I tradizionali manuali di Teologia Morale insegnano che i peccati di superstizione sono "colpe gravi" proibite dal Primo Comandamento, tuttavia alcuni autorevoli teologi ammettono la possibilità che il penitente possa aver peccato solo venialmente (cioè "non gravemente") per ignoranza, semplicità, errore, o se ha considerato la cosa più per scherzo che seriamente.
I manuali solitamente suddividono la superstizione in quattro rami principali:
Culto indebito a Dio (Indebitus Dei cultus): Si verifica quando si prega il vero Dio, ma in modo falso o superfluo (es. inventare riti bizzarri non approvati o credere che l'efficacia di una preghiera dipenda rigorosamente dal numero esatto di candele accese, scivolando nel "magismo").
Idolatria: Il grado massimo, in cui si offre il culto di latria (riservato solo a Dio) a una creatura (idoli, denaro, potere, astri).
Divinazione: La pretesa di conoscere il futuro o le cose occulte invocando, esplicitamente o implicitamente, l'aiuto del demonio (astrologia deterministica, chiromanzia, spiritismo).
Vane osservanze (Vanae observantiae): È la forma più comune. Consiste nel cercare di ottenere effetti straordinari (salute, fortuna, protezione) attraverso mezzi sproporzionati che non hanno né efficacia naturale né divina (es. amuleti, cornetti, il numero 13, o le "catene di Sant'Antonio").
3. La radice del peccato
Per la morale cattolica, la gravità della superstizione risiede nel fatto che essa:
Offende la Sovranità di Dio: Si sposta la fiducia dalla Provvidenza a un oggetto creato.
Cade nel Demoniaco: Molti manuali (come quelli di Prümmer o di Sant'Alfonso) avvertono che dietro le pratiche superstiziose si nasconde spesso un pactum implicitum (un patto implicito) con il maligno.
Differenza tra Religione e Magia
La distinzione fondamentale che i manualisti fanno è questa: nella religione, l'uomo si sottomette alla volontà di Dio; nella superstizione/magia, l'uomo cerca di "costringere" la divinità o le forze occulte a fare la propria volontà attraverso formule o oggetti.
