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venerdì 27 novembre 2020

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venerdì 29 marzo 2019

Lo zelo per le anime (c)

Dagli scritti di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena.


O Gesù, che ti sei dato per la salvezza del mondo, accendi nel mio cuore un grande zelo per la salvezza delle anime. 


1 - A misura che l’amore di Dio prende possesso dei nostri cuori, vi fa nascere e vi alimenta un amore sempre più grande per il prossimo, amore che, essendo soprannaturale, mira soprattutto al bene soprannaturale dei nostri simili e diventa perciò zelo per la salvezza delle anime.

Se amiamo poco Dio, ameremo poco anche le anime e, viceversa, se il nostro zelo per le anime è debole, vuol dire che altrettanto debole è il nostro amore per Iddio. Infatti, come sarebbe possibile amare molto Dio, senza amare molto coloro che sono figli suoi, che sono oggetto del suo amore, delle sue cure, del suo zelo? Le anime sono, per così dire, il tesoro di Dio; Egli le ha create a sua immagine e somiglianza in un atto di amore, Egli le ha redente nel Sangue del suo Unigenito in un atto di amore più grande ancora. « Dio ha talmente amato il mondo da dare il suo Figliolo unigenito, affinchè chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna » (Gv. 3, 16). Chi ha penetrato il mistero dell’amore di Dio per gli uomini, non può rimanere indifferente alla loro sorte: alla luce della fede ha compreso che tutta l’azione di Dio nel mondo mira al loro bene, alla loro felicità eterna, e vuole in qualche modo prendere parte a quest’azione, sicuro di non poter fare cosa maggiormente grata a Dio che prestare la sua umile collaborazione alla salvezza di coloro che gli sono tanto cari. Tale è stato Sempre il desiderio ardente dei santi; desiderio che li ha spinti a compiere eroismi di generosità pur di procurare il bene di un’anima sola. « Questa - scrive S. Teresa di Gesù - è l’inclinazione che il Signore mi ha data. Mi pare che Egli apprezzi di più un’anima sola che con le nostre industrie ed orazioni, per sua misericordia, noi gli guadagnamo, che non quanti servizi gli possiamo rendere » (Fd. 1, 7). 


È vero, il fine primario dell’azione di Dio è la sua gloria, ma questa gloria Egli, infinitamente buono, ama procurarsela particolarmente mediante la salvezza e Ia felicità delle sue creature, e di fatto nulla più dell’opera salvifica degli uomini esalta la sua bontà, il suo amore, la sua misericordia. Perciò, amare Dio e la sua gloria significa amare le anime, significa lavorare e sacrificarsi per la loro salvezza.

2 - Lo zelo per le anime nasce dalla carità, nasce dalla contemplazione di Cristo crocifisso: le sue piaghe, il suo sangue, i dolori strazianti della sua agonia ci dicono quanto valgono le anime al cospetto di Dio e quanto Dio le ama. Ma quest’amore non è corrisposto e sembra che gli uomini ingrati vogliano sempre più sfuggire alla sua azione. È il triste spettacolo di tutti i tempi che anche oggi si rinnova, quasi ad insultare Gesù e a rinnovare la sua Passione. « Tutto il mondo è in fiamme: gli empi, per così dire, anelano di condannare ancora Gesù Cristo, sollevano contro di lui un’infinità di calunnie e si adoperano in mille modi per distruggere la sua Chiesa ». Se Teresa di Gesù (Cam. 1, 5) poteva dire così del suo secolo tormentato dall’eresia protestante, tanto più possiamo dirlo noi del nostro, in cui la lotta contro Dio e contro la Chiesa è aumentata a dismisura e dilaga ormai in tutto il mondo. Beati noi se possiamo ripetere con la Santa: « La perdita di tante anime mi spezza il cuore. Vorrei che il numero dei reprobi non andasse aumentando... Mi pare che pur di salvare un’anima sola delle molte che si perdono, sacrificherei mille volte la vita » (ivi, 4 e 2). Ma non si tratta solo di formulare desideri: occorre fare, occorre agire e patire per la salvezza dei fratelli.

S. Giovanni Crisostomo afferma che « nulla è più freddo di un cristiano che non si cura della salvezza altrui ». Questa freddezza è conseguenza di una carità molto languida; accendiamo, ravviviamo la carità, e sì accenderà in noi lo zelo per la salvezza delle anime, Allora il nostro apostolato non sarà più soltanto un dovere imposto dall’esterno, cui dobbiamo necessariamente attendere per obbligo del nostro stato, ma sarà un’esigenza dell’amore, una fiamma che divampa spontaneamente per il calore interno della carità.

Darsi alla vita interiore non significa chiudersi in una torre d’avorio per godere indisturbati le consolazioni di Dio disinteressandosi del bene altrui, ma significa concentrare tutte le proprie forze nella ricerca di Dio, nel lavorare per la propria santificazione, onde diventare accetti a Dio ed acquistare così una potenza di azione e d’intercessione, mediante la quale ottenere la salvezza di molte anime. 



[Scritto tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].

mercoledì 27 marzo 2019

Segni della chiamata di Dio al sacerdozio (-)

Diversi ragazzi mi hanno chiesto quali sono i segni della vocazione sacerdotale. Visto che questo argomento interessa molti lettori, per poter dare una risposta soddisfacente ho consultato il testo "Esortazioni al clero", pubblicato nel 1943 dalla casa editrice Civiltà Cattolica, e scritto da Padre Ottavio Marchetti, sacerdote della Compagnia di Gesù. Ecco una sintesi schematica. Affinché una vocazione sacerdotale sia considerata autentica sono necessarie quattro caratteristiche: doni di natura, doni di grazia, libera volontà, retta intenzione.

Doni di natura:
- dono della salute (che consenta di svolgere efficacemente il ministero sacerdotale);
- dono del buon carattere;
- dono dell'intelligenza.

Doni di grazia:
- pratica delle virtù acquisite: pietà, castità, disinteresse, zelo, spirito di disciplina ed ubbidienza.

Libera volontà:
- tendere al sacerdozio senza costrizioni da parte di qualcuno.

Retta intenzione:
- tendere al sacerdozio cattolico unicamente per consacrarsi al servizio di Dio e alla salvezza delle anime, avendo una soda pietà, una provata purezza di vita, e una scienza sufficiente.

Chi ha tutte queste caratteristiche mostra di avere i caratteristici segni della chiamata di Dio allo stato sacerdotale.

Pensiero del giorno (-)

Il sacerdote deve essere tutto di Dio [...] La chiesa per questo lo riveste di una lunga tunica [...] L'abito sacerdotale deve mostrare che il ministro sacro quasi non ha corpo, è volto a Dio con tutte le sue forze, e cerca solo la salvezza delle anime. Ora, se l'abito talare ha una forma secolaresca, se il capo è coltivato mondanamente con [...] i ciuffi, e magari i riccioli ed i profumi, se di sotto ad una succinta sottana fanno mostra i calzoni, [...] che cosa rappresenta più un Sacerdote per il popolo? Quell'esteriore non lo raccomanda, ed in se stesso è un segno troppo evidente di poco spirito e poca rinunzia al mondo. [...] Se si veste mondanamente, spegne la sua luce, e mostra in sè tutt'altro che la corsa dell'anima verso Dio.


[Brano tratto da "Nei raggi della grandezza e della vita sacerdotale" di Dain Cohenel (pseudonimo di Don Dolindo Ruotolo)  edito nel 1940].

lunedì 25 marzo 2019

Dal tradimento modernista al trionfo della Tradizione Cattolica (-)


In venti secoli di storia la Chiesa Cattolica aveva dato vita a numerose e combattive milizie spirituali (Ordini Religiosi, Congregazioni, associazioni laicali, gruppi giovanili, opere missionarie, ecc.) che impiegando le armi della fede (preghiera, penitenza, apostolato, ecc.) lottavano con ardimento contro le agguerrite armate del mondo composte da laicisti, comunisti, massoni, eretici, ed altri ancora, riuscendo a portare a Cristo un gran numero di anime. I cristiani militanti erano selezionati tra il fiore della gioventù cattolica e venivano sottoposti ad un efficace addestramento ascetico che forgiava i loro cuori al combattimento spirituale, memori dell'insegnamento del Santo Giobbe: “Militia est vita hominis super terram” (Iob 7,1). 

Praticando con ardore le virtù cristiane i cattolici militanti avevano mostrato in faccia al mondo la bellezza della vita vissuta in maniera coerente col Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo, meritando così l'ammirazione dei buoni. Ai nemici della Chiesa non restava altro da fare che rodere dall'invidia per le nostre eroiche “truppe speciali”, che con indomito spirito guerriero battagliavano in difesa della fede. I nostri combattenti, ovunque venivano messi alla prova, lottavano con abnegazione e coraggio, riuscendo ad infliggere alle armate infernali numerose e cocenti sconfitte che non saranno mai dimenticate. 

Affinché le nostre valorose milizie spirituali potessero essere paralizzate e annientate, occorreva che a un certo punto prevalessero le arti oscure dell'inganno e dell'ignominia: bande di rancorosi modernisti asserviti al nemico, mosse dal prurito delle novità e dall'odio verso la Tradizione Cattolica, imitando Giuda Iscariota tramarono senza ritegno coi nostri avversari che sul campo di battaglia non erano ancora riusciti a piegarci, e così si sottomisero alla perfida e antievangelica mentalità mondana e sottoscrissero coi seguaci del mondo il più infamante degli armistizi.

A causa del vile tradimento modernista, i valorosi combattenti si ritrovarono sconvolti e disorientati dal turbine delle novità. In breve tempo molte delle nostre belle milizie spirituali furono rese irriconoscibili e ridotte a un cumulo di macerie. Le conseguenze furono traghiche: seminari deserti, conventi abbandonati, monasteri convertiti in alberghi, confessionali rimossi, chiese dismesse, associazioni cattoliche sfigurate e deturpate, compromessi al ribasso sui “valori non negoziabili”, e tante altre cose che rattristano.

Umanamente parlando, tutto sembrava perduto. Ma la fede ci insegna che la Chiesa è immortale, perché è il Corpo Mistico di Cristo, del quale noi siamo le membra. E se in molti ambienti la Dottrina Cattolica venne vergognosamente ammainata e gettata nel fango, alto e fiero restò il vessillo di Cristo Re portato dai militanti del movimento tradizionale, i quali non vollero deporre le armi della fede e arrendersi al nemico. Decisero di restare fedeli al Redentore Divino e di continuare con spirito di sacrificio e volontà d'acciaio il combattimento spirituale per la salvezza delle anime e la maggior gloria di Dio.

Da allora sono trascorsi molti anni, e mentre la tracotante e vegliarda armata modernista continua ad assottigliare le fila ed è costretta a ripiegare da diversi fronti, il giovane e gagliardo movimento tradizionale continua ad attrarre nuove leve e ad avanzare con impeto nonostante il “fuoco di sbarramento” dei vecchi marpioni modernisti e dei loro alleati laicisti. Stiamo combattendo una battaglia spirituale aspra e faticosa, contro un nemico che, pur di rallentare l'inarrestabile avanzata del battaglione tridentino, non si fa scrupolo di usare mezzi scorretti come la menzogna e l'inganno. Ma le ostili insidie dei novatori non solo non sono riuscite a sbarrare il passo al movimento tradizionale, ma hanno contribuito a irrobustire nei militanti la determinazione a combattere virilmente la buona battaglia della fede sino a quando la perfida e tirannica eresia modernista non sarà stata debellata.

Il vasto incendio che divampa nell'orbe cattolico è la conseguenza di cinquant'anni di disastri causati dai modernisti. E mentre nel mondo infuria la battaglia spirituale contro l'accozzaglia dei nemici della Chiesa, il movimento tradizionale avanza con impavido ardimento verso nuove mete, nuove lotte, nuove vittorie, sino al preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria. 

Sostieni il blog Cordialiter! (lk)

Ho aperto il blog nel 2008, da allora sono passati molti anni di intenso lavoro che hanno portato alla nascita anche di altri blog (in italiano e in diverse lingue estere) per promuovere la vita religiosa nei conventi e monasteri “fervorosi e osservanti”. Sono oltre 2 milioni le visite che hanno ricevuto i miei blog da tutti i continenti; si tratta di un risultato che è costato molta fatica, ma i fedeli legati alla Tradizione Cattolica sono pronti ad ogni rinuncia e ad ogni sacrificio pur di continuare la buona battaglia della fede. È consolante sapere che molti lettori e lettrici hanno abbandonato il mondo traditore per abbracciare la vita consacrata. Inoltre molta gente mi ha confidato di trovare conforto e incoraggiamento nel leggere i miei blog.

Tuttavia, questo impegno assorbe molto tempo, soprattutto per rispondere alle numerose e-mail che ricevo quotidianamente (ogni mese rispondo ad almeno 200 e-mail, impiegando molte ore per smaltire la corrispondenza). Soprattutto coloro che frequentano il blog vocazionale sanno che spesso non si tratta di risposte di due righe, ma di lettere abbastanza impegnative, che la maggioranza delle volte lasciano molto soddisfatte le persone che le ricevono (me lo dicono loro).

Non sono un monaco (come hanno pensato alcuni), sono un giovane fedele laico. Per diverse ragioni preferisco non inserire banner pubblicitari, ma non voglio nemmeno chiudere i blog, pertanto lancio un appello ai lettori che apprezzano il lavoro svolto in questi anni, chiedendo di valutare l'opportunità di supportare “Cordialiter” con una donazione. Ovviamente studenti, cassintegrati, licenziati, pensionati, imprenditori in crisi, e tutti coloro che sono in difficoltà economiche, non voglio che si sacrifichino per me inviandomi una donazione. Il loro supporto è l'affetto che mi testimoniano in mille occasioni. Coloro che invece grazie a Dio non possono lamentarsi (da un punto di vista economico), e vogliono supportare “Cordialiter”, possono farlo inviando una donazione tramite Paypal.


Oppure tramite un bonifico bancario intestato a mio nome.

IBAN    IT96S0308301612000000010306    (causale: donazione).

Per ulteriori informazioni: cordialiter@gmail.com

Ringrazio tutti di cuore!

Amabilità e dolcezza nel confessare i penitenti (-)

Prendo spunto da una vecchia e-mail di un lettore del blog, per parlare di un tema che mi sta a cuore.


Ciao D.,
            non sei tu che mi devi ringraziare per la piccola donazione che ti ho fatto. Al contrario sono io che devo ringraziarti per tutto il lavoro e il tempo che spendi nella tua opera di edificazione spirituale. Non ha prezzo ciò che stai facendo e, ne sono sicuro, il Signore te ne renderà gran merito. Sono di (...), padre di (...) che, purtroppo lentamente, si sta riavvicinando alla Fede dei nostri padri. I tuoi blog mi hanno aiutato nei momenti di scoraggiamento e intiepidimento nel cammino che conduce a Cristo.

Ho un grosso problema per il quale chiedo un tuo consiglio/aiuto (se possibile, naturalmente): non mi confesso dal momento in cui mi sono sposato, ed anche allora, lo ammetto con vergogna, non fu una gran bella Confessione. Vorrei di nuovo accostarmi a questo Sacramento, però vorrei trovare un confessore, diciamo così, all’antica; uno che ti sappia guidare durante la confessione e si prenda a cuore il bene della tua anima. Uno che agisca nel solco dei San Padre Pio o Don Dolindo Ruotolo (...). Capisci benissimo che non è facile di questi tempi trovare sacerdoti simili. Quelli delle chiese che frequento, anche se nella maggior parte bravissime persone, non mi sembra abbiano queste qualità. Conosci a (...) sacerdoti e/o istituzioni ai/alle quali possa rivolgermi con fiducia?

Ringraziandoti in anticipo e incoraggiandoti a continuare il grande lavoro che stai facendo, ti saluto cordialmente in Corde Matris.

(Lettera firmata)


Caro fratello in Cristo, 
                                     ho apprezzato molto la tua umiltà nel confidarmi che desideri riaccostarti al sacramento della Confessione dopo un lungo periodo. Gesù è felicissimo di riaccogliere a braccia aperte tutti coloro che tornano a Lui con cuore contrito.

Il mio consiglio è di rivolgerti ai sacerdoti (...), che oltre ad avere una buona preparazione dottrinale, sono pure caritatevoli e fraterni. Non sono né lassisti né rigoristi.

Al giorno d’oggi ci sono due tipi di sacerdoti che confessano male. I primi sono quelli di stampo modernista, i quali col loro lassismo inducono i penitenti a commettere colpe gravi. Ad esempio un uomo sposato mi ha confidato che un confessore gli ha detto che per limitare le nascite può tranquillamente usare gli anticoncezionali, mentre il magistero perenne della Chiesa Cattolica insegna che il loro utilizzo nei rapporti coniugali è intrinsecamente e gravemente immorale. 

I secondi sono quei sacerdoti rigoristi, duri, “poco caritatevoli”, i quali col loro comportamento "poco cristiano" allontanano i penitenti dalla vita devota. I rigoristi sono coloro che dicono che è peccaminoso ciò che in realtà non lo è, oppure dicono che è colpa grave ciò che in realtà è colpa veniale. A volte questi preti impongono delle penitenze troppo pesanti, come è capitato a una mia amica, che per aver fatto un’omissione che in sé per sé non è nemmeno colpa veniale, poiché non esiste nessuna Legge (né naturale né divina né ecclesiastica) che obblighi a compiere quell’atto di devozione (può diventare peccato veniale solo se viene omesso per “rispetto umano”), un confessore le ha imposto una penitenza gravosa da compiere per tutta la vita (ovviamente le ho detto che in questi casi Sant’Alfonso Maria de Liguori insegna che è possibile farsi commutare la penitenza sacramentale da un confessore più benigno).

Ai tempi del grande Papa Pio XII venne pubblicato da A. Chanson un interessante manuale per confessori intitolato “Per meglio confessare” (Edizioni Paoline). Non si tratta di un manuale di Teologia Morale, ma di uno strumento che fornisce ai confessori una lunga serie di consigli e insegnamenti utili a confessare bene. Il dotto autore afferma che gli uomini sentono una sorta di repulsione per la confessione, poiché percepiscono, molto più rispetto alle donne, l’umiliazione che deriva dal confessare i propri peccati. Pertanto raccomanda vivamente ai confessori di trattare gli uomini con grande amabilità (con le donne invece ci vuole maggiore prudenza), di usare dolcezza in caso di eventuali rimproveri, e di comportarsi in maniera cordiale. Se non ci si comporta in modo amabile e cordiale, si corre il rischio di allontanare gli uomini dal sacramento della confessione, come purtroppo fanno certi preti arcigni, aspri, acidi, e a volte persino scorbutici.

Tutti i confessori dovrebbero prendere come proprio modello San Leopoldo Mandic, che pur non essendo lassista, attirava enormi flussi di penitenti, i quali venivano accolti con tanta carità fraterna e dolcezza. Quando un penitente non era “disposto”, cioè non era pentito di qualche peccato mortale commesso oppure non voleva lasciare un'occasione prossima (non necessaria) di peccato mortale (ad esempio se un uomo sposato non voleva smettere di avere una relazione sentimentale con l’amante), invece di cacciarlo via con parole severe, come purtroppo avveniva spesso a quei tempi, (oggi invece i preti modernisti assolvono pure gli indisposti), lui con tanta bontà e dolcezza riusciva a indurlo a pentirsi sinceramente delle proprie colpe, e a concedergli l’assoluzione sacramentale. Sono stati rarissimi i penitenti a cui non ha dato l’assoluzione. In effetti, se il confessore con bonarietà e dolcezza aiuta il penitente a capire che peccando offendiamo Dio, che è infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa, e siamo stati causa dell’atroce Passione del Redentore Divino, è molto facile riuscire ad ottenere un sincero pentimento dei peccati commessi.

Anche Padre Felice Maria Cappello (1879-1962), degnissimo seguace di Sant'Ignazio di Loyola e ricercatissimo confessore morto in concetto di santità, voleva che i confessori non fossero mai severi, ma usassero tanta bontà coi penitenti. A tal proposito scrisse: "Nell'applicare i principii alle coscienze ci vuole tanta prudenza, tanto buon senso, tanta bontà. (...) Nei suoi pareri e decisioni non usi mai la severità. Il Signore non la vuole. Giusto sempre, severo mai. Dia sempre la soluzione che permetta alle anime di respirare. Non si stanchi d'insistere sulla confidenza. Si persuada che le anime hanno soprattutto bisogno di essere incoraggiate e di credere sempre più nell'amore di Dio, che è immenso".

Rinnovandoti la mia gratitudine per la donazione che mi hai inviato (è grazie a persone come te se posso dedicare tanto tempo ad aiutare i numerosi lettori dei miei blog), ti incoraggio a confidare nell'infinita misericordia di Dio (quella vera, non quella falsa contrabbandata dai modernisti/lassisti) e a dedicarti alla vita devota praticando un’intensa vita spirituale. Approfitto dell’occasione per porgerti i miei più cordiali e fraterni saluti nei Cuori di Gesù e Maria.

Cordialiter

sabato 23 marzo 2019

Fare la Comunione in peccato mortale (-)

Tempo fa una mia amica mi ha raccontato di aver avuto una discussione con una sua parente, la quale ha affermato erroneamente che anche se siamo in condizioni di grave peccato, è sempre meglio fare la Comunione. Ecco la mia risposta.



Cara sorella in Cristo, 
                                         leggo con interesse le tue e-mail perché non sono banali e superficiali, ma trattano argomenti importanti e profondi.

Purtroppo, oggi in giro ci sono tante persone (anche tra i sacerdoti) che affermano cose contrarie a quelle che insegna la Dottrina Cattolica. Andare a Messa la domenica è un precetto ecclesiastico che obbliga “sub gravi”, cioè sotto pena di colpa grave (ci sono dei casi in cui si è scusati dall'andare a Messa, se vuoi te ne parlo la prossima volta). Chi senza giustificazione non va a Messa nei giorni festivi, non può prendere la Comunione senza prima confessarsi. E quando si confessa deve essere sinceramente pentito del peccato fatto, e deve anche avere il fermo proposito di non peccare più (almeno di non commettere più i peccati mortali), altrimenti l'assoluzione è invalida.

Se una persona è in peccato mortale, significa che non è in stato di grazia di Dio, quindi è un controsenso voler unirsi con Gesù nel Santissimo Sacramento nonostante non si è pentiti dei peccati mortali commessi. Oltre essere assurdo è pure un orribile sacrilegio che offende gravemente Dio. E lo Spirito Santo per mezzo di San Paolo afferma che chi mangia e beve il Corpo e Sangue di Cristo pur essendo indegno (cioè in peccato mortale), mangia e beve la propria condanna.

Molti modernisti (cioè i seguaci del modernismo, che è la sintesi di tutte le eresie) affermano di “confessarsi” direttamente con Dio. Ma Gesù ha detto chiaramente agli Apostoli che solo a chi rimetteranno i peccati, essi saranno perdonati, agli altri non saranno perdonati. Pertanto chi presume di “confessarsi” direttamente con Dio inganna se stesso.

Altri dicono erroneamente che se uno ha commesso qualche peccato mortale, è sufficiente che faccia un atto di dolore perfetto e poi può tranquillamente comunicarsi. In questo caso si tratta di una grave disobbedienza alla Legge ecclesiastica, infatti il Codice di Diritto Canonico afferma che chi vuole comunicarsi, se ha commesso un peccato mortale, deve prima confessarsi.

Insomma, è vero che un atto di dolore perfetto (cioè il pentimento di aver commesso un peccato, perché con esso si è offeso Dio che è infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa, oppure perché si è stati la causa della dolorosa Passione di Cristo) rimette immediatamente un'anima in stato di grazia (se ha il proposito di confessarsi), tuttavia anche se in questo modo è tornata in grazia di Dio, deve comunque obbedire alla Legge ecclesiastica, e quindi prima di comunicarsi deve confessarsi. Essendo una Legge ecclesiastica, in teoria potrebbe essere modificata, e cioè un Papa potrebbe permettere ai fedeli di comunicarsi anche semplicemente facendo un atto di dolore perfetto (atto di contrizione), tuttavia sin quando la Legge sarà in vigore deve essere osservata. Ma nessun Papa potrà mai dire che i fedeli possono comunicarsi senza essere in stato di grazia (cioè senza nemmeno fare un atto di contrizione perfetto), perché in questo caso non si tratta di una Legge ecclesiastica, ma di una Legge stabilita direttamente dal Signore. Infatti i Pontefici possono modificare le Leggi ecclesiastiche, ma non la Legge Eterna di Dio. Per questo motivo nessun Papa può stabilire che i divorziati risposati che vivono “more uxorio” (cioè nel modo dei coniugi, che è diverso dal vivere "come fratello e sorella", ossia in castità) possono ricevere validamente l'assoluzione sacramentale (e poi fare la Comunione), infatti in questo caso non si tratta di una Legge ecclesiastica, ma di una Legge stabilita dal Signore (quella secondo cui bisogna essere sinceramente pentiti e avere il fermo proposito di non peccare più per poter avere validamente l'assoluzione sacramentale, o anche semplicemente per poter tornare in stato di grazia con un atto di contrizione).

Ci sono dei casi in cui ci si può comunicare senza aver ricevuto l'assoluzione sacramentale? Sì, ma sono rari, ad esempio i tradizionali manuali di Teologia Morale insegnano che se una persona si è accostata al sacerdote per ricevere la Comunione, e in quel momento si ricorda di essere in peccato mortale, può ricevere lo stesso la Comunione (perché altrimenti, se tornasse al banco, la gente capirebbe che è in peccato mortale e perderebbe la sua reputazione) ma deve necessariamente premette un atto di contrizione (dolore perfetto del peccato mortale commesso). Un altro esempio è quello di un prete che mentre sta celebrando la Messa (alla presenza di altre persone) si ricorda di essere in peccato mortale. Anche in questo caso può continuare la Messa (altrimenti potrebbe perdere la reputazione), facendo però un atto di contrizione.

Spesso sentiamo parlare dell'infinita Misericordia di Dio. Benissimo! Ma, come tu stessa hai ricordato, il Signore è anche infinitamente giusto. Voler andare in paradiso senza pentirsi dei peccati mortali commessi, è un voler burlare Dio, ma San Paolo afferma che “Deus non irridetur”, cioè Dio non si lascia prendere in giro da noi. 

In un suo scritto, Sant'Alfonso Maria de Liguori scrive “Tu dici: Dio è misericordioso! - Eppure, con tutta questa misericordia, quanti ogni giorno vanno all'inferno!". Dunque è ottima cosa parlare della misericordia del Signore, ma bisogna parlare anche della sua giustizia, altrimenti molta gente potrebbe pensare che possiamo peccare tranquillamente, tanto alla fine la faremo franca, perché Dio perdonerà tutto a tutti, mentre in realtà perdonerà tutto solo a chi si sarà sinceramente pentito, altrimenti andrebbe contro la sua giustizia.

Quando incontriamo una persona che contraddice con cocciutaggine la Dottrina Cattolica, non sempre è facile rimanere sereni senza alterarsi. San Francesco di Sales in gioventù aveva un carattere tendente alla collera, ma con la grazia di Dio riuscì a dominare questa cattiva tendenza e divenne il “santo della dolcezza”, perché usava con tutti (anche coi suoi subordinati) dei modi cordiali, affabili, dolci, amorevoli, ecc. Lui era vescovo, pertanto doveva correggere gli sbagli fatti dai suoi subordinati, ma lo faceva con tanta dolcezza che riusciva a catturare i cuori, cioè la gente gli obbediva non per timore di essere rimproverata da lui, ma perché si lasciava convincere dalla sua dolcezza e carità fraterna.

Chi ama Gesù ama la dolcezza. Lo spirito di dolcezza è proprio di Dio. L'anima che ama Dio ama anche tutti coloro che sono amati da Dio, pertanto cerca volentieri di soccorrere, consolare e contentare tutti, per quanto gli è possibile. Dice San Francesco di Sales: “L'umile dolcezza è la virtù delle virtù che Dio tanto ci ha raccomandato; perciò bisogna praticarla sempre e dappertutto.” Questa dolcezza bisogna praticarla specialmente coi poveri, i quali ordinariamente, poiché son poveri, son trattati aspramente dagli uomini. Non vi è cosa che tanto edifichi il prossimo, quanto la caritatevole benignità nel trattare. I santi ordinariamente avevano il sorriso sulle labbra e il loro volto spirava benignità, accompagnata dalle parole e dai gesti. Oh quanto si ottiene più con la dolcezza che con l'asprezza! L'affabilità, l'amore e l'umiltà catturano i cuori delle persone.

Sono molto contento di sapere che i pensieri di Padre Felice Maria Cappello ti sono piaciuti molto e che hai deciso di imparare a memoria e ripetere ogni giorno il seguente proposito: "Devo essere vittima di amore: Amare Gesù: ecco lo scopo della mia vita. Ogni parola, ogni passo, ogni pensiero, ogni sentimento, ogni respiro, dev'essere un atto di purissimo amore. Vivere e morire di amore per Gesù: ecco il mio ideale".

Carissima in Cristo, se questo proposito diventerà il tuo programma di vita, sarai felice già su questa Terra, e ancora di più dopo la morte.

Ci sono tante altre cose spirituali di cui vorrei parlarti, ma non voglio abusare della tua pazienza (questa lettera è già abbastanza lunga). Tuttavia, se in futuro vorrai scrivermi per dialogare su argomenti spirituali, soprattutto quando ti sentirai sconfortata o avrai qualche dubbio da chiarire, sarò lieto di risponderti. Per me è una grande gioia coltivare amicizie spirituali con persone che vogliono amare e servire Cristo Redentore.

Ti saluto cordialmente nei Cuori di Gesù e Maria,

Cordialiter

giovedì 21 marzo 2019

Pensiero del giorno (-)


Un prete o in paradiso o all'inferno non va mai solo: vanno sempre con lui un gran numero di anime, o salvate col suo santo ministero e col suo buon esempio, o perdute con la sua negligenza nell'adempimento dei propri doveri e col suo cattivo esempio.


(Pensiero di San Giovanni Bosco).

mercoledì 20 marzo 2019

Debito coniugale (*)

Per la rubrica "Pillole di Teologia Morale" oggi mi occupo della delicata questione del "debito coniugale" (cioè dell'obbligo di ogni persona sposata di concedere il proprio corpo al coniuge che chiede di avere rapporti coniugali per procreare la prole, o anche per altri giusti motivi, come il voler rafforzare l'amore vicendevole; avere un onesto rimedio alla concupiscenza della carne; eccetera). Si tratta di un tema che interessa non solo le persone sposate, ma anche i sacerdoti (per sapere come regolarsi in confessionale), e anche i fedeli laici che non sono sposati ma stanno riflettendo se abbracciare lo stato di vita matrimoniale. Per affrontare tale argomento riporto alcuni brani tratti da un manuale intitolato "Teologia Morale", scritto per preti e fedeli laici da Padre Teodoro da Torre del Greco, O.F.M. Cap., edito dalle Edizioni Paoline (sesta edizione, 1964). Preciso che quando si fa un uso immorale della sessualità tra i coniugi, ad esempio utilizzando i preservativi, in questo caso non solo non si è tenuti a rendere il debito coniugale, ma anzi si è tenuti ad opporsi categoricamente. Chiedere consiglio ai preti modernisti sul tema della sessualità, non solo può essere inutile (perché in genere sono poco istruiti in Teologia Morale), ma anche pericoloso (perché spesso danno cattivi consigli), pertanto è raccomandabile leggere attentamente i seguenti brani scritti da Padre Teodoro.

Liceità delle relazioni coniugali.

Essendo il matrimonio istituito col fine primario, nobile e sublime, della procreazione della prole, è necessario, per il raggiungimento di questo fine l'unione dei due sessi per l'atto procreativo. S. Paolo esplicitamente afferma: «Il marito renda alla moglie il debito coniugale, e la moglie faccia altrettanto col marito» (1Cor 7, 3). Tale atto nei coniugi è ricco di contenuto spirituale, è l'espressione sensibile di due anime che tendono a fondersi insieme, per essere quasi collaboratori di Dio nell'opera della creazione.

È necessario, però, che i coniugi agiscano con retta intenzione, cioè, l'atto deve rispondere al suo fine, che è la procreazione della prole. A questo fine principale possono aggiungersi anche altri fini onesti, come p. es. il rafforzamento dell'amore, evitare l'incontinenza non solo dell'altra parte ma anche propria. Le relazioni coniugali, perciò, sono lecite anche se si sa che non hanno conseguenze procreative, purché possa essere compiuto l'atto coniugale nel modo naturale.  [...]

Il debito coniugale. I coniugi sono su un piano di perfetta uguaglianza, il domandare, perciò, e l'accettare l'atto coniugale fa parte dei mutui diritti e doveri. Altro tuttavia è il diritto e altro è l'uso di esso. Il primo è essenziale al matrimonio, mentre non è essenziale né obbligatorio in modo assoluto l'altro. I coniugi possono dunque di comune accordo rinunciare all'uso sia per un determinato tempo, sia anche per sempre. Tale rinuncia però deve essere compiuta con molta prudenza, senza alcuna imposizione [...]. Per arrivare a questo sacrificio occorre un certo grado di virtù che non tutti hanno.

Ragioni particolari possono rendere obbligatoria la richiesta, quando p. es. l'atto coniugale serve ad allontanare dubbi e sospetti o serve per fomentare l'affetto, oppure per allontanare la tentazione di compiere tale atto da solo o con una terza persona.

1. È invece obbligatorio rendere il debito quando l'altra parte lo domanda seriamente e ragionevolmente, e il rifiutarsi esporrebbe il marito o la moglie a una penosa e forzata continenza, con tutti i pericoli che ne potrebbero seguire. Rifiutarsi, in questo caso, senza alcun motivo, si commetterebbe una grave ingiustizia, poiché si verrebbe a ledere quel diritto essenziale che i coniugi hanno acquistato sul corpo dell'altra parte all'atto della celebrazione del matrimonio. Ed i confessori, all'occasione, devono far presente, specialmente alla donna, che, accondiscendere alle richieste del proprio marito, costituisce per lei un grave dovere. [A tal proposito, Padre Eriberto Jone (1885 - 1967), un altro moralista cappuccino molto apprezzato negli ambienti tradizionali, esorta i mariti alla moderazione, ndr].

Il negare il debito non è, però, colpa grave se ciò avviene raramente e non vi è il pericolo di incontinenza, specialmente se l'altra parte lo domanda troppo spesso. [Padre Eriberto Jone specifica che rifiutarsi di concedere il debito coniugale è solamente peccato veniale quando il coniuge richiedente rinuncia facilmente alla sua richiesta, ndr].

L'obbligo di rendere il debito cessa in un coniuge quando nell'altro cessa il diritto di esigerlo. Tale diritto può cessare o per la cattiveria dell'atto (debito onanistico o sodomidico) o per infedeltà (a meno che la parte innocente non condoni l'offesa) o per un'altra giusta causa o grave incomodo, p. es. se il debito è nocivo alla salute o è immoderato o il richiedente non è in sé. [Padre Eriberto Jone aggiunge che la moglie non è tenuta a rendere il debito coniugale se il marito sperpera i soldi inutilmente facendo vivere la famiglia nelle ristrettezze economiche. Inoltre afferma che se un coniuge chiede talmente spesso il debito coniugale col rischio di cagionare un danno piuttosto grave alla salute dell'altro coniuge, in questo caso si è scusati dal rendere il debito. In questa situazione bisogna rimettersi al giudizio di un medico coscienzioso, ndr].

La facoltà di esigerlo può anche venir tolta dallo stesso diritto, p. es., vi è una causa di separazione perpetua o temporanea, come l'adulterio.

[...]

L'atto coniugale, in via ordinaria, in nessun tempo è proibito; in alcune circostanze, tuttavia, è consigliabile astenersi.

1° Solo nel caso di prossimo pericolo di aborto [...] o di un pericolo per la salute del corpo o dell'anima può diventare gravemente illecito l'atto coniugale; ma se il pericolo è leggero, anche l'atto diventa leggermente illecito e qualunque giusta causa basta per essere scusati dal peccato veniale.

2° Nulla proibisce che l'atto coniugale possa essere compiuto anche durante i tempi sacri e nei giorni in cui i coniugi si accostano alla Comunione [...].

3° Per sé l'atto coniugale non è proibito neppure durante il tempo delle mestruazioni; è tuttavia sconsigliabile [...].

4° In tempo di malattia l'atto coniugale è illecito quando prudentemente si teme un notevole danno per la salute.

[...]

Un coniuge legato dal voto di castità, per sé non può domandare il debito, è tenuto però a renderlo. Lo stesso vale se ambedue i coniugi dopo aver contratto matrimonio, hanno emesso il voto di castità per mutuo consenso. Il coniuge che ha emesso il voto è tenuto a domandare il debito solo in due casi, cioè: se vede che l'altro non può contenersi, oppure se l'altro lo domanda tacitamente, cioè quando vede che la moglie per vergogna non ardisce domandare.

[...]

Gli atti incompleti. Questi atti possono essere tutti gli atti di lussuria imperfetti (baci, abbracci, sguardi, toccamenti ecc.) che dispongono i coniugi all'atto coniugale. Tali atti:

a) Se si riferiscono all'atto coniugale da essere come una preparazione ad esso, sono sempre permessi sia sul proprio corpo, sia su quello dell'altra parte.

I coniugi, però, devono evitare che tali atti, per essere troppo prolungati, abbiano a causare una polluzione benché non voluta. [...]

b) Se non si riferiscono all'atto coniugale: I) gli atti mutui sono leciti se si fanno per un motivo onesto, p. es. per fomentare l'amore, e sia lontano il pericolo di polluzione volontaria.

Quando però si fanno per grave causa, p. es. per evitare sospetti, per allontanare la comparte da eventuale adulterio ecc. anche se vi è il pericolo prossimo di polluzione sono leciti.

2) Se gli atti mutui si fanno solo per voluttà, anche senza intenzione di compiere la copula, sono peccati veniali se non vi è pericolo prossimo di polluzione; sono peccati mortali, se si prevede con sicurezza questo pericolo.

La dilettazione morosa in un coniuge circa la copula avuta o da aversi è lecita, purché non vi sia il pericolo di polluzione. Lo stesso deve dirsi dei pensieri e dei desideri.

La “primavera modernista” (lk -)

È da oltre mezzo secolo che la martellante propaganda modernista, “radiogonfiata” dai media gestiti dai loro compagni progressisti, continua a ripetere che la Tradizione Cattolica va accantonata e sostituita con una sorta di “nuova religione” aperta alla mentalità mondana, la quale, secondo loro, fa entrare nella Chiesa l'aria pura della primavera. Ma noi li conosciamo bene i frutti di questa tanto decantata “primavera modernista”: forte calo delle vocazioni sacerdotali, tracollo delle vocazioni religiose, conventi chiusi, seminari deserti, monasteri venduti e trasformati in agriturismo, chiese semivuote, confessionali abbandonati, ignoranza religiosa, templi sconsacrati e adibiti a ristoranti o ad altri usi profani, crollo della pratica religiosa, propagazione delle eresie, divorzi in forte aumento, diffusione delle convivenze prematrimoniali, ateismo dilagante, eccetera. Contro i fatti non c'è argomento che tenga: le “conquiste” e le “vittorie” dei modernisti, strombazzate da una bugiarda e sfrontata propaganda mediatica, sono in realtà dei veri e propri disastri spirituali, altro che primavera! Dove passa lo spirito modernistico avviene una desertificazione spirituale, come se fosse passata un'orda di barbari.

I miliziani della “primavera modernista” parlano tanto di pace, fratellanza, carità fraterna, e intanto perseguitano i cattolici rimasti fedeli al Magistero perenne della Chiesa. Ma cinquant'anni di persecuzioni non sono riusciti ad annientare l'eroica resistenza dei valorosi difensori della Tradizione, i quali hanno saputo tenere alta la bandiera della cattolicità, contro le aggressioni della vasta “coalizione liberal” dei nemici del Corpo Mistico di Cristo. Il movimento tradizionale si è aperto con la forza delle armi spirituali (preghiera, penitenza, apostolato, ecc.) gli sbocchi vitali necessari alla propria sopravvivenza, compiendo sacrifici di ogni tipo. Le catene moderniste che tentavano di ghettizzare e soffocare il movimento tradizionale sono state spezzate dall'indomita e incrollabile fede dei militanti del “battaglione tridentino”, che nonostante le mille avversità sono ancora in piedi, con la schiena dritta, pronti a continuare la battaglia spirituale per cancellare l'onta del tradimento modernista e riconquistare la completa libertà che consentirà di poter vivere in pace l'esperienza della Tradizione. 


L'immane incendio che divampa su vasti fronti dell'orbe cattolico si spegnerà solo col tramonto delle vegliarde e tracotanti milizie moderniste, le quali stanno rabbiosamente tentando l'ultimo assalto per scardinare la granitica resistenza dei fedeli tradizionali e ridurre in macerie la Chiesa, distruggendo dogmi, princìpi morali e liturgia. È una campale lotta spirituale tra il giovane, forte e virile movimento tradizionale, contro il vecchio e sterile popolo progressista, affamatore e carnefice delle anime. È una lotta tra due concezioni opposte della vita: soprannaturale da una parte, immanentista dall'altra. Bisogna ringraziare Dio per averci concesso l'onore di averci chiamato a combattere in quest'ora grave la buona battaglia della fede per la sua maggior gloria. Adesso stiamo soffrendo assai, mentre i “rossi” sghignazzano con arroganza, ma noi sappiamo bene che gioirà pienamente chi gioirà per ultimo. All'orizzonte già si intravvedono i primi bagliori della radiosa alba del trionfo del Cuore Immacolato di Maria. Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat!

martedì 19 marzo 2019

Esame di coscienza per fare una buona Confessione (-)


Ogni tanto una mia amica mi scrive per chiedermi dei consigli spirituali.  


Caro D. [...] ti scrivo perché penso che tu possa veramente aiutarmi. Ti chiedo però di rispondermi con calma, quando potrai, non vorrei mai metterti fretta. È mio desiderio confessarmi una volta alla settimana come regola, ma dev'essere una confessione ben fatta. Perciò ho cercato qua e là, ma non ho trovato uno schema serio per l'esame di coscienza. Ora mi chiedo se tu forse puoi darmi qualche indicazione. Ti ringrazio come sempre di cuore. [...] Ciao!


Cara sorella in Cristo, 
ti ringrazio di cuore per la richiesta che mi hai fatto. Ormai lo sai bene che per me è una grande gioia fare qualcosa che va a vantaggio della tua anima, nella speranza di dare gusto a Gesù buono che ti ha tanto amato sin dall’eternità ed è giunto ad immolarsi sulla croce del Golgota per espiare anche i tuoi peccati. Sono davvero contento che desideri confessarti spesso, come raccomandato da Papa Pio XII, da Sant’Alfonso Maria de Liguori e da tanti altri autorevoli e dotti autori. In genere, quando una persona si confessa bene, sente un grande fervore di praticare le virtù cristiane, prega il Signore con maggiore carità, sente maggiore carità anche verso il prossimo, resiste più facilmente alle tentazioni, ed ottiene altri benefici spirituali. Purtroppo, i preti modernisti sconsigliano di confessarsi spesso, quindi ti conviene recarti da qualche confessore timorato di Dio e amante della vita devota.

Per rispondere alla tua richiesta di aiuto, ho preparato appositamente per te uno schema per fare un esame di coscienza adatto alle anime che sono attratte dalla vita devota. Onde evitare di essere troppo prolisso, ho evitato di riportare quei peccati che in genere le persone che praticano un’intensa vita interiore difficilmente commettono, ad esempio l’apostasia, il non andare a Messa nei giorni di precetto, l’omicidio, le rapine, l’incesto, la calunnia, e altri gravi peccati. Ho dato particolarmente risalto a quei peccati veniali (leggeri) che spesso vengono trascurati dai penitenti. Chi ama Dio e vuole praticare una vita davvero virtuosa cerca di evitare non solo le colpe gravi ma anche quelle veniali. Per esserti di maggiore aiuto, di fianco a ogni peccato ho segnalato se si tratta di materia grave o veniale, basandomi sugli scritti di autori di buona dottrina come Sant’Alfonso, Don Luigi Piscetta, Padre Eriberto Jone, Padre A. Chanson, e altri. Si tratta di un qualcosa che manca negli schemi che in genere si trovano in giro. Ovviamente non ho potuto elencare tutti i peccati possibili e immaginabili, oppure riportare tutta l’intera casistica per ogni tipo di peccato, altrimenti avrei dovuto scrivere un’enciclopedia, ma mi sono limitato a parlare di alcuni dei peccati tra quelli più comuni. Spero tanto che il lavoro che ho realizzato possa esserti di aiuto nel cammino di perfezione cristiana.


Schema per l’esame di coscienza per anime devote.

- Ho tralasciato di raccogliermi interiormente e di mettermi alla presenza di Dio prima di incominciare a pregare? (Veniale)

- Mi sono distratta volontariamente mentre recitavo le preghiere oppure mentre assistevo al Santo Sacrificio della Messa? (Veniale)

- Ho ricevuto la Comunione con poco fervore e profitto per l’anima a causa della negligenza con cui mi sono preparata a ricevere Gesù sacramentato? (Veniale)

- Ho accettato deliberatamente pensieri di superbia? (La “superbia perfetta”, cioè quando una persona giunge a considerarsi al di sopra di Dio, è peccato mortale, invece la “superbia imperfetta”, cioè quando una persona si limita solamente a nutrire uno sregolato desiderio di onore e ad amare in maniera esagerata la propria eccellenza, è peccato veniale, a meno che non giunge a far commettere qualche grave colpa nei confronti del prossimo)

- Quando mi sono capitate cose spiacevoli mi sono arrabbiata con Dio, ingiuriandolo o accusandolo di fare cose sbagliate? (Peccato grave)

- Faccio discorsi inutili, cioè che non giovano né a me né al prossimo? (Veniale)

- A volte faccio delle “opere buone”, non con l’intento di dare gusto a Dio, ma per vanagloria, cioè per fare bella figura ed essere stimata dalla gente? (Veniale)

- Mi impegno seriamente ad educare cristianamente la prole? (Si tratta di un obbligo gravissimo, pertanto i genitori che sono gravemente negligenti nell’educare i figli, facendoli crescere quasi come se Dio non ci fosse, peccano mortalmente)

- Nutro antipatia o addirittura odio nei confronti delle persone scortesi o di quelle che mi hanno fatto dei torti? (“Sentire” antipatia verso una persona non è peccato se non vi diamo il consenso della volontà, se invece vi diamo il consenso e si tratta di piccole antipatie, pecchiamo venialmente, mentre se proviamo odio grave, in questo caso pecchiamo mortalmente, ad esempio accettando deliberatamente il pensiero di desiderio che il prossimo venga colpito da qualche grave ed ingiusto male)

- Ogni tanto aiuto materialmente le opere pie (ad esempio le opere davvero cattoliche che svolgono apostolato) e le persone che si trovano in stato di bisogno? (Chi dona alle opere pie o ai bisognosi che si trovano in stato di necessità comune almeno il 2% di ciò che avanza alle spese necessarie per il mantenimento del proprio stato di vita e quello dei propri cari, non pecca; se dona meno del 2% pecca venialmente; se non vuole donare nulla a nessuno pecca gravemente, almeno secondo i teologi della sentenza più rigida. Non si è tenuti ad aiutare tutti coloro che si trovano in stato di necessità comune, è sufficiente aiutarne alcuni a nostra scelta. Per quanto riguarda i poveri che si trovano in stato di necessità estrema, cioè che rischiano di morire, grazie a Dio in Italia è rarissimo trovare qualcuno che si trovi in condizioni così disperate, quindi non sto ad elencarti tutta la casistica, anche perché su questo tema i teologi non sempre sono concordi)

- Ho esagerato nel bere o nel mangiare? (Per capire quando si pecca in questa materia ti faccio un esempio: bere un po’ di vino è una cosa buona, berne sino al punto da rimanere brilli è peccato veniale, berne sino al punto da ubriacarsi è peccato mortale; lo stesso discorso vale quando si mangia in maniera eccessiva, peccando in modo grave o veniale in base alla gravità delle conseguenze, se ci cibiamo sino al punto da star male o di nuocere alla salute)

- Ho detto delle bugie? (Le menzogne che fanno un grave danno al prossimo sono colpe gravi, le altre sono colpe veniali)

- Sopporto con pazienza le avversità oppure mi lascio prendere dall’impazienza? (Ordinariamente è un peccato veniale, tuttavia può diventare mortale se giunge a far trasgredire un grave precetto)

- Nella vita cristiana mi lascio dominare dall’accidia? (L’accidia è la pigrizia nel compiere opere virtuose, spesso fa commettere delle colpe solamente veniali, ad esempio quando induce una persona a saltare, per pigrizia spirituale, delle pratiche devozionali facoltative alle quali è abituato; ma se l’accidia giunge a non far compiere atti che obbligano gravemente in coscienza, ad esempio assistere alla Messa domenicale, trascina al peccato mortale)

- Quando vedo qualcuno comportarsi male mi lascio prendere dall’ira? (Quando una persona si adira in modo ragionevole per un torto subìto e auspica una giusta punizione del colpevole, non commette peccato; invece quando l’ira giunge a far accettare un disordinato trasporto dell’animo, in questo caso si commette un peccato veniale, tuttavia diventa colpa grave se la persona adirata giunge a tale eccesso da far pensare che abbia perso l’uso della ragione, oppure quando giunge a far desiderare disordinatamente qualcosa che è gravemente contraria alla carità e alla giustizia, ad esempio desiderare una punizione gravemente esagerata per il colpevole o addirittura per un innocente)

- Anche se da tanti anni non vivo più coi miei genitori, continuo ad interessarmi di loro e ad aiutarli quando hanno bisogno del mio sostegno? (Abbandonare a se stessi i genitori che si trovano in grave stato di necessità, pur avendo la possibilità di aiutarli, è una grave mancanza di pietà filiale da parte dei figli)

- Mi sono attaccata eccessivamente ai beni materiali? (In se stessa è una colpa veniale, tuttavia può essere causa di peccati mortali, ad esempio quando giunge al punto di far commettere furti in materia grave, omettere di aiutare il prossimo che sta letteralmente morendo di fame, considerare i soldi più importanti di Dio, eccetera).

- Ho creduto alle superstizioni? (Si tratta di materia grave, tuttavia alcuni autorevoli teologi ammettono la possibilità che il penitente possa peccare solo venialmente per ignoranza, semplicità, errore, o se considera la cosa più per scherzo che seriamente)

- Ho giudicato temerariamente il prossimo oppure ho avuto dei sospetti temerari nei suoi confronti? (Se c’è bastante fondamento per giudicare che il prossimo ha commesso un grave male, non si commette nessun peccato, mentre il giudizio diventa “temerario”, e peccato grave, quando senza sufficienti motivi giudichiamo che il prossimo abbia certamente commesso un grave male; da ciò, secondo Sant’Alfonso, si deduce che tali giudizi di solito non sono peccaminosi poiché spesso ci sono sufficienti motivi che fanno ritenere che il prossimo abbia commesso davvero quella colpa, oppure perché non sono giudizi, ma solo dei sospetti, i quali non giungono a peccato mortale se non quando si dubita, senza avere nessun indizio, che persone di buona fama siano colpevoli di colpe gravissime, mentre se c’è anche un minimo indizio non si commette nemmeno peccato veniale nel sospettare del prossimo)



Vari consigli per confessarsi bene.

I peccati mortali sono talmente gravi che ne basta solo uno per meritare l'inferno, se si muore senza essersi pentiti. Se una persona ha commesso solo peccati veniali e non si è pentita, non va all'inferno, ma in purgatorio, tuttavia è bene cercare di evitare anche queste colpe che pur non essendo gravi, indeboliscono l'anima e la predispongono al peccato mortale. 

È obbligatorio confessare solo i peccati certamente mortali, cioè le colpe gravi commesse con piena avvertenza dell’intelletto e deliberato e pieno consenso della volontà. Se una persona ha commesso una colpa grave, ma non è certa di aver avuto piena avvertenza e pieno consenso, non è obbligata a confessare quella colpa, anche se, per maggiore tranquillità di coscienza del penitente, è consigliabile confessarla, dicendo, ad esempio, che non si è certi di aver dato il pieno consenso della volontà a quel pensiero di odio grave (alle anime scrupolose è vivamente sconsigliato di confessare i peccati dubbi). Inoltre tutte le cose che avvengono durante il sonno o il dormiveglia non sono peccati mortali. È facoltativo confessare i peccati veniali (cioè colpe con materia leggera, oppure con materia grave ma commesse senza piena avvertenza o senza pieno consenso della volontà), tuttavia è bene confessarsi anche se si hanno solo colpe veniali, perché l'assoluzione purifica la coscienza, aiuta a resistere con maggior vigore alle tentazioni e accresce la grazia santificante.

È molto facile fare una buona Confessione; è sufficiente fare un esame di coscienza (bastano pochi minuti per chi si confessa spesso), pentirsi dei peccati commessi, avere il proposito di non peccare più, confessarli con sincerità al sacerdote, e infine eseguire la penitenza (se il confessore tralascia o si dimentica di dare la penitenza, la confessione è valida lo stesso, però, come insegna Sant'Alfonso, il prete si macchia di colpa, veniale o mortale in base alla gravità delle colpe confessate dal penitente, se ha deliberatamente omesso di assegnargli una penitenza).

Affinché la Confessione sia fruttuosa è necessario essere sinceramente pentiti dei peccati commessi, ma ciò è un dono di Dio, pertanto è importante pregare lo Spirito Santo e la Beata Vergine Maria per ottenere la grazia del pentimento per le colpe compiute. Per suscitare il dispiacere dei peccati commessi è molto utile riflettere al fatto che con le proprie colpe è stato offeso Dio che è infinitamente buono, ci ha tanto amato sin dall’eternità, ed è degno di essere amato sopra ogni cosa, inoltre i propri peccati hanno causato l'atroce Passione e Morte di Gesù Cristo. Chi si pente per questi motivi, significa che ha un dolore perfetto (contrizione del cuore). Invece il dolore è imperfetto (detto anche “attrizione”) quando è causato principalmente (non esclusivamente) dalla paura dell'inferno, o dal dispiacere di aver perso il paradiso, o dalla riflessione sulla bruttezza del peccato commesso. Affinché una Confessione sia valida è sufficiente avere un dolore imperfetto. In caso di imminente pericolo di morte, mancando un sacerdote, è possibile ricevere il perdono di tutti i peccati suscitando qualche pensiero di dolore perfetto. A tal fine è ottima cosa imparare a memoria e recitare spesso l'Atto di dolore. 

È necessario essere sinceramente pentiti di tutti i peccati mortali compiuti, altrimenti l’assoluzione è nulla (e anche sacrilega, se il penitente è consapevole di non essere pentito). Se ti confessi solo di peccati veniali, affinché l’assoluzione sia valida è necessario essere sinceramente pentita almeno di uno di loro, tuttavia conviene suscitare il dolore di tutte le colpe veniali, poiché in questo modo si ottengono maggiori benefici spirituali. È lecito confessare dei peccati, mortali o veniali, già confessati in passato. 

Per scriverti questa lettera ho impiegato diverse ore (per poter fornirti informazioni precise sono andato a rivedere vari manuali di Teologia Morale), ma l’ho fatto molto volentieri, poiché voglio che la tua anima avanzi sempre di più nel cammino di perfezione cristiana e, soprattutto, spero in questo modo di aver dato gusto a Dio. Se in futuro avrai altri consigli da chiedermi, non esitare a scrivermi ancora, sarò molto felice di fare qualcosa per il tuo bene spirituale.

Rinnovandoti la mia amicizia e la mia stima, ti saluto cordialmente nei Cuori di Gesù e Maria.

Cordialiter

È valida l'assoluzione sacramentale se il confessore non dà la penitenza? (-)

Per la rubrica "Pillole di Teologia Morale" oggi si affronta il tema della penitenza sacramentale (detta anche "soddisfazione sacramentale"). Purtroppo, molti preti modernisti non l'impongono più ai penitenti. Se non viene data una penitenza, Sant'Alfonso Maria de Liguori insegna che l'assoluzione è valida lo stesso, ma il confessore commette peccato (grave se i peccati confessati erano mortali, veniale se i peccati erano veniali oppure mortali ma già confessati in passato).

Ecco una sintesi del capitolo riguardante la penitenza sacramentale, tratta da uno dei manuali di Teologia Morale di Sant'Alfonso (per rendere la lettura più scorrevole ho eseguito alcuni piccoli ritocchi lessicali).


Essendo che al peccatore, se vien rimessa la colpa, non sempre è rimessa tutta la pena, ma per lo più gli rimane a soddisfarla; perciò la terza parte del sacramento della penitenza è la soddisfazione sacramentale, la quale si chiama parte non essenziale, perché senza questa anche può esser valido il sacramento; ma integrale, poiché serve a far il sacramento intero. Su ciò bisogna notare più cose.

Si noti [...] che il confessore nel dar l'assoluzione è tenuto ad imporre la penitenza [...] Onde pecca, se non l'impone; e pecca gravemente, quando la confessione è stata di peccati mortali: ma se di soli veniali, o di mortali già confessati, è probabile [...] che non pecca gravemente. E benché il penitente subito dopo l'assoluzione si confessasse d'un nuovo peccato, pure il confessore deve dargli una nuova penitenza, almeno leggera. [...] La penitenza poi regolarmente deve imporsi prima dell'assoluzione, per vedere come l'accetti il penitente; ma può anche alle volte imporsi immediatamente dopo l'assoluzione, poiché allora va moralmente con quella unita [...]

Si noti [...] che la penitenza deve sempre imporsi sotto qualche obbligo. Ma si fa il dubbio, se possa il confessore dare una penitenza grave sotto obbligo leggero [...] comunemente, e molto probabilmente l'affermano Suarez, Filliuc., Enriquez, Fagund., Busemb., Segneri, Tambur., Dicast. ec., perché nel  sacramento della penitenza il sacerdote non è semplice ministro di Gesù Cristo come negli altri sacramenti, ma è vero giudice dal Salvatore costituito colla facoltà di sciogliere da' peccati, e di legare colla penitenza, sicché l'obbligo di questa dipende totalmente dal precetto del confessore. [...]

Si noti [...] circa la quantità della penitenza, ch'ella dev'essere proporzionata alle colpe. [...] la penitenza può diminuirsi per molte cause: per 1. Se il penitente è venuto molto contrito, o pure se prima egli ha fatte molte opere penali. Per 2. in tempo di giubileo, o d'indulgenza plenaria; ma sempre allora deve imporsi qualche penitenza [...]. Per 3. Se il penitente sia infermo di corpo, avvertendo il rituale, che agli infermi non deve imporsi per allora grave penitenza, ma solo per quando saran guariti. Che se l'infermo sia in articolo di morte, o destituito di sensi, allora si può assolverlo senza alcuna penitenza, quantunque sempre sarà bene imporgli qualche piccola cosa, di baciare il crocifisso, o d'invocare i nomi ss. di Gesù e di Maria, almeno col cuore, e simili. [...]. Per 4. può diminuirsi la penitenza, se il penitente è infermo di spirito, sì, che prudentemente si tema, che non adempia la soddisfazione proporzionata: [...]  È vero, che nel tridentino dicesi, che la penitenza deve corrispondere alla qualità dei delitti, ma ivi stesso si aggiunge, che le penitenze debbono essere pro poenitentium facultate, salutares et convenientes. Salutares, cioè utili alla salute del penitente: et convenientes, cioè proporzionate non solo ai peccati, ma anche alle forze del penitente. Quindi non sono salutari né convenienti quelle penitenze a cui i penitenti non sono atti a soggiacere per la debolezza del loro spirito, poiché allora queste più presto sarebbero cagioni di loro rovina. [...] E s. Tommaso dice [...] che siccome un piccolo fuoco si estingue se vi si sovrappongono molte legna; così può accadere, che il piccolo affetto di contrizione del penitente si estingua per lo peso della penitenza [...] s. Antonino [...] dice che deve darsi quella penitenza che si stima che il penitente appresso verosimilmente eseguirà, e che allora di buona voglia accetta. E se il penitente si protesta, che non ha forza di far la penitenza che si conviene, [...] allora, dice il santo, che se gli imponga in generale tutto ciò che farà di bene [...] le quali opere nel sacramento ingiunte come insegna anche l'angelico, avranno in virtù del sacramento maggior valore a soddisfare per li peccati commessi. Di più aggiungono probabilmente molti dottori, Lugo, Petroc., Croix, e Salmatic. col medesimo s. Antonino, esser giusta casa per diminuir la penitenza, di giudicare che così il penitente resti più affezionato al sacramento. [...] Insinua s. Francesco di Sales, [...] che giova perciò domandare al penitente se si fida di far quella penitenza; altrimenti gliela si muti. [...] Da tutto ciò si ricava con quanta imprudenza operino i confessori che ingiungono penitenze non proporzionate alle forze dei penitenti. Quanti di costoro alle volte non dubitano di assolvere facilmente i recidivi indisposti, ed ancora quei che stanno in occasione prossima di peccato, e scioccamente poi stimano di guarirli con imporre loro gravissime penitenze, ancorché vedano che certamente quelli non le adempiranno: impongono per esempio il confessarsi ogni otto giorni per un anno, a chi appena si confessa una volta l'anno: quindici poste di rosario a chi non lo dice mai: digiuni, discipline ed orazione mentale a chi non ne sa neppure il nome. E poi che ne succede? succede, che quelli benché accettino a forza la penitenza per ottenere l'assoluzione, tuttavia in seguito non la fanno, e credendo [...] di esser nulla la confessione fatta (come credono per lo più i rozzi), per non adempiere la penitenza data, di nuovo si rilasciano alla mala vita; ed atterriti dal peso della penitenza ricevuta pigliano orrore alla confessione, e così seguitano a marcir nelle colpe. E questo è il frutto, per molti miserabili, di tali penitenze che dicono proporzionate, ma debbono meglio dirsi improporzionatissime. [...]

Si noti [...] circa la qualità della penitenza, che non debbono imporsi penitenze perpetue o molto pesanti, come di entrare in religione, e tanto meno di contrarre matrimonio, il quale richiede una total libertà; di più non si impongano voti perpetui; anzi ancorché il penitente volesse far voto, per esempio di non ricadere, non gli si permetta se non a tempo, per vedere come l'osserva. Parlando poi della penitenza condizionata, per esempio di digiunare, o far limosina in ogni ricaduta futura, ben ella può imporsi; e quando si dà, ben è tenuto il penitente ad accettarla e ad eseguirla, come rettamente dicono Suarez, Laym., Bonac., Salmat., e Aversa (contro Diana ecc.); ma non è spediente darla per lungo tempo, perché facilmente poi si trascura, e si raddoppiano i peccati; può darsi dunque solamente per breve tempo, come per un mese, o sino all'altra confessione. Di più si avverta, che non possono imporsi penitenze pubbliche per peccati occulti, ma bensì per peccati pubblici [...]. Ma non deve costringersi poi il penitente a fare una penitenza pubblica, quand'egli rilutta, e lo scandalo può toglierlo d'altro modo, come con frequentare i sacramenti, visitar le chiese, o entrare in qualche congregazione ecc. [...]

Si noti [...] che le opere della penitenza debbono esser penali, [...] Queste opere penali si riducono al digiuno, limosina, ed orazione. [...] Sotto nome di digiuno vengono tutte le sorte di mortificazioni dei sensi. Sotto nome di orazione vengono anche le confessioni e le comunioni, le visite di chiese, ed ancora gli atti interni di carità, contrizione; o di meditazioni, i quali atti ben possono imporsi in penitenza [...] Può ben anche darsi in penitenza qualche opera alla quale il penitente è già obbligato, come di sentir la messa nelle feste, digiunare nelle vigilie, [...] perché tal opera, essendo soddisfattoria, allora si eleva per mezzo del sacramento al merito di soddisfazione sacramentale. Ciò può farsi, quando si conosce che il penitente è molto debole di spirito […].

Circa la pratica, la regola vuole, che s'impongano opere di mortificazione a' peccati di senso, di limosine a' peccati d'avarizia, d'orazione alle bestemmie, ec. Ma sempre bisogna veder ciò ch'è più spediente ed utile per lo penitente. Benché sono utilissime per sé le penitenze della frequenza dei sacramenti; dell'orazione mentale, e della limosina; nulladimeno in pratica riescono dannose per chi non mai o poco le ha usate. [...] Avverte s. Francesco di Sales, che non si gravi il penitente di molte cose, acciocché non si confonda, e si spaventi. [...]

In quanto all'accettar la penitenza, comunemente insegnano i dottori che il penitente è tenuto sotto colpa grave ad accettarla, quando ella è ragionevole; perché in ciò il confessore è suo vero giudice, a cui deve egli ubbidire [...]. Del resto [...] se il penitente stimasse quella penitenza troppo grave a rispetto del suo peccato, o almeno delle sue forze, e il confessore non volesse moderarla, ben può egli rinunciare a ricevere l'assoluzione e a cercare altro confessore.

In quanto poi all'adempire la penitenza, [...] pecca già gravemente chi non adempie la penitenza grave imposta per peccati gravi, e non ancora confessati; ma all'incontro pecca solo venialmente chi lascia una penitenza leggera imposta per leggere colpe, o per colpe già confessate […]. Il dubbio maggiore si fa se s'impone per penitenza una materia grave per peccati leggeri, o già confessati. [...] in tal caso, siccome il confessore non può imporre con obbligo una grave penitenza, così neppure il penitente è tenuto con obbligo grave a soddisfarlo. Non nego però con Roncaglia, che se per caso quei peccati, benché veniali, molto disponessero al mortale, ben può il confessore imporre penitenza grave sotto grave obbligo, per liberare il penitente dal pericolo del mortale […]. 

Si noti [...] che sebbene non v'è obbligo di adempire la penitenza prima della comunione, [...] nulladimeno pecca chi la differisce per lungo tempo, per esempio per un anno, ed anche per sei mesi, [...] ma non già se la differisce per un mese, purché la penitenza non sia medicinale, [...] e purché appresso potesse adempirla. [...]

Si domanda [...] chi possa mutar la penitenza; e come. È certo e comune appresso i dottori [...] che il penitente non può da sé cambiarsi la penitenza, anche in opera evidentemente migliore; poiché siccome non può la penitenza imporsi che dal solo confessore, così non può che dal solo confessore mutarsi. Il dubbio è se possa mutarsi da un altro confessore senza ripetere i peccati. Lo negano probabilmente Castropal., Lugo, Laym., Concina, Salmat, Holzm., Sporer ec., dicendo, che il penitente deve allora ripetere la confessione al nuovo confessore, almeno in confuso, per dargli notizia dello stato di sua coscienza. Ma molti altri anche probabilmente l'affermano, come Toled., Navarr., Bonac., Sa, e lo dicono probabile gli stessi Lugo, Laym., Salmat., Holzm., Sporer ec. La ragione è, perché in questa seconda confessione non si tratta di far giudizio delle colpe addotte nella prima, poiché quello è già fatto; ma solo della debolezza del penitente a soddisfare la prima penitenza. Si oppone: Ma la penitenza dev'esser medicinale, e come assegnerà la medicina chi non sa il male dell'infermo? Si risponde, che il confessore dalla stessa penitenza data può arguire la materia dei peccati per li quali era imposta, e così regolarsi nel mutarla, o diminuirla. E probabilmente, come dicono Navarr., Sporer e Tamb., il confessore senza richiesta del penitente può da sé mutargli la penitenza, quando prevede, che quegli verosimilmente seguirà a trascurarla come prima. [...] Si dubita poi se la penitenza possa mutarsi fuori della confessione. Si risponde [...] è certo, che non può farsi. [...] Bonac., Suarez, Navarr., Salmatic., ecc., [...] appena ciò permettono al confessore immediatamente dopo l'assoluzione prima che il penitente si parta dal confessionale. [...]