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sabato 30 maggio 2026

Vogliono annientare i diritti di Dio!

[Brano tratto dalla lettera circolare dell'8 dicembre 1882 della Beata Maria Deluil-Martiny, zelantissima Fondatrice delle “Figlie del Cuore di Gesù”].



[Cristo] è nato, ha sofferto ed è morto per redimere e salvare l'uomo colpevole. Ha fondato la Chiesa, la cui missione soprannaturale è di distribuire alle anime, con i Sacramenti, i meriti infiniti del Salvatore, di insegnare al mondo la verità, di smascherare l'errore, di combattere il male, di condurre le anime alla felicità eterna e anche di custodire il deposito delle verità naturali, misconosciute dalle passioni, ma che sono la base dell'ordine civile.

Il male morale è la ribellione dell'uomo contro l'ordine che Dio ha stabilito; la negazione pratica della subordinazione di tutte le cose al loro vero ed ultimo fine. Senza dubbio, dopo il peccato originale, il male è sempre esistito: l'antico nemico del genere umano, che è pure e soprattutto il nemico di Dio, ha in ogni tempo cospirato alla perdita delle anime; ma mai come oggi ha osato far guerra con tanta audacia, tanto cinismo e tanta perfidia. La lotta riveste da un secolo e mezzo in qua un carattere particolare che deve ispirare le più serie riflessioni. Non si tratta più, come una volta, di un attacco a qualche punto del dogma o della morale cattolica, di un errore che, dopo funeste agitazioni, non riuscendo ad impadronirsi, come avrebbe voluto, di una società le cui fondamenta non erano ancora scosse alla loro base, era costretto a contenersi sopra dati punti; e neppure di una rivolta accidentale e locale contro qualche principio. Si tratta ora di un vasto movimento generale contrario a tutti i dogmi religiosi, a tutti i principi della morale e a tutte le basi della società religiosa e civile. Questo male è universale, esso si estende a tutti i popoli del mondo, senza differenza di clima, di razza, di governo, avviluppando le intelligenze in una vasta rete di menzogne, coperte da parole seducenti. Nella mente di moltissimi tutte le verità sono minimizzate; le più strane aberrazioni accreditate; gli errori più evidenti acclamati, i principi più sovversivi proclamati e accettati.

Di fronte alla Chiesa di Cristo si erge quasi svelata, resa ardita dalle sventure dei tempi, l'infernale chiesa di Satana, che per lungo tempo ha ordito le sue congiure nell'ombra e ha coperto col segreto più profondo i suoi abominevoli errori, i suoi ignobili misteri e i suoi odiosi disegni. Essa cerca pazzamente di annientare i diritti di Dio in questo mondo, di rovesciare la Chiesa e ogni base dell'ordine sociale cristiano; di esaltare la pretesa perfezione naturale dell'uomo e la sua indipendenza da Dio, la distruzione di ogni autorità, il dominio della materia, del disordine, dell'empietà; infine la negazione stessa di Dio: né Dio, né padrone! Ecco, care Sorelle, il riassunto delle dottrine di questa scuola infernale.

Pensiero del giorno

Sant'Alfonso Maria de Liguori
(Pensiero di Sant'Alfonso Maria de Liguori tratto da "Pratica di amar Gesù Cristo")

[La pace del cuore] è un bene che supera tutti gli altri beni di questo mondo. Diceva S. Francesco di Sales: «Che vale tutto il mondo in paragone della pace del cuore?» Ed in verità, a che servono tutte le ricchezze, tutti gli onori del mondo a chi vive inquieto e non ha il cuore in pace?

venerdì 29 maggio 2026

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Dio è con noi anche in questi tempi di grandi tribolazioni

Chiesa di Santa Maria della Consolazione a MilanoPubblico alcuni pensieri spirituali che mi ha inviato Maristella perché penso che possano essere di conforto anche ad altre persone.


Caro fratello in Cristo,

[...] ringrazio Dio quando fa delicatamente sentire la Sua voce e mi permette di riposare l'anima innalzando a Lui i miei pensieri. Sono brevi sprazzi di luce che riscaldano l'anima e aiutano nel viaggio della vita. Provo stupore quando esco di casa per andare al lavoro: prima di inserirmi nel traffico della città alzo lo sguardo verso il cielo, anche quando piove. Mi aiuta a cercare di rimanere con il pensiero rivolto a Dio. Perfino le gocce di pioggia che cadono mi sembrano un miracolo.

Un attimo di silenzio e via nel traffico caotico della città. Come vorrei essere in cima a una montagna e ammirare il panorama della natura!

Per noi cristiani questo è un momento storico molto difficile, spesso ho l'impressione che Dio ci abbia abbandonato. Poi prego, nella mente mi stringo alla Sacra Famiglia, e nella mente ritorna il versetto del vangelo "Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi". Mi sento come i discepoli sulla barca sul mare in tempesta, mi viene in mente il dettaglio di Gesù che riposa proprio mentre il mare sembra voler inghiottire tutto.

Gesù è la mia luce, la mia salvezza, la mia vita. Grazie a Lui io vivo, esisto e mi muovo in questo mondo così turbato.

La mia ancora di stabilità e di pace è la santa Messa nel rito tradizionale; per me è come una lampada che illumina i miei giorni, come un focolare che riscalda i miei brividi di paura.

Nella Messa imparo, in modo molto semplice e piano, molte cose che poi cerco di mettere in pratica, grazie all'aiuto indispensabile del Signore. Così il mio cuore trova pace e posso cercare di diffonderla intorno a me. Sono come un povero pezzo di vetro che riflette un poco della luce immensa di Dio.

Mi piace pensare all'immagine della vite e dei tralci: se noi restiamo uniti a Dio portiamo molto frutto. Quando passo nelle zone collinari dove si stendono i vigneti mi ricordo sempre di queste parole.

Provo gratitudine per ogni cosa, per le gioie e i dolori, per i sorrisi e le lacrime. Cerco di ricordare ogni volta che posso che siamo tutti in viaggio verso l'eternità. Il mondo cerca di dimenticare tutto ma noi sappiamo bene quali saranno le cose ultime, i Novissimi. Morte, giudizio, inferno, paradiso.

Mi scuso se il messaggio è lungo e disorganizzato ma desideravo da tempo condividere questi pensieri con te.

In alto i cuori, uniti nella preghiera, nei Cuori Immacolati 🙏

Pensiero del giorno

Dio, infatti, non castiga il peccatore per annientarlo, ma per indurlo alla conversione: è proprio così che in questa vita le disposizioni della giustizia divina sono sempre ordinate alla misericordia, ossia hanno sempre lo scopo di mettere il peccatore in condizione di approfittare della divina misericordia. Perciò, anche quando Dio punisce, è sempre misericordioso; i suoi castighi non sono mai solo punizioni, ma sono anche e soprattutto rimedi per sanare le anime nostre dal peccato. Rimangono puramente punizioni soltanto per chi non vuole in nessun modo convertirsi.
 

[Scritto tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].

giovedì 28 maggio 2026

Pensiero del giorno

O Signore che sei dolce e soave, insegnami la dolcezza del cuore, la soavità del tratto. 

[Brano tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].


mercoledì 27 maggio 2026

Il modernismo si combatte soprattutto coltivando la vita interiore

Ho notato che molti lettori e lettrici del blog non si limitano ad apprezzare gli aspetti esteriori della Sacra Liturgia, ma coltivano la vita interiore, sono fortemente attratti dall'ascetica, e si impegnano ad approfondire il cammino di perfezionamento spirituale. 

La Teologia Ascetica è la scienza teologica che ha come oggetto la perfezione della vita cristiana. Lo studio dell'Ascetica è necessario per i sacerdoti ed è utile per i fedeli laici. A tal proposito riporto un brano tratto dall'interessantissimo “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, scritto dallo zelante Padre Adolphe Tanquerey (1854-1932).

1° Necessità pel Sacerdote.

35.   Il sacerdote deve santificare se stesso e santificare i suoi fratelli, e per questo doppio rispetto è obbligato a studiare la scienza dei santi.

A) Il sacerdote, come dimostreremo più innanzi con S. Tommaso, è obbligato non solamente a tendere alla perfezione ma a possederla in un grado più elevato del semplice religioso. Ora la conoscenza della vita cristiana e dei mezzi che contribuiscono a perfezionarla, è normalmente necessaria per giungere alla perfezione: nil volitum quin præcognitum.

a) La conoscenza accende e stimola il desiderio. Sapere che cos'è la santità, la sua eccellenza, l'obbligo di tendervi, i suoi mirabili effetti nell'anima, la sua fecondità, è già un desiderarla. La conoscenza d'un bene tende a farcelo desiderare; non si può lungamente e attentamente contemplare un frutto delizioso senza che nasca il desiderio di gustarlo. Ora il desiderio, principalmente quando è ardente e prolungato, è già un principio d'azione: mette in moto la volontà e la spinge verso il conseguimento del bene percepito dall'intelligenza, le dà slancio ed energia per raggiungerlo, e ne sostiene gli sforzi per conquistarlo; il che è tanto più necessario in quanto che molti ostacoli s'oppongono al nostro progresso spirituale.

b) La considerazione particolare delle numerose tappe da percorrere per giungere alla perfezione, gli sforzi perseveranti fatti dai santi per trionfare delle difficoltà e avanzare continuamente verso il fine desiderato, infiamma i cuori, sostiene l'ardore in mezzo alla lotta, impedisce il rilassamento e la tiepidezza, tanto più se si considerano nello stesso tempo gli aiuti e le consolazioni che Dio tiene preparate alle anime di buona volontà.

c) Questo studio è tanto più necessario ai nostri giorni: "Viviamo infatti in un'atmosfera di dissipazione, di razionalismo, di naturalismo, di sensualismo che si insinua, anche a loro insaputa, in una moltitudine di anime cristiane, e che invade financo il santuario". I due o tre anni passati in caserma inducono i giovani chierici, specialmente quelli che non ricevettero in famiglia una educazione profondamente cristiana, a partecipare a questo tristo spirito. Ora qual è il mezzo migliore per reagire contro queste funeste tendenze del nostro tempo, se non il vivere in compagnia di Nostro Signore e dei Santi con lo studio metodico e continuato dei principii di spiritualità, che sono in opposizione diretta con la triplice concupiscenza?

B) Per la santificazione delle anime che gli sono affidate. a) Anche quando si tratta di peccatori, il sacerdote ha bisogno di conoscere l'Ascetica per insegnar loro il modo di evitare le occasioni di peccato, combattere le passioni, resistere alle tentazioni, praticare le virtù contrarie ai vizi che si debbono fuggire. È vero che la teologia morale suggerisce già brevemente queste cose, ma l'Ascetica le sintetizza e le sviluppa.

b) E poi vi sono in quasi tutte le parocchie delle anime elette che Dio chiama alla perfezione, e che, se sono ben dirette, aiuteranno il sacerdote nell'esercizio dell'apostolato con le loro preghiere, con i loro esempi, e con mille piccole industrie. In ogni caso se ne possono formare alcune tra i giovinetti del catechismo e del patronato. Ora per riuscire in quest'opera così importante, è necessario che il sacerdote sia un buon direttore, che possegga le regole tracciate dai santi e contenute nei libri di spiritualità; altrimenti non si ha nè il gusto nè la capacità richiesta per l'arte così difficile di formare le anime.

c) A più forte ragione lo studio delle vie spirituali è necessario per la direzione delle anime ferventi chiamate alla santità, e che talora s'incontrano anche nei più piccoli villaggi. Per guidarle sino all'orazione di semplicità e alla contemplazione ordinaria, bisogna conoscere non solamente l'Ascetica ma anche la Mistica sotto pena di smarrirsi e di ostacolare il progresso di queste persone. L'osservava già S. Teresa: "Per questo è necessarissimo un direttore, ma è a desiderare che abbia esperienza... La mia opinione è e sarà sempre che ogni cristiano deve, potendolo, conferire con uomini dotti; e quanto più dotti saranno, tanto meglio. Coloro che camminano per le vie dell'orazione ne hanno più bisogno degli altri; e ciò tanto più quanto più saranno spirituali... Ciò di cui io sono persuasissima è che il demonio non riuscirà mai con i suoi artifizi a sedurre una persona d'orazione che consulta i teologi, tranne che non voglia ingannarsi da sè stessa. Secondo me, il demonio paventa grandemente la scienza umile e virtuosa, perchè sa che ne sarà smascherato e che dovrà ritirarsi sconfitto". Lo stesso linguaggio tiene S. Giovanni della Croce: "Siffatti maestri spirituali (che ignorano le vie mistiche) non comprendono le anime avviate in questa contemplazione quieta e solitaria... le costringono a riprendere il cammino della meditazione e del lavoro della memoria, a fare atti interni in cui queste anime non trovano che aridità e distrazione... Che si sappia bene: colui che s'inganna per la sua ignoranza, quando il suo ministero gli impone il dovere d'acquistare le cognizioni necessarie, non sfuggirà al castigo, che sarà proporzionato al male prodotto".

Nè si dica: Se io incontrerò di queste anime, le abbandonerò allo Spirito Santo perchè le guidi Lui. Lo Spirito Santo vi risponderebbe che egli le ha affidate a voi e che voi dovete lavorare con Lui alla loro direzione. Egli può certamente dirigerle da sè; ma per evitare ogni pericolo d'illusione, vuole che questa direzione sia sottoposta all'approvazione d'un direttore visibile.

2° Utilità per i laici.

Diciamo utilità e non necessità; perchè i laici possono lasciarsi guidare da un direttore istruito e sperimentato, e non sono quindi assolutamente obbligati a studiare la Teologia ascetica. Tuttavia questo studio sarà loro utilissimo per tre ragioni principali: a) Per stimolare e tener vivo il desiderio della perfezione, come anche per dar loro una certa conoscenza della natura della vita cristiana e dei mezzi che ci aiutano a perfezionarla. Non si desidera ciò che non si conosce, ignoti nulla cupido, mentre che la lettura dei libri spirituali eccita o aumenta il desiderio sincero di praticare ciò che si è letto. Quante anime, per esempio, si sono slanciate con ardore verso la perfezione, leggendo l'Imitazione, il Combattimento spirituale, l'Introduzione alla vita devota, la Pratica di amar Gesù Cristo?

b) E anche quando si abbia una guida spirituale, la lettura d'una buona Teologia ascetica facilita e compie la direzione. Si sa meglio ciò che bisogna dire nella confessione o nella direzione; si capiscono e si ritengono meglio i consigli del direttore, quando si ritrovano in un libro che si può rileggere. Il direttore, dal canto suo, si vede dispensato dall'entrare in numerosi particolari, e si contenta, dopo alcuni avvisi sostanziali, di far leggere qualche trattato ove il diretto troverà gli schiarimenti e i compimenti necessari. Così la direzione potrà diventar più breve senza nulla perdere dei suoi vantaggi, perchè il libro continuerà e compirà l'azione del direttore.

c) Finalmente la lettura d'un trattato di vita spirituale potrà supplire, fino a un certo punto, la direzione che non si potesse ricevere per mancanza di guida spirituale o che si ricevesse raramente. La direzione, come diremo appresso, è certamente il mezzo normale per formarsi alla perfezione; quando però, per una ragione o per un'altra, non si può trovare un buon direttore, il Signore vi supplisce, e uno dei mezzi di cui si serve è appunto qualcuno di quei libri che, in modo preciso e metodico, tracciano la via da tenere per diventar perfetti.


[Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Imprimatur Sarzanæ, die 18 Novembris 1927, Can. A. Accorsi, Vic. Gen. - Desclée & Co., 1928] 

Pensiero del giorno

Sant'Alfonso Maria de Liguori
Bisogna che usiamo la mansuetudine anche con noi stessi. Il demonio ci fa vedere che sia cosa lodevole l'adirarci con noi quando commettiamo qualche difetto; ma no, ella è opera del nemico che cerca di tenerci inquieti, affinché non siamo atti a far niente di bene. Diceva S. Francesco di Sales: «Tenete per certo che tutti quei pensieri che ci danno inquietudine non sono da Dio ch'è principe di pace, ma provengono o dal demonio o dall'amor proprio, o dalla stima che facciamo di noi stessi. Queste sono le tre fonti da cui nascono tutti i nostri disturbi. E perciò quando ci vengono pensieri che c'inquietano, bisogna subito rigettarli e disprezzarli».


(Pensiero di Sant'Alfonso Maria de Liguori tratto da "Pratica di amar Gesù Cristo")

martedì 26 maggio 2026

Lettres d’amour de Saint François de Sales

Saint François de Sales
J’ai été positivement émerveillé en lisant les phrases d’amour (un amour évidemment pur, chaste et surnaturel) que Saint François de Sales écrivit à Sainte Jeanne-Françoise de Chantal. Ce qui me frappe d’une manière particulière, c’est l’amour que Saint François de Sales nourrissait pour l’âme de la sainte de Chantal. Une autre chose qui me stupéfie à la lecture de ces phrases d’amour, c’est que le saint évêque de Genève et la cofondatrice des sœurs de la Visitation s’aimaient si intensément que leurs belles âmes étaient comme fusionnées.

Qui sait combien de degrés de gloire ils ont mérités au Ciel pour s’être aimés sur cette terre d’une manière aussi pure et surnaturelle ! En effet, pour chaque acte de charité (l’amour surnaturel qui naît de Dieu) accompli en état de grâce, l’âme reçoit de Dieu une récompense éternelle. C'est une chose de sauver son âme de justesse, c'en est une autre de la sauver avec les mérites d'un grand saint.

Voici quelques phrases d’amour extraites des lettres que Saint François de Sales (le saint de la douceur) écrivit à Sainte Jeanne-Françoise:


* J’aime plus tendrement que jamais ce que j’aime, au premier rang votre âme.

* Je sais que mon âme est en vous et que la vôtre est en moi... Je ne célèbre jamais la Messe sans vous et je ne communie jamais sans vous ; en substance, je suis autant vôtre que vous pouvez le désirer.

* Mon désir de vous aimer et d’être aimé de vous n’a d’autre mesure que l’éternité.

* Dieu m’a donné à vous d’une manière unique, entière, irrévocable.

* Il ne sera jamais possible que quelque chose me sépare de votre âme.

* Je n’ai jamais ressenti autant d’affection que j’en ressens à présent pour notre âme et notre cœur si étroitement unis.

* Je voudrais pouvoir vous exprimer le sentiment que j'ai eu aujourd'hui, pendant que je communiais, de notre chère unité, car ce fut un sentiment grand, parfait, doux, puissant, et tel qu'on pourrait presque dire un vœu ou une consécration.

* Je ne changerai rien à la résolution que j’ai prise d’être un homme très véritablement vôtre et tout vôtre, sans réserve et sans exception. J’emploie le langage de mon cœur et non celui de notre temps. Et, selon ma manière de voir, quand j’ai dit que je suis tout vôtre, j’ai tout dit ; et si je n’ai pas dit cela, j’ai dit trop peu.

* C'est [Dieu] qui, par son amour, m’a obligé et même m’a consacré pour être, vivre, mourir et revivre à jamais vôtre et tout vôtre.

* Je suis vôtre. Jésus le veut et je le suis.

* Je suis celui que Jésus a fait vôtre sans fin, sans réserve, sans comparaison.

* Je suis pour vous ce que Dieu sait.

* En Lui et pour Lui, notre cœur unique et indivisible.

* J’ai une lumière toute particulière qui me fait voir combien l’unité de notre cœur est l’œuvre de ce grand Unificateur et, par conséquent, j’entends désormais non seulement respecter, mais aimer et honorer cette unité comme une chose sacrée.

* Pour moi, plus rien n’a d’importance sinon Dieu, pour lequel et en grâce duquel, pourtant, j’aime plus tendrement que jamais ce que j’aime, au premier rang votre âme. Je suis plus vôtre que je ne saurais le dire en ce monde, car les mots pour exprimer cet amour n’existent pas.

* Très chère Mère, aimez toujours votre pauvre chère âme que j’ai, car j’aime sans mesure, sans comparaison, et plus qu’on ne saurait le dire, ma très chère âme que vous avez. Je veux dire : aimons beaucoup cette unique âme et cette unique vie qu’il a plu à Dieu de nous donner pour son service.


[The translation was made starting from the Italian version of the above mentioned thoughts taken from “Tutte le lettere - San Francesco di Sales”, Edizioni Paoline, 1967, edizione italiana a cura di Luigi Rolfo].

Les enfants de chœur portant la soutane doivent utiliser le col romain

enfants de chœur
Dans les anciens films ou les vieilles photographies, la soutane portée par les enfants de chœur était généralement munie du classique col romain blanc. Malheureusement, j’ai remarqué que, dans les messes tridentines de nos jours, il arrive parfois que les enfants de chœur en soient dépourvus. Certains se sont demandé si l’usage du col romain était réservé aux seuls prêtres. Il y a des années, à l’époque du pontificat de Benoît XVI, Daniele Di Sorco a répondu à cette question sur un forum. Je rapporte ici quelques extraits de son intervention intéressante :
 

Il n’existe aucun document du Saint‑Siège réglementant l’usage du col romain. […] Cet abus [qui consiste à avoir réduit le col à l’unique signe distinctif sacerdotal, n.d.r.] a probablement engendré la conviction que le col en particulier — et non la soutane (ou, à titre exceptionnel, le clergyman) en général — serait le signe distinctif du clerc. D’où la difficulté, pour certains, d’admettre l’usage du col par des laïcs qui, dans les fonctions liturgiques, portent la soutane.

Comment répondre à cette difficulté ? De trois manières : en mettant en lumière la véritable fonction du col, en analysant la pratique ancienne de l’Église et en examinant les manuels d’étiquette ecclésiastique qui traitent de la question.

Il faut penser, avant tout, que le col est un complément nécessaire de la soutane, dont il est séparé uniquement pour des raisons de praticité (comme les boutons de manchette de la chemise ou les chaussettes des chaussures). Sans col romain, l’encolure de la soutane apparaît comme quelque chose de visiblement incomplet : trop basse, trop large, inexplicablement déformée par l’ouverture carrée qui laisse voir la peau nue ou le col (souvent multicolore) du vêtement porté en dessous. C’est précisément la conformation particulière de la soutane qui nous fait comprendre que le col en est une partie intégrante, et non un simple accessoire (à la différence, par exemple, de la ceinture ; mais dans le cas de la soutane ambrosienne, qui ne pourrait rester fermée sans ceinture, celle‑ci est aussi indispensable que le col).

Une preuve supplémentaire nous vient du fait que les documents ecclésiastiques parlent de la soutane sans jamais mentionner le col : signe que celui‑ci était considéré comme un complément indispensable de celle‑ci […]. Mais si, de ces documents et d’autres encore, on peut à juste titre déduire que l’habitus ecclesiasticus ou clericalis dont parle le Code de droit canonique de 1917 (can. 136, § 1) est la soutane complète de son col, il s’ensuit que les laïcs aussi, dans les cas où le Code leur accorde de porter le même habitus clericalis (can. 683), peuvent et doivent l’utiliser. Le texte, en effet, ne fait aucune distinction entre les deux vêtements. Que les laïcs n’aient pas le droit de porter des insignes honorifiques est une évidence, celles‑ci étant strictement réservées au clergé. Le nouveau Code de droit canonique a laissé cette discipline inchangée, sans restreindre ni modifier l’usage du col.

Ce qui ressort de l’examen du droit est confirmé par la pratique en vigueur avant la réforme liturgique. Dans de nombreuses photographies d’époque, on voit clairement que la soutane portée par les servants est munie d’un col exactement comme celle des clercs. Là où il n’était pas utilisé, cela dépendait de la difficulté de se procurer un nombre suffisant de cols dans différentes tailles, et non de la conviction qu’il fût réservé au clergé.

Les manuels d’étiquette ecclésiastique que j’ai consultés, habituellement très précis pour déterminer quelles catégories de personnes peuvent ou ne peuvent pas utiliser certains insignes, ne parlent jamais du col comme d’un vêtement réservé au clergé ou distinctif de l’état clérical. S’ils ne mentionnent pas explicitement la possibilité pour les laïcs de l’utiliser, c’est parce qu’eux aussi le considèrent comme un complément normal de la soutane. J. A. Nainfa (Custom of Prelates of the Catholic Church, Baltimore 1926), qui prend soin de préciser que les enfants de chœur ne peuvent pas utiliser la ceinture (à laquelle, du reste, tous les prêtres n’ont pas droit), ne fait aucune distinction de ce genre en ce qui concerne le col, ni dans le chapitre qui lui est consacré ni ailleurs. Il en va de même pour J. Nabuco (Ius pontificalium, Paris‑Tournai‑Rome 1956).

En définitive, on peut dire que le col est certes un insigne distinctif de l’état clérical, mais pas davantage que ne l’est la soutane. Donc, si le servant, qui dans les fonctions liturgiques remplit le rôle d’un clerc (précisément celui de l’acolyte), peut porter la soutane, on ne voit pas pourquoi il devrait s’abstenir de porter le col.

Il ritorno del paganesimo

[Brano tratto dall'enciclica "Sacra Propediem" di Papa Benedetto XV].

Per la verità, due sono oggi le passioni predominanti in questa incredibile perversità di costumi, l’amore sconfinato delle ricchezze e un’insaziabile sete di piaceri. Da qui la vergogna e il disonore del nostro secolo, il quale, mentre fa continui progressi in ciò che appartiene ai comodi ed ai conforti della vita, per quanto riguarda il dovere di vivere onestamente — il che ben più importa — pare che voglia ritornare a gran passi verso la corruzione del paganesimo. In realtà, quanto più gli uomini perdono di vista i beni eterni che sono loro preparati nei cieli, tanto più sono attratti verso i caduchi; e una volta che si siano vilmente incurvati verso la terra, facilmente si intorpidisce in essi ogni virtù: così che nauseati di tutto ciò che sa di spirituale, non agognano che l’ebbrezza dei volgari piaceri. Perciò, Noi vediamo in generale che mentre da un lato non si ha alcun ritegno ad accumulare ricchezze, manca dall’altro la rassegnazione d’un tempo nel sopportare quei disagi che sogliono accompagnare la povertà e la miseria; e mentre fra i proletari ed i ricchi già esiste quella lotta accanita che abbiamo detto, ad acuire l’avversione dei non abbienti s’aggiunge il lusso smodato di molti, congiunto a impudente dissolutezza. Al qual proposito non possiamo deplorare abbastanza la cecità di tante donne di ogni età e condizione, le quali, infatuate dall’ambizione di piacere non vedono quanto sia stolta certa foggia di vestire, con cui non solo suscitano la disapprovazione degli onesti, ma, ciò che è più grave, recano offesa a Dio. E in tale abbigliamento — che esse stesse in passato avrebbero respinto con orrore come troppo disdicevole alla modestia cristiana — non si limitano a presentarsi soltanto in pubblico, ma neppure si vergognano di entrare così indecentemente nelle chiese, di assistere alle sacre funzioni e di recare persino alla stessa mensa Eucaristica (nella quale si va a ricevere il divino Autore della purezza) i lenocini delle turpi passioni. Tralasciamo poi di parlare di quei balli esotici e barbari, uno peggiore dell’altro, venuti ora di moda nel gran mondo elegante; non si potrebbe trovare un mezzo più adatto per togliere ogni resto di pudore.

Pensiero del giorno

(Dal testamento spirituale del Cardinale Giuseppe Siri).

Ora vedo e dico a voi: niente vale più dell'amare il Signore e i fratelli per amor Suo, dimenticare sé e servire in Dio tutti gli altri. Il tempo è breve, usatelo bene e insegnate ai piccoli e ai giovani ad usarlo bene.

Quali sono le 30 lingue più parlate dai cattolici nel mondo? (ims 278)

Cupola della Basilica di San Pietro
Quali sono le lingue più parlate dai cattolici? Non esiste una lista ufficiale e aggiornata delle 30 lingue più parlate specificamente nell’orbe cattolico, ma possiamo dedurle incrociando i dati sulle lingue più diffuse nei paesi a maggioranza cattolica (America Latina, Europa, Africa subsahariana, Filippine, Stati Uniti, ecc.) e le statistiche generali sulle lingue più parlate al mondo.

Ecco una stima di 30 lingue che probabilmente sono tra le più parlate nell’orbe cattolico:


Top 30 lingue nell’orbe cattolico (2026)

  1. Spagnolo (America Latina, Spagna, Stati Uniti)
  2. Portoghese (Brasile, Portogallo, Angola, Mozambico)
  3. Inglese (Stati Uniti, Filippine, Nigeria, Regno Unito, Canada, Australia)
  4. Francese (Repubblica Democratica del Congo, Francia, Canada, Belgio, Svizzera, Africa Occidentale)
  5. Tagalog/Filippino (Filippine)
  6. Italiano (Italia, Svizzera, Città del Vaticano)
  7. Polacco (Polonia)
  8. Tedesco (Germania, Austria, Svizzera)
  9. Swahili (Tanzania, Kenya, Uganda, R.D. del Congo)
  10. Vietnamita (Vietnam)
  11. Coreano (Corea del Sud)
  12. Olandese (Paesi Bassi, Belgio)
  13. Ceco (Repubblica Ceca)
  14. Ungherese (Ungheria)
  15. Slovacco (Slovacchia)
  16. Croato (Croazia)
  17. Ucraino (Ucraina e diaspora)
  18. Rumeno (Romania, Moldavia)
  19. Lingala (R.D. del Congo, Repubblica del Congo)
  20. Kinyarwanda (Ruanda)
  21. Kirundi (Burundi)
  22. Malagasy (Madagascar)
  23. Chichewa (Malawi, Zambia)
  24. Shona (Zimbabwe)
  25. Zulu (Sudafrica)
  26. Xhosa (Sudafrica)
  27. Akan (Ghana)
  28. Yoruba (Nigeria)
  29. Igbo (Nigeria)
  30. Amharico (Etiopia)

Note

  • Spagnolo e portoghese dominano per la forte presenza cattolica in America Latina e in Africa (ex colonie portoghesi).
  • Inglese e francese sono diffusi in paesi con grandi comunità cattoliche (es. Stati Uniti, Filippine, Nigeria, R.D. del Congo).
  • Tagalog è la lingua principale delle Filippine, uno dei paesi a maggioranza cattolica più popolosi.
  • Lingue africane come lo swahili, lingala, kinyarwanda e kirundi sono parlate in paesi con forti comunità cattoliche (es. R.D. del Congo, Ruanda, Burundi).
  • Lingue europee come italiano, polacco, tedesco, ceco e ungherese sono legate a paesi storicamente cattolici.

Fonte: Dati demografici e linguistiche da Ethnologue, Pew Research Center, e distribuzione geografica del cattolicesimo.

lunedì 25 maggio 2026

Altar Servers Wearing the Cassock Must Use the Roman Collar

Tridentine Mass
In old movies or vintage photographs, the cassock worn by altar servers was generally equipped with the classic white Roman collar. Unfortunately, I have noticed that in today's Tridentine Masses, altar servers are sometimes without it. Some have wondered whether the use of the Roman collar is reserved exclusively for priests. Years ago, during the pontificate of Benedict XVI, Daniele Di Sorco answered this question on a forum. Here are some excerpts from his interesting contribution:
 

There are no Holy See documents regulating the use of the Roman collar. [...] This abuse [of having reduced the collar to the sole distinctive badge of the priesthood, Editor's Note] has probably generated the belief that the collar in particular, and not the cassock (or—by way of exception—the clergyman suit) in general, is the badge of the cleric. Hence the difficulty for some to admit the use of the collar by laymen who, during liturgical functions, wear the cassock.

How can one respond to such a difficulty? In three ways: by highlighting the true function of the collar, by analyzing the ancient practice of the Church, and by examining the manuals of ecclesiastical etiquette that deal with the matter.

First of all, we must consider that the collar is a necessary complement to the cassock, from which it is separated solely for reasons of practicality (like cufflinks from a shirt or socks from shoes). Without a Roman collar, the neck of the cassock appears conspicuously incomplete: too low, too wide, inexplicably deformed by the square opening that reveals bare skin or the (often multicolored) collar of the garment underneath. It is precisely the unique design of the cassock that makes us understand how the collar is an integral part of it, and not a mere accessory (unlike, for example, the fascia: though in the case of the Ambrosian cassock, which cannot stay closed without a fascia, it is as indispensable as the collar).

Further proof comes from the fact that ecclesiastical documents speak of the cassock without ever mentioning the collar: a sign that the latter was considered an indispensable complement to the former [...]. But if from these and other documents it can rightly be deduced that the habitus ecclesiasticus or clericalis spoken of in the 1917 Code of Canon Law (can. 136, § 1) is the cassock complete with its collar, it follows that laymen, in cases where the Code allows them to wear the same habitus clericalis (can. 683), can and must use it. The text, in fact, makes no distinction whatsoever between the two garments. That laymen do not have the right to wear honorary insignia is, of course, a given, as these are strictly reserved for the clergy. The new Code of Canon Law has left this discipline unchanged, neither restricting nor modifying the use of the collar.

What emerges from the examination of canon law is confirmed by the practice in force prior to the liturgical reform. In many period photographs, it is clearly visible that the cassock worn by altar servers is equipped with a collar exactly like that of clerics. Where it was not used, this was due to the difficulty of obtaining a substantial number of collars in different sizes, not from the belief that it was reserved for the clergy.

The manuals of ecclesiastical etiquette that I have consulted, which are usually very accurate in determining which categories of people may or may not use certain insignia, never speak of the collar as a garment reserved for the clergy or a distinctive mark of the clerical state. If they do not explicitly mention the possibility for laymen to use it, it is because they too consider it a normal complement to the cassock. J. A. Nainfa (Custom of Prelates of the Catholic Church, Baltimore 1926), who takes care to specify that altar servers cannot use the fascia (to which, after all, not even all priests are entitled), makes no such distinction regarding the collar, neither in the chapter dedicated to it nor elsewhere. The same can be said of J. Nabuco (Ius pontificalium, Parisiis-Tornaci-Romae 1956).

Ultimately, it can be said that the collar is certainly a distinctive sign of the clerical state, but no more so than the cassock itself. Therefore, if the altar server, who during liturgical functions fulfills the role of a cleric (specifically that of the acolyte), is allowed to wear the cassock, there is no reason why he should abstain from wearing the collar.

I due gran mezzi per farsi santo: desiderio e risoluzione

Brani tratti da "Riflessioni divote", di Sant'Alfonso Maria de Liguori.



Tutta la santità consiste nell'amar Dio: l'amor divino è quel tesoro infinito in cui acquisteremo l'amicizia di Dio (...). Iddio è pronto a donarci questo tesoro del suo santo amore, ma vuole che noi molto lo desideriamo. Chi poco desidera qualche bene poco si affatica a ritrovarlo. (...) E così chi poco ambisce di avanzarsi nell'amor divino invece d'infervorarsi alla perfezione andrà sempre più raffreddandosi, e seguendo a raffreddarsi starà in gran pericolo di cader finalmente in qualche precipizio. All'incontro chi aspira con grande brama alla perfezione, e si sforza ogni giorno di avanzar cammino, a poco a poco col tempo vi giungerà. Dicea s. Teresa: Dio non fa molti favori, se non a chi molto desidera il suo amore. Ed in altro luogo: Dio non lascia senza paga qualunque buon desiderio. Onde la santa esortava tutti a non avvilire i nostri desideri, perché, confidando in Dio (dicea), e sforzandoci a poco a poco potremo giungere ove giunsero i santi.

È un inganno del demonio (secondo il sentimento di detta santa) il pensare che sia superbia il desiderare di farci santi. Sarebbe superbia e presunzione se confidassimo nelle nostre opere o nei nostri propositi; ma non, se tutto speriamo da Dio. Sperandolo da Dio, egli ci darà quella forza che noi non abbiamo. Desideriamo dunque con gran desiderio di arrivare ad un sublime grado d'amor divino e diciamo con coraggio: Omnia possum in eo qui me confortat. E se non lo troviamo in noi questo gran desiderio, almeno cerchiamolo instantemente a Gesù Cristo ch'egli ce lo darà.

Passiam ora al secondo mezzo della risoluzione. I buoni desideri debbono essere accompagnati dall'animo risoluto di sforzarci d'acquistare il bene desiderato. Molti desiderano la perfezione, ma ne prendono mai i mezzi: bramano d'andare in un deserto, di fare gran penitenze, grande orazione, di sopportare il martirio; ma tali desideri tutti poi si riducono a mere velleità, le quali invece di giovare loro fanno più danno. Questi son quei desideri che uccidono il pigro (...). Mentre pascendosi di quei desideri inefficaci non attende a togliersi i difetti, a mortificare i suoi appetiti, a soffrir con pazienza i disprezzi e le cose contrarie. Desidera di fare gran cose, ma incompatibili col suo stato presente e frattanto cresce nelle imperfezioni: in ogni avversità si disturba, ogni infermità lo rende impaziente e così vive sempre imperfetto, ed imperfetto se ne muore.

Se dunque veramente vogliamo farci santi risolviamoci per 1. a fuggire ogni colpa veniale per minima che sia. Per 2. stacchiamoci da ogni affetto a cose di terra. Per 3. non lasciamo mai i soliti esercizi di orazione e di mortificazione per quanto sia il tedio e la svogliatezza che vi troviamo. Per 4. meditiamo ogni giorno la passione di Gesù Cristo che infiamma d'amor divino ogni cuore che la medita. Per 5. rassegniamoci con pace alla volontà di Dio in tutte le cose contrarie. (...) Per 6. domandiamo continuamente a Dio il dono del suo s. amore.

Risoluzione, risoluzione, diceva s. Teresa: Di anime irresolute non ha paura il demonio. All'incontro chi si risolve da vero di darsi a Dio ben supererà quel che gli pareva insuperabile. Volontà risoluta vince tutto. Procuriamo di rimediare al tempo perduto; il tempo che ci resta diamolo tutto a Dio. Tutto il tempo che non si spende per Dio è tutto perduto. E che aspettiamo? che Dio ci abbandoni nella nostra tepidezza, la quale poi ci conduca all'ultima rovina? No, facciamoci animo e viviamo da ogg'innanzi con questa santa massima: Si dia gusto a Dio e si muoia. Queste anime così risolute il Signore le fa volare nella via della perfezione.

(...)

Povero me, o Dio dell'anima mia! da tanti anni sto sulla terra e quale avanzo ho fatto nel vostro amore? l'avanzo mio è stato nei difetti, nell'amor proprio e nei peccati! E avrò io da fare questa vita sino alla morte? No, Gesù mio Salvatore, aiutatemi, non voglio morire così ingrato come vi sono stato sinora. Io voglio amarvi davvero e voglio lasciar tutto per dar gusto a voi. Datemi voi la mano, Gesù mio, che avete sparso tutto il vostro sangue per vedermi tutto vostro. Sì, tale voglio essere colla grazia vostra. M'accosto alla morte, aiutatemi a sciogliermi da ogni cosa che m'impedisce d'esser tutto di voi che m'avete tanto amato. Fatelo per li meriti vostri, da voi lo spero. E lo spero anche da voi, o madre mia Maria; colle vostre preghiere che tutto possono appresso Dio, ottenetemi la grazia d'esser tutto suo. 





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