Dio da tutta l’eternità ha pensato a voi. […] Egli vi ha chiamati all’apostolato per sola sua bontà. Non ha bisogno di niente e di nessuno. L’ha fatta a voi questa grazia, a preferenza di tanti altri che ne erano più degni e che vi avrebbero forse corrisposto meglio. E perché proprio a voi? Perché vi ha amati di un amore particolare. La vocazione missionaria è di quanti amano molto il Signore e desiderano farlo conoscere, disposti a qualsiasi sacrificio. Non si richiede nulla di più. Questa vocazione è quell’atto di provvidenza con cui Dio sceglie alcuni e li fornisce delle doti convenienti per evangelizzare le persone nei paesi pagani. Ogni sacerdote è per natura missionario. La vocazione sacerdotale e quella missionaria non si distinguono essenzialmente. Non si richiede, ripeto, che un grande amore di Dio e una passione per le anime. Non tutti potranno effettuare il desiderio di recarsi in missione, ma tale desiderio dovrebbe essere di tutti i sacerdoti. L’apostolato nei territori di missione è, sotto questo riguardo, il grado superlativo del sacerdozio. [...] Ah, no, non crediamo di essere noi a fare un atto di degnazione verso Dio, se rispondiamo alla Sua chiamata! È Lui invece che fa a noi un grande dono. Viene talora il dubbio di non essere chiamati all’apostolato. È una pena dolorosa che fece perire molte vocazioni o almeno intiepidì il fervore per prepararsi bene all’apostolato. L’avete voi questa vocazione? Rispondo che non è necessario aver avuto segni straordinari, neppure bisogna pretenderli. Se anche venisse un angelo dal cielo, potremmo sempre dubitare che si tratti di illusione. Basta aver avuto qualche segno speciale, che parve forse casuale ed invece era ordinato da Dio alla vocazione: la lettura di un periodico o libro missionario, una predica sulle missioni, l’esempio di un compagno, la parola del parroco o del confessore, forse anche certe circostanze di famiglia, ecc. Questi segni bastano. Essi sono la via ordinaria di cui Dio si serve per destare, in chi è prescelto, la vocazione missionaria. [...] Fortunati voi, che avete sentito l’invito di Dio e, rassicurati per mezzo della preghiera e di saggi consigli ricevuti, con coraggio vi siete staccati dal vostro ambiente, dalle comodità della vita e, superando giudizi e motivi umani, siete entrati nell’Istituto per prepararvi alla missione. [...] Se tu conoscessi il dono grande che Dio ti ha fatto chiamandoti in questo Istituto missionario! A questo dono seguirà un crescendo di altre grazie, che Gesù dal tabernacolo vi farà, se saprete apprezzare la vocazione e corrispondervi. [...] Ma voi perdurerete tutti nella vocazione ricevuta? Non basta dunque essere chiamati, non basta rispondere alla chiamata, né entrare nell’Istituto e nemmeno andare in missione. Non tutti i chiamati perseverano, perché non tutti corrispondono. Perseverare, non dimenticatelo, è un dovere, quando abbiamo liberamente accettato uno stato e ad esso ci siamo vincolati con solenni promesse. È un dovere verso Dio, al quale si è fatto voto, ed è un dovere verso noi medesimi. Solamente chi persevererà sino alla fine, udrà l’invito divino: «Vieni servo buono e fedele!»
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domenica 8 novembre 2026
Ogni sacerdote è per natura missionario
Dio da tutta l’eternità ha pensato a voi. […] Egli vi ha chiamati all’apostolato per sola sua bontà. Non ha bisogno di niente e di nessuno. L’ha fatta a voi questa grazia, a preferenza di tanti altri che ne erano più degni e che vi avrebbero forse corrisposto meglio. E perché proprio a voi? Perché vi ha amati di un amore particolare. La vocazione missionaria è di quanti amano molto il Signore e desiderano farlo conoscere, disposti a qualsiasi sacrificio. Non si richiede nulla di più. Questa vocazione è quell’atto di provvidenza con cui Dio sceglie alcuni e li fornisce delle doti convenienti per evangelizzare le persone nei paesi pagani. Ogni sacerdote è per natura missionario. La vocazione sacerdotale e quella missionaria non si distinguono essenzialmente. Non si richiede, ripeto, che un grande amore di Dio e una passione per le anime. Non tutti potranno effettuare il desiderio di recarsi in missione, ma tale desiderio dovrebbe essere di tutti i sacerdoti. L’apostolato nei territori di missione è, sotto questo riguardo, il grado superlativo del sacerdozio. [...] Ah, no, non crediamo di essere noi a fare un atto di degnazione verso Dio, se rispondiamo alla Sua chiamata! È Lui invece che fa a noi un grande dono. Viene talora il dubbio di non essere chiamati all’apostolato. È una pena dolorosa che fece perire molte vocazioni o almeno intiepidì il fervore per prepararsi bene all’apostolato. L’avete voi questa vocazione? Rispondo che non è necessario aver avuto segni straordinari, neppure bisogna pretenderli. Se anche venisse un angelo dal cielo, potremmo sempre dubitare che si tratti di illusione. Basta aver avuto qualche segno speciale, che parve forse casuale ed invece era ordinato da Dio alla vocazione: la lettura di un periodico o libro missionario, una predica sulle missioni, l’esempio di un compagno, la parola del parroco o del confessore, forse anche certe circostanze di famiglia, ecc. Questi segni bastano. Essi sono la via ordinaria di cui Dio si serve per destare, in chi è prescelto, la vocazione missionaria. [...] Fortunati voi, che avete sentito l’invito di Dio e, rassicurati per mezzo della preghiera e di saggi consigli ricevuti, con coraggio vi siete staccati dal vostro ambiente, dalle comodità della vita e, superando giudizi e motivi umani, siete entrati nell’Istituto per prepararvi alla missione. [...] Se tu conoscessi il dono grande che Dio ti ha fatto chiamandoti in questo Istituto missionario! A questo dono seguirà un crescendo di altre grazie, che Gesù dal tabernacolo vi farà, se saprete apprezzare la vocazione e corrispondervi. [...] Ma voi perdurerete tutti nella vocazione ricevuta? Non basta dunque essere chiamati, non basta rispondere alla chiamata, né entrare nell’Istituto e nemmeno andare in missione. Non tutti i chiamati perseverano, perché non tutti corrispondono. Perseverare, non dimenticatelo, è un dovere, quando abbiamo liberamente accettato uno stato e ad esso ci siamo vincolati con solenni promesse. È un dovere verso Dio, al quale si è fatto voto, ed è un dovere verso noi medesimi. Solamente chi persevererà sino alla fine, udrà l’invito divino: «Vieni servo buono e fedele!»
Pensiero del giorno
sabato 7 novembre 2026
È di somma importanza la diligenza nella scelta del coniuge
[Citazione di Pio XI tratta dall'Enciclica "Casti Connubii" sul matrimonio cristiano].
Pensiero del giorno
(Sant'Alfonso Maria de Liguori)
venerdì 6 novembre 2026
La devozione verso le anime purganti soddisfa i peccati, e ci abbrevia o libera dalla pena
Le opere che facciamo a vantaggio dei morti non servono direttamente a pagare i nostri debiti verso la divina giustizia; ma la carità, che ci spinge a farle, contiene una specie di soddisfazione molto più perfetta di quel che c'immaginiamo, perchè la carità aumenta di molto il merito; e la soddisfazione essendo sempre proporzionata al merito, secondo il celebre teologo Vasquez, possiamo dire che l'opera, la quale merita un alto grado di gloria, merita pure l'intera remissione o diminuzione considerevole della pena che sospende il godimento della gloria. La nostra carità per i morti può divenire un atto eroico di amore verso Dio, quando provenga da zelo ardente di procurarne la maggior gloria, ed allora tale atto può liberarci interamente dalla pena dovuta ai nostri peccati. Ma, senza badare alle considerazioni ricavate dalle disposizioni che accompagnano necessariamente la nostra carità per le anime purganti, non è cosa certa, che quand'anche ci restasse da espiare moltissimo in morte, dobbiamo aspettarci ogni cosa sia dalle anime sante, sia dagli angeli e da Maria SS.? Non dobbiamo forse sperare il tutto dalla bontà di Gesù Cristo? E' impossibile che anime, a cui avremo aperto più presto le porte del paradiso, ci possano dimenticare quivi giunte; il loro amore e la riconoscenza verso di noi le porteranno ad intercedere presso il Signore, al fine d'ottenerci una tale contrizione in morte che valga a liberarci dal purgatorio o ad abbreviarcene molto la durata; ovvero ispireranno ai notai superstiti di pregare molto per noi, finché siamo liberati noi pure. Gli angeli loro custodi, i loro santi patroni e tutti gli altri santi, con a capo la loro Regina, non lasceranno neppur essi di valersi dei servizi resi ad anime la cui felicità li rallegra tanto; e siccome i beati sono riconoscentissimi, nulla risparmieranno per compensare la nostra carità. In fine, Gesù Cristo ci assicura «che terrà come fatto a sè quanto faremo a favore del minimo dei suoi fratelli» (s. Matteo XXV, 40), e che «se daremo, ci sarà data una misura pigiata, scossa e colma» (s. Luca VI, 38). Se dunque noi diamo tutto il frutto delle nostre opere soddisfattorie per liberare in qualche modo nostro Signore Gesù Cristo stesso da quelle fiamme, non darà egli a noi il frutto dei suoi sudori e dei suoi patimenti? e Dio, la cui gloria avremo procurata, non s'affretterà egli di farci partecipi dell'eterna felicità?
Assicuriamoci del non esserci mezzo migliore per esimerci dal purgatorio, o per abbreviarcene la durata, dell'offrire la soddisfazione delle nostre opere ai fedeli defunti. In tal modo «compreremo molte cose con piccola spesa» Aggiungiamo che molti andranno debitori alle sante anime dell'esenzione dal fuoco dell'inferno; e che sarebbero andati eternamente perduti se quelle anime riconoscenti non avessero ottenuto loro grazie per vincere le tentazioni, o per fare penitenza dei loro peccati, e gli altri soccorsi necessari a ben vivere e a ben morire.
FIORETTO SPIRITUALE. — Affinché tu intenda quanto mi sia accetta la tua carità per le anime purganti, ti rimetto fin d'ora tutte le pene che ti fossero riservate. (Parole di N. Signore a s. Gertrude).
Pensiero del giorno
(San Francesco di Sales)
giovedì 5 novembre 2026
La donna tisica che non voleva confessarsi
Nell'esercizio del sacro ministero accaddero a D. Bosco varii fatti veramente sorprendenti, che meritano di essere almeno accennati. Li esporremo man mano che ci avanziamo nella storia della sua vita. Frattanto però non possiamo fare a meno di raccontarne alcuni.
Nel 1844 si trovava ricoverata nell'Ospedale di S. Giovanni una povera donna tisica, all'ultimo stadio della sua malattia. La sua vita era stata deplorevole, e si temeva finisse con una morte disperata. Invischiata in mille tresche, rea di colpe enormi, imbrogliata per danni recati al prossimo nelle sostanze, da molti anni non si era più accostata ai SS. Sacramenti. Resisteva infuriata al Rettore dell'Ospedale, ai cappellani, alle monache e a quanti cercavano di persuaderla a confessarsi. Lo stesso D. Cafasso era stato respinto da quella forsennata, che aveagli lanciato contro un vaso.
Il santo sacerdote però avendo saputo dai medici come all'infelice restassero più pochi giorni da vivere, e rincrescendogli che andasse all'eternità in quello stato, ritornato al Convitto disse a D. Bosco: - Andate voi! - D. Bosco andò. Entrato nella corsia, si avanzò lentamente, fermandosi prima a parlare colle inferme da una parte attigue al letto di quella che era lo scopo della sua visita. A costei non rivolse uno sguardo, non disse una parola. Quindi passò oltre senza fermarsi, e si intrattenne con un'inferma coricata dall'altro lato. La povera tisica seguiva cogli occhi il prete, e vedendo che non si fermava presso di lei, che non le indirizzava parola, anzi che neppure la guardava: - E da me non viene? - disse.
- Oh sì, volentieri! - rispose D. Bosco; e prese una sedia, si assise vicino a quel letto e poi: - Ebbene?
- Mi dica qualche bella parola.
- Vi è una parola che voglio dirvi.
- E quale?
- Confessione!
- Confessione! È già molto tempo che non mi sono confessata.
- Dunque confessatevi adesso.
- Stamane, veda, è venuto un altro prete che voleva confessarmi, ma l'ho trattato male e l'ho fatto andar via.
- Non parliamo di questo. Adesso pensate ad aggiustare le cose della vostra coscienza. - E incominciò: Deus sit in corde tuo.
- Ma ora io non sono preparata a confessarmi.
- Apposta perchè non siete preparata, io vi ho data la benedizione, affinchè vi prepariate.
- Ma adesso, io non mi sento: quando sarò guarita andrò a confessarmi in qualche chiesa di Torino: ovvero appena io possa, mi recherò a fare le mie divozioni qui nella cappella dell'Ospedale.
- E voi credete di poter ancora guarire?
- Ma ora mi sento meglio.
- Vi sembra, ma non è.
- Come?
- Volete che io vi dica una parola a nome dei medici o a nome di Dio?
- No a nome dei medici; piuttosto a nome di Dio.
- A nome di Dio vi dico, che Egli nella sua misericordia vi concede ancora poche ore, perchè possiate pensare all'anima vostra. Ora sono le quattro pomeridiane e avete ancora tempo a confessarvi, a comunicarvi, a ricevere l'Olio santo e la benedizione papale. Non c'è più da lusingarsi. Domani voi sarete all'eternità.
- Davvero? Ma non è possibile!
- Vi ho detto che non vi parlo a nome degli uomini, ma a nome di Dio.
- Eternità!... eternità!... Oh che parola!... mi fa paura!
- Dunque incominciamo ed io vi aiuterò.
- Ma quel prete che ho insultato! mi cagiona dispiacere pensare alle mie furiose maniere.
- Non dubitate, state tranquilla: io lo conosco quel prete, e basta. Lasciate a me ogni fastidio di ciò.
Così la poveretta si confessò e in quella stessa notte moriva.
Pensiero del giorno
mercoledì 4 novembre 2026
Un prete zelante
martedì 3 novembre 2026
Ignoranza religiosa
Pensiero del giorno
lunedì 2 novembre 2026
Aiutare i genitori defunti
Pensiero del giorno
domenica 1 novembre 2026
Morte infelice del peccatore e morte felice dei santi














