spagnuoli stanno erigendo sulla cima del Tibidabo al Sacro Cuore di Gesù. [...]

venerdì 1 febbraio 2019

La Messa di San Pio da Pietrelcina

La Messa di San Pio V era anche la Messa di San Pio da Pietrelcina il quale fu un suo strenuo sostenitore. Il suo modo di celebrarla fu esemplare. Padre Stefano Maria Manelli ebbe la grazia di servirgli varie volte la Messa, era impressionante il sentirgli pronunciare con sofferenza le parole della Consacrazione, sembrava che Padre Pio venisse crocifisso. Ecco alcune belle foto.

Messa celebrata il 5 maggio 1956, sotto le colonne del pronao dell'ospedale "Casa sollievo della sofferenza" nel giorno dell'inaugurazione.



Messa servita da Padre Stefano Maria Manelli.


Altre foto varie.



Una mamma esemplare (-)

Dagli scritti di Fratel Candido delle Scuole Cristiane.


Nei dintorni di Laval (Francia) incontrai un giorno un bambino seduto lungo la strada, in campagna. Lo avvicinai, e gli chiesi: "Sai fare il segno della Croce?". Il bambino sorrise, e lo fece molto bene. Intanto si avvicinò sua madre e mi disse: "Lo interroghi sul catechismo, vedrà che sa rispondere". Gli rivolsi qualche domanda elementare, a cui rispose con esattezza e disinvoltura. La madre riprese: "Gli chieda pure cose più difficili". Con mia meraviglia constatai che quel bambino era molto ben istruito in campo religioso. "Quanti anni ha?", chiesi alla madre. "Sei fra due mesi. È molto buono e prega volentieri".

-Con chi parli quando preghi?
-Parlo col Signore.
-Come fai a parlare col Signore?
-Come quando parlo con la mamma.
-E chi preghi?
-Prego Dio, Gesù, la Madonna, gli Angeli, i Santi.
-Cosa farai da grande?
-Quello che vorrà il Signore.
-E come farai a sapere ciò che vuole il Signore da te? 
-Me lo dirà al cuore, o me lo farà dire dalla mamma, o dal parroco che mi confessa.
-Tu, così piccolo, ti confessi? E che cosa confessi?
-I peccati.
-Ma tu, così piccolo, non fai peccati! Il bambino abbassò gli occhi e disse piano:
-Faccio delle mancanze, ma le confesso, e Dio mi perdona…

Chiesi alla mamma da chi suo figlio avesse imparato quelle cose a quell'età. Mi rispose: "Poco per volta, un po' tutti i giorni, mentre si veste, mentre fa colazione, quando alla sera tarda ad addormentarsi, o quando lo porto con me, gli parlo di Dio, e così, pian piano, impara ad amare il Signore".

Lodai quella mamma, diedi un'immaginetta al bambino, e me ne andai tra il confuso e il commosso, dicendo in cuor mio: "Fortunato te, caro bambino, che hai una mamma così!". Se tutte le mamme e i papà sapessero insegnare ai bambini le cose dl Dio, come insegnano altre cose della vita, la società sarebbe salva.


[Brano tratto da "Lasciate che i fanciulli vengano a Me", di Fratel Candido delle Scuole Cristiane, titolo originale: "Formiamo il bimbo al soprannaturale", "L.I.C.E."]

Confessione dei recidivi

Un lettore mi ha chiesto se Dio perdona un penitente che si pente sinceramente dei peccati mortali commessi e li confessa, ma che poi ritorna a commettere spesso le stesse colpe. Essendo una questione che potrebbe interessare anche altre persone, ho deciso di pubblicare la mia risposta.


Caro fratello in Cristo, 
                               un autorevole manuale di Teologia Morale afferma: "Dicesi recidivo chi senza nessuna emenda ricade sempre negli stessi peccati ripetutamente confessati. (...) Il recidivo ordinariamente deve essere assolto ogni qualvolta promette seriamente di usare i mezzi atti a prevenire le ricadute. Infatti tal penitente non manca delle disposizioni richieste per l'assoluzione; cioè del dolore dei peccati e del proposito di non peccare più in avvenire. Né vi si oppone il timore di future ricadute; perché alla vera disposizione non è necessaria la futura correzione, ma basta la presente volontà di non ricadere" (cfr. “Sommario di Teologia Morale” di Don Luigi Piscetta e Don Andrea Gennaro, traduzione dal latino di Don Antonio Cavasin, casa editrice SEI, 1952).

Nella speranza di esserti stato di qualche utilità, ti saluto cordialmente nei Cuori di Gesù e Maria.

Cordialiter

Le chiese moderne


[Brano di Mons. Klaus Gamber (nella foto a lato) tratto da “Tournés vers le Seigneur!”, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux].


Mai si erano costruite tante nuove chiese come durante gli anni che seguirono la seconda guerra mondiale. La maggior parte di esse sono delle costruzioni puramente utilitaristiche, in cui si è volontariamente rinunciato a produrre delle opere d’arte, nonostante siano costate tanti milioni. Dal punto di vista tecnico non manca niente: hanno una buona acustica e una perfetta aerazione, sono ben illuminate e facili da scaldare. L’altare si può guardare da tutti i lati.

Tuttavia, queste chiese non sono delle case di Dio, nel vero senso della parola, non sono uno spazio sacro, un tempio del Signore ove si ama andare per adorare Dio e per esporgli i propri bisogni. Sono delle sale di riunione dove non si va più al di fuori dei momenti dedicati agli offici. [...]

I nuovi edifici divennero così dei simboli dei nostri tempi, e anche il segno di un dissolvimento delle norme esistenti, nonché l’immagine di ciò che è caotico nell’universo contemporaneo. [...] uno spazio cultuale ha le sue leggi, che non sono sottomesse né alla moda né ai cambiamenti del tempo.

giovedì 31 gennaio 2019

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mercoledì 30 gennaio 2019

Ama tua moglie (-)

Dagli scritti di Pierre Dufoyer.


Lo scopo, che caratterizza l'aspetto propriamente coniugale del matrimonio, è il progresso reciproco degli sposi, attraverso lo scambio che li arricchisce. Così ci è offerto il compito di delineare quello che uno sposo deve donare alla moglie, per farla felice. Egli deve conoscere quello che la donna attende da lui e quello che essa veramente cerca nel matrimonio. Studiando la psicologia della donna, l'uomo è in grado di penetrare sempre più la natura della compagna della sua vita e di farsi un concetto esatto delle sue idee sull'amore. L'esperienza dimostra che vi sono numerosi matrimoni infelici, nei quali l'uomo e la donna non si comprendono sufficientemente e non si fanno reciprocamente e totalmente felici. Vorremmo perciò aiutare gli sposi ad evitare gli errori ed a realizzare meglio il loro compito. Noi ci atterremo ai soli elementi essenziali ed universali dell'anima femminile. Si incontrano però sempre sfumature ed ombreggiature individuali ed anche casi anormali, che tralasceremo di considerare perché richiederebbero uno studio speciale. La chiave per conoscere la psicologia della donna è costituita prevalentemente dalla ricchezza del suo cuore, dalla sua vita sentimentale e dalla sua sensibilità psichica spiccata (...). La sua forza è il suo cuore. Essa possiede una capacità di sentimento particolarmente sveglia, perciò reagisce anche in modo straordinariamente intenso a tutte le impressioni. Un contegno gentile e premuroso nei suoi riguardi, le prove tangibili di affetto le recano una vivida gioia, quale raramente o per nulla si riscontra nell'uomo. Al contrario, una canzonatura, una indifferenza, una distrazione, un biasimo ed una critica lasciano nella donna un'impressione più durevole che nell'uomo. (...)

Una donna che ama conosce mille possibilità per essere premurosa, mostrare delicatezze e recare piacere. In quest'arte è straordinariamente ingegnosa. Essa sì domanda di continuo che cosa possa piacere all'amato e si dà premura per realizzarla. D'altra parte, nelle donne dominano antipatie, scaltrezze, malignità più marcate, piccole gelosie più accentuate. Il marito non trascuri mai queste caratteristiche psicologiche e pensi quale importanza possano aver per la moglie quelle minime piccolezze, che ai suoi occhi sono “ridicole”, può essere certo che non esagererà mai mostrandosi pieno di riguardi e di gentilezze, poiché la felicità della sua sposa dipende ampiamente dalla sua accentuata sensibilità psicologica.

(...)

(Lo sposo) dovrà ricordarsi che farà felice la moglie innanzi tutto e soprattutto quando la circonderà di un amore ricco di sentimento e che sgorga dal cuore, di quell'amore che rimane il primo sogno di una fidanzata. (...) Senza amore, la sua anima s'atrofizza. Certamente da suo marito si attende fermezza, però una fermezza amorevole. In lui ricerca forza, però una forza unita alla delicatezza. Vuole forza maschia, che però deve essere intessuta di amore e di affetto. Allorché si sforza di scoprire cautamente la natura della propria moglie, l'uomo deve preoccuparsi di possedere tutte le qualità veramente maschili, però senza i difetti concomitanti. Sia calmo, padrone di sé, dotato di carattere, sicuro ed energico nel suo contegno. Con il suo comportamento risoluto nelle vicende e difficoltà della vita, egli infonde alla moglie un rasserenante sentimento di sicurezza e di fiducia. Per contro, le brame di dominio conducono facilmente ad un atteggiamento che si estrinseca in violenza brutale o mancanza di riguardo, in freddezza glaciale o in gretto sfoggio di potenza, di boria e tirannia: tutti pericoli che minacciano l'uomo incapace di disciplinare le sue forze e di frenare il suo impeto. Chi ha capito il segreto della vera autorità, saprà pure unire fermezza e delicatezza, forza e dolcezza. Ma allora riuscirà anche a scoprire la natura della moglie e farla felice. In uno sposo di tal sorta, v'è tanta fermezza e coraggio, che può compiere i doveri e sopportare le prove della vita. Però v'è pure il rovescio della medaglia. La natura della donna, particolarmente sensibile ed emotiva, per quanto possa sembrare incantevole anche all'uomo, non è immune da alcuni difetti. Talvolta il suo modo di fare urta la suscettibilità dello sposo.

(...)

A contatto della donna amata l'uomo ha trovato quei tesori del cuore che nessun'altra creatura umana offrirà mai più. Perciò è obbligato a tollerarne con indulgenza le debolezze del carattere. (...) II marito non perda mai la calma, neppure per reagire alla vita emotiva della moglie. In questo caso è necessario un valido aiuto e non un acerbo biasimo, poiché non vi è alcuna disposizione cattiva. Lo sposo premuroso deve assumere il compito che lo destina ad essere sostegno e protezione della propria moglie. Con fermezza, commista a dolcezza, ne guidi la sensibilità, che costituisce il tratto fondamentale della sua natura e ne fa un essere incantevole, anche se così irrazionale, eccitabile e, perciò, così esuberante.



(Brani tratti da "L'uomo nel matrimonio", di Pierre Dufoyer, Edizioni Paoline, 1957)

martedì 29 gennaio 2019

Lettere d’amore di San Francesco di Sales (* -)

Sono rimasto positivamente meravigliato nel leggere le frasi d’amore (ovviamente amore puro, casto, soprannaturale) che San Francesco di Sales scriveva a Santa Giovanna Francesca de Chantal. Forse nemmeno i mariti più innamorati hanno mai scritto alle loro mogli delle frasi così affettuose, tenere e piene di unzione spirituale. Penso che ogni donna pia e devota vorrebbe essere amata da un uomo in modo così soprannaturale. Ciò che mi colpisce in modo particolare è l’amore che San Francesco di Sales nutriva per l’anima della Chantal. Certamente è una cosa splendida poter amare un’anima in questo modo. L’esempio più bello è quello del Redentore Divino, il quale si sarebbe immolato in croce per salvare anche una singola anima. Un’altra cosa che mi stupisce nel leggere queste frasi d’amore, è che il santo vescovo di Ginevra e la cofondatrice delle Monache Visitandine si amavano così intensamente che le loro belle anime erano come fuse assieme. Chissà quanti gradi di gloria hanno meritato in Cielo per essersi amati su questa terra in questo modo così puro e soprannaturale! Infatti per ogni atto di carità (l’amore soprannaturale che nasce da Dio) compiuto in stato di grazia, l’anima riceve da Dio una ricompensa eterna. Un conto è salvarsi l’anima per un soffio, altro conto è salvarsi coi meriti di un grande santo. Ecco alcune frasi d’amore estrapolate dalle lettere che San Francesco di Sales (il santo della dolcezza) scrisse a Santa Giovanna Francesca (fortunata lei che trovò un uomo santo che l’amò in questo modo!):



* Amo più teneramente che mai ciò che amo, in primo luogo la vostra anima.

* Io so che la mia anima è in voi e la vostra è in me... Non celebro mai la Messa senza di voi e non mi comunico mai senza di voi; in sostanza sono tanto vostro quanto potete desiderare. 

* Il mio desiderio di amarvi e di essere amato da voi non ha una misura che sia minore dell’eternità. 

* Dio mi ha dato a voi in modo unico, intero, irrevocabile. 

* Non sarà mai possibile che qualcosa mi separi dalla vostra anima. 

* Non ho mai sentito tanto affetto come sento ora per la nostra anima e il nostro unitissimo cuore. 

* Vorrei potervi esprimere il sentimento che oggi, mentre mi comunicavo, ho avuto della nostra cara unità, perché è stato un sentimento grande, perfetto, dolce, potente e tale da potersi quasi dire un voto o una consacrazione. 

* Io non cambierò nulla al proposito che ho fatto di essere un uomo verissimamente vostro e tutto vostro, senza riserve e senza eccezioni. Uso il linguaggio del mio cuore e non quello del nostro tempo. E, secondo il mio modo di vedere, quando ho detto che sono tutto vostro ho detto tutto; e se non ho detto questo ho detto troppo poco. 

* [È Dio] che col suo amore mi ha obbligato ed anzi mi ha consacrato per essere, vivere, morire e rivivere per sempre vostro e tutto vostro. 

* Sono vostro. Gesù lo vuole e io lo sono. 

* Sono colui che Gesù ha reso vostro senza fine, senza riserva, senza paragone. 

* Sono per voi quello che Dio sa. 

* In Lui e per Lui il nostro cuore unico e indivisibile. 

* Io ho una luce tutta particolare che mi fa vedere come l’unità del nostro cuore sia opera di quel grande Unificatore e, quindi, d’ora in poi intendo non solo rispettare, ma amare e onorare questa unità come cosa sacra. 

* Per me nulla ha più importanza se non Dio, per il quale e in grazia del quale, tuttavia, amo più teneramente che mai ciò che amo, in primo luogo la vostra anima. Io sono più vostro di quanto possa dir in questo mondo, perché le parole che esprimono questo amore non esistono. 

* Carissima Madre, amate sempre la vostra povera cara anima che ho io, perché io amo senza misura, senza paragone, e più di quanto si possa dire, la mia carissima anima che avete voi. Voglio dire: amiamo molto quest’unica anima e quest’unica vita che a Dio è piaciuto darci per il suo servizio.


[Brani tratti da “Tutte le lettere - San Francesco di Sales”, Edizioni Paoline, 1967, edizione italiana a cura di Luigi Rolfo].
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Le donne che sentono nel proprio cuore di avere la vocazione matrimoniale, ma non riescono a trovare un fidanzato cristiano, possono leggere il seguente annuncio di un ragazzo che sta cercando una moglie davvero fedele agli insegnamenti della Chiesa Cattolica. Cliccare qui per leggere l'annuncio.


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lunedì 28 gennaio 2019

Il giorno della morte

(Dagli scritti di Don Giuseppe Tomaselli)


L'ora della morte è ignota a tutti. Gesù Cristo dice di stare preparati, perchè la morte viene come un ladro di notte. Don Bosco ebbe il dono di conoscere il giorno della morte di molte persone, specialmente dei suoi giovani. Era prudente nel preannunziare la fine di qualcuno e faceva ciò per disporre al gran passo gl'interessati e per far vivere in grazia di Dio i giovani che educava. Don Alberto Bielli, Salesiano, morto in Sicilia nel 1925, trascorse la fanciullezza e l'adolescenza sotto le cure dirette di Don Bosco. Egli raccontò allo scrivente un preannunzio di morte. È questa la narrazione: 
« Prima di andare a riposo, Don Bosco ci rivolgeva una buona parola, che finiva con l'augurio della buona notte. 
« Una sera disse: Cari giovani, stiamo preparati perché uno di noi partirà presto per l'eternità, Procuriamo di mantenerci nell'amicizia del Signore.  
« Finita la buona notte, baciavamo la mano a Don Bosco. Quella sera noi ragazzi eravamo presi dalla paura e, baciando la mano, domandavamo: Sono io il prossimo a morire?  A nessuno fu manifestato il segreto. L'indomani mattina, al pensiero della morte, molti andavano a confessarsi. 
« Passati un po' di giorni, Don Bosco riprendeva l'argomento, sempre prima che andassimo a riposo: Tanti di voi mi domandano: Sono io quello che presto dovrà morire? Per il momento non posso manifestarlo; soltanto vi dico che il suo cognome comincia con la lettera " B ".  
«Tanto io, che sono Bielli, quanto gli altri della " B ", finito il sermoncino, circondammo Don Bosco, per sapere con precisione chi fosse il destinato. 
«Il buon Padre disse soltanto: - Fatevi coraggio, siamo nelle mani di Dio; tutti possiamo morire; potrei morire anch'io, perché mi chiamo Bosco ».  
Avvicinandosi la data della morte, Don Bosco sorvegliava e faceva sorvegliare il segnato dalla Provvidenza e lo disponeva a ben morire. 
Quella volta la morte toccò ad un certo Brusasca. 


[...]

Fu chiesto al Santo come facesse a conoscere la morte di qualcuno e la data precisa; la risposta fu: - La conoscenza può avvenire in diversi modi. Per esempio, mi trovo in Chiesa con i ragazzi raccolti in preghiera. Improvvisamente si forma attorno a me una penombra; vedo allora apparire una fiammella, che gira vertiginosamente nell'interno della Chiesa. La seguo con lo sguardo per comprenderne il significato. In fine la fiammella si ferma sul capo di qualcuno e vicino ad essa appare una scritta « Morte! » con a fianco la data. Si riporta l'annunzio del primo caso di morte, avvenuto nell'Oratorio di Valdocco. In una festa del Marzo 1854 Don Bosco aveva radunato tutti gli alunni interni nella retrosacrestia, dicendo di voler loro raccontare una cosa importante, una visione. Parlò in questi termini:
« Io mi trovavo con voi nel cortile e godevo a vedervi vispi ed allegri. Ad un tratto vedo che uno di voi esce da una porta della casa e si mette a passeggiare in mezzo ai compagni con in capo una specie di cilindro trasparente, tutto illuminato nell'interno e con la figura di una grossa luna, nel mezzo della quale era la cifra "22 ". 
« Meravigliato, cercai di avvicinarlo per dirgli di lasciare quel cilindro da carnevale; ma ecco, mentre l'aria si oscurava, come fosse stato dato un segno di campanello, il cortile si sgombrò e vidi tutti i giovani sotto i portici, disposti in fila. Il loro aspetto manifestava un grande timore e dieci o dodici di essi avevano il viso ricoperto di strana pallidezza. 
« Passai davanti a loro per osservarli. Vidi colui che aveva la luna sul capo più pallido degli altri e con le spalle coperte da una coltre funebre. M'incamminai verso di lui per chiedergli cosa significasse quello strano spettacolo, ma una mano mi trattenne e vidi uno sconosciuto, di nobile portamento, che mi disse: Ascoltami prima di avvicinarti a lui. Egli ha ancora 22 lune di tempo e prima che siano passate morrà. Tienilo d'occhio e preparalo! « Volevo domandargli qualche spiegazione del suo parlare, ma più non lo vidi; lo sconosciuto era sparito. Il giovane, miei cari figliuoli, io lo conosco ed è tra voi! » 
Un vivo terrore s'impossessò di tutti i giovani, tanto più ch'era la prima volta che Don Bosco annunziava in pubblico con una certa solennità la morte di uno degli interni. Il Santo se ne accorse e proseguì: Io lo conosco ed è tra voi quello delle lune; ma non voglio che vi spaventiate. Fatevi tutti buoni, non offendete il Signore ed io starò attento e terrò d'occhio quello del numero «22 », il che vuol dire delle 22 lune, ossia 22 mesi, e spero farà una buona morte. Finì l'anno 1854 e, trascorsi molti mesi del 1855, venne l'ottobre, cioè la ventunesima luna. Don Bosco disse al giovane Cagliero: - Guarda di assistere bene Gurgo! 
Gurgo Secondo, da Pettinengo, era un giovane sui diciassette anni, di belle forme e robuste, tipo di florida salute. Al principio di Dicembre nell'Oratorio non c'era alcun ammalato. Don Bosco, dopo le orazioni della sera, annunziò in pubblico che uno dei giovani sarebbe morto prima di Natale. Verso la metà di Dicembre il giovane Gurgo fu assalito da una colica così violenta che, mandato a chiamare in fretta il medico, per suo consiglio gli si amministrarono i Santi Sacramenti. Otto giorni durò la terribile malattia e la notte del 23 al 24 Dicembre il giovane moriva. 


(Brano tratto da "Un prete straordinario", di Don Giuseppe Tomaselli)

sabato 26 gennaio 2019

Commosso dalla Messa tridentina

Tempo fa ho rivolto alcune domande a un gentile lettore di Torino, il quale mi ha confidato che quando da grande ha riascoltato una Messa tridentina si è commosso...


- La prima volta che sei andato a una Messa in rito antico, ti sei trovato subito a tuo agio, oppure sei rimasto un po' spaesato? 

- La prima volta che riascoltai la Messa tridentina (dopo quelle da bambino che avevo dimenticato) mi emozionai e mi commossi, ricordo l' "Introibo ad altare Dei", finalmente lo sentivo dal vivo, non solo letto a casa sul messalino. Quindi tutt'altro che spaesato! Mi sentivo a mio agio, capivo che era qualcosa di celebrato rivolto a Dio e per Dio. Avevo 17 anni, non avevo fatto grandi letture di teologia e di liturgia, ma "sentivo" che era vera azione sacra.

- Come hai conosciuto gli scritti e l'opera del grande Cardinale Giuseppe Siri? 

- Tantissimi anni fa, non conoscevo Siri, ma sui giornali laici lo sentivo definire "ultraconservatore", "all'antica", etc. il che già me lo rendeva simpatico ed affine ai miei gusti... Poi in un viaggio in Umbria trovai in una chiesa un libricino, "Ritorno alla Santa Messa", edito da Casa Mariana, che raccoglieva scritti ed omelie del card. Siri su Messa ed Eucarestia; da lì cominciai a capirne ed apprezzarne lo spessore morale, spirituale, teologico ed il suo appassionato amore per Nostro Signore e la sua Chiesa. Scoprii che mio zio tutti gli anni il 29 agosto, il giorno della festa, andava a piedi al santuario N.S. della Guardia e presi ad accompagnarlo (quando si tratta poi di scarpinare in montagna  non mi faccio ripetere l'invito). Fu là che vidi Siri la prima volta, celebrare, tenere omelia. Mi colpì anche vedere i suoi seminaristi tutti vestiti in talare, mentre i pochi seminaristi che avevo visto a Torino erano in jeans, camiciona a quadri o dolce-vita, capelli lunghi e l'aria un po' fricchettona...

- Quando negli anni settanta eri ancora ragazzo, cosa pensavi al riguardo degli abusi liturgici?

- Pur non avendo una preparazione liturgica-teologica, provavo un senso istintivo di fastidio di fronte a certi abusi liturgici. Ad esempio se veramente nell'Eucarestia c'è Gesù tutto intero, perchè lasciare che ogni fedele peschi con le sue manacce sporche l'ostia dal contenitore tenuto in mano dal chierichetto? Oppure se nella sua saggezza la Chiesa ha stabilito che il posto giusto per il Credo è dopo Vangelo ed omelia, perchè un celebrante deve avere il capriccio di farlo recitare dopo la Comunione? Pensandoci ora avevo forse intuito, in modo inconscio, che la Liturgia è un qualcosa che ci è stato dato, donato, non il nostro agitarci per essere creativi ed originali.

- So che a un certo punto della tua vita hai cominciato a commettere molti peccati mortali e a vivere lontano da Dio, ma poi ti sei pentito e hai ricominciato a vivere in maniera più fedele al Vangelo. Come è avvenuta la tua conversione?

- A partire dai trent'anni circa ho cominciato ad avere lunghi periodi, anni, in cui vivevo assolutamente lontano da Dio, alternati a brevi rientri in carreggiata, ma senza vera volontà di cambiare. Per dono di Dio ho però sempre avuto la convinzione di essere sulla strada sbagliata, ho sempre avuto quella che chiamo "la spia rossa accesa sul cruscotto", ma volutamente ignoravo quella spia. Penso spesso a quelli che non hanno questa spia accesa, non si rendono più conto di andare verso il baratro, e mi dico che non ho assolutamente più meriti di loro, voglio che anche loro si salvino, e chiedo a Dio che accenda anche a loro una spia rossa. Un po' di tempo fa, mentre ero a Genova per vedere una mostra, passando davanti alla chiesa dell'Oratorio dei Filippini ho avuto l'impulso di entrare ed inginocchiarmi ad un confessionale, e ora Dio mi aiuti a non perdermi più.

- Secondo te, andando a Messa in chiese in cui si praticano gravi abusi liturgici, si corre un po' il rischio di perdere o almeno di assopire la fede?

- Senz'altro se non si vive la Liturgia come qualcosa che ci è dato per santificarci rendendo il culto dovuto a Dio, corriamo il rischio di rimanere incentrati su di noi, di "cantarcela da noi", come diciamo qui in Piemonte. 

Lex orandi - Lex credendi - Lex amandi. Sono realtà interconnesse in tutte le direzioni, e saltando una saltano le altre. Se preghi nel modo giusto, sei aiutato a credere nel modo giusto, e puoi amare nel modo giusto Dio ed i fratelli per amore Suo. 

- La Madonna a Fatima ha promesso che un giorno il suo Cuore Immacolato trionferà. Speri che questo giorno possa essere ormai vicino?

- Io credo che Maria sia apparsa realmente a Fatima, e che non abbia raccontato fandonie, anche se le rivelazioni private non aggiungono nulla alla Rivelazione. È un discorso complesso. Credere al Paradiso compiuto sulla terra è contrario alla nostra Fede, non so se Maria alluda alla Parusia, che può essere domattina, tra sei mesi, nell'anno 3954. Quando per ognuno di noi sarà il momento della morte terrena e avremo meritato di salvarci, e dopo un Purgatorio si spera breve, verremo presi per mano da una parte da Gesù e dall'altra da Maria e condotti a vedere Dio viso-a-viso, allora per noi il Cuore di Maria avrà trionfato. Non so se poi avremo, non il Paradiso quaggiù, ma tempi in po' meno malvagi, col Diavolo un po' meno scatenato, comunque sia non cambia il nostro sforzo a salvarci l'anima e a vivere qui ed ora più secondo l'insegnamento di Gesù, nostro Signore, maestro, modello.

venerdì 25 gennaio 2019

"Salesianizzare" il movimento tradizionale


Per attrarre le anime verso la Tradizione Cattolica è necessario che i militanti del "movimento tradizionale" aumentino gli sforzi per imitare lo stile apostolico di San Francesco di Sales basato sull'umiltà verso Dio e sulla dolcezza verso il prossimo.

Purtroppo, ci sono non pochi tradizionalisti che hanno un comportamento aspro, acido e troppo severo che allontana le anime dalla Tradizione. Per esempio, mi è stato riferito che certe monache legate alla Messa tridentina erano molto critiche nei confronti della loro ex priora, poiché costei aveva un atteggiamento misericordioso nei confronti dei peccatori. La vera misericordia non è quella dei modernisti, i quali giustificano gli atti peccaminosi, bensì è quella dei veri seguaci di Gesù Cristo, come San Francesco di Sales e San Leopoldo Mandic, i quali con dolcezza e carità fraterna riuscivano a convincere le anime a staccarsi dal peccato e a riconciliarsi con Dio. Se avessero usato metodi aspri e "poco caritatevoli", difficilmente avrebbero convertito tante anime.

Lo spirito di dolcezza è proprio di Dio. L'anima che ama Dio ama anche tutti coloro che sono amati da Dio, pertanto cerca volentieri di soccorrere, consolare e contentare tutti, per quanto gli è possibile. Dice San Francesco di Sales: “L'umile dolcezza è la virtù delle virtù che Dio tanto ci ha raccomandato; perciò bisogna praticarla sempre e dappertutto.”

Questa dolcezza bisogna praticarla specialmente coi poveri, i quali ordinariamente, poiché son poveri, son trattati aspramente dagli uomini. Bisogna praticarla anche con le persone ammalate, le quali si trovano afflitte dall'infermità, e per lo più sono poco assistite dagli altri. In maniera speciale bisogna adoperare la dolcezza nei confronti dei nemici. Vince in bono malum (Rom. XII, 21). Bisogna vincer l'odio con l'amore, e la persecuzione con la dolcezza; così han fatto i santi. Non vi è cosa che tanto edifichi il prossimo, quanto la caritatevole benignità nel trattare. I santi ordinariamente avevano il sorriso sulle labbra e il loro volto spirava benignità, accompagnata dalle parole e dai gesti.

Il superiore deve usare tutta la benignità possibile con i suoi subordinati. Diceva San Vincenzo de' Paoli che per i superiori non vi è modo migliore per esser ubbiditi che utilizzando la dolcezza. Anche nel riprendere i difetti, il superiore deve utilizzare parole benigne. Un conto è il riprendere con fortezza, altro conto il riprendere con asprezza; bisogna talvolta riprendere con fortezza, quando il difetto è grave, e specialmente quando il colpevole è recidivo, ma bisogna evitare di avere asprezza ed ira, perché chi riprende con ira fa più danno che profitto. Se mai in qualche caso raro bisognasse dire qualche parola aspra per indurre il prossimo a comprendere la gravità del suo difetto, tuttavia bisogna sempre lasciarlo con la “bocca dolce”, con qualche parola benigna. E quando capita che la persona che necessita di esser corretta è adirata, bisogna tralasciare momentaneamente la riprensione ed aspettare che cessi la sua collera, altrimenti la si provocherebbe a sdegnarsi maggiormente.

Oh quanto si ottiene più con la dolcezza che con l'amarezza! L'affabilità, l'amore e l'umiltà catturano i cuori delle persone.

giovedì 24 gennaio 2019

Difficoltà a trovare un marito

Una donna che vive in una regione dell'Italia nord-occidentale mi ha confidato che sente un gran desiderio di sposarsi, ma non riesce a trovare un uomo cristiano da portare all'altare.


Gent.mo Cordialter,
mi chiamo [...], non sono proprio nuova nel tuo sito, diciamo da due-tre mesi, ma mi rispecchio molto bene in molte lettere e risposte che tu dai. [...] Sono molte le impressioni felici che mi hai dato nel trattare della fede, della vocazione e di altri argomenti, in cui mi trovo d d'accordo essendo una irriducibile "tradizionalista"! Provo molto conforto nel sapere che posso condividere almeno nei blog la mia vera fede. Volevo farti una domanda riguardo una delle [...] lettere che ho letto, una signora ti scriveva che avrebbe voluto trovare una persona come te in gioventù. Pur non facendo riferimento a te, personalmente, mi ci sono ritrovata perché anche io, pur sentendo una forte vocazione al matrimonio, non mi sono ancora sposata a 50 anni suonati. Il motivo? Per il fatto di essere la famosa mosca bianca che sembra vada cercando l’impossibile (cioè un po' quello che tu spieghi delle qualità che ci vogliono in uno sposo cristiano). Ecco la domanda: come la vedi tu la cosa? Una donna o uomo di tarda età è vero, come dicono tanti, hanno già perso il treno, perché la speranza e la realizzazione o la si trova da giovani, oppure è solo una pia illusione?

Credimi (e te lo dico come tu fossi un fratello minore, se me lo permetti),  la speranza ormai perduta mi fa stare molto male, perché amo Dio sopra ogni cosa e la mia vita è basata sulla fede, ma il cuore è molto vuoto d'affetto. A volte mi sembra che Dio mi abbia votato alla solitudine, e allora come mai non sono serena e non riesco a vivere la mia vita in completa solitudine? [...]
Ci tengo ad un parere maschile e soprattutto di fede. 

Grazie se avrai la pazienza di dedicarmi dieci minuti, per riflettere con me su questo. Mi affido anche alle tue preghiere (io sto facendo una super novena a Sant'Anna), ricambiate da me. Grazie perché il tuo blog è una vera "tisana scaldacuore"!  [...]

(Lettera firmata)


Cara sorella in Cristo, 
sono contento che ti piace molto leggere il mio blog "Cordialiter", che tu consideri come una "tisana scaldacuore". :-)

Comprendo il tuo desiderio di avere una relazione affettiva con un uomo. Pierre Dufoyer scrisse: "Aver qualcuno da amare è, per una donna, metà della sua felicità; sentire d'essere amata è l'altra metà" (cfr. "Per te fidanzato e giovane marito", Edizioni Paoline). Comprendo anche la tua difficoltà nel trovare un uomo profondamente cristiano da sposare. Molte donne mi hanno parlato di questo problema. Ormai è raro trovare qualcuno disposto a osservare la castità prima del matrimonio e a vivere in modo conforme al Vangelo la vita matrimoniale, ad esempio compiendo in modo naturale (senza anticoncezionali) l'atto tipico dei coniugi.

Se riuscissi a trovare un uomo profondamente cristiano, potresti ancora sposarti. I tradizionali manuali di Teologia Morale insegnano che anche se una donna non è più in età fertile, continua ad essere buono e lecito compiere l'atto tipico dei coniugi, poiché è molto utile per fomentare l'affetto reciproco tra gli sposi, oltre che essere un onesto rimedio alla concupiscenza della carne.

Se dovessi ricevere qualche "manifestazione di interesse" da parte di un uomo cristiano intenzionato a sposarti, ti consiglio di osservare se ha un carattere dolce e affabile. Purtroppo, negli ambienti tradizionali si trovano certi uomini che trattano le mogli con durezza e asprezza. Per me è semplicemente assurdo comportarsi in maniera tirannica con le proprie spose alle quali avevano promesso di amarle e onorarle finché la morte non li avrebbe separati. 

Tra i fini secondari del matrimonio cristiano vi è anche l'aiuto reciproco che gli sposi di scambiano non solo in campo materiale ma anche spirituale. Pertanto, se Dio ti sta chiamando allo stato di vita matrimoniale, spero che tu possa riuscire a trovare un bravo marito col quale percorrere il cammino di perfezione cristiana e giungere entrambi al supremo ed eterno traguardo.

Mi piacerebbe poter fare qualcosa per poter aiutare te e tutti coloro che stanno cercando una brava persona da sposare. Bisognerebbe studiare un modo efficace per poter aiutare a mettersi in contatto tra di loro i cattolici di stampo tradizionale che si sentono attrarre dalla vita matrimoniale, ma in questa società materialista e neopagana fanno fatica a trovare una persona idonea da portare all'altare.

In Corde Regis,

Cordialiter

mercoledì 23 gennaio 2019

Lettera a una studentessa universitaria

Tempo fa una studentessa universitaria in cerca di un fidanzato ha letto un mio articolo sul matrimonio cristiano ed è rimasta contenta nel constatare che aderisco al Magistero perenne della Chiesa. Da allora mi scrive spesso non solo per parlare di matrimonio cristiano ma anche di altri temi spirituali (con grande correttezza ha precisato sin da una delle sue prime e-mail che non ha intenzione di allacciare una relazione sentimentale con me poiché vivo lontano da lei, ma desidera solamente avere un’amicizia spirituale per poter dialogare su argomenti che riguardano l’anima, e dei quali non può parlarne con persone mondane che “non capiscono” questi discorsi). Pubblico una delle lettere che le ho scritto.


Cara sorella in Cristo,
                                      quando il prossimo ci fa qualcosa che noi non condividiamo, la nostra natura sente moti di ribellione e spesso persino di odio, i quali non vanno accettati con la volontà. Mi ha fatto tanto piacere sapere che non hai accettato sentimenti di odio e rancore verso quel professore che ti ha bocciato, ma addirittura hai pregato per lui, proprio come ci ha ordinato di fare il Redentore Divino.

Nella tua e-mail mi hai detto: “Se continuo a scriverti è perché le tue e-mail sono illuminanti, sono spunto di riflessione e anche consolazione. Tu capisci quello che intendo dire, siamo sulla stessa barca ma seduti in posti diversi, tu sei più innamorato di Dio, rispetto a me, sei anche più preparato, hai più esperienza ma direi che sei più maturo spiritualmente, io mi sento ancora ai primi passi”.

Sapere che le mie lettere sono “illuminanti”, mi incoraggia a continuare con gioia la nostra corrispondenza epistolare, nella speranza di poter giovare alla tua anima, la quale venne redenta a caro prezzo da Gesù buono.

In una delle tue prime e-mail mi avevi parlato del problema della gelosia persino tra amici. Se in futuro dovessi comunicarmi di aver trovato un fidanzato, non penso che sentirò “gelosia”. Cerco di spiegarmi meglio: io desidero il tuo vero bene, il quale consiste essenzialmente nel conoscere, amare e servire Dio, pertanto se tu dovessi trovare un bravo fidanzato cristiano che ti aiuta a vivere unita al Signore, sarò felice per te; mentre se dovessi trovare un fidanzato “poco timorato di Dio”, che vive come se la Santissima Trinità non esistesse e che quindi non è interessato a santificarsi nella vita matrimoniale ma desidera sposarti solo per attrazione fisica, ti confesso che resterei dispiaciuto, perché con un uomo del genere al tuo fianco rischieresti di allontanarti dal cammino cristiano, e la vita coniugale potrebbe trasformarsi in un martirio, come è accaduto a tante altre donne cristiane. Pertanto supplico il Signore di donarti un marito molto spirituale e desideroso di vivere in maniera ascetica la vita matrimoniale. Voglio che tuo marito ti tratti non solo con rispetto, ma anche con dolcezza e riverenza, quasi che tu fossi per lui una regina. Non voglio che si arrabbi mai con te, nemmeno quando commetti uno sbaglio, ma in questi casi, con dolcezza e carità, dovrà farti comprendere l’errore fatto. San Francesco di Sales era vescovo, e quando doveva “correggere” i suoi subordinati, lo faceva con talmente tanta dolcezza e benignità che edificava molto coloro che venivano corretti da lui. Insomma, era piacevole essere "rimproverato" da San Francesco di Sales. A me dispiace molto quando vengo a sapere che qualche marito tratta la moglie con severità, durezza e asprezza (per non parlare di quelli che picchiano e tradiscono le loro spose). Alcuni sono talmente irascibili che vanno in escandescenza persino per cose da nulla. Spero tanto che tu non prenda un “balordo” come marito, ma un uomo pio che ti aiuti a raggiungere il supremo ed eterno traguardo.

Sul calendario che ho nella mia camera c’è scritto che oggi si commemora Santa [...]. Ti faccio i miei auguri per il tuo onomastico, e anche se non conosco la tua santa protettrice, ti auguro di imitarne la pratica eroica delle virtù cristiane.

In Corde Matris,

Cordialiter