Per contattarmi: cordialiter@gmail.com


Visualizzazioni totali

sabato 23 febbraio 2019

Della morte pratica, cioè l’istoria di quel che ordinariamente avviene nella morte degli uomini di mondo

Pubblico una meditazione sulla morte scritta dal mio amatissimo Sant'Alfonso Maria de Liguori. È un po' lunga, ma merita di essere letta per intero. Per rendere più facile la lettura ho fatto dei piccoli ritocchi, ho tradotto in italiano corrente alcuni vocaboli desueti e alcune frasi in latino. Spero tanto che questa meditazione possa esservi di qualche utilità nei periodi in cui avete bisogno di "dare una scossa" alla vita, ad esempio nei periodi di torpore spirituale.



Della morte pratica, cioè l’istoria di quel che ordinariamente avviene nella morte degli uomini di mondo.

Si narra nel Vangelo corrente, che andando Gesù Cristo alla Città di Naim, s’incontrò con un giovane morto, unico figlio di sua madre, che lo portavano a seppellire fuori le porte della Città: Ecce defunctus efferebatur. Senza passar avanti, fermiamoci a queste prime parole, uditori miei, ricordiamoci della morte. La santa Chiesa vuole, che in ogni anno nel giorno delle Ceneri, dai Sacerdoti diasi ai Cristiani questo ricordo: Memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris [Uomo ricordati che sei polvere e nella polvere ritornerai]. Oh volesse Dio, che gli uomini avessero sempre davanti agli occhi la morte, che non farebbero la vita sconcertata che fanno! Ora, affinché a voi, dilettissimi, resti impressa la memoria della morte, voglio oggi mettervi davanti agli occhi la morte pratica, cioè l’istoria di quel che ordinariamente suole avvenire nella morte degli uomini, con tutte le circostanze che sogliono intervenirvi; onde andremo considerando passo passo.

Nel punto I. Quel che accade nel tempo dell’infermità.
Nel punto II. Quel che accade nel tempo in cui si prendono i Sacramenti.
Nel punto III. Quel che accade nel tempo della morte.

Punto I.   Quel che accade nel tempo dell’infermità.

1. Non intendo in questo Discorso parlare d’un peccatore, che sempre abitualmente è stato in peccato, ma di un uomo mondano, trascurato d’anima ed intrigato sempre in affari di mondo, contratti, inimicizie, amoreggiamenti, giochi. Egli non di rado è caduto in peccati mortali, ma di rado e dopo molto tempo poi se n’è confessato. Insomma sempre è caduto e ricaduto, e per lo più è vissuto in disgrazia di Dio o almeno imbrogliato in dubbi gravi di coscienza. Consideriamo la morte di costui secondo quel che ordinariamente suole avvenire nella morte degli uomini di tal fatta.

2. E cominciamo dal principio, in cui compare l’ultima sua infermità. Egli si alza la mattina, esce di casa per i suoi affari, ma nel mentre che sta trattando, l’assalta un gran dolore di testa, gli vacillano le gambe, sente un ribrezzo freddo che gli scorre per le membra, una nausea di stomaco, ed una gran debolezza per tutta la vita. Onde si ritira in casa e si butta sul letto. Accorrono i parenti, la moglie e sorelle: “Perché ti sei ritirato così presto? Che ti senti?” Risponde: “Mi sento male, non mi reggo in piedi, tengo un gran dolore di capo”. “Tieni febbre?” “E che so io? Ma ci sarà; andate a chiamare il medico”. Si manda in fretta a chiamare il medico. Frattanto l’infermo si mette a letto, ed ivi lo prende un gran freddo, che lo fa tremare da capo a piedi; gli pongono molti panni sopra, ma il freddo non cessa, se non dopo due o tre ore, ed allora sopravviene un gran calore. Arriva il medico, l’interroga di quel che si sente, gli osserva il polso, e vi trova una gran febbre: ma per non atterrire l’infermo, dice: “Vi è la febbre ma è poca cosa”. Domanda: “Ci avete data qualche causa?” Risponde l’infermo: “Uscii di notte giorni fa, e presi freddo: fui al convito ad un amico, e passai il mio solito cibo”. “E via, non è niente; è pienezza di stomaco, o più facilmente è qualche flussione di quelle, che corrono in queste mutazioni di tempo. Passate digiuno questa mattina, ed anche questa sera, prendete una tazza di thè, e non dubitate, state allegramente, che non è niente; domani ci vedremo”. Oh vi fosse allora un Angelo, che per parte di Dio dicesse: Che dite Signor medico? Dite che non è niente? Eppure è vero che la tromba della Divina Giustizia col principio di questo male ha già dato il segno della morte di quest’uomo; già per lui è giunto il tempo della vendetta di Dio.

3. Viene la notte e il povero malato non riposa niente, cresce l’ambascia, cresce il dolore di testa; gli pare mille anni che si faccia giorno, onde appena che vede albeggiare alla finestra, chiama la gente di casa. Vengono i parenti, gli domandano: “Avete riposato bene sta notte?” “Che riposare! Che bene! Non ho potuto chiudere gli occhi per tutta questa notte. Oh Dio che affanno che sento! Che spasimo di capo! Tengo due chiodi alle tempie che mi trafiggono. Andate a chiamare il medico, che venga presto”. Viene il medico e trova avanzata la febbre; ma con tutto ciò continua a dire: “State allegramente, non è niente: la flussione ha da avere il suo sfogo, con questa febbre più presto svanirà”. Viene il terzo giorno, e lo trova peggio; viene il quarto, e compaiono già i segni della febbre maligna, la bocca amara, la lingua nera, un’inquietudine per tutta la persona, cominciano ancora i vaniloqui. Il medico ordina pertanto purghe, salassi, acqua gelata, perché la febbre è fatta acuta. Dice poi ai parenti: “Oimé l’infermità è gravissima, io non voglio essere solo, chiamiamo altri per fare un collegio”. Ma ciò lo dice in segreto ai parenti, e non ne fa parola all’infermo, per non mettergli timore, e seguita a dire: “Statevi allegramente che non sarà niente”.

4. Sicché si parla di rimedi, di più medici, di collegio; e di confessione, e Sacramenti non si fa parola. Io non so, come mai possono salvarsi tali medici; essi giurano espressamente, quando si dottorano, secondo la Bolla di S. Pio V, di non visitare più l’infermo dopo il terzo giorno dell’infermità, se quegli non si è confessato; ma per lo più questo giuramento dai medici non si osserva, e così tante povere anime si perdono; perché, quando l’infermo è giunto a perdere la testa, oppure a vacillare colla mente, che serve più a confessarsi? È dannato. Fratello mio, quando ti senti infermo, non aspettare che il medico ti dica che ti confessi, fallo da te: giacché i medici per non disgustare gli infermi non gli avvisano del loro pericolo, se non quando son disperati, o quasi disperati. E così tu fatti chiamare prima il Confessore, prima il medico dell’anima, e poi quello del corpo. Si tratta di anima, si tratta di eternità; che se la sgarri allora, l’hai sgarrata per sempre senza rimedio, e senza speranza più di rimedio.

5. Il medico dunque nasconde il pericolo all’infermo, i parenti fanno peggio, perché vanno a lusingarlo con bugie, dicendogli che sta meglio, e che i medici danno tutta la buona speranza. Oh parenti traditori! Parenti barbari, parenti maggiori nemici d’ogni nemico! Invece di avvisare l’infermo del suo stato pericoloso come sono obbligati per obbligo di pietà, specialmente i genitori, i figli ed i fratelli, affinché l’infermo aggiusti i conti dell’anima sua con i Sacramenti, lo lusingano, l’ingannano, e lo fanno morir dannato. Ma nonostante che il medico ed i parenti nascondono la verità, il povero infermo dagli incomodi ed affanni che prova, e dal vedere insieme il silenzio che osservano gli amici, i quali vengono a visitarlo, e dal vedere ancora qualche parente colle lagrime agli occhi, già si avvede che la sua infermità è mortale: “Oimé, dice, già sarà venuta per me l’ora della morte, e questi per non darmi pena non mi avvisano di niente!”

6. No, i parenti non avvisano del pericolo della morte; ma perché poi pensano al loro interesse, che loro preme più d’ogni altra cosa, sperando ognuno che l’infermo gli lasci buona porzione delle sue robe, fanno venire il notaio. Giunge il notaio, dice l’infermo: “Chi è costui?” Rispondono i parenti: “È il notaio, se mai per vostra soddisfazione voleste fare testamento”. “Dunque io già sto male, e vicino alla morte”? “No Signor padre, Signor fratello (gli dicono), già sappiamo che non vi sarebbe questo bisogno; ma un giorno avrete già da far testamento, e perciò sarebbe meglio che lo facciate ora colla testa sana, e da ora lasciate aggiustate le vostre disposizioni”. Risponde l’infermo: “Eh via, giacché è venuto il notaio, e desiderate che io faccia il testamento, facciamolo. Su scrivete Signor notaio”. Il notaio prima gli domanda in quale Chiesa vuol seppellirsi, se muore. Oh che parola di dolore! L’infermo, fatta l’elezione della sepoltura, comincia a dire: “Lascio quel territorio ai miei figli, quella casa a mio fratello, lascio quel pezzo di argento a quell’amico, e quel mobile a quell’altro”. Ma Signor tale, che fate? Voi avete tanto stentato per acquistarvi queste robe, vi avete anche aggravata la coscienza, ed ora le andate spartendo, lasciando tanto a questo, e tanto a quell’altro? Ma non vi è rimedio, quando viene la morte, si ha da lasciare ogni cosa. Ma questo lasciare è cosa di gran pena all’infermo, il quale teneva attaccato il cuore a quella roba, a quella casa, a quel giardino, a quei denari, a quegli spassi; viene la morte, e dà il taglio, dividendo il cuore da quegli oggetti amati; in questo taglio ha da sentirsi dall’infermo un gran dolore. E perciò, uditori miei, stacchiamo il cuore dalle cose di questo mondo, prima che venga a staccarcene la morte con tanto dolore, e con gran pericolo allora dell’anima.

Punto II    Quel che accade nel tempo, in cui si prendono i Sacramenti.

7. Ecco l’infermo ha fatto già testamento; finalmente dopo otto o dieci giorni dell'infermità, vedendo i parenti che egli sempre più va peggiorando, e si accosta la morte, dice alcuno di loro: “Ma quando lo facciamo confessare? È stato uomo di mondo; sappiamo che non è stato santo!” Bene, ognuno dice che si faccia confessare, ma non si trova fra di loro chi voglia dare questa nuova amara all’infermo. Onde si manda a chiamare il Parroco, o qualche altro Confessore, affinché egli gliela dia; ma quando l’infermo avrà già perduta tutta o quasi tutta la mente. Viene il Confessore, si va egli informando da domestici dello stato dell’infermità, e poi della vita dell’infermo, e sente che è stato imbrogliato di coscienza: e secondo le circostanze che ode, trema della salute di quella povera anima. Il Confessore poi, intendendo che l’infermo sta all’ultimo, prima di tutto ordina ai parenti, che escano dalla camera dell’infermo, e non vi si accostino più; indi si avvicina a lui e lo saluta: “Chi siete voi?” “Sono il Parroco, sono il Padre tale”.“Che mi comanda?” “Sono venuto, perché ho saputa la vostra grave infermità, se mai voleste riconciliarvi”. “Padre mio, vi ringrazio, ma la prego ora a lasciarmi riposare, perché sono più notti che non dormo, e non mi fido di parlare; raccomandatemi a Dio, e statevi bene”.

8. Allora il Confessore, che ha saputo già lo stato cattivo dell’anima e dell’infermo, gli dice: “Signor tale, speriamo al Signore, alla Vergine S.S. che vi liberi da questo male, ma si ha da morire una volta; la vostra malattia è grave, onde è bene che vi confessiate, ed aggiustiate le cose dell’anima, se mai avete qualche scrupolo; io apposta son venuto”. “Padre mio, io mi ho da fare una confessione lunga, perché sto imbarazzato di coscienza; ma ora non mi fido, la testa mi vacilla, l’affanno mi impedisce anche di respirare; Padre mio, domani ci vedremo, ora non mi fido”. “Ma, Signor mio, chi sa che può succedere, può sopraggiungervi qualche insulto cardiaco, qualche svenimento, che non vi dia più tempo di confessarvi”. “Padre, non mi tormentate più, io vi ho detto, che non mi fido, non posso. Ma il Confessore, che ha saputo restarvi poca speranza della sua sanità bisogna che parli più chiaro. “Signor tale, sappiate che la vostra vita sta in fine, vi prego a confessarvi ora perché domani forse non sarete più vivo”. “E perché?” “Perché così han detto i medici”. Allora il povero infermo comincia a smaniare contro i medici e contro i parenti: “Ah traditori, mi hanno ingannato: sapevano ciò e non mi avvisavano; ah povero me!” Ripiglia il Confessore; e dice: “Signor tale, non diffidate per la confessione, basta che dite le cose più gravi, di cui avete memoria, vi aiuto io a far l’esame, non dubitate. Via, su, cominciate a dire”. Si sforza l’infermo per cominciar la confessione, ma si confonde, non sa dove dar principio, comincia a dire, ma non spiegarsi, poco sente, meno intende quel che dice il Confessore. Oh Dio a questo tempo che tali si riducono a trattare dell’affare più importante che hanno, ossia della salvezza eterna! Il Confessore ascolta molti imbrogli, cattive abitudini, [...] confessioni fatte con poco dolore, con poco proposito. L’aiuta come meglio può; e dopo molti dibattimenti dice finalmente: “Via, su, basta, facciamo l’atto di dolore”. Ma Dio faccia, che non avvenga a quel moribondo quel che avvenne ad un altro infermo che capitò in mano del Cardinal Bellarmino, il quale suggerendogli l’atto di Contrizione, quegli disse: “Padre non serve affaticarvi perché queste cose così alte io non le intendo”. All’ultimo il Confessore l’assolve, ma chi sa: l’assolve Dio?

9. Dice poi il Confessore: “Orsù apparecchiatevi a ricevere Gesù Cristo per viatico”. “Ma ora sono quattro, o cinque ore di notte, mi comunicherò domani”. “No, domani forse non vi sarà più tempo, bisogna che ora prendiate tutti i Sacramenti, il Viatico, l’Estrema Unzione”. “Ah povero me! (dice l’infermo) dunque già son morto”. Ed ha ragione di dir così perché questo è l’uso dei medici di far prender il Viatico agli infermi, quando proprio stanno vicini a spirare, ed hanno perso, o quasi perso i sensi; e questo inganno è comune. Il Viatico si deve dare sempre che vi è pericolo di morte [...]. Onde sempreché l’infermo può ricevere il Viatico, può ricevere anche l’Estrema Unzione, senza aspettare che stia vicino all’agonia, ed a perdere i sensi, come malamente si pratica dai medici.

10. Ecco già viene il Viatico, l’infermo in sentire il campanello oh come trema! Si accresce il tremore, e lo spavento, quando poi vede entrare il Sacerdote nella camera col Sacramento, e guarda d’intorno al letto tante torce accese di coloro, che son venuti colla Processione. Il Sacerdote recita le parole del Rituale: Accipe Frater Viaticum Corporis Domini nostri Jesu Christi, qui te custodiat ab hoste maligno, perducat te in vitam æternam. Amen [Prendi, fratello, come Viatico, il Corpo di Nostro Signore Gesù Cristo, affinché ti protegga dal nemico maligno e ti conduca alla vita eterna. Amen]. E poi lo comunica, mettendogli sulla lingua la Particola consacrata; gli porge un poco d’acqua, affinché la trangugi, mentre le fauci dell’infermo sono inaridite.

11. Indi gli dà l’Estrema Unzione, e comincia ad ungere gli occhi con quelle parole: Per istam sanctam Unctionem, et suam piissimam misericordiam indulgeat tibi Deus, quidquid per visum deliquisti [Per questa santa Unzione e per la sua piissima misericordia ti sia indulgente il Signore per i peccati fatti mediante la vista]. E poi continua ad ungere gli altri sensi, le orecchie, le narici, la bocca, le mani, i piedi, ed i reni [...]. Ed in quel tempo il Demonio va ricordando all’infermo tutti i peccati fatti con quei sensi, col vedere, col sentire, col parlare, col toccare; e poi dice: E bene? Con tanti peccati come puoi salvarti? Oh come spaventa allora ogni peccato mortale di quelli, che ora si chiamano fragilità umane, e dicesi che Dio non le castiga! Ora non se ne fa conto, allora ogni peccato mortale sarà una spada che trafiggerà l’anima col suo terrore. Ma veniamo alla morte.

Punto III.   Quel che accade nel tempo della morte.

12. Dopo dati i Sacramenti [...] l’infermo rimane solo; il quale dopo quelli resta più spaventato di prima, mentre vede che tutto ha fatto in gran confusione, e colla coscienza inquieta. Ma già si fanno vedere i segni vicini della morte: l’infermo suda freddo, gli si oscura la vista e non riconosce più chi gli sta dappresso: non può più parlare, gli va mancando il respiro. Allora fra quelle tenebre di morte, va dicendo: “Oh avessi tempo! Avessi almeno un altro giorno colla mente sana per farmi una buona Confessione!” Perché il misero, della Confessione fatta, molto ne dubita, non avendo potuto attuare la mente a fare un vero atto di dolore. Ma che tempo! Che giorno! Tempus non erit amplius [Non ci sarà più tempo], Apocalisse 10, 6. Il Confessore già tiene apparecchiato il libro per intimargli il bando da questo mondo: Proficiscere anima christiana de hoc mundo [Parti anima cristiana da questo mondo]. L’infermo continua fra se stesso a dire: “O anni della mia vita perduti! O pazzo che sono stato!”. Ma quando ciò dice? Quando già sta per lui terminando la scena, quando sta per finire l’olio alla lampada, e già si accosta per esso quel gran momento, da cui dipende la sua felicità o infelicità eterna.

13. Ma ecco già gli si impietriscono gli occhi, si abbandona il corpo nel sito cadaverico alla supina, si raffreddano le estremità, le mani ed i piedi. Comincia l’agonia, il Sacerdote comincia a recitare la raccomandazione dell’anima. Terminata la raccomandazione, il Sacerdote tocca i polsi del moribondo, ed osserva che quelli più non si sentono [pulsare]. “Presto, dice, accendete la candela benedetta”. O candela, candela, facci luce ora che siamo in vita; perché allora la luce tua non più ci servirà, se non per più atterrirci. Ma già all’infermo il respiro si fa più raro e manca: segno che la morte è prossima. Allora il Sacerdote assistente alza la voce e dice all’agonizzante, se pur lo sente: “Dì appresso a me. Dio mio soccorrimi, abbi pietà di me. Gesù mio crocifisso, salvami per la tua Passione, Madre di Dio aiutami, S. Giuseppe, S. Michele Arcangelo, Angelo Custode assistetemi, Santi tutti del Paradiso pregate Dio per me: Gesù e Maria vi dono il cuore e l’anima mia”. Ma ecco gli ultimi segni della spirazione, il catarro chiuso nella gola, un lamento fievole del moribondo, la lacrima che gli scaturisce dagli occhi. Ecco che alla fine il moribondo storce la bocca, stravolge gli occhi, fa quattro pose, ed all’ultima apertura di bocca spira e muore.

14. Il Sacerdote allora accosta la candela alla bocca, per vedere se vi è più fiato; vede che la fiamma non si muove, e così si avvede che già è spirato. Onde dice: “Requiescat in pace” [Riposi in pace], e poi rivolto ai circostanti dice: “È morto; salute a loro Signori, è già andato in Paradiso”. È morto? “È morto”. E come è morto? Se si è salvato o dannato, non si sa; ma è morto in una gran tempesta. Questa è la morte, che tocca a questi sciagurati, i quali in vita hanno fatto poco conto di Dio: Morietur in tempestate anima eorum. Job. 36. 14. Dice: “Salute a loro Signori, è già andato in Paradiso”. Di ognuno che muore, si suole dire: è andato in Paradiso. È andato in Paradiso, se meritava il Paradiso; ma se meritava l’inferno? Salute a loro Signori, se n’è andato all’Inferno. Tutti vanno in Paradiso? Oh quanti pochi ci vanno!

15. Ecco si veste presto il cadavere, prima che finisca d’intirizzirsi; si prende la veste più logora, giacché presto dovrà marcire insieme col cadavere. Si mettono due candele accese nella camera, si serra la cortina del letto dove sta il morto, e si lascia. Si manda poi a dire al Parroco, che venga presto la mattina a prendere il cadavere. Ecco vengono già la mattina i Preti; si avviano l’esequie, nelle quali in fine va il morto; e questa è l’ultima passeggiata che ha da fare per la terra. Cominciano a cantare i Preti: De profundis clamavi ad te, Domine etc. Frattanto quelli che vedono passar l’esequie, parlano del morto, chi dice: “È stato un superbo”; chi dice: “Fosse morto dieci anni prima!”; chi dice: “Ha avuto fortuna, si è fatto i danari, una bella casa, una bella masseria, ma ora non si porta niente con sé”. E mentre che quelli parlano, il defunto starà bruciando all’inferno. Arriva alla Chiesa, si colloca il cadavere in mezzo con sei candele, vanno gli altri a mirarlo; ma presto voltano gli occhi, poiché il cadavere mette orrore colla sua vista. Si canta la Messa, e dopo la Messa la Libera; e si conclude finalmente la funzione con quelle parole: Requiescat in pace. Riposi in pace. Riposi in pace, se è morto in pace con Dio; ma se è morto in disgrazia di Dio, che pace! Che pace! Non avrà pace, mentre Dio sarà Dio. Appresso immediatamente si apre la sepoltura, si butta in quella il cadavere, si serra la fossa colla pietra, e si lascia a marcire, ed esser pascolo dei sorci e dei vermi; e così per ognuno finisce la scena di questo mondo. I parenti si vestono di lutto, ma prima si applicano a spartirsi le robe lasciate; gettano qualche lacrima per due o tre giorni, e poi se ne scordano. E del morto che ne sarà? Se si è salvato, sarà felice per sempre; se si è dannato, sarà per sempre infelice.



lll 

Pensiero del giorno

Ogni mattina, nella santa Comunione (...) parli a Gesù con tutta la confidenza filiale, manifestando i bisogni, i desideri, le aspirazioni, le pene, effondendo tutto il suo cuore. Anche nella S. Meditazione dia libero sfogo ai santi affetti. Se qualche volta si sentisse un po’ fredda e arida, non si angusti, né tralasci per questo motivo di compiere le pratiche di pietà. Invece si umili ai piedi di Gesù, riconoscendo la sua miseria e ravvivando sempre più la confidenza e la fiducia in Lui.


(Brano tratto dagli scritti di Padre Felice Maria Cappello, 1879-1962).

giovedì 21 febbraio 2019

Francescani dell’Immacolata verso una soluzione “cecoslovacca”? (lk)

Il caso dei Francescani dell'Immacolata continua a suscitare molto interesse sul web. Ogni tanto ne parlo anche io sul blog. Ho conosciuto personalmente i frati molti anni fa, ma poi non ho più frequentato le loro chiese. Non ho mai fatto parte né del loro Terz'Ordine né della Milizia dell'Immacolata Mediatrice. Non sono in contatto con nessuno dei frati. Ho premesso ciò per far comprendere che non ho nessun interesse personale in questa vicenda... 

È evidente che su alcune questioni come la liturgia ci siano opinioni diverse tra i frati. Ma come risolvere questa vicenda? Una delle ipotesi che circolano è una “soluzione alla cecoslovacca”, cioè una separazione consensuale tra i due gruppi di frati con sensibilità diverse. A dir la verità, già un anno prima del commissariamento ho sentito parlare dell’ipotesi di una “separazione consensuale” tra i due gruppi, dando così la possibilità ai frati che non condividevano più la “linea Manelli” di vivere in maniera diversa la vocazione francescana.

Che dire in proposito? Se da un lato una “separazione consensuale” (come avvenne nel 1992 per la Cecoslovacchia, che in maniera pacifica si separò in due Stati distinti) potrebbe sembrare una scelta estrema, dall'altro potrebbe davvero mettere la parola fine a questa annosa vicenda. Del resto la storia della Chiesa è ricca di esempi del genere, infatti sono tanti gli istituti religiosi che sono nati mediante una sorta di “scissione” da altri istituti, penso ad esempio a: Cappuccini, Camaldolesi, Eremiti Camaldolesi Montecoronesi, Cistercensi, Cistercensi della Stretta Osservanza, Benedettini Olivetani, Carmelitane Scalze, Frati Minori Rinnovati, ecc. Gli stessi Francescani dell'Immacolata nacquero da una “scissione” dai Frati Minori Conventuali, quindi non possiamo escludere che in futuro possa nascere qualche nuovo istituto di spiritualità francescana. Staremo a vedere quel che accadrà, spero solo che questa crisi possa essere risolta al più presto, per il bene di tutti.

Una cosa che mi ha fatto molto riflettere è il fatto che una parte dei frati (anche sacerdoti) che sono usciti dall'istituto ai tempi del generalato di Padre Stefano Maria Manelli, simpatizzavano per la Messa tridentina. Dunque questa vicenda è un caso complesso che non riguarda semplicemente questioni di gusti liturgici. 

Lo scopo di questo post non è di analizzare i motivi che hanno portato alla deposizione del “Governo Manelli” o di fare dei rilievi sull'attuale governo dell'istituto. La mia speranza è che possa essere trovata una soluzione che metta tutti d'accordo. Trovare una buona soluzione a questa vicenda conviene a tutti.

Conviene ai frati che non hanno nostalgia del “Governo Manelli”, dato che la Congregazione dei Francescani dell'Immacolata ha bisogno di serenità per svolgere la propria missione apostolica, mentre le accese polemiche che divampano su internet non portano giovamento. Ad esempio proviamo ad immaginare un ragazzo che è affascinato dalla spiritualità mariano-kolbiana dell'istituto e vorrebbe entrare in esso; probabilmente ragionerebbe così: “Il carisma dell'istituto mi piace molto, ma tutte queste polemiche mi preoccupano. Prima di chiedere di poter fare un'esperienza vocazionale preferisco aspettare che la situazione torni tranquilla”. 

Inoltre in questo momento i frati che non condividono la “linea Manelli” potrebbero sfruttare l'oggettiva posizione di forza per ottenere da eventuali trattative dei risultati particolarmente vantaggiosi. Pertanto a loro converrebbe una soluzione rapida della vicenda perché non si sa se in futuro (ad esempio col prossimo Papa) potranno contare ancora sull'attuale posizione di forza.

A beneficiare di un accordo sarebbero anche i cosiddetti “manelliani”, cioè i frati che conservano un bel ricordo del “Governo Manelli”. Attualmente questi frati si trovano in una posizione di svantaggio, nel senso che oggettivamente hanno un potere contrattuale non molto elevato, tuttavia anche se riuscissero ad ottenere solo un “bicchiere mezzo pieno”, sarebbe comunque un risultato positivo.

Penso che anche il Papa sarebbe felice se venisse trovata una soluzione condivisa che mettesse fine a questa dolorosa vicenda. Sarebbe contento principalmente per il bene delle anime. Inoltre, visto che il papato comporta il dover affrontare e risolvere tanti problemi ecclesiali, potrebbe finalmente togliersi dai piedi una questione fastidiosa.

Alcuni diranno: “In effetti un accordo condiviso andrebbe a vantaggio di tutti, anche dei tanti fedeli laici e benefattori che attualmente sono turbati da tutte le polemiche che sono sorte. Tuttavia, non hai detto quali potrebbero essere le possibili soluzioni oltre a quella cecoslovacca”.

Penso che le soluzioni potrebbero essere varie, tuttavia i principali protagonisti di questa vicenda sono persone intelligenti ed esperte di questioni ecclesiali, quindi sanno bene quali potrebbero essere i punti su cui discutere nel caso venissero avviate delle trattative.

Se venisse trovato un accordo che ponga fine alle divergenze, il più felice di tutti sarebbe il Capo supremo della Chiesa Cattolica, ossia Gesù Cristo, il Re della pace.

Approfitto dell'occasione per ringraziare i Francescani dell'Immacolata per avermi fatto ascoltare diverse volte nelle loro Messe un bellissimo canto gregoriano che tra le altre cose afferma:

Congregavit nos in unum Christi amor.
Exultemus, et in ipso iucundemur.
[...]
Et ex corde diligamus nos sincero.
[...]
Cessent iurgia maligna, cessent lites.
Et in medio nostri sit Christus Deus.

Pensiero del giorno - Povero in spirito

I desideri terreni […] sono come bevande gassose: dilatano lo stomaco ma non lo saziano; i desideri celesti invece sono come linfa benefica che si diffonde in tutte le fibre della vita e la fa fiorire.

Povero di spirito è chi è distaccato da tutto, pur possedendo, o chi, non avendo nulla, non desidera altro, e si acquieta nella vita, confidando in Dio solo. Povero di spirito o nello spirito è chi non ha l'anima infarcita di sapienza umana, ma si apre con semplicità alla luce di Dio. Povero di spirito è chi volontariamente abbandona ogni suo avere per abbracciarsi, senza ostacoli, al Sommo Bene, chi sopporta con sapienza la perdita dei beni, chi tollera in pace la sopraffazione ingiusta, e spregia i beni che gli vengono rapiti, chi rinunzia alle sue agiatezze per consolare i poveri, e diventa come acquedotto della carità […]. Povero di spirito è soprattutto chi confida in Dio solo, e riguarda come nullità le cose presenti, fissando gli occhi sempre alla dolce paternità del Signore, chi si crede nullità e non confida nelle proprie forze, ma fa appello alla bontà ed alla misericordia di Dio.

Beati sono ancora i poveri di beni materiali, che mutano la loro povertà in ricchezze spirituali, uniformandosi alla divina Volontà e confidando nel Signore. La fiducia toglie l'angustia che cagiona la povertà materiale, poiché Dio interviene sempre per soccorrere chi gli si abbandona, e rende non solo sopportabile ma beata la condizione di chi non ha niente.

[Brano tratto dal libro “La Sacra Scrittura”, volume XX, Vangelo secondo Matteo, Don Dolindo Ruotolo, Apostolato Stampa]

mercoledì 20 febbraio 2019

Preparazione al matrimonio

Dagli scritti di Don Federico Tillmann.


Se arduo passo è quello del matrimonio, se importantissima è la buona riuscita di esso per il bene temporale ed eterno dei coniugi e della prole, come per quello della società umana, sarà grave dovere quello di effettuare una consapevole ed accurata preparazione ai doveri ch’esso comporta e di determinarsi inoltre alla scelta dopo ponderata riflessione.

La migliore preparazione per un matrimonio felice è una gioventù trascorsa in purezza, nel corso della quale il futuro sposo si sia andato abituando alla disciplina e al dominio di sè. Il giovane moralmente e religiosamente fondato e maturato porta con sè la garanzia di diventare buon marito e buon padre, così come la giovane seria e pia sarà domani una sposa e una madre secondo il cuore di Dio. Sarà loro possibile di educare i figli in modo che siano a loro volta dei buoni cristiani, instillando in essi insieme con l’amore di Dio anche un affetto illuminato per la patria e per i propri connazionali.

L’atto più importante della preparazione prossima al matrimonio è, come ovvio, la scelta accurata del coniuge, scelta in cui dovrà tenersi conto delle qualità di salute, della cultura e della posizione sociale; elementi tutti che concorrono per una unione felice e non si possono senza pericolo trascurare. Per quanto l'inclinazione del sentimento possa essere forte, tuttavia essa non deve accecare così da non consentire la visione dei difetti e delle manchevolezze, anzi quando seri inconvenienti si rivelino essa dovrà cedere per il bene vero di ambe le parti. 

(...)

Perchè l’unione possa essere veramente intima e profonda dal lato spirituale, la Chiesa in linea di principio riprova il matrimonio tra persone di fede diversa; solo lo consente, tollerandolo, quando vi siano motivi gravi e sia assicurata la celebrazione del matrimonio cattolico e la cattolica educazione della prole. In tali unioni manca quello che è il presupposto di una completa intimità di sentire: quando i coniugi non sono uniti nei sentimenti più profondi, nella fede comune, non può sorgere una società coniugale santa ed eletta secondo il modello della unione di Cristo con la Chiesa. L’esperienza di ogni giorno dimostra poi che in tali unioni manca per la educazione dei figli quella vitale forza religiosa e quel calore che sono necessari: ed è ancora quotidiana constatazione che in tali matrimoni sorgono presto attriti (...) e difficoltà o rimpianti che spesso conducono alla disarmonia nella convivenza e sono causa di tormento spirituale per ambo le parti. 

I fidanzati cristiani trascorreranno il periodo del loro fidanzamento in purezza, in preghiera, ricevendo i Sacramenti nell’intento di prepararsi al matrimonio. Se in questo tempo, invece della stima e del rispetto reciproco, dovessero sorgere sfrenatezza e disistima, sarà con ciò minata la base della futura felicità. La fidanzata che non si sente sicura contro la passionale violenza del futuro sposo e si vede privata di quel rispetto di cui ha diritto, non può aspettarsi nello stato coniugale da parte di lui quel delicato riguardo e quella padronanza dei sensi, che sono indispensabili per la felicità del matrimonio. 


(Brano tratto da "Il Maestro chiama - Compendio di morale cristiana", di Don Ferederico Tillmann, traduzione di Don Carlo Colombo, Morcelliana, 1940).

martedì 19 febbraio 2019

Il perdono del moribondo

Dagli scritti di Don Giuseppe Tomaselli.


A proposito di perdono, giova ricordare quanto è narrato nella vita di Santa Margherita Alacoque.

Mentre la Santa era nel convento, sotto le predilezioni del Cuore di Gesù, venne a morire un uomo. La moglie di questi era tormentata dal dubbio se il marito fosse salvo o dannato. Si rivolse alla Santa, conoscendo che essa era a contatto con Gesù, affinché pregasse.

Gesù si presentò alla sua Prediletta e le disse: Conforta la tale signora! Suo marito è salvo. Per il momento è in Purgatorio. Era in pericolo di dannarsi; ma un atto di carità compiuto sul letto di morte, gli rese favorevole il mio giudizio.

Che cosa era capitato? Da anni c'era un grande odio tra quest'uomo ed un cognato; non si parlavano più. Quando quest'ultimo seppe che stava per morire il suo nemico, sia per riparare il male fatto, sia per convenienza, si recò a fargli visita; però si fermò in un angolo della stanza, quasi per non lasciarsi vedere. Il moribondo, in un momento di lucidità, scorse il cognato e gli fece cenno con la mano di avvicinarsi:

- Perdoniamoci a vicenda!... Si muore... Tutto passa!... - Questo atto di carità attirò tanta grazia al moribondo da liberarlo dall'inferno.


Spegnere l'odio

Questi esempi dovrebbero essere ben meditati. Poichè il perdonare i nemici è di tanto vantaggio ai vivi e di tatto sollievo ai morti, si approfitti dell'occasione del lutto per rappacificarsi con il prossimo.

L'odio d'ordinario regna o nella parentela o nell'ambito dei cosiddetti «amici». Si superi la ripugnanza naturale a perdonare, si faccia un sacrificio per amore di Dio e per amore dei morti... si vada a visitare chi è a lutto e si dimentichi il passato.

Chi riceve una visita di rappacificazione, non si arrischi a respingerla. E' doloroso il dirlo! E' avvenuto che in occasione di lutto si è presentata qualche persona ed i parenti del morto l'hanno cacciata, dicendo: Voi non dovete mettere mai piede in casa nostra! - Ma chi agisce in tal modo, può dire di amare i propri morti? Se li amasse, perdonerebbe e suffragherebbe la loro anima!

Cosa dire dell'odio che sorge tra fratelli e sorelle dopo la morte dei genitori, a motivo dell'eredità?... Si rompono le relazioni sacre, che sono quelle del sangue, si ricorre ai tribunali, anche quando non si sparga sangue; fratelli e sorelle che non si salutano per anni ed anni e non si visitano neppure sul letto di morte.

Costoro perchè non perdonano? Forse recitano preghiere di suffragio per i genitori; e non sanno però che non giova ai defunti il suffragio che parte da un cuore vittima dell'odio.

Potessero queste pagine concorrere a spegnere l'odio in tante famiglie!


Distruggere

Un altro suffragio è il distruggere i residui di peccato, imputabili ai morti. Si chiarisce l'argomento con qualche esempio, preso dal volume «Meraviglie del Purgatorio ».

Un celebre pittore era stato pressato da un ricco signore a fare dei quadri poco decenti. In seguito se ne pentì e, per riparare il male fatto, si dedicò alla pittura sacra. Passò gli ultimi anni di vita in un convento di Carmelitani Scalzi, ove lasciò un artistico quadro sacro. Morì con i conforti religiosi. Dopo alcuni giorni dalla morte, mentre un Frate era in coro dopo il Mattutino, il pittore apparve in Chiesa; era piangente e stava avvolto tra le fiamme. Il Frate lo riconobbe e chiese come mai dopo una vita così esemplare ed una morte così edificante, potesse trovarsi in tale stato. Il defunto rispose: Quando mi trovai al divin tribunale mi vidi circondato da molte persone, le quali deponevano contro di me, perchè si trovavano in Purgatorio per aver mirati i quadri indecenti da me pittati; ma quello che più mi atterrì fu il vederne uscire altre dall'inferno, gridando, perchè si erano dannate per colpa mia. Fui salvo dalla morte eterna per le opere buone compiute e per la buona morte, ma fui condannato a soffrire tra le fiamme del Purgatorio finché non siano distrutti quei brutti quadri da me lavorati, i quali ancora continuano a dare scandalo. Vi prego, dunque, per pietà, di recarvi dal proprietario, supplicandolo di bruciare subito quelle pitture. Che se si rifiutasse, guai a lui!... In prova di quanto vi dico ed in punizione del cattivo lavoro che volle fatto, fra poco perderà i due suoi figli e, qualora mancasse di ubbidire agli ordini divini, egli stesso morrà. -

Il padrone, informato di tutto, subito distrusse i quadri ed in meno di un mese vide morire i suoi due figli. Fortemente colpito da questo fatto, si diede ad una vita di penitenza.


[Brano tratto da "I nostri morti - La casa di tutti", di Don Giuseppe Tomaselli].

Pensiero del giorno

Vi è la milizia di Dio che combatte con la parola e l'azione prorompente... Noi siamo di quell'altra milizia di Dio, umile e nascosta, ma ugualmente apostolica, che combatte con la preghiera e il sacrificio, e che versa goccia a goccia il sangue del cuore... Amare, cantare, acclamare, sì, la folla lo sa fare davanti a questo Cuore che brucia d'amore per gli uomini. Pregare, compatire, offrire, riparare e soffrire per Lui che ha conosciuto tutte le agonie e tutti i dolori è la missione degli amici privilegiati. Buttiamoci ardenti in quest'opera di riparazione, nonostante la nostra piccolezza.


(Pensieri scelti dagli scritti della Beata Maria di Gesù Deluil-Martiny, "Gesù deve regnare", a cura di Paolo Risso, LEV)

lunedì 18 febbraio 2019

Consigli per conseguire la perfezione cristiana

I seguenti consigli servono ad avviare le anime alla perfezione cristiana, e sono tratti da un opuscolo del 1931 intitolato "Regolamento di vita per tendere alla perfezione cristiana e conseguirla", scritto dal sacerdote Redentorista Padre G. Finelli, pubblicato a Modena dalla Tipografia Ferraguti. Ringrazio di cuore Teodolinda per avermeli inviati.



Per tendere alla perfezione e conseguirla bisogna:

1 - Avere un grande, generoso ed efficace desiderio di essere perfetti. Secondo S. Alfonso de’ Liguori il desiderio della perfezione deve essere forte perché un debole desiderio permette di adagiarsi nelle imperfezioni mentre S. Teresa affermava che il desiderio della virtù facilita l’acquisto della medesima.

2 - Scegliersi un Direttore Spirituale pio ed illuminato che possa guidare l’anima per la via sicura del cielo. Dopo aver trovato un Direttore bisogna stabilire un metodo o regolamento di vita, sottoporlo alla sua approvazione ed accettare di buon animo i cambiamenti che esso porterà nella nostra vita.

3 - Essere fedeli ed esatti non solo nelle grandi cose ma anche nelle piccole. Bisogna riflettere sul fatto che le grandi occasioni per servire Dio sono rare mentre le piccole si presentano ad ogni istante. S. Francesco di Sales diceva che le virtù più piccole sono piccoli fiori ai piedi della croce mentre S. Paolo ripeteva di fare tutte le cose per la gloria di Dio.

4 - Operare con attenzione pensando a ciò che si fa, con rettitudine e pacatezza riflettendo per chi si fanno le azioni. Bisogna santificare il lavoro quotidiano. S. Francesco di Sales diceva che Dio non misura la perfezione dalle molte cose fatte ma dal modo come sono fatte.

5 - Esercizio della presenza di Dio. E’ il fondamento della perfezione perché libera l’anima dai peccati, la induce a praticare la virtù e la muove ad unirsi a Dio per mezzo dell’amore che è l’essenza stessa della perfezione.

6 - Confessarsi possibilmente ogni settimana e fare la comunione [...]. I Sacramenti producono ed aumentano la grazia, elemento necessario per conseguire la perfezione.

I principali ostacoli alla perfezione sono i seguenti:

1 - Le soverchie occupazioni. (Attività che assorbono tutto il tempo e distraggono il cuore da Dio).

2 - Le delizie temporali. (Divertimenti, piaceri, vita comoda).

3 - La curiosità.

4 - L’incostanza nelle pie pratiche.

5 - Il peccato mortale. (E' negazione della perfezione).

6 - Le occasioni cattive.

7 - Il rispetto umano.

8 - La tiepidezza. (c'è quella inevitabile dovuta alla nostra fragilità e quella deplorabile dovuta ai peccati veniali).

9 - La tristezza - l’inquietitudine - lo scoraggiamento.

Le ultime tre si vincono con la confidenza in Dio e con la rassegnazione al divino volere.

Pratica della perfezione.

La perfezione consiste nel perfetto amore di Dio, nella carità perfetta. Bisogna sentire il contatto con Dio per essere simili a Lui. S. Teresa diceva che il perfetto amore di Dio consiste in un vivo desiderio di dar gusto a Dio in tutte le cose e nel procurare, per quanto si può, di non offenderlo e di promuovere la sua gloria. Segno della perfezione è l’uniformità alla volontà di Dio e per conseguire la perfezione bisogna esercitare la virtù che è la forza necessaria per acquistare delle buone abitudini. Le virtù vanno esercitate in modi diversi secondo il proprio stato. Non bisogna incepparsi in piccolezze e vane scrupolosità. Bisogna progredire senza pretendere troppo, non ci si deve meravigliare della propria debolezza né scoraggiarsi dei difetti ma umiliarsi davanti a Dio e aprirgli il cuore a confidenza per ricevere il suo aiuto.

venerdì 15 febbraio 2019

Il demonio dietro l'ostracismo nei confronti della Messa tridentina

Un cattolico non può, in coscienza, odiare la Messa tradizionale. Non si può disprezzare un rito così venerabile che ha aiutato a santificare innumerevoli anime nel corso dei secoli. Eppure ci sono tanti modernisti che usano parole di sommo disprezzo nei confronti della liturgia antica. Ma chi è che li spinge a nutrire sentimenti di avversione verso tutto ciò che ha un sapore “tradizionale” nella vita cristiana? Chi è che li aizza a perseguitare e a ostracizzare i cattolici rimasti fedeli alla Tradizione? Il demonio!

Il Beato Gabriele Maria Allegra (1907-1976), un pio missionario francescano che tradusse l'intera Sacra Scrittura in lingua cinese, scrisse parole forti in proposito:

Quando penso che il latino non si studia più, che anche in questo abbiamo seguito l'andazzo dei protestanti, o più esattamente di alcune sette protestanti, quando penso che l'immensa letteratura patristica latina, i più insigni documenti della storia della Chiesa di Dio in Cina, che sono scritti in latino, sono ormai libri sigillati per i futuri sacerdoti, e aggiungo, quando penso che per noi francescani tutte le nostre antiche fonti e tutte le grandi opere sono scritte in latino, mi vengono le lacrime agli occhi, e non metaforicamente. […] In certe ambiguità liturgiche e disciplinari, nell'ostracismo del latino, della Messa di San Pio V e del canto gregoriano, [...] nel pluralismo teologico, nell'indigenizzazione delle Chiese locali, io ci vedo la presenza dell’hinimicus homo, l’opera di satana [...].

(Citazione tratta da “Ideo multum tenemur Ei”, quaderno III, 23 agosto 1975).

Le suore gianseniste di Port-Royal


Anche oggi vi sono dei cristiani che vorrebbero esigere un'infinità di cose, di cui Gesù Cristo non ha fatto parola. E' quel che fecero le suore di Port-Royal, seguendo l'eresia del giansenismo, che tanto male ha fatto alla Chiesa. Le teorie ispirate a una severità inaudita furono controproducenti, perché, anziché spingere le anime al bene, le ritrassero dai sacramenti. [...] Il giansenismo è un'eresia scomparsa ufficialmente da gran tempo; eppure, se non c'è più nessuno che oserebbe proclamarsi giansenista in teoria, esistono sempre molti giansenisti nella pratica. Perfino in un'epoca come la nostra, che sembra tutto l'opposto del giansenismo per la sua faciloneria religiosa e la disinvoltura morale, non è raro ascoltare ragionamenti che sarebbero stati benissimo in bocca a quelle suore, traviate da tanto rigorismo.

(Brano tratto dagli scritti di Mons. Ernesto Moneta Caglio, 1907 - 1995).

giovedì 14 febbraio 2019

Partecipare in maniera "interiormente attiva" al Santo Sacrificio della Messa

Prendo spunto da una lettera che mi ha inviato Maristella per parlare di un tema che mi sta particolarmente a cuore: la partecipazione "interiormente attiva" al Santo Sacrificio della Messa.


Caro fratello in Cristo,
[…]. Nelle scorse due settimane, per impegni familiari, ho partecipato alla Messa festiva celebrata in novus ordo. Ho fatto fatica a restare concentrata su ciò che stavo vivendo.

Durante la settimana partecipo quasi tutti i giorni alla Messa feriale: qualche giorno fa ho trovato un sacerdote che mi ha porto l'Eucarestia in un modo così maldestro che ho rischiato di far cadere a terra  la particola! Tutto questo perché io sono molto determinata nel mio voler fare la Comunione sulla lingua e non sulle mani. Sono stata molto triste e ho confessato nel cuore a Gesù il mio sconforto: ricordo bene che quando ero una bambina al momento della Comunione c'era sempre un chierichetto con un piattino proprio per evitare di far cadere inavvertitamente le particole a terra.
Che dolore, che sconforto vedere tanta noncuranza: eppure da questo sconforto dobbiamo far scaturire tanti gesti d'amore per consolare Nostro Signore, tante preghiere accorate perché proprio Lui ci ha promesso che non ci abbandonerà mai.

Oggi sono tornata alla consueta Messa in rito ambrosiano antico: con la chiesa piena di persone come sempre. Ha celebrato un padre carmelitano: commentando le letture ci ha energicamente esortati a restare radicati nella fede, nella Tradizione, a non lasciarci distogliere e lusingare dalla certe vane dottrine del mondo. Ci ha ricordato la nostra vocazione alla santità [...]. Ringraziamo Dio per queste prediche sferzanti […].

Sempre uniti nella preghiera.

Nei Cuori Immacolati

Maristella 



Cara sorella in Cristo,

innanzitutto desidero ringraziarti di cuore per tutto il bene che mi doni. Oltre ad essere una generosa sostenitrice del blog e avermi concesso la facoltà di pubblicare i tuoi scritti, mi stai donando anche una preziosa amicizia fraterna. In questa società scristianizzata è facile restare amareggiati dal comportamento ingiusto e, a volte, persino spietato di altre persone. Ti confesso che anche da parte di gente legata alla Messa tradizionale ho ricevuto delle delusioni e in certi casi anche delle “pugnalate alle spalle” che mi hanno fatto soffrire. Tu invece è dal 2015 che mi tratti con tanta carità fraterna. La tua amicizia mi è di conforto. Grazie!

Per quanto riguarda la Messa nel rito moderno devo dirti che non è facile trovare delle chiese nelle quali venga celebrata con devozione e sacralità. Inoltre devo ammettere che anche io mi distraggo più facilmente col novus ordo, soprattutto durante le cosiddette “preghiere dei fedeli” che vengono lette dopo il Credo, le quali in certi casi sono state scritte da catechiste o da altri collaboratori dei parroci, con un linguaggio che in genere viene utilizzato dai simpatizzanti del Partito Democratico.

Anche io preferisco non prendere mai la Comunione in mano onde evitare che qualche piccolo frammento possa essere disperso. Il Concilio di Trento insegna infallibilmente che anche in ogni piccolo frammento di Ostia è realmente presente Gesù Cristo con tutto il suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità.

A noi cattolici legati alla liturgia antica piace tanto la Messa celebrata nella forma extraordinaria perché la viviamo in maniera più intensa e profonda, siamo attratti dall'affascinante sacralità del rito e percepiamo fortemente l'essenza sacrificale della Messa nella quale si rinnova il Santo Sacrificio del Redentore Divino. Insomma alla Messa tridentina vi partecipiamo in maniera attenta e devota, nutrendo in maniera abbonante la nostra anima. Invece alla Messa in rito moderno, anche se celebrata con devozione e senza abusi liturgici, ci distraiamo molto più facilmente e le nostre anime non si sentono molto edificate come quando assistono al rito tradizionale. Purtroppo, non tutti riescono a capire le nostre aspirazioni liturgiche e spirituali. Personalmente sono convinto che la Messa tridentina sia particolarmente adatta alle anime contemplative e in generale a coloro che praticano un'intensa vita spirituale. Per esempio,  durante il Canone Romano (la preghiera di Consacrazione che nel rito antico viene pronunciata sottovoce dal sacerdote), in quell'apparente silenzio, mentre una persona spirituale si immerge nell'orazione mentale e offre in oblazione alla Santissima Trinità il Santo Sacrificio di Cristo, invece un'anima “poco spirituale” non sa che fare in quei momenti, si distrae facilmente e si annoia certamente, desiderando di poter tornare al più presto alla Messa in rito moderno, nella quale è molto facile avere la tentazione di assistere passivamente alla Consacrazione, limitandosi ad ascoltare quel che dice il prete a voce alta, e quindi senza fare attivamente nel proprio cuore degli atti di adorazione, oblazione, impetrazione, carità perfetta, ecc.

Rinnovandoti la mia gratitudine per la tua confortante amicizia spirituale, ti saluto cordialmente in Corde Matris.

Cordialiter

mercoledì 13 febbraio 2019

La lotta contro il demonio

Dagli scritti di Padre Adolphe Tanquerey.



1° Esistenza e perchè della tentazione diabolica. Abbiamo visto [...] come il demonio, geloso della felicità dei nostri progenitori, li indusse a peccare e non riuscì che troppo bene nella sua impresa; quindi il libro della Sapienza dichiara che "la morte entrò nel mondo per l'invidia del demonio: Invidia diaboli mors introivit in orbem". D'allora in poi non cessò mai d'infierire contro i discendenti d'Adamo e di tendere loro insidie; e benchè, dopo la venuta di Nostro Signore sulla terra e il suo trionfo sopra Satana, l'impero ne sia di molto diminuito, pure non è men vero che noi dobbiamo lottare non solo contro la carne e il sangue, ma anche contro le potenze delle tenebre e gli spiriti malvagi. Ce l'afferma S. Paolo: "Non dobbiamo lottare contro carne e sangue ma contro... spiriti malvagi: Quoniam non est nobis colluctatio adversus carnem et sanguinem, sed adversus... mundi rectores tenebrarum harum, contra spiritualia nequitiæ". S. Pietro paragona il demonio ad un leone ruggente che fa la ronda attorno a noi e cerca di divorarci: "Adversarius vester diabolus tanquam leo rugiens, circuit quærens quem devoret".

La Provvidenza permette questi assalti in virtù del principio generale che Dio governa le anime non solo direttamente ma anche per mezzo delle cause seconde, lasciando alle creature una certa libertà d'azione. D'altra parte ci avvisa di stare in guardia, e per proteggerci c'invia in aiuto gli angeli buoni e in particolare l'angelo custode [...], senza dire dell'aiuto che ci presta egli stesso o per mezzo del suo Figlio. Approfittandoci di quest'aiuto, noi trionfiamo del demonio, ci rassodiamo nella virtù e acquistiamo meriti per il cielo. Quest'ammirabile condotta della Provvidenza ci mostra anche meglio quale somma importanza dobbiamo dare alla nostra salvezza e alla nostra santificazione, dacchè vi prendono parte il cielo e l'inferno, e attorno all'anima nostra e talora dentro l'anima stessa avvengono tra le potenze celesti e le infernali fieri combattimenti la cui posta è la vita eterna. Per uscirne vittoriosi, vediamo come procede il demonio.

2° La tattica del demonio. A) Il demonio non può agire direttamente sulle nostre facoltà superiori, l'intelligenza e la volontà, avendo Dio riservato a sè questo santuario; Dio solo può penetrare nel centro dell'anima nostra e muovere i segreti congegni della nostra volontà senza farci violenza: Deus solus animæ illabitur.

Ma può operare direttamente sul corpo, sui sensi esterni ed interni, in particolare sulla fantasia e sulla memoria, come pure sulle passioni che risiedono nell'appetito sensitivo; in questo modo viene ad agire indirettamente sulla volontà, che dai vari moti della sensibilità è sollecitata a dare il suo consenso. Tuttavia, come osserva S. Tommaso, "essa resta sempre libera di acconsentire o di resistere a questi moti delle passioni: Voluntas semper remanet libera ad consentiendum vel resistendum passioni".

B) D'altra parte, benchè il potere del demonio sia molto esteso sulle facoltà sensibili e sul corpo, questo potere è limitato da Dio, che non gli permette di tentarci sopra le nostre forze: "Fidelis autem Deus est qui non patietur vos tentari supra id quod potestis; sed faciet etiam cum tentatione proventum". Chi dunque s'appoggia su Dio con umiltà e confidenza è sicuro di riuscire vittorioso.

C) Non bisogna poi credere, dice S. Tommaso, che tutte le tentazioni che abbiamo siano opera del demonio; la nostra concupiscenza, mossa da abitudini passate e da imprudenze presenti, basta a spiegarne un gran numero: "Unusquisque vero tentatur a concupiscentiâ suâ abstractus et illectus". Come pure sarebbe temerario l'affermare che non abbia influenza su nessuna contrariamente al chiaro insegnamento della Scrittura e della Tradizione; la sua gelosia contro gli uomini e il desiderio che ha di farseli schiavi, ne spiegano abbastanza il malefico intervento.

Or come riconoscere la tentazione diabolica? È cosa difficile, bastando la nostra concupiscenza a violentemente tentarci. Tuttavia si può dire che quando la tentazione è subitanea, violenta e di una durata eccessiva, il demonio vi ha certamente una larga parte. Si può argomentarlo specialmente quando la tentazione turba profondamente e a lungo l'anima, quando suggerisce il gusto delle cose chiassose, delle mortificazioni straordinarie ed appariscenti e principalmente quando si è fortemente inclinati a non dir nulla di tutto questo al proprio direttore e a diffidare dei propri superiori.


(Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Desclée & Co., 1928) 

martedì 12 febbraio 2019

Cercare delle vere amicizie

Per me è di grande conforto sapere che in questa società in cui regnano i valori anticristiani, esistono ancora persone pie, umili, corrette, leali, caritatevoli, gioviali e fraterne. Ecco la lettera di una lettrice con cui è sorta una solida amicizia spirituale. 


Caro D., fratello in Cristo,
                                              le ore che abbiamo trascorso al telefono sono passate piacevolmente e, per questo, velocemente. Penso anch'io che un'amicizia spirituale possa aiutare molto nel cammino verso Dio. 

[...]

Che sante parole quelle di san Francesco di Sales riguardanti le amicizie spirituali! Posso affermare che il balsamo della devozione si sta effondendo dalla tua anima alla mia, sebbene la nostra amicizia spirituale sia ancora agli inizi. Credo che sia perché da tempo ho iniziato a pregare Dio chiedendoGli solo che si compia la Sua volontà nella mia vita, abbandonandomi al Suo amore e ai Suoi doni. [...] San Francesco di Sales dice “Coloro che camminano in piano non hanno bisogno di prendersi per mano, ma coloro che si trovano in un cammino scabroso e scivoloso si sostengono l'un l'altro per camminare con maggiore sicurezza”. Mi piace questa immagine, rende l'idea di quanto sia facile cadere in questa vita e di quanto può esserci utile un sostegno su cui appoggiarsi e verso il quale ricambiare l'appoggio.

Anche tu mi sei di conforto spirituale [...]. Caro D., grazie per la tua amicizia spirituale che mi sta arricchendo molto e che desidero rafforzare quanto te.

Sia lodato Gesù Cristo

(Lettera firmata)


Cara sorella in Cristo,
                                   sono rimasto colpito quando al telefono mi hai detto che da quando abbiamo ripreso a scriverci stai avendo degli effetti benefici nella vita spirituale e stai pregando con grande fervore. Quel che mi hai confidato mi induce a proseguire volentieri la nostra bella amicizia spirituale, nella speranza che sia gradita al Signore. Il Vangelo ci insegna a valutare le cose in base ai frutti, pertanto se un'amicizia produce dei frutti buoni è un buon segno, mentre se produce frutti cattivi, certamente non è voluta da Dio.

Affinché la nostra amicizia spirituale possa essere gradita alla Santissima Trinità e produrre frutti buoni è necessario continuare a costruirla su solide basi, ossia sulle virtù cristiane, sulla devozione, sulla carità fraterna, ecc., secondo gli insegnamenti di San Francesco di Sales, il quale a una sua figlia spirituale scrisse: “Ama tutti, Filotea, con un grande amore di carità, ma legati con un rapporto di amicizia soltanto con coloro che possono operare con te uno scambio di cose virtuose. Più le virtù saranno valide, più l'amicizia sarà perfetta. Se lo scambio avviene nel campo delle scienze, la tua amicizia sarà, senza dubbio, molto lodevole; più ancora se il campo sarà quello delle virtù, come la prudenza, la discrezione, la fortezza, la giustizia. Ma se questo scambio avverrà nel campo della carità, della devozione, della perfezione cristiana, allora sì, che si tratterà di un'amicizia perfetta. Sarà ottima perché viene da Dio, ottima perché tende a Dio, ottima perché il suo legame è Dio, ottima perché sarà eterna in Dio. È bello poter amare sulla terra come si ama in cielo, e imparare a volersi bene in questo mondo come faremo eternamente nell'altro. Non parlo qui del semplice amore di carità, perché quello dobbiamo averlo per tutti gli uomini; parlo dell'amicizia spirituale, nell'ambito della quale, due, tre o più persone si scambiano la devozione, gli affetti spirituali e diventano realmente un solo spirito. A ragione quelle anime felici possono cantare: Com'è bello e piacevole per i fratelli abitare insieme. Ed è vero, perché il delizioso balsamo della devozione si effonde da un cuore all'altro con una comunicazione ininterrotta [...]. Può darsi che qualcuno ti dica che non bisogna avere alcun genere di particolare affetto o amicizia, perché ciò ingombra il cuore, distrae lo spirito, dà luogo ad invidie; ma [...] per coloro che vivono tra la gente del mondo e abbracciano la vera virtù, è indispensabile stringere un'alleanza reciproca con una santa amicizia; infatti appoggiandosi ad essa, ci si fa coraggio, ci si aiuta, ci si sostiene nel cammino verso il bene” [Citazione tratta da "Filotea - Introduzione alla vita devota", Edizioni Paoline].

È davvero difficile trovare in giro delle vere amicizie, pertanto quando riesco a trovarne una davvero buona, la considero come un prezioso tesoro da custodire con grande cura. Tu mi sembri una persona molto virtuosa, apprezzo molto la tua visione soprannaturale della vita, la frequente riflessione sul fine eterno delle nostre anime, il tuo modo di fare affabile, fraterno e cordiale; inoltre mi fa molto piacere il fatto che condividi le mie idee, le mie aspirazioni, e le mie opinioni su tante cose importanti. Tra l'altro sei anche una persona colta e “intellettualmente interessante”, con la quale posso agevolmente conversare anche su temi non di carattere religioso. Tirando le somme posso dirti che ho l'impressione che tu sia una persona adatta con cui poter edificare una solida amicizia. E sono felicissimo che tu pensi lo stesso di me. Tu mi sei di edificazione, la tua amicizia mi trasmette entusiasmo per il cammino di perfezione cristiana, la tua vicinanza spirituale mi è di conforto. 

In Corde Matris,

Cordialiter

lunedì 11 febbraio 2019

Dio castiga la gente tirchia

Quando nel 2008 fallì la Lehman Brothers, famosa banca americana fondata da ebrei, si scatenò una delle più gravi crisi economiche della storia. Ovviamente ero dispiaciuto al pensiero che la crisi avrebbe gettato nella polvere tanta gente, ma cercai di vedere la situazione in maniera soprannaturale, pensando che Dio avrebbe cercato di trarre qualche bene da questa catastrofe economica, ad esempio staccando il cuore di tante persone dall’attaccamento esagerato ai beni materiali. Può darsi che alcuni, dopo essere stati travolti dalla crisi, si siano convertiti e abbiano cominciato a vivere in maniera più cristiana, ma la mia impressione è che la massa si sia ulteriormente allontanata dalla pratica degli insegnamenti del Vangelo. Ho notato ad esempio che dilaga ancora di più la piaga della tirchieria. È chiaro che se una persona è stata davvero colpita dalla crisi, deve stringere la cinghia e fare sacrifici. Ma c’è tanta gente che sta bene e dalla crisi è stata al massimo appena sfiorata, tuttavia sta sempre a lamentarsi che i soldi non bastano mai, e intanto ammassa sempre più beni materiali.

Qualche tempo fa una mia amica monaca di clausura con la quale stavo dialogando nel parlatorio del suo monastero mi ha confidato che da quando nel 2008 è scoppiata la crisi, le offerte dei benefattori si sono ridotte all’incirca alla metà della metà. E potrei citare altri casi del genere. Ovviamente nessuno si aspetta che le persone davvero colpite dalla crisi (ad esempio quelle che hanno perso il lavoro oppure quegli imprenditori che hanno visto crollare il fatturato della propria impresa) aprano il portafoglio per aiutare i bisognosi, ma tanti altri che non hanno visto calare il proprio reddito rispetto al 2008, perché stanno sempre a piagnucolare? Non ne parliamo poi di quelli che fanno gli spilorci coi bisognosi e poi magari vanno a fare la fila per acquistare borse griffate da 1.000 euro nei negozi extralusso, sempre più affollati di clienti.

Ma la gente tirchia prima o poi riceve il castigo da parte di Dio. Ci sono stati dei personaggi che quando erano nell’abbondanza hanno chiuso il cuore al prossimo, ma poi il Signore li ha puniti permettendo che loro stessi cedessero nella miseria. Altri ancora non sono stati puniti in questa vita, ma dopo la morte, come raccontato da Gesù nel Vangelo: il ricco epulone banchettava lautamente e non aiutò il povero Lazzaro, ma poi venne la morte e venne condannato all’inferno eterno. A che gli è giovato fare una vita agiata e ammassare beni materiali, visto che poi si è dannato l’anima?

sabato 9 febbraio 2019

Vera nozione della perfezione della vita cristiana

Di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932)



Stato della questione. Per ben risolvere questo problema, cominciamo con determinar lo stato della questione:

1° Nell'ordine naturale un essere è perfetto (perfectum) quando è finito e compito, e quindi quando consegue il suo fine: "Unumquodque dicitur esse perfectum in quantum attingit proprium finem, qui est ultima rei perfectio". Questa è la perfezione assoluta; ve n'è però un'altra, relativa e progressiva, che consiste nell'avvicinarsi a questo fine, sviluppando tutte le proprie facoltà e praticando tutti i propri doveri secondo le prescrizioni della legge naturale manifestata dalla retta regione.

2° Il fine dell'uomo, anche nell'ordine naturale, è Dio. 1) Creati da Lui, siamo necessariamente creati per Lui, poichè è chiaro che non può Dio trovare un fine più perfetto di Sè, essendo la pienezza dell'Essere; e d'altra parte creare per un fine imperfetto sarebbe indegno di Lui. 2) Di più, essendo Dio la perfezione infinita e quindi la fonte di ogni perfezione, l'uomo è tanto più perfetto quanto più s'avvicina a Lui e ne partecipa le divine perfezioni; ecco perchè il cuore umano non trova nelle creature nulla che possa soddisfarne le legittime aspirazioni: "Ultimus hominis finis est bonum increatum, scilicet Deus, qui solus sua infinita bonitate potest voluntatem hominis perfecte implere". A Dio quindi convien rivolgere tutte le nostre azioni; conoscerlo, amarlo, servirlo, e così glorificarlo, tal è il fine della vita e la fonte d'ogni perfezione.

3° Il che è anche più vero nell'ordine soprannaturale. Gratuitamente elevati da Dio ad uno stato che supera le nostre esigenze e le nostre possibilità, chiamati a contemplarlo un giorno con la visione beatifica e possedendolo già con la grazia, dotati di un intiero organismo soprannaturale per unirci a Lui con la pratica delle virtù cristiane, è chiaro che non possiamo perfezionarci se non avvicinandoci continuamente a Lui. E non potendo far questo senza unirci a Gesù, che è la via necessaria per andare al Padre, la nostra perfezione consisterà nel vivere per Dio in unione con Gesù Cristo: "Vivere summe Deo in Christo Jesu". Il che facciamo praticando le virtù cristiane, teologali e morali, che tutte hanno per fine di unirci in modo più o meno diretto a Dio, facendoci imitare N. S. Gesù Cristo. 

4° Sorge quindi la questione di sapere se, tra queste virtù, non ve ne sia una che compendi e contenga tutte le altre, e costituisca, a così dire, l'essenza della perfezione. S. Tommaso, sintetizzando la dottrina della S. Scrittura e dei Padri, risponde affermativamente e c'insegna che la perfezione consiste essenzialmente nell'amor di Dio e del prossimo amato per Dio: "Per se quidem et essentialiter consistit perfectio christianæ vitæ in caritate, principaliter quidem secundum dilectionem Dei, secundario autem secundum dilectionem proximi". Ma, poichè nella vita presente l'amor di Dio non può praticarsi senza rinunziare all'amore disordinato di se stessi, ossia alla triplice concupiscenza, in pratica all'amore bisogna aggiungere il sacrificio. Questo verremo esponendo col dimostrare:

1) come l'amor di Dio e del prossimo costituisca l'essenza della perfezione;
2) perchè quest'amore debba giungere fino al sacrifizio;
3) in che modo si debbano conciliare questi due elementi;
4) come la perfezione abbracci insieme precetti e consigli;
5) quali ne siano i gradi e fin dove possa arrivare sulla terra.


L'essenza della perfezione consiste nella carità.

Spieghiamo anzitutto il senso della tesi. L'amore di Dio e del prossimo, di cui trattiamo, è soprannaturale nel suo oggetto come nel suo motivo e nel suo principio. Il Dio che noi amiamo è il Dio manifestatoci dalla rivelazione, il Dio della Trinità; e l'amiamo perchè la fede ce lo mostra infinitamente buono e infinitamente amabile; l'amiamo con la volontà perfezionata dalla virtù della carità e aiutata dalla grazia attuale. Non è dunque un amore di sensibilità; è vero che, essendo l'uomo composto d'anima e di corpo, spesso si mescola ai nostri più nobili affetti un elemento sensibile; ma un tal sentimento manca talora intieramente, e in ogni caso è del tutto accessorio. L'essenza stessa dell'amore è la dedizione, è la volontà ferma di darsi e, occorrendo, d'immolarsi intieramente per Dio e per la sua gloria, di preferire il suo beneplacito al nostro e a quello delle creature.

Conviene dire altrettanto, salve le proporzioni, dell'amor del prossimo. In lui amiamo Dio, un'immagine, un riflesso delle sue divine perfezioni; il motivo quindi che ce lo fa amare è la bontà divina in quanto è manifestata, espressa, irradiata nel prossimo; o, in parole più intelligibili, noi vediamo e amiamo nei nostri fratelli un'anima abitata dallo Spirito Santo, ornata della grazia divina, riscattata dal sangue di Gesù Cristo; e amandola, ne vogliamo il bene soprannaturale, lo spirituale perfezionamento, la salute eterna.

Non vi sono quindi due virtù di carità, l'una verso Dio e l'altra verso il prossimo; ve n'è una sola che abbraccia insieme Dio amato per se stesso e il prossimo amato per Dio.

Con queste nozioni ci sarà facile intendere come la perfezione consiste proprio nella virtù della carità.


[Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Desclée & Co., 1928]

venerdì 8 febbraio 2019

È vietato "patteggiare" l'elezione di un Pontefice

Le norme che regolano l'elezione del Sommo Pontefice sono contenute nella costituzione apostolica "Universi Dominici Gregis", promulgata da Papa Wojtyla. Al n. 81 la suddetta costituzione afferma: “I Cardinali elettori si astengano, inoltre, da ogni forma di patteggiamenti, accordi, promesse od altri impegni di qualsiasi genere, che li possano costringere a dare o a negare il voto ad uno o ad alcuni. Se ciò in realtà fosse fatto, sia pure sotto giuramento, decreto che tale impegno sia nullo e invalido e che nessuno sia tenuto ad osservarlo; e fin d’ora commino la scomunica latae sententiae ai trasgressori di tale divieto. Non intendo, tuttavia, proibire che durante la Sede Vacante ci possano essere scambi di idee circa l’elezione” (LEV).

Il mio timore è che in vista del prossimo Conclave i modernisti possano organizzarsi per fare pressioni sui Cardinali per tentare di convincerli a patteggiare l'elezione di un Papa di area progressista. L'elezione del Sommo Pontefice è una cosa troppo seria che non si può lasciare in balia di ignobili patteggiamenti.

Dopo la conversione è divenuta "irriconoscibile" dai mondani (-)

Le storie delle conversioni sono tutte belle perché mettono in risalto l'infinita misericordia di Dio (ovviamente quando parlo di “misericordia” mi riferisco a quella vera, cioè quella che presuppone il sincero pentimento del peccatore, non quella falsa contrabbandata dai modernisti, priva del dispiacere per le colpe commesse). È commuovente pensare al fatto che il Signore è sempre pronto ad accogliere con amore tutti i peccatori che tornano a Lui con cuore contrito.

A tal proposito ripubblico una vecchia intervista concessami da Letizia, la quale, dopo la sua radicale conversione, ha cominciato a vivere il cristianesimo in maniera intensa e profonda, divenendo "irriconoscibile" per le persone mondane che l'avevano conosciuta quando viveva lontano da Dio. È consolante vedere che in questa società secolarizzata ci sono ancora persone profondamente innamorate di Cristo come lei.


- Quando vivevi lontano da Dio e gustavi le gioie mondane ti sentivi felice?

- Avvertivo costantemente un senso di vuoto e di inquietudine che si tramutava in profonda insoddisfazione e malessere. Per illudermi, nel tentativo di sentirmi "felice", preferivo non pensarci e distrarmi, tenendomi occupata con varie attività di stampo mondano.

- Per quale motivo un giorno hai deciso di abbandonare la vita mondana e di convertirti a Dio?

- Non l'ho deciso io, Gesù mi ha salvata senza che io glielo chiedessi. Questo è grandioso, non dimenticherò mai la mano forte e paterna che mi ha tratta in salvo e quello sguardo d'amore che seppur non vedevo, percepivo su di me. Lui mi ha mostrato la strada, certo è che poi ho dovuto io scegliere se percorrerla, abbandonando la vecchia strada o restare lì dov'ero. Cambiare vita non è mai facile, ma quando incontri Gesù che ti tende la mano santa e sperimenti la pienezza e la gioia che mai hai provato in questa vita, abbandonare le cose del mondo diviene una meta da raggiungere, giorno per giorno.

- Non sono uno psicologo, ma parlando al telefono con te ho avuto la conferma (già lo avevo capito dalle tue lettere) che sei una persona equilibrata, non una "fuori di testa". Dirò di più, ti stimo molto per aver avuto il coraggio di abbandonare la vita mondana e di abbracciare con fervore la vita cristiana. Che cosa pensa la gente del tuo cambiamento di vita?

- Le persone che conosco, in particolare i colleghi e qualche familiare, credono che io sia esagerata, che dovrei essere meno presa dalla Chiesa. Ma io dico loro che quando si ama, lo si fa con tutto il cuore, questo vale per i genitori verso i figli, i figli verso i genitori, lo sposo con la sposa, ecc. Perché non dovrebbe valere lo stesso per l'anima verso il suo Salvatore? L'amore verso Dio non è mai esagerato, non sarebbe amore. Qualcuno, preoccupato per me, vorrebbe che tornassi ad essere quella di prima, neanche soffrissi di chissà quale malattia! Molte persone pensano che quando manca la malizia e l'abbigliamento non è provocante, ci debba essere per forza qualcosa che non va.

- Le lettere che mi scrivi contengono spesso delle edificanti riflessioni spirituali. Si vede che ormai sei un'anima profondamente innamorata di Gesù buono. Che cosa provi quando ti unisci a Colui che ami con tutto il cuore e sopra ogni cosa, accogliendolo dentro di te ricevendo il Santissimo Sacramento dell'Eucaristia?

- Spesso, quando sono in attesa di prendere il Corpo di Cristo, penso che Lui è lì ad attendermi. Questo mi rende un poco nervosa, perché è un incontro davvero tanto importante, ogni volta unico, ma questo nervosismo mi aiuta a riflettere sui miei peccati, debolezze, inclinazioni, e su quanto io sia davvero piccola. Dopo la Santa Comunione, mi inginocchio davanti al Crocifisso e mi commuovo perché vorrei alleviare le sue pene. 

- La gente mondana non può darti conforto perché non ti comprende, non condivide il tuo stile di vita raccolto e ritirato, non apprezza gli insegnamenti evangelici. Ecco perché è molto importante avere delle amicizie spirituali con le quali fare edificanti discorsi e scambiarsi reciprocamente conforto e devozione, come consigliato da San Francesco di Sales. Sei riuscita a trovare delle vere amicizie spirituali?

- Quando stavo abbandonando le cose del mondo, una paura grande mi assaliva, quella di restare sola. Per un periodo così fu, poi il Signore gradatamente pose sulle mia strada un gran numero di persone, soprattutto persone che avevano fame e sete di Dio, ma ancora non lo sapevano. Attualmente posso contare su due persone che frequento comunque di rado, una donna che ha tanto pregato per la mia conversione, anche quando le sue preghiere sembravano vane (me l'ha detto lei) e un uomo che dopo anni di peccato ha trovato pace nella purezza, frutto dell'incontro con Gesù Salvatore. Naturalmente con gioia non posso non menzionare l'amicizia che mi lega a te. Altre amicizie? No, queste sono più che sufficienti, sono un dono di Dio.

- Dopo la tua conversione hai buttato nell'immondizia gli abiti spudorati, e adesso ti vesti, anche in estate, con abiti che tutelano il pudore e non sono di scandalo al prossimo. Il grande Papa Pio XII, in uno dei suoi splendidi discorsi, incoraggiò le ragazze dell'Azione Cattolica a combattere la "Crociata della purezza", evitando di utilizzare abiti provocanti. Non pensi che oggi tra i cattolici si parli troppo poco della virtù della purezza e del dovere di utilizzare abiti che non offendano il pudore?

- A dire il vero, basandomi sull'esperienza diretta nella mia parrocchia e ambienti affini, ti posso dire che l'argomento non viene mai trattato. Presumo solo durante i corsi per fidanzati. Sono convinta che i fedeli, soprattutto i giovani, vogliano che qualcuno li guidi in questo senso, perché i giovani e tutti noi abbiamo il diritto e il dovere di conoscere la verità. Ti cito una frase tratta dagli "Scritti sulla verginità" di Sant'Ambrogio: "gli angeli, per la loro infedeltà e incontinenza dello spirito, dal cielo caddero sulla terra; le vergini, per la loro purezza, da questa terra salgono al cielo. Beate le vergini che non si lasciano lusingare dai piaceri del senso, né travolgere dall'impeto delle passioni”.

- Alcune cattoliche vorrebbero utilizzare abiti degni di donne cristiane, ma fanno fatica a trovarli nei negozi. Tu dove le trovi le gonne e le camicie che utilizzi? Costano di più rispetto agli abiti provocanti?

- Se vado nei centri commerciali o nelle vie del centro fatico non poco a trovare abiti dignitosi. Trovo maglie scollate, pantaloni a vita bassa, gonne troppo corte o, se sono lunghe, spesso sono strette strette. Certo è che con la buona volontà e la pazienza riesco a trovare ciò che fa per me, ovvero un tipo di abbigliamento comodo e dignitoso. I negozi più piccoli, posti spesso in periferia, vendono i cosiddetti “abiti per signore”, ma sono effettivamente molto costosi.

 - È da diversi anni che mi scrivi e mi parli come una sorella del tuo cammino di fede. Ho notato che hai una coscienza delicata (è un complimento), infatti cerchi di evitare non solo i peccati gravi ma anche quelli veniali. Per quale motivo non vuoi offendere Dio nemmeno con i peccati "leggeri"?

- I peccati leggeri sono molto pericolosi, poiché sottovalutati. Personalmente se non li confesso con una certa regolarità, rischio di non dare ad essi la meritata importanza, correndo il serio pericolo di non cogliere quell'inclinazione al peccato del tutto umana, che mi trascinerebbe verso le tenebre.

- Pensi spesso alla Passione di Gesù Cristo?

- In camera mia tengo un'immagine di Gesù Crocifisso che sanguina. La contemplo quando prego e anche quando non prego. Quando sono fuori casa, cerco di pensarci, questo mi è d'aiuto quando le tentazioni mi sorprendono inaspettate. E lo ringrazio.