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giovedì 28 febbraio 2019

Atto eroico di carità per aiutare le anime del Purgatorio (*)

La Comunione dei Santi è la partecipazione che tutti i membri della Chiesa hanno alle orazioni e buone opere gli uni degli altri. Questo dogma è il fondamento di tutti gli atti di carità che hanno per oggetto il suffragio delle anime del Purgatorio, tra cui l'atto eroico di catità. Esso consiste nell'offerta spontanea che il fedele fa alla divina Maestà, in favore delle anime del Purgatorio, di tutte le sue opere soddisfattorie durante la vita, e di tutti i suffragi che possano essergli applicati dopo morte. Si dice eroico, perché apparentemente si richiede un'abnegazione sublime per cedere a un altro, ciò che potrebbe liberarci o almeno abbreviarci le pene del Purgatorio.

Anzitutto è necessario specificare bene la natura della donazione che costituisce l'oggetto dell'atto eroico. Ogni opera buona compiuta in stato di grazia, racchiude un triplice valore: la soddisfazione, il merito e l'impetrazione. Ogni azione buona del giusto è meritoria, in quanto procede da un principio soprannaturale, ed è soddisfattoria in quanto è penosa. Orbene, ogni azione soprannaturale, fatta in stato di grazia, merita la vita eterna: e quest'azione nulla perde in bontà e dignità perché Dio si degna di accettarla in soddisfazione d'una pena meritata. Dalla qual cosa ne segue che la medesima azione può esser allo stesso tempo meritoria e soddisfattoria. Inoltre, pregando per gli altri, possiamo ottenere loro da Dio la tale o la tal altra grazia, senza che per questo perdiamo il merito e la ricompensa inerenti alla nostra preghiera, e questa sarà perciò meritoria ed impetratoria allo stesso tempo.

Ciò posto, il cristiano che fa l'atto eroico, cede alle anime del Purgatorio le sue azioni sotto questo triplice aspetto? Si priva egli forse della ricompensa alla quale ha diritto per le buone opere fatte in stato di grazia e delle grazie e dei favori particolari che, per il compimento di opere accette a Dio, attira sempre sopra se stesso? No. Il merito e la ricompensa sono beni personali e non si possono cedere ad altri. In quanto alla soddisfazione che è il pagamento di un debito e l'espiazione d'una pena, essa si può applicare ad altri, affinché gli sia contata come se fosse propria. Conviene sommamente lodare e magnificare l'immensa bontà di Dio, che ha concesso alla debolezza umana, che uno possa soddisfare per l'altro. Coloro che possiedono la grazia divina possono in nome altrui pagare ciò che a Dio si deve. Noi dunque col fare l'atto eroico diamo alle anime che soffrono non già il nostro proprio merito, né una particella qualsiasi della gloria che ci è riservata in cielo, ma solamente ciò che le nostre buone opere hanno di soddisfattorio, con i suffragi che saranno fatti per noi dopo la morte. Quindi questo atto di carità non impedisce ai sacerdoti di offrire la Santa Messa secondo l'intenzione di coloro che gli hanno dato l'offerta, come non impedisce ai fedeli di pregare per se stessi, per i loro congiunti e di compiere le loro pratiche ordinarie di pietà e di devozione. I frutti meritori ed impetratori ci rimangono e alle anime che soffrono si concede solo la parte soddisfattoria delle nostre opere.

Ma qualcuno potrebbe dire: è forse carità ben ordinata il dare da se stessi agli altri ciò che ci sarebbe tanto utile, esponendoci per amore altrui a passare molto tempo in Purgatorio lontani da Dio? Il celebre teologo De Lugo risponde che l'uomo può sacrificare al prossimo i suoi vantaggi temporali purché non gli sacrifichi mai gli eterni, e questa generosità è non solo permessa ma degna di lode. E noi aggiungiamo anche che è una cosa vantaggiosa a chi contrae il merito di esercitarla. Infatti non ci si insegna che il merito d'un' azione è proporzionato alla carità che lo produce? Orbene, colui che per la salvezza del prossimo differisce la sua propria beatitudine e la felicità di veder Dio, pratica la carità nel più alto grado; dunque l'atto eroico di carità deve aumentare considerevolmente il nostro merito e la nostra ricompensa eterna, la qual cosa è assai più preziosa che tutta la remissione delle pene temporali che si possa ottenere in questa vita. Un pio autore commenta così questo pensiero. È da notarsi che il più piccolo aumento di merito e di grazia è senza paragone, più stimabile della liberazione della più grande di tutte le pene del Purgatorio. È incomparabilmente più vantaggioso, dico, passare venti anni in Purgatorio con una maggior quantità di merito e di gloria, che lo starvi solo un giorno, se il Paradiso ha da essere perciò meno bello.

S. Ambrogio dice: Tutto quanto diamo per carità alle anime dei defunti, si cambia in merito per noi, che riceveremo cento volte duplicato dopo la nostra morte. Secondo Santa Brigida, quando liberiamo dal Purgatorio qualche anima, compiamo un'azione tanto accetta e gradita a Gesù Cristo Nostro Signore, come se egli stesso fosse il liberato, e quando sarà giunta l'ora ce ne ricompenserà pienamente. Perciò non dobbiamo temere di arrecarci del danno con questo atto di carità, anzi guadagnamo molto facendolo, perché, rinunciando da noi stessi al merito soddisfattorio, ci rendiamo degni di un particolare amore della SS. Trinità, della SS. Vergine e di tutti i Santi. Di più l'atto eroico di carità ci dà anche un diritto speciale alla protezione ed intercessione delle anime del Purgatorio. Facendolo, ci leghiamo per sempre con quelle anime che abbiamo alleviate o liberate; e chi può dire tutto ciò che faranno per noi appresso Dio, visto che per loro la gratitudine non è solo un dovere ma anche una necessità?

Quando perciò imploriamo da Dio una grazia qualsiasi non saremo soli ad implorarla; migliaia di anime, alle quali Dio nulla sa negare, la imploreranno per noi e così avremo la certezza di ottenerla. Ed è anche probabile che il nostro Purgatorio, per aver noi rinunziato ad ogni suffragio, non si accresca, poiché l'aumento di grazie, che Dio ci elargisce in vista di quest'atto, ci preserverà da molti peccati. E non sono forse i peccati veniali che condannano al Purgatorio le anime?

Si noti che l'atto eroico di carità non è un voto propriamente detto, né obbliga sotto peccato. Neppure è necessario pronunciare alcuna formula determinata: basta un atto della volontà e l'offerta fatta col cuore. E cosa ottima e salutare rinnovare sovente quest'offerta a viva voce od almeno col cuore. Quando sarà suonata per noi l'ora della ricompensa, troveremo di nuovo tutti quei suffragi, non già tali quali uscirono dalle nostre mani, ma aumentati e trasformati in godimenti ineffabili, e questi godimenti dureranno in eterno lassù, dove si fruisce gioia e ineffabile allegrezza in una vita intera d'amore e di pace.

Il modernismo si combatte principalmente conducendo una vita ascetica

Ripubblico la parte finale di una vecchia e-mail di Elvira (pseudonimo usato da una collaboratrice del blog), che ho utilizzato come spunto per parlare di un argomento che mi sta particolarmente a cuore: la vita ascetica come arma per sconfiggere la pestilenziale eresia modernista.


Caro Cordialiter, grazie del tempo che dedichi ai tuoi blog. Come ti ho detto altre volte, le riflessioni che pubblichi quotidianamente sono acqua fresca per la mia anima.

Con affetto,

tua sorella in Cristo

Elvira



Cara sorella in Cristo, 
                                    ti ringrazio per le belle parole di incoraggiamento che mi hai gentilmente rivolto. Sapere che i miei blog ti sono di edificazione spirituale mi gratifica molto. Infatti lo scopo principale dei miei siti internet a carattere religioso consiste appunto nel dare gloria a Dio facendo del bene alle anime. Ci sono tanti siti web che si dichiarano cattolici, tuttavia non tutti edificano le anime, anzi ce ne sono molti che sono insipidi o addirittura seminano confusione (quelli filo-modernisti) e altri che pur dichiarandosi fedeli alla Tradizione, in realtà fanno il gioco del demonio, poiché seminano delusione, sconforto, scoraggiamento, e a volte persino dubbi su questioni di fede (ad esempio sul dogma dell'indefettibilità della Chiesa Cattolica).

Io invece desidero che i miei blog, con l'aiuto di Dio, producano buoni frutti spirituali, infondendo nelle anime dei lettori conforto, coraggio nel combattimento in difesa della fede, distacco del cuore dalle cose futili, amore per la Santissima Trinità, un ardente desiderio di praticare con fervore le virtù cristiane, l'ansia apostolica per la salvezza eterna delle anime, la premura per le vocazioni sacerdotali e religiose, una tenera devozione per la Beata Vergine Maria, ecc.

Prima di pubblicare un post cerco di domandarmi quali effetti potrebbe provocare nelle anime di voi carissimi lettori. Se temo che il post possa produrre effetti negativi (smarrimento, tristezza, sconforto, ecc.) evito di pubblicarlo, se invece presumo che possa essere edificante, allora lo pubblico volentieri. Insomma, la mia missione è di edificare le vostre anime. :-)  Voglio che per voi il blog sia come una sorta di “oasi di pace” nella quale ritemprare lo spirito.

Attualmente i miei siti internet ricevono circa 700 visite al giorno. Non sono poche, ma non sono nemmeno tante. Molti siti web dei nemici della Chiesa, di alcuni ambienti tradizionali dallo “zelo amaro” (cioè lo zelo che sotto apparenze di bene produce in realtà frutti cattivi), dei “comunistelli di sacrestia” (i modernisti), e di altra gente che semina zizzania, sono molto più frequentati dei miei. Anche io potrei facilmente incrementare il numero dei lettori pubblicando pettegolezzi che circolano negli ambienti ecclesiali, scrivendo post che incitano all'odio e al rancore verso i nostri nemici, seminando polemiche qualunquiste, e cose di questo genere. Ma a cosa gioverebbe tutto ciò? Queste cose non edificano le anime. Pertanto ho deciso di fare una scelta mirata: indirizzare il mio blog a una determinata categoria di persone, ossia quella delle anime attratte dalla vita devota. Lo so che questa scelta è penalizzante dal punto di vista del numero dei visitatori, ma a me interessa la qualità degli utenti, non la quantità. A che mi servirebbe avere 20.000 visite al giorno, se poi le anime non rimangono edificate? Sono consapevole che questa decisione condanna “Cordialiter” ad essere un blog di nicchia, poiché sono poche le persone (anche tra i “cattolici praticanti”) interessate all'ascetica, cioè alla ricerca delle perfezione cristiana. Il mio lavoro è diretto a sostenere anime come la tua, cioè che aspirano a praticare un'intensa vita spirituale. Infatti quando scelgo di pubblicare un post penso a te, a Maristella, Eleonoram, Clara, Chantal, e ad altri lettori e lettrici spirituali coi quali sono in contatto. In pratica voi siete il mio modello di riferimento: se presumo che un post possa edificarvi, allora lo pubblico, se invece mi sembra che possa lasciarvi indifferenti, allora preferisco non pubblicarlo (tranne se c'è qualche altra seria ragione per cui ritengo opportuno pubblicarlo ugualmente).  

Nutro molta stima nei tuoi confronti perché sei una seguace di Gesù Cristo che non vuole adeguarsi alla mentalità mondana, come purtroppo hanno fatto invece i seguaci dell'eresia modernista. Tu hai un marito, prole, un lavoro gratificante, potresti vivere alla maniera dei mondani, cioè come se Dio non ci fosse, e dedicarti a svaghi, viaggi, cinema, ristoranti raffinati, balere, e divertimenti vari, invece preferisci rimanere fedele al nostro amatissimo Redentore Divino, tenendoti alla larga dagli svaghi di mondo e curando invece la vita interiore. Frequenti la splendida Messa in rito antico, fai buone letture spirituali, accetti il Magistero perenne della Chiesa, dedichi parte del tuo tempo all'orazione e alla vita devota, cerchi di compiere bene i doveri del tuo stato, ecc. Tu non vivi in un eremo sperduto tra le montagne, ma nel mondo, ed oggi non è facile avere il coraggio per saper andare controcorrente senza farsi trascinare dalla mentalità progressista e mondana che dilaga nella società. Ecco perché ti stimo, perché nonostante le tante difficoltà, incomprensioni, critiche, che noi tutti subiamo, stai continuando a combattere la buona battaglia della fede da vero soldato di Gesù Cristo. Conducendo uno stile di vita ascetico stai dando una testimonianza schietta ed aperta della bellezza della vita cristiana (si tratta di una vera e propria forma di apostolato), e in questo modo stai combattendo l'errore modernista che vorrebbe annacquare il Vangelo facendo dei compromessi al ribasso con la mentalità mondana. Non arrenderti mai!

Mi avvio a concludere questo post ringraziandoti per la tua vicinanza spirituale e per le belle e-mail che mi hai scritto e che ho pubblicato in passato. Inoltre ti sono sinceramente grato per aver sostenuto economicamente in varie occasioni il mio impegno sul web. Io non sono un pensionato, sono un ragazzo, e senza il tuo aiuto e quello di altre persone dal cuore grande, non potrei permettermi di dedicare diverse ore al giorno per gestire i miei blog e rispondere alle tante e-mail dei lettori. Se i miei siti internet hanno fatto del bene a qualcuno, il merito è certamente di Dio, perché senza di Lui non possiamo fare nulla di buono, ma è anche di persone pie e generose come te, senza le quali avrei dovuto abbandonare i blog già da diverso tempo. Supplico il Redentore Divino, per intercessione della Mediatrice di tutte le grazie, di ricompensarvi con la grazia della perseveranza finale, nella speranza di poterci trovare tutti assieme nella Patria Celeste, per lodare la Santissima Trinità per omnia sæcula sæculorum.

Rinnovandoti la mia stima e il mio affetto fraterno, ti saluto cordialmente in Corde Regis.

Cordialiter

Pensiero del giorno

Salus extra ecclesiam non est.


(San Cipriano)

Pensiero del giorno

Se taluno desiderasse, o si compiacesse del male temporale di qualche peccatore ostinato, affinché si ravvedesse, e lasciasse di dare scandalo, o di vessare gli innocenti, costui non peccherebbe.


(Pensiero di Sant'Alfonso Maria de Liguori, Dottore della Chiesa)


Pensiero del giorno

Ex substantia tua fac eleemosynam [...] Præmium enim bonum tibi thesaurizas in die necessitatis.


(Liber Tobiæ)

Pensiero del giorno

Si accosti sempre e tanto volentieri a ricevere Gesù nella S. Comunione. Egli è e dev’essere l’unico Suo conforto, la Sua consolazione, il tesoro inestimabile dell’anima Sua, poiché possedendo Gesù possiede tutto.


(Brano tratto dagli scritti di Padre Felice Maria Cappello, 1879-1962).

mercoledì 27 febbraio 2019

Alcuni errori modernisti sulla Confessione (-)

Tempo fa ho pubblicato un post sull'Atto di dolore. A tal proposito ho avuto uno scambio di pensieri con Maristella (tra noi due c'è un rapporto di amicizia spirituale talmente forte che ormai ci consideriamo "fratelli adottivi").


Carissimo in Cristo,
                                 ti lascio una breve riflessione prima di dedicarmi alla preghiera [...]. Questa mattina mi ha molto colpita leggere il tuo messaggio sul blog. [...] Tra le varie preghiere io uso molto anche l'Atto di dolore. [...] Per l'Atto di dolore mi sono fatta un bigliettino che tengo a portata di mano quando vado a confessarmi. Di solito con il sacerdote recito "O Gesù d'amore acceso..." e poi l'Atto di dolore lo dico successivamente in Chiesa.

[...] Però tornando al tuo messaggio di questa mattina io penso che se una persona vuole imparare una preghiera può farlo tranquillamente e senza particolare fatica. Come impariamo le parole delle canzoni che alle volte sono pure stupide...

Grazie ancora!

Dio ti benedica

Maristella


Cara sorella in Cristo, 
                                    sono contento che anche tu apprezzi molto l'Atto di dolore. Il mio consiglio è di recitarlo anche prima di confessarti (dopo aver fatto l'esame di coscienza), così da avere maggiore dispiacere dei peccati commessi. Giova dirlo anche perché oggi molti confessori non lo fanno recitare più (non fanno recitare nemmeno "O Gesù d'amore acceso"). Se manca il dolore dei peccati commessi (almeno di quelli mortali, oppure di almeno un peccato veniale se la Confessione è solamente di colpe leggere), la Confessione è nulla (e anche sacrilega, se il penitente è consapevole di non essere dispiaciuto dei peccati che ho specificato nella precedente parentesi). I modernisti insegnano erroneamente che Dio perdona tutti, anche coloro che non sono pentiti dei peccati commessi (infatti secondo loro l'inferno è vuoto, mentre i santi che lo hanno visto hanno notato che non è affatto vuoto, anzi dicevano che le anime vi precipitano numerose come fiocchi di neve). Invece il Concilio di Trento insegna infallibilmente che il dispiacere soprannaturale dei peccati commessi è una condizione indispensabile per ottenere il perdono del Signore.

Tra l'altro i modernisti dicono che non bisogna confessarsi spesso. Invece i santi consigliavano il contrario. Io ho notato su me stesso che dopo la Confessione per alcuni giorni prego con più fervore e vivo più raccolto e devoto. Inoltre mi sento più forte nel lottare contro le tentazioni.

Adesso ti lascio recitare le tue preghiere. Ti auguro una santa giornata... col cuore rivolto sempre al nostro vero Bene, cioè a Dio.

Cordialiter


lll

Rimedi contro la tentazione diabolica

Dagli scritti di Padre Adolphe Tanquerey.



Questi rimedi ci sono indicati dai Santi e particolarmente da S. Teresa.

A) Il primo è una preghiera umile e fiduciosa, per trarre dalla nostra parte Dio e gli angeli suoi. Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? Chi infatti può essere paragonato con Dio? "Quis ut Deus?"

Questa preghiera dev'essere umile; perchè nulla v'è che metta più rapidamente in fuga l'Angelo ribelle, il quale, ribellatosi per orgoglio, non seppe mai praticare questa virtù: l'umiliarsi dinanzi a Dio, il riconoscersi impotenti a trionfare senza il suo aiuto, sconcerta i disegni dell'Angelo superbo. Dev'essere pure fiduciosa; perchè, premendo alla gloria di Dio il nostro trionfo, possiamo avere piena fiducia nell'efficacia della sua grazia.

È bene pure invocare S. Michele, che, avendo inflitto al demonio una splendida sconfitta, sarà lieto di coronare la sua vittoria in noi e per mezzo di noi. E volentieri lo asseconderà il nostro Angelo custode se confidiamo in lui. Ma non dimenticheremo di pregare specialmente la Vergine immacolata, che col piede verginale non cessa di schiacciare il capo al serpente ed è pel demonio più terribile di un esercito schierato in battaglia.

B) Il secondo mezzo è l'uso confidente dei sacramenti e dei sacramentali. La confessione, essendo un atto d'umiltà, mette in fuga il demonio; l'assoluzione che le tien dietro ci applica i meriti di Gesù Cristo e ci rende invulnerabili ai suoi dardi; la santa comunione, mettendo nel nostro cuore Colui che ha vinto Satana, ispira al demonio un vero terrore.

Gli stessi sacramenti, il segno della croce o le preghiere liturgiche fatte con spirito di fede in unione con la Chiesa, sono pure di prezioso aiuto. S. Teresa raccomanda in particolare l'acqua benedetta, forse perchè è molto umiliante pel demonio vedersi sbaragliato con un mezzo così semplice.

C) Ultimo mezzo è un sommo disprezzo del demonio. Ce lo dice pure S. Teresa: "Frequentissimamente mi tormentano questi maledetti; ma mi fanno proprio poca paura; perchè essi, e io lo vedo benissimo, non possono muovere un passo senza il permesso di Dio.... Vorrei che si sapesse bene, tutte le volte che noi li disprezziamo, essi perdono di loro forze, e l'anima acquista su loro un sempre maggior impero.... Sono forti solo contro le anime codarde, che cedono loro le armi; contro di costoro fanno mostra del loro potere". Vedersi disprezzati da esseri più deboli è infatti una dura umiliazione per questi spiriti superbi. Ora noi, come abbiamo detto, appoggiati umilmente su Dio, abbiamo il diritto e il dovere di disprezzarli: "Si Deus pro nobis, quis contra nos?" Possono abbaiare ma non possono mordere, se, per imprudenza o per orgoglio, noi non ci mettiamo in loro potere: "latrare potest, mordere non potest nisi volentem".

A questo modo pertanto la lotta che dobbiamo sostenere contro il demonio, come pure contro il mondo e la concupiscenza, ci rassoda nella vita soprannaturale, anzi vi ci fa anche progredire.


(Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Desclée & Co., 1928) 

Pensiero del giorno

Il miglior mezzo per la riuscita del matrimonio, consiste innanzi tutto nello sforzarsi per rendere felice il proprio sposo. Questo è il segreto delle famiglie felici.


[Brano Tratto da "La donna nel matrimonio", di Pierre Dufoyer, traduzione di Maria Crivelli Visconti, Edizioni Paoline, 1958].

martedì 26 febbraio 2019

Tiepidezza nella vita spirituale

Tempo fa una liceale mi ha scritto dicendomi di sentirsi tiepida e chiedendomi qualche consiglio al riguardo. Riporto la mia risposta nella speranza che possa essere di qualche utilità anche ad altre persone.


Carissima in Cristo,
                                 la tiepidezza è causata principalmente dai peccati veniali fatti con piena avvertenza, i quali non uccidono l'anima, ma la fanno diventare “rammollita”, arrestando così il cammino di perfezione cristiana. Nella vita spirituale il non progredire equivale a retrocedere.

Il cristiano deve sentirsi come un soldato in servizio permanente effettivo nella lotta contro i nemici dell'anima. Militia est vita hominis super terram (Iob 7,1). Ma se un soldato non si allena alla lotta, quando giunge il momento della battaglia, viene sconfitto dai nemici. Il combattimento spirituale si vince rimanendo sempre allenati. In che modo? Innanzitutto evitando tutti i peccati veniali pienamente avvertiti, come le piccole bugie, le impazienze, i modi “ruvidi” col prossimo (soprattutto coi familiari), le piccole mormorazioni, la golosità nel mangiare, l'eccessiva curiosità, ecc.

Oltre alla preghiera quotidiana, è importantissimo fare delle mortificazioni, le quali aiutano l'anima a rimanere allenata nel dominio della propria volontà. Ad esempio è bene rinunciare ogni tanto a mangiare una caramella, ad usare l'ascensore e l'automobile, ad ascoltare una canzone, a leggere subito una lettera che si è appena ricevuta, a guardare un film lecito, a discolparsi quando si riceve un rimprovero e a fare altri “fioretti” del genere. Possono sembrare piccole cose, ma sono molto utili all'anima devota che cerca la perfezione cristiana.

Per approfondire l'argomento puoi leggere il magistrale "Compendio di Teologia Ascetica e Mistica" del dotto Padre Adolfo Tanquerey.

In Corde Matris,

Cordialiter

Pensiero del giorno

Nessuna cosa ci rende così simili a Dio, come il perdonare i nemici.


(Sant'Alfonso Maria de Liguori)

lunedì 25 febbraio 2019

Per le madri cristiane

Pubblico volentieri un interessante brano che Teodolinda ha trovato su un vecchio opuscolo che tratta dell'educazione cristiana dei bambini (a lato... una mia foto da bambino mentre armeggio con alcuni giocattoli a casa della mia nonna materna).   :-)


Il primo svegliarsi della coscienza.



Nella tenera età la vita affettiva predomina; il sentimento e l’istinto si destano prima della ragione. Se tu vuoi educare il tuo piccolo alla fede e alla pietà, bisogna che segui il cammino tracciato dalla natura. Non sarà quindi coi lunghi discorsi che insegnerai a voler bene al Signore. Già prima che compisse l’anno, gli avrai insegnato a mandare con la manina un bacio a Gesù Bambino ed alla Madonna. Ora lo condurrai in chiesa a salutare Gesù Bambino nella sua casina d’oro; lieve e dolce sarà la tua fatica se dovrai ancora portarlo in collo, o se pazientemente dovrai condurlo per mano, uniformando il tuo passo al suo. Giunto in chiesa, sarà il segno di croce, per cui la tua mano condurrà la sua inesperta e incapace manina e il gesto del ditino in bocca, imitato gravemente da te, come segno che nella casa di Dio si fa silenzio. Al destarsi al mattino, all’addormentarsi alla sera, gli farai ripetere il segno di croce, le prime preghiere, che saranno facili parole alla sua portata: Gesù ti amo - Ti saluto Maria. E intanto, in questo secondo anno di vita le immagini cominciano a collegarsi, e quando tu dirai: non far questo perché Gesù non vuole, perché alla Madonna dispiace, vedrai il bambino voltarsi subito a cercare l’immagine a cui l’idea si riferisce. E - a meno che il capriccio sia dovuto a causa fisica, sfuggita alla tua osservazione - vedrai il bambino calmarsi e sorridere. Chi come te ha pratica di bambini (e la tua esperienza sarà subito fatta anche se sei al primo nato) segue con crescente interesse questo sviluppo progressivo per cui il bambino collega prestissimo il suo amore al piacere di far cosa gradita alla persona amata. Ed è così che nei primi due o tre anni di vita tu sei tutto per lui, godi il suo affetto e la sua fiducia; sei il rifugio, la protezione, il rimedio per tutti i mali. Per il tuo piccino tu mamma, sei infallibile. A questa deliziosa disposizione di spirito è importantissimo tu corrisponda dando al bambino impressioni buone e abitudini corrette: saranno la base della sua vita avvenire.



[Brano tratto dall'opuscolo "Primi passi" dell’Unione Donne di Azione Cattolica, Roma].


lll

Pensiero del giorno

[...] il nostro pensiero si vela di mestizia quando immaginiamo quante anime vengono avvelenate o inquinate dalla melma trasudata dalle pagine di tanta letteratura oscena, quante luci di fede sono offuscate dalle nebbie oscure dei libri degli atei e quanti vacillamenti sono provocati anche da tanta letteratura, che, pur non essendo oscena o blasfema, insinua il dubbio, l'incertezza, lo smarrimento, instradando le menti per vie nuove che non sono le vie del Signore.


[Cardinale Alfredo Ottaviani, "Il baluardo", casa editrice Ares, 1961]

domenica 24 febbraio 2019

Il segreto della perfezione cristiana

Poichè l'essenza della perfezione consiste nell'amor di Dio, ne viene che l'accorciatoia per arrivarvi è d'amar molto, d'amare con generosità ed intensità, e principalmente di amare con amor puro e disinteressato. Ora noi amiamo Dio non solo quando recitiamo un atto di carità ma anche quando facciamo la sua volontà o quando compiamo un dovere sia pur minimo per piacergli. Ognuna quindi delle nostre azioni, per quanto volgare ella sia in se stessa, può essere trasformata in un atto di amore e farci avanzare verso la perfezione. Il progresso sarà tanto più reale e più rapido, quanto più intenso e più generoso sarà quest'amore e quindi quanto più il nostro sforzo sarà energico e costante; perchè ciò che conta agli occhi di Dio è la volontà, è lo sforzo, indipendentemente da ogni emozione sensibile.

E poichè l'amore soprannaturale del prossimo è anch'esso un atto d'amor di Dio, tutti i servizi che rendiamo ai nostri fratelli, vedendo in loro un riflesso delle divine perfezioni, o, ciò che torna lo stesso, vedendo in loro Gesù Cristo, diventano tutti atti d'amore che ci fanno avanzare verso la santità. Amare dunque Dio e il prossimo per Dio, ecco il segreto della perfezione, purchè su questa terra vi si aggiunga il sacrificio.


(Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Desclée & Co., 1928)

sabato 23 febbraio 2019

Della morte pratica, cioè l’istoria di quel che ordinariamente avviene nella morte degli uomini di mondo

Pubblico una meditazione sulla morte scritta dal mio amatissimo Sant'Alfonso Maria de Liguori. È un po' lunga, ma merita di essere letta per intero. Per rendere più facile la lettura ho fatto dei piccoli ritocchi, ho tradotto in italiano corrente alcuni vocaboli desueti e alcune frasi in latino. Spero tanto che questa meditazione possa esservi di qualche utilità nei periodi in cui avete bisogno di "dare una scossa" alla vita, ad esempio nei periodi di torpore spirituale.



Della morte pratica, cioè l’istoria di quel che ordinariamente avviene nella morte degli uomini di mondo.

Si narra nel Vangelo corrente, che andando Gesù Cristo alla Città di Naim, s’incontrò con un giovane morto, unico figlio di sua madre, che lo portavano a seppellire fuori le porte della Città: Ecce defunctus efferebatur. Senza passar avanti, fermiamoci a queste prime parole, uditori miei, ricordiamoci della morte. La santa Chiesa vuole, che in ogni anno nel giorno delle Ceneri, dai Sacerdoti diasi ai Cristiani questo ricordo: Memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris [Uomo ricordati che sei polvere e nella polvere ritornerai]. Oh volesse Dio, che gli uomini avessero sempre davanti agli occhi la morte, che non farebbero la vita sconcertata che fanno! Ora, affinché a voi, dilettissimi, resti impressa la memoria della morte, voglio oggi mettervi davanti agli occhi la morte pratica, cioè l’istoria di quel che ordinariamente suole avvenire nella morte degli uomini, con tutte le circostanze che sogliono intervenirvi; onde andremo considerando passo passo.

Nel punto I. Quel che accade nel tempo dell’infermità.
Nel punto II. Quel che accade nel tempo in cui si prendono i Sacramenti.
Nel punto III. Quel che accade nel tempo della morte.

Punto I.   Quel che accade nel tempo dell’infermità.

1. Non intendo in questo Discorso parlare d’un peccatore, che sempre abitualmente è stato in peccato, ma di un uomo mondano, trascurato d’anima ed intrigato sempre in affari di mondo, contratti, inimicizie, amoreggiamenti, giochi. Egli non di rado è caduto in peccati mortali, ma di rado e dopo molto tempo poi se n’è confessato. Insomma sempre è caduto e ricaduto, e per lo più è vissuto in disgrazia di Dio o almeno imbrogliato in dubbi gravi di coscienza. Consideriamo la morte di costui secondo quel che ordinariamente suole avvenire nella morte degli uomini di tal fatta.

2. E cominciamo dal principio, in cui compare l’ultima sua infermità. Egli si alza la mattina, esce di casa per i suoi affari, ma nel mentre che sta trattando, l’assalta un gran dolore di testa, gli vacillano le gambe, sente un ribrezzo freddo che gli scorre per le membra, una nausea di stomaco, ed una gran debolezza per tutta la vita. Onde si ritira in casa e si butta sul letto. Accorrono i parenti, la moglie e sorelle: “Perché ti sei ritirato così presto? Che ti senti?” Risponde: “Mi sento male, non mi reggo in piedi, tengo un gran dolore di capo”. “Tieni febbre?” “E che so io? Ma ci sarà; andate a chiamare il medico”. Si manda in fretta a chiamare il medico. Frattanto l’infermo si mette a letto, ed ivi lo prende un gran freddo, che lo fa tremare da capo a piedi; gli pongono molti panni sopra, ma il freddo non cessa, se non dopo due o tre ore, ed allora sopravviene un gran calore. Arriva il medico, l’interroga di quel che si sente, gli osserva il polso, e vi trova una gran febbre: ma per non atterrire l’infermo, dice: “Vi è la febbre ma è poca cosa”. Domanda: “Ci avete data qualche causa?” Risponde l’infermo: “Uscii di notte giorni fa, e presi freddo: fui al convito ad un amico, e passai il mio solito cibo”. “E via, non è niente; è pienezza di stomaco, o più facilmente è qualche flussione di quelle, che corrono in queste mutazioni di tempo. Passate digiuno questa mattina, ed anche questa sera, prendete una tazza di thè, e non dubitate, state allegramente, che non è niente; domani ci vedremo”. Oh vi fosse allora un Angelo, che per parte di Dio dicesse: Che dite Signor medico? Dite che non è niente? Eppure è vero che la tromba della Divina Giustizia col principio di questo male ha già dato il segno della morte di quest’uomo; già per lui è giunto il tempo della vendetta di Dio.

3. Viene la notte e il povero malato non riposa niente, cresce l’ambascia, cresce il dolore di testa; gli pare mille anni che si faccia giorno, onde appena che vede albeggiare alla finestra, chiama la gente di casa. Vengono i parenti, gli domandano: “Avete riposato bene sta notte?” “Che riposare! Che bene! Non ho potuto chiudere gli occhi per tutta questa notte. Oh Dio che affanno che sento! Che spasimo di capo! Tengo due chiodi alle tempie che mi trafiggono. Andate a chiamare il medico, che venga presto”. Viene il medico e trova avanzata la febbre; ma con tutto ciò continua a dire: “State allegramente, non è niente: la flussione ha da avere il suo sfogo, con questa febbre più presto svanirà”. Viene il terzo giorno, e lo trova peggio; viene il quarto, e compaiono già i segni della febbre maligna, la bocca amara, la lingua nera, un’inquietudine per tutta la persona, cominciano ancora i vaniloqui. Il medico ordina pertanto purghe, salassi, acqua gelata, perché la febbre è fatta acuta. Dice poi ai parenti: “Oimé l’infermità è gravissima, io non voglio essere solo, chiamiamo altri per fare un collegio”. Ma ciò lo dice in segreto ai parenti, e non ne fa parola all’infermo, per non mettergli timore, e seguita a dire: “Statevi allegramente che non sarà niente”.

4. Sicché si parla di rimedi, di più medici, di collegio; e di confessione, e Sacramenti non si fa parola. Io non so, come mai possono salvarsi tali medici; essi giurano espressamente, quando si dottorano, secondo la Bolla di S. Pio V, di non visitare più l’infermo dopo il terzo giorno dell’infermità, se quegli non si è confessato; ma per lo più questo giuramento dai medici non si osserva, e così tante povere anime si perdono; perché, quando l’infermo è giunto a perdere la testa, oppure a vacillare colla mente, che serve più a confessarsi? È dannato. Fratello mio, quando ti senti infermo, non aspettare che il medico ti dica che ti confessi, fallo da te: giacché i medici per non disgustare gli infermi non gli avvisano del loro pericolo, se non quando son disperati, o quasi disperati. E così tu fatti chiamare prima il Confessore, prima il medico dell’anima, e poi quello del corpo. Si tratta di anima, si tratta di eternità; che se la sgarri allora, l’hai sgarrata per sempre senza rimedio, e senza speranza più di rimedio.

5. Il medico dunque nasconde il pericolo all’infermo, i parenti fanno peggio, perché vanno a lusingarlo con bugie, dicendogli che sta meglio, e che i medici danno tutta la buona speranza. Oh parenti traditori! Parenti barbari, parenti maggiori nemici d’ogni nemico! Invece di avvisare l’infermo del suo stato pericoloso come sono obbligati per obbligo di pietà, specialmente i genitori, i figli ed i fratelli, affinché l’infermo aggiusti i conti dell’anima sua con i Sacramenti, lo lusingano, l’ingannano, e lo fanno morir dannato. Ma nonostante che il medico ed i parenti nascondono la verità, il povero infermo dagli incomodi ed affanni che prova, e dal vedere insieme il silenzio che osservano gli amici, i quali vengono a visitarlo, e dal vedere ancora qualche parente colle lagrime agli occhi, già si avvede che la sua infermità è mortale: “Oimé, dice, già sarà venuta per me l’ora della morte, e questi per non darmi pena non mi avvisano di niente!”

6. No, i parenti non avvisano del pericolo della morte; ma perché poi pensano al loro interesse, che loro preme più d’ogni altra cosa, sperando ognuno che l’infermo gli lasci buona porzione delle sue robe, fanno venire il notaio. Giunge il notaio, dice l’infermo: “Chi è costui?” Rispondono i parenti: “È il notaio, se mai per vostra soddisfazione voleste fare testamento”. “Dunque io già sto male, e vicino alla morte”? “No Signor padre, Signor fratello (gli dicono), già sappiamo che non vi sarebbe questo bisogno; ma un giorno avrete già da far testamento, e perciò sarebbe meglio che lo facciate ora colla testa sana, e da ora lasciate aggiustate le vostre disposizioni”. Risponde l’infermo: “Eh via, giacché è venuto il notaio, e desiderate che io faccia il testamento, facciamolo. Su scrivete Signor notaio”. Il notaio prima gli domanda in quale Chiesa vuol seppellirsi, se muore. Oh che parola di dolore! L’infermo, fatta l’elezione della sepoltura, comincia a dire: “Lascio quel territorio ai miei figli, quella casa a mio fratello, lascio quel pezzo di argento a quell’amico, e quel mobile a quell’altro”. Ma Signor tale, che fate? Voi avete tanto stentato per acquistarvi queste robe, vi avete anche aggravata la coscienza, ed ora le andate spartendo, lasciando tanto a questo, e tanto a quell’altro? Ma non vi è rimedio, quando viene la morte, si ha da lasciare ogni cosa. Ma questo lasciare è cosa di gran pena all’infermo, il quale teneva attaccato il cuore a quella roba, a quella casa, a quel giardino, a quei denari, a quegli spassi; viene la morte, e dà il taglio, dividendo il cuore da quegli oggetti amati; in questo taglio ha da sentirsi dall’infermo un gran dolore. E perciò, uditori miei, stacchiamo il cuore dalle cose di questo mondo, prima che venga a staccarcene la morte con tanto dolore, e con gran pericolo allora dell’anima.

Punto II    Quel che accade nel tempo, in cui si prendono i Sacramenti.

7. Ecco l’infermo ha fatto già testamento; finalmente dopo otto o dieci giorni dell'infermità, vedendo i parenti che egli sempre più va peggiorando, e si accosta la morte, dice alcuno di loro: “Ma quando lo facciamo confessare? È stato uomo di mondo; sappiamo che non è stato santo!” Bene, ognuno dice che si faccia confessare, ma non si trova fra di loro chi voglia dare questa nuova amara all’infermo. Onde si manda a chiamare il Parroco, o qualche altro Confessore, affinché egli gliela dia; ma quando l’infermo avrà già perduta tutta o quasi tutta la mente. Viene il Confessore, si va egli informando da domestici dello stato dell’infermità, e poi della vita dell’infermo, e sente che è stato imbrogliato di coscienza: e secondo le circostanze che ode, trema della salute di quella povera anima. Il Confessore poi, intendendo che l’infermo sta all’ultimo, prima di tutto ordina ai parenti, che escano dalla camera dell’infermo, e non vi si accostino più; indi si avvicina a lui e lo saluta: “Chi siete voi?” “Sono il Parroco, sono il Padre tale”.“Che mi comanda?” “Sono venuto, perché ho saputa la vostra grave infermità, se mai voleste riconciliarvi”. “Padre mio, vi ringrazio, ma la prego ora a lasciarmi riposare, perché sono più notti che non dormo, e non mi fido di parlare; raccomandatemi a Dio, e statevi bene”.

8. Allora il Confessore, che ha saputo già lo stato cattivo dell’anima e dell’infermo, gli dice: “Signor tale, speriamo al Signore, alla Vergine S.S. che vi liberi da questo male, ma si ha da morire una volta; la vostra malattia è grave, onde è bene che vi confessiate, ed aggiustiate le cose dell’anima, se mai avete qualche scrupolo; io apposta son venuto”. “Padre mio, io mi ho da fare una confessione lunga, perché sto imbarazzato di coscienza; ma ora non mi fido, la testa mi vacilla, l’affanno mi impedisce anche di respirare; Padre mio, domani ci vedremo, ora non mi fido”. “Ma, Signor mio, chi sa che può succedere, può sopraggiungervi qualche insulto cardiaco, qualche svenimento, che non vi dia più tempo di confessarvi”. “Padre, non mi tormentate più, io vi ho detto, che non mi fido, non posso. Ma il Confessore, che ha saputo restarvi poca speranza della sua sanità bisogna che parli più chiaro. “Signor tale, sappiate che la vostra vita sta in fine, vi prego a confessarvi ora perché domani forse non sarete più vivo”. “E perché?” “Perché così han detto i medici”. Allora il povero infermo comincia a smaniare contro i medici e contro i parenti: “Ah traditori, mi hanno ingannato: sapevano ciò e non mi avvisavano; ah povero me!” Ripiglia il Confessore; e dice: “Signor tale, non diffidate per la confessione, basta che dite le cose più gravi, di cui avete memoria, vi aiuto io a far l’esame, non dubitate. Via, su, cominciate a dire”. Si sforza l’infermo per cominciar la confessione, ma si confonde, non sa dove dar principio, comincia a dire, ma non spiegarsi, poco sente, meno intende quel che dice il Confessore. Oh Dio a questo tempo che tali si riducono a trattare dell’affare più importante che hanno, ossia della salvezza eterna! Il Confessore ascolta molti imbrogli, cattive abitudini, [...] confessioni fatte con poco dolore, con poco proposito. L’aiuta come meglio può; e dopo molti dibattimenti dice finalmente: “Via, su, basta, facciamo l’atto di dolore”. Ma Dio faccia, che non avvenga a quel moribondo quel che avvenne ad un altro infermo che capitò in mano del Cardinal Bellarmino, il quale suggerendogli l’atto di Contrizione, quegli disse: “Padre non serve affaticarvi perché queste cose così alte io non le intendo”. All’ultimo il Confessore l’assolve, ma chi sa: l’assolve Dio?

9. Dice poi il Confessore: “Orsù apparecchiatevi a ricevere Gesù Cristo per viatico”. “Ma ora sono quattro, o cinque ore di notte, mi comunicherò domani”. “No, domani forse non vi sarà più tempo, bisogna che ora prendiate tutti i Sacramenti, il Viatico, l’Estrema Unzione”. “Ah povero me! (dice l’infermo) dunque già son morto”. Ed ha ragione di dir così perché questo è l’uso dei medici di far prender il Viatico agli infermi, quando proprio stanno vicini a spirare, ed hanno perso, o quasi perso i sensi; e questo inganno è comune. Il Viatico si deve dare sempre che vi è pericolo di morte [...]. Onde sempreché l’infermo può ricevere il Viatico, può ricevere anche l’Estrema Unzione, senza aspettare che stia vicino all’agonia, ed a perdere i sensi, come malamente si pratica dai medici.

10. Ecco già viene il Viatico, l’infermo in sentire il campanello oh come trema! Si accresce il tremore, e lo spavento, quando poi vede entrare il Sacerdote nella camera col Sacramento, e guarda d’intorno al letto tante torce accese di coloro, che son venuti colla Processione. Il Sacerdote recita le parole del Rituale: Accipe Frater Viaticum Corporis Domini nostri Jesu Christi, qui te custodiat ab hoste maligno, perducat te in vitam æternam. Amen [Prendi, fratello, come Viatico, il Corpo di Nostro Signore Gesù Cristo, affinché ti protegga dal nemico maligno e ti conduca alla vita eterna. Amen]. E poi lo comunica, mettendogli sulla lingua la Particola consacrata; gli porge un poco d’acqua, affinché la trangugi, mentre le fauci dell’infermo sono inaridite.

11. Indi gli dà l’Estrema Unzione, e comincia ad ungere gli occhi con quelle parole: Per istam sanctam Unctionem, et suam piissimam misericordiam indulgeat tibi Deus, quidquid per visum deliquisti [Per questa santa Unzione e per la sua piissima misericordia ti sia indulgente il Signore per i peccati fatti mediante la vista]. E poi continua ad ungere gli altri sensi, le orecchie, le narici, la bocca, le mani, i piedi, ed i reni [...]. Ed in quel tempo il Demonio va ricordando all’infermo tutti i peccati fatti con quei sensi, col vedere, col sentire, col parlare, col toccare; e poi dice: E bene? Con tanti peccati come puoi salvarti? Oh come spaventa allora ogni peccato mortale di quelli, che ora si chiamano fragilità umane, e dicesi che Dio non le castiga! Ora non se ne fa conto, allora ogni peccato mortale sarà una spada che trafiggerà l’anima col suo terrore. Ma veniamo alla morte.

Punto III.   Quel che accade nel tempo della morte.

12. Dopo dati i Sacramenti [...] l’infermo rimane solo; il quale dopo quelli resta più spaventato di prima, mentre vede che tutto ha fatto in gran confusione, e colla coscienza inquieta. Ma già si fanno vedere i segni vicini della morte: l’infermo suda freddo, gli si oscura la vista e non riconosce più chi gli sta dappresso: non può più parlare, gli va mancando il respiro. Allora fra quelle tenebre di morte, va dicendo: “Oh avessi tempo! Avessi almeno un altro giorno colla mente sana per farmi una buona Confessione!” Perché il misero, della Confessione fatta, molto ne dubita, non avendo potuto attuare la mente a fare un vero atto di dolore. Ma che tempo! Che giorno! Tempus non erit amplius [Non ci sarà più tempo], Apocalisse 10, 6. Il Confessore già tiene apparecchiato il libro per intimargli il bando da questo mondo: Proficiscere anima christiana de hoc mundo [Parti anima cristiana da questo mondo]. L’infermo continua fra se stesso a dire: “O anni della mia vita perduti! O pazzo che sono stato!”. Ma quando ciò dice? Quando già sta per lui terminando la scena, quando sta per finire l’olio alla lampada, e già si accosta per esso quel gran momento, da cui dipende la sua felicità o infelicità eterna.

13. Ma ecco già gli si impietriscono gli occhi, si abbandona il corpo nel sito cadaverico alla supina, si raffreddano le estremità, le mani ed i piedi. Comincia l’agonia, il Sacerdote comincia a recitare la raccomandazione dell’anima. Terminata la raccomandazione, il Sacerdote tocca i polsi del moribondo, ed osserva che quelli più non si sentono [pulsare]. “Presto, dice, accendete la candela benedetta”. O candela, candela, facci luce ora che siamo in vita; perché allora la luce tua non più ci servirà, se non per più atterrirci. Ma già all’infermo il respiro si fa più raro e manca: segno che la morte è prossima. Allora il Sacerdote assistente alza la voce e dice all’agonizzante, se pur lo sente: “Dì appresso a me. Dio mio soccorrimi, abbi pietà di me. Gesù mio crocifisso, salvami per la tua Passione, Madre di Dio aiutami, S. Giuseppe, S. Michele Arcangelo, Angelo Custode assistetemi, Santi tutti del Paradiso pregate Dio per me: Gesù e Maria vi dono il cuore e l’anima mia”. Ma ecco gli ultimi segni della spirazione, il catarro chiuso nella gola, un lamento fievole del moribondo, la lacrima che gli scaturisce dagli occhi. Ecco che alla fine il moribondo storce la bocca, stravolge gli occhi, fa quattro pose, ed all’ultima apertura di bocca spira e muore.

14. Il Sacerdote allora accosta la candela alla bocca, per vedere se vi è più fiato; vede che la fiamma non si muove, e così si avvede che già è spirato. Onde dice: “Requiescat in pace” [Riposi in pace], e poi rivolto ai circostanti dice: “È morto; salute a loro Signori, è già andato in Paradiso”. È morto? “È morto”. E come è morto? Se si è salvato o dannato, non si sa; ma è morto in una gran tempesta. Questa è la morte, che tocca a questi sciagurati, i quali in vita hanno fatto poco conto di Dio: Morietur in tempestate anima eorum. Job. 36. 14. Dice: “Salute a loro Signori, è già andato in Paradiso”. Di ognuno che muore, si suole dire: è andato in Paradiso. È andato in Paradiso, se meritava il Paradiso; ma se meritava l’inferno? Salute a loro Signori, se n’è andato all’Inferno. Tutti vanno in Paradiso? Oh quanti pochi ci vanno!

15. Ecco si veste presto il cadavere, prima che finisca d’intirizzirsi; si prende la veste più logora, giacché presto dovrà marcire insieme col cadavere. Si mettono due candele accese nella camera, si serra la cortina del letto dove sta il morto, e si lascia. Si manda poi a dire al Parroco, che venga presto la mattina a prendere il cadavere. Ecco vengono già la mattina i Preti; si avviano l’esequie, nelle quali in fine va il morto; e questa è l’ultima passeggiata che ha da fare per la terra. Cominciano a cantare i Preti: De profundis clamavi ad te, Domine etc. Frattanto quelli che vedono passar l’esequie, parlano del morto, chi dice: “È stato un superbo”; chi dice: “Fosse morto dieci anni prima!”; chi dice: “Ha avuto fortuna, si è fatto i danari, una bella casa, una bella masseria, ma ora non si porta niente con sé”. E mentre che quelli parlano, il defunto starà bruciando all’inferno. Arriva alla Chiesa, si colloca il cadavere in mezzo con sei candele, vanno gli altri a mirarlo; ma presto voltano gli occhi, poiché il cadavere mette orrore colla sua vista. Si canta la Messa, e dopo la Messa la Libera; e si conclude finalmente la funzione con quelle parole: Requiescat in pace. Riposi in pace. Riposi in pace, se è morto in pace con Dio; ma se è morto in disgrazia di Dio, che pace! Che pace! Non avrà pace, mentre Dio sarà Dio. Appresso immediatamente si apre la sepoltura, si butta in quella il cadavere, si serra la fossa colla pietra, e si lascia a marcire, ed esser pascolo dei sorci e dei vermi; e così per ognuno finisce la scena di questo mondo. I parenti si vestono di lutto, ma prima si applicano a spartirsi le robe lasciate; gettano qualche lacrima per due o tre giorni, e poi se ne scordano. E del morto che ne sarà? Se si è salvato, sarà felice per sempre; se si è dannato, sarà per sempre infelice.



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Pensiero del giorno

Ogni mattina, nella santa Comunione (...) parli a Gesù con tutta la confidenza filiale, manifestando i bisogni, i desideri, le aspirazioni, le pene, effondendo tutto il suo cuore. Anche nella S. Meditazione dia libero sfogo ai santi affetti. Se qualche volta si sentisse un po’ fredda e arida, non si angusti, né tralasci per questo motivo di compiere le pratiche di pietà. Invece si umili ai piedi di Gesù, riconoscendo la sua miseria e ravvivando sempre più la confidenza e la fiducia in Lui.


(Brano tratto dagli scritti di Padre Felice Maria Cappello, 1879-1962).

giovedì 21 febbraio 2019

Francescani dell’Immacolata verso una soluzione “cecoslovacca”? (lk)

Il caso dei Francescani dell'Immacolata continua a suscitare molto interesse sul web. Ogni tanto ne parlo anche io sul blog. Ho conosciuto personalmente i frati molti anni fa, ma poi non ho più frequentato le loro chiese. Non ho mai fatto parte né del loro Terz'Ordine né della Milizia dell'Immacolata Mediatrice. Non sono in contatto con nessuno dei frati. Ho premesso ciò per far comprendere che non ho nessun interesse personale in questa vicenda... 

È evidente che su alcune questioni come la liturgia ci siano opinioni diverse tra i frati. Ma come risolvere questa vicenda? Una delle ipotesi che circolano è una “soluzione alla cecoslovacca”, cioè una separazione consensuale tra i due gruppi di frati con sensibilità diverse. A dir la verità, già un anno prima del commissariamento ho sentito parlare dell’ipotesi di una “separazione consensuale” tra i due gruppi, dando così la possibilità ai frati che non condividevano più la “linea Manelli” di vivere in maniera diversa la vocazione francescana.

Che dire in proposito? Se da un lato una “separazione consensuale” (come avvenne nel 1992 per la Cecoslovacchia, che in maniera pacifica si separò in due Stati distinti) potrebbe sembrare una scelta estrema, dall'altro potrebbe davvero mettere la parola fine a questa annosa vicenda. Del resto la storia della Chiesa è ricca di esempi del genere, infatti sono tanti gli istituti religiosi che sono nati mediante una sorta di “scissione” da altri istituti, penso ad esempio a: Cappuccini, Camaldolesi, Eremiti Camaldolesi Montecoronesi, Cistercensi, Cistercensi della Stretta Osservanza, Benedettini Olivetani, Carmelitane Scalze, Frati Minori Rinnovati, ecc. Gli stessi Francescani dell'Immacolata nacquero da una “scissione” dai Frati Minori Conventuali, quindi non possiamo escludere che in futuro possa nascere qualche nuovo istituto di spiritualità francescana. Staremo a vedere quel che accadrà, spero solo che questa crisi possa essere risolta al più presto, per il bene di tutti.

Una cosa che mi ha fatto molto riflettere è il fatto che una parte dei frati (anche sacerdoti) che sono usciti dall'istituto ai tempi del generalato di Padre Stefano Maria Manelli, simpatizzavano per la Messa tridentina. Dunque questa vicenda è un caso complesso che non riguarda semplicemente questioni di gusti liturgici. 

Lo scopo di questo post non è di analizzare i motivi che hanno portato alla deposizione del “Governo Manelli” o di fare dei rilievi sull'attuale governo dell'istituto. La mia speranza è che possa essere trovata una soluzione che metta tutti d'accordo. Trovare una buona soluzione a questa vicenda conviene a tutti.

Conviene ai frati che non hanno nostalgia del “Governo Manelli”, dato che la Congregazione dei Francescani dell'Immacolata ha bisogno di serenità per svolgere la propria missione apostolica, mentre le accese polemiche che divampano su internet non portano giovamento. Ad esempio proviamo ad immaginare un ragazzo che è affascinato dalla spiritualità mariano-kolbiana dell'istituto e vorrebbe entrare in esso; probabilmente ragionerebbe così: “Il carisma dell'istituto mi piace molto, ma tutte queste polemiche mi preoccupano. Prima di chiedere di poter fare un'esperienza vocazionale preferisco aspettare che la situazione torni tranquilla”. 

Inoltre in questo momento i frati che non condividono la “linea Manelli” potrebbero sfruttare l'oggettiva posizione di forza per ottenere da eventuali trattative dei risultati particolarmente vantaggiosi. Pertanto a loro converrebbe una soluzione rapida della vicenda perché non si sa se in futuro (ad esempio col prossimo Papa) potranno contare ancora sull'attuale posizione di forza.

A beneficiare di un accordo sarebbero anche i cosiddetti “manelliani”, cioè i frati che conservano un bel ricordo del “Governo Manelli”. Attualmente questi frati si trovano in una posizione di svantaggio, nel senso che oggettivamente hanno un potere contrattuale non molto elevato, tuttavia anche se riuscissero ad ottenere solo un “bicchiere mezzo pieno”, sarebbe comunque un risultato positivo.

Penso che anche il Papa sarebbe felice se venisse trovata una soluzione condivisa che mettesse fine a questa dolorosa vicenda. Sarebbe contento principalmente per il bene delle anime. Inoltre, visto che il papato comporta il dover affrontare e risolvere tanti problemi ecclesiali, potrebbe finalmente togliersi dai piedi una questione fastidiosa.

Alcuni diranno: “In effetti un accordo condiviso andrebbe a vantaggio di tutti, anche dei tanti fedeli laici e benefattori che attualmente sono turbati da tutte le polemiche che sono sorte. Tuttavia, non hai detto quali potrebbero essere le possibili soluzioni oltre a quella cecoslovacca”.

Penso che le soluzioni potrebbero essere varie, tuttavia i principali protagonisti di questa vicenda sono persone intelligenti ed esperte di questioni ecclesiali, quindi sanno bene quali potrebbero essere i punti su cui discutere nel caso venissero avviate delle trattative.

Se venisse trovato un accordo che ponga fine alle divergenze, il più felice di tutti sarebbe il Capo supremo della Chiesa Cattolica, ossia Gesù Cristo, il Re della pace.

Approfitto dell'occasione per ringraziare i Francescani dell'Immacolata per avermi fatto ascoltare diverse volte nelle loro Messe un bellissimo canto gregoriano che tra le altre cose afferma:

Congregavit nos in unum Christi amor.
Exultemus, et in ipso iucundemur.
[...]
Et ex corde diligamus nos sincero.
[...]
Cessent iurgia maligna, cessent lites.
Et in medio nostri sit Christus Deus.

Pensiero del giorno - Povero in spirito

I desideri terreni […] sono come bevande gassose: dilatano lo stomaco ma non lo saziano; i desideri celesti invece sono come linfa benefica che si diffonde in tutte le fibre della vita e la fa fiorire.

Povero di spirito è chi è distaccato da tutto, pur possedendo, o chi, non avendo nulla, non desidera altro, e si acquieta nella vita, confidando in Dio solo. Povero di spirito o nello spirito è chi non ha l'anima infarcita di sapienza umana, ma si apre con semplicità alla luce di Dio. Povero di spirito è chi volontariamente abbandona ogni suo avere per abbracciarsi, senza ostacoli, al Sommo Bene, chi sopporta con sapienza la perdita dei beni, chi tollera in pace la sopraffazione ingiusta, e spregia i beni che gli vengono rapiti, chi rinunzia alle sue agiatezze per consolare i poveri, e diventa come acquedotto della carità […]. Povero di spirito è soprattutto chi confida in Dio solo, e riguarda come nullità le cose presenti, fissando gli occhi sempre alla dolce paternità del Signore, chi si crede nullità e non confida nelle proprie forze, ma fa appello alla bontà ed alla misericordia di Dio.

Beati sono ancora i poveri di beni materiali, che mutano la loro povertà in ricchezze spirituali, uniformandosi alla divina Volontà e confidando nel Signore. La fiducia toglie l'angustia che cagiona la povertà materiale, poiché Dio interviene sempre per soccorrere chi gli si abbandona, e rende non solo sopportabile ma beata la condizione di chi non ha niente.

[Brano tratto dal libro “La Sacra Scrittura”, volume XX, Vangelo secondo Matteo, Don Dolindo Ruotolo, Apostolato Stampa]

mercoledì 20 febbraio 2019

Preparazione al matrimonio

Dagli scritti di Don Federico Tillmann.


Se arduo passo è quello del matrimonio, se importantissima è la buona riuscita di esso per il bene temporale ed eterno dei coniugi e della prole, come per quello della società umana, sarà grave dovere quello di effettuare una consapevole ed accurata preparazione ai doveri ch’esso comporta e di determinarsi inoltre alla scelta dopo ponderata riflessione.

La migliore preparazione per un matrimonio felice è una gioventù trascorsa in purezza, nel corso della quale il futuro sposo si sia andato abituando alla disciplina e al dominio di sè. Il giovane moralmente e religiosamente fondato e maturato porta con sè la garanzia di diventare buon marito e buon padre, così come la giovane seria e pia sarà domani una sposa e una madre secondo il cuore di Dio. Sarà loro possibile di educare i figli in modo che siano a loro volta dei buoni cristiani, instillando in essi insieme con l’amore di Dio anche un affetto illuminato per la patria e per i propri connazionali.

L’atto più importante della preparazione prossima al matrimonio è, come ovvio, la scelta accurata del coniuge, scelta in cui dovrà tenersi conto delle qualità di salute, della cultura e della posizione sociale; elementi tutti che concorrono per una unione felice e non si possono senza pericolo trascurare. Per quanto l'inclinazione del sentimento possa essere forte, tuttavia essa non deve accecare così da non consentire la visione dei difetti e delle manchevolezze, anzi quando seri inconvenienti si rivelino essa dovrà cedere per il bene vero di ambe le parti. 

(...)

Perchè l’unione possa essere veramente intima e profonda dal lato spirituale, la Chiesa in linea di principio riprova il matrimonio tra persone di fede diversa; solo lo consente, tollerandolo, quando vi siano motivi gravi e sia assicurata la celebrazione del matrimonio cattolico e la cattolica educazione della prole. In tali unioni manca quello che è il presupposto di una completa intimità di sentire: quando i coniugi non sono uniti nei sentimenti più profondi, nella fede comune, non può sorgere una società coniugale santa ed eletta secondo il modello della unione di Cristo con la Chiesa. L’esperienza di ogni giorno dimostra poi che in tali unioni manca per la educazione dei figli quella vitale forza religiosa e quel calore che sono necessari: ed è ancora quotidiana constatazione che in tali matrimoni sorgono presto attriti (...) e difficoltà o rimpianti che spesso conducono alla disarmonia nella convivenza e sono causa di tormento spirituale per ambo le parti. 

I fidanzati cristiani trascorreranno il periodo del loro fidanzamento in purezza, in preghiera, ricevendo i Sacramenti nell’intento di prepararsi al matrimonio. Se in questo tempo, invece della stima e del rispetto reciproco, dovessero sorgere sfrenatezza e disistima, sarà con ciò minata la base della futura felicità. La fidanzata che non si sente sicura contro la passionale violenza del futuro sposo e si vede privata di quel rispetto di cui ha diritto, non può aspettarsi nello stato coniugale da parte di lui quel delicato riguardo e quella padronanza dei sensi, che sono indispensabili per la felicità del matrimonio. 


(Brano tratto da "Il Maestro chiama - Compendio di morale cristiana", di Don Ferederico Tillmann, traduzione di Don Carlo Colombo, Morcelliana, 1940).

martedì 19 febbraio 2019

Il perdono del moribondo

Dagli scritti di Don Giuseppe Tomaselli.


A proposito di perdono, giova ricordare quanto è narrato nella vita di Santa Margherita Alacoque.

Mentre la Santa era nel convento, sotto le predilezioni del Cuore di Gesù, venne a morire un uomo. La moglie di questi era tormentata dal dubbio se il marito fosse salvo o dannato. Si rivolse alla Santa, conoscendo che essa era a contatto con Gesù, affinché pregasse.

Gesù si presentò alla sua Prediletta e le disse: Conforta la tale signora! Suo marito è salvo. Per il momento è in Purgatorio. Era in pericolo di dannarsi; ma un atto di carità compiuto sul letto di morte, gli rese favorevole il mio giudizio.

Che cosa era capitato? Da anni c'era un grande odio tra quest'uomo ed un cognato; non si parlavano più. Quando quest'ultimo seppe che stava per morire il suo nemico, sia per riparare il male fatto, sia per convenienza, si recò a fargli visita; però si fermò in un angolo della stanza, quasi per non lasciarsi vedere. Il moribondo, in un momento di lucidità, scorse il cognato e gli fece cenno con la mano di avvicinarsi:

- Perdoniamoci a vicenda!... Si muore... Tutto passa!... - Questo atto di carità attirò tanta grazia al moribondo da liberarlo dall'inferno.


Spegnere l'odio

Questi esempi dovrebbero essere ben meditati. Poichè il perdonare i nemici è di tanto vantaggio ai vivi e di tatto sollievo ai morti, si approfitti dell'occasione del lutto per rappacificarsi con il prossimo.

L'odio d'ordinario regna o nella parentela o nell'ambito dei cosiddetti «amici». Si superi la ripugnanza naturale a perdonare, si faccia un sacrificio per amore di Dio e per amore dei morti... si vada a visitare chi è a lutto e si dimentichi il passato.

Chi riceve una visita di rappacificazione, non si arrischi a respingerla. E' doloroso il dirlo! E' avvenuto che in occasione di lutto si è presentata qualche persona ed i parenti del morto l'hanno cacciata, dicendo: Voi non dovete mettere mai piede in casa nostra! - Ma chi agisce in tal modo, può dire di amare i propri morti? Se li amasse, perdonerebbe e suffragherebbe la loro anima!

Cosa dire dell'odio che sorge tra fratelli e sorelle dopo la morte dei genitori, a motivo dell'eredità?... Si rompono le relazioni sacre, che sono quelle del sangue, si ricorre ai tribunali, anche quando non si sparga sangue; fratelli e sorelle che non si salutano per anni ed anni e non si visitano neppure sul letto di morte.

Costoro perchè non perdonano? Forse recitano preghiere di suffragio per i genitori; e non sanno però che non giova ai defunti il suffragio che parte da un cuore vittima dell'odio.

Potessero queste pagine concorrere a spegnere l'odio in tante famiglie!


Distruggere

Un altro suffragio è il distruggere i residui di peccato, imputabili ai morti. Si chiarisce l'argomento con qualche esempio, preso dal volume «Meraviglie del Purgatorio ».

Un celebre pittore era stato pressato da un ricco signore a fare dei quadri poco decenti. In seguito se ne pentì e, per riparare il male fatto, si dedicò alla pittura sacra. Passò gli ultimi anni di vita in un convento di Carmelitani Scalzi, ove lasciò un artistico quadro sacro. Morì con i conforti religiosi. Dopo alcuni giorni dalla morte, mentre un Frate era in coro dopo il Mattutino, il pittore apparve in Chiesa; era piangente e stava avvolto tra le fiamme. Il Frate lo riconobbe e chiese come mai dopo una vita così esemplare ed una morte così edificante, potesse trovarsi in tale stato. Il defunto rispose: Quando mi trovai al divin tribunale mi vidi circondato da molte persone, le quali deponevano contro di me, perchè si trovavano in Purgatorio per aver mirati i quadri indecenti da me pittati; ma quello che più mi atterrì fu il vederne uscire altre dall'inferno, gridando, perchè si erano dannate per colpa mia. Fui salvo dalla morte eterna per le opere buone compiute e per la buona morte, ma fui condannato a soffrire tra le fiamme del Purgatorio finché non siano distrutti quei brutti quadri da me lavorati, i quali ancora continuano a dare scandalo. Vi prego, dunque, per pietà, di recarvi dal proprietario, supplicandolo di bruciare subito quelle pitture. Che se si rifiutasse, guai a lui!... In prova di quanto vi dico ed in punizione del cattivo lavoro che volle fatto, fra poco perderà i due suoi figli e, qualora mancasse di ubbidire agli ordini divini, egli stesso morrà. -

Il padrone, informato di tutto, subito distrusse i quadri ed in meno di un mese vide morire i suoi due figli. Fortemente colpito da questo fatto, si diede ad una vita di penitenza.


[Brano tratto da "I nostri morti - La casa di tutti", di Don Giuseppe Tomaselli].

Pensiero del giorno

Vi è la milizia di Dio che combatte con la parola e l'azione prorompente... Noi siamo di quell'altra milizia di Dio, umile e nascosta, ma ugualmente apostolica, che combatte con la preghiera e il sacrificio, e che versa goccia a goccia il sangue del cuore... Amare, cantare, acclamare, sì, la folla lo sa fare davanti a questo Cuore che brucia d'amore per gli uomini. Pregare, compatire, offrire, riparare e soffrire per Lui che ha conosciuto tutte le agonie e tutti i dolori è la missione degli amici privilegiati. Buttiamoci ardenti in quest'opera di riparazione, nonostante la nostra piccolezza.


(Pensieri scelti dagli scritti della Beata Maria di Gesù Deluil-Martiny, "Gesù deve regnare", a cura di Paolo Risso, LEV)

lunedì 18 febbraio 2019

Consigli per conseguire la perfezione cristiana

I seguenti consigli servono ad avviare le anime alla perfezione cristiana, e sono tratti da un opuscolo del 1931 intitolato "Regolamento di vita per tendere alla perfezione cristiana e conseguirla", scritto dal sacerdote Redentorista Padre G. Finelli, pubblicato a Modena dalla Tipografia Ferraguti. Ringrazio di cuore Teodolinda per avermeli inviati.



Per tendere alla perfezione e conseguirla bisogna:

1 - Avere un grande, generoso ed efficace desiderio di essere perfetti. Secondo S. Alfonso de’ Liguori il desiderio della perfezione deve essere forte perché un debole desiderio permette di adagiarsi nelle imperfezioni mentre S. Teresa affermava che il desiderio della virtù facilita l’acquisto della medesima.

2 - Scegliersi un Direttore Spirituale pio ed illuminato che possa guidare l’anima per la via sicura del cielo. Dopo aver trovato un Direttore bisogna stabilire un metodo o regolamento di vita, sottoporlo alla sua approvazione ed accettare di buon animo i cambiamenti che esso porterà nella nostra vita.

3 - Essere fedeli ed esatti non solo nelle grandi cose ma anche nelle piccole. Bisogna riflettere sul fatto che le grandi occasioni per servire Dio sono rare mentre le piccole si presentano ad ogni istante. S. Francesco di Sales diceva che le virtù più piccole sono piccoli fiori ai piedi della croce mentre S. Paolo ripeteva di fare tutte le cose per la gloria di Dio.

4 - Operare con attenzione pensando a ciò che si fa, con rettitudine e pacatezza riflettendo per chi si fanno le azioni. Bisogna santificare il lavoro quotidiano. S. Francesco di Sales diceva che Dio non misura la perfezione dalle molte cose fatte ma dal modo come sono fatte.

5 - Esercizio della presenza di Dio. E’ il fondamento della perfezione perché libera l’anima dai peccati, la induce a praticare la virtù e la muove ad unirsi a Dio per mezzo dell’amore che è l’essenza stessa della perfezione.

6 - Confessarsi possibilmente ogni settimana e fare la comunione [...]. I Sacramenti producono ed aumentano la grazia, elemento necessario per conseguire la perfezione.

I principali ostacoli alla perfezione sono i seguenti:

1 - Le soverchie occupazioni. (Attività che assorbono tutto il tempo e distraggono il cuore da Dio).

2 - Le delizie temporali. (Divertimenti, piaceri, vita comoda).

3 - La curiosità.

4 - L’incostanza nelle pie pratiche.

5 - Il peccato mortale. (E' negazione della perfezione).

6 - Le occasioni cattive.

7 - Il rispetto umano.

8 - La tiepidezza. (c'è quella inevitabile dovuta alla nostra fragilità e quella deplorabile dovuta ai peccati veniali).

9 - La tristezza - l’inquietitudine - lo scoraggiamento.

Le ultime tre si vincono con la confidenza in Dio e con la rassegnazione al divino volere.

Pratica della perfezione.

La perfezione consiste nel perfetto amore di Dio, nella carità perfetta. Bisogna sentire il contatto con Dio per essere simili a Lui. S. Teresa diceva che il perfetto amore di Dio consiste in un vivo desiderio di dar gusto a Dio in tutte le cose e nel procurare, per quanto si può, di non offenderlo e di promuovere la sua gloria. Segno della perfezione è l’uniformità alla volontà di Dio e per conseguire la perfezione bisogna esercitare la virtù che è la forza necessaria per acquistare delle buone abitudini. Le virtù vanno esercitate in modi diversi secondo il proprio stato. Non bisogna incepparsi in piccolezze e vane scrupolosità. Bisogna progredire senza pretendere troppo, non ci si deve meravigliare della propria debolezza né scoraggiarsi dei difetti ma umiliarsi davanti a Dio e aprirgli il cuore a confidenza per ricevere il suo aiuto.

venerdì 15 febbraio 2019

Il demonio dietro l'ostracismo nei confronti della Messa tridentina

Un cattolico non può, in coscienza, odiare la Messa tradizionale. Non si può disprezzare un rito così venerabile che ha aiutato a santificare innumerevoli anime nel corso dei secoli. Eppure ci sono tanti modernisti che usano parole di sommo disprezzo nei confronti della liturgia antica. Ma chi è che li spinge a nutrire sentimenti di avversione verso tutto ciò che ha un sapore “tradizionale” nella vita cristiana? Chi è che li aizza a perseguitare e a ostracizzare i cattolici rimasti fedeli alla Tradizione? Il demonio!

Il Beato Gabriele Maria Allegra (1907-1976), un pio missionario francescano che tradusse l'intera Sacra Scrittura in lingua cinese, scrisse parole forti in proposito:

Quando penso che il latino non si studia più, che anche in questo abbiamo seguito l'andazzo dei protestanti, o più esattamente di alcune sette protestanti, quando penso che l'immensa letteratura patristica latina, i più insigni documenti della storia della Chiesa di Dio in Cina, che sono scritti in latino, sono ormai libri sigillati per i futuri sacerdoti, e aggiungo, quando penso che per noi francescani tutte le nostre antiche fonti e tutte le grandi opere sono scritte in latino, mi vengono le lacrime agli occhi, e non metaforicamente. […] In certe ambiguità liturgiche e disciplinari, nell'ostracismo del latino, della Messa di San Pio V e del canto gregoriano, [...] nel pluralismo teologico, nell'indigenizzazione delle Chiese locali, io ci vedo la presenza dell’hinimicus homo, l’opera di satana [...].

(Citazione tratta da “Ideo multum tenemur Ei”, quaderno III, 23 agosto 1975).

Le suore gianseniste di Port-Royal


Anche oggi vi sono dei cristiani che vorrebbero esigere un'infinità di cose, di cui Gesù Cristo non ha fatto parola. E' quel che fecero le suore di Port-Royal, seguendo l'eresia del giansenismo, che tanto male ha fatto alla Chiesa. Le teorie ispirate a una severità inaudita furono controproducenti, perché, anziché spingere le anime al bene, le ritrassero dai sacramenti. [...] Il giansenismo è un'eresia scomparsa ufficialmente da gran tempo; eppure, se non c'è più nessuno che oserebbe proclamarsi giansenista in teoria, esistono sempre molti giansenisti nella pratica. Perfino in un'epoca come la nostra, che sembra tutto l'opposto del giansenismo per la sua faciloneria religiosa e la disinvoltura morale, non è raro ascoltare ragionamenti che sarebbero stati benissimo in bocca a quelle suore, traviate da tanto rigorismo.

(Brano tratto dagli scritti di Mons. Ernesto Moneta Caglio, 1907 - 1995).