Chiesa di santa Maria alla Consolazione Largo Cairoli fermata metro linea 1 (rossa) Cairoli-Castello.
Ringrazio Maristella per la segnalazione.
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Ringrazio Maristella per la segnalazione.
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Per San Tommaso d'Aquino, l'amicizia (amicitia) rappresenta una forma alta e nobile di amore accessibile all'essere umano. Nel suo pensiero, profondamente influenzato da Aristotele, l'amicizia è intimamente legata al cammino dell'uomo verso il suo bene ultimo: la felicità perfetta, che coincide con la comunione con Dio (la beatitudine).
Tommaso affronta questo tema magistralmente nella Summa Theologiae, delineando un percorso che va dall'amicizia umana fino alla sua massima espressione soprannaturale: la carità.
1. La struttura dell'amicizia autentica
Riprendendo Aristotele, Tommaso distingue l'amicizia autentica da quelle "imperfette" (basate sull'utile o sul piacere). L'amicizia vera si fonda su tre pilastri:
- Il bene dell'altro (amor benevolentiae): non si ama l'amico per ciò che si può ottenere da lui, ma si vuole il suo bene per se stesso.
- La reciprocità: l'amore deve essere mutuo. Un amore unilaterale è benevolenza, non ancora amicizia.
- La comunione (communicatio): l'amicizia richiede una vita condivisa, uno scambio di beni, di pensieri e di tempo.
2. L'amicizia come veicolo verso il Bene Ultimo
In che modo l'amicizia ci orienta al fine ultimo dell'uomo? Tommaso risponde a questa domanda collegando la dimensione naturale a quella teologale. Gli amici veri si sostengono a vicenda nel cammino della virtù. Poiché il bene ultimo dell'uomo si raggiunge proprio attraverso una vita virtuosa, gli amici diventano compagni di viaggio indispensabili per non deviare dalla meta.
La Carità come "Amicizia con Dio"
Il culmine del pensiero tomista sull'amicizia si trova nella definizione della carità (caritas). Dal momento che Dio ha voluto comunicare all'uomo la sua beatitudine (la communicatio), si creano le condizioni per una vera e propria amicizia tra la creatura e il Creatore. Questa amicizia soprannaturale:
Eleva l'uomo: Va oltre le capacità umane ed è resa possibile solo dalla Grazia divina.
Ordina tutte le cose: Orienta l'intero agire umano verso il Bene Sommo.
3. L'Amicizia umana alla luce del Fine Ultimo
Quando l'uomo sperimenta la carità (l'amicizia con Dio), il suo modo di vivere le amicizie umane cambia radicalmente. Non le distrugge, ma le purifica e le amplifica.
Per San Tommaso, quindi, l'amicizia terrena non è una distrazione dal cammino verso Dio, ma un riflesso e un allenamento. Amare un amico nel modo corretto significa desiderare per lui il massimo bene possibile: ed essendo Dio il bene supremo, l'amicizia autentica desidera, in ultima analisi, la santità e l'unione dell'amico con Dio.
(Sant'Alfonso Maria de Liguori)
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Anche le piccole azioni sono grandi ed eccellenti quando si fanno con pura intenzione e fervente volontà di piacere a Dio.
(San Francesco di Sales)
(Pensiero di Sant'Alfonso Maria de Liguori, Dottore della Chiesa)
Per San Tommaso d'Aquino l’amicizia è un amore reciproco che nasce quando due persone si comportano l’una verso l’altra come verso se stesse: l’amico è considerato quasi un prolungamento del sé, amato per il suo bene intrinseco e non per utilità o piacere momentaneo. Non basta volere il bene in senso astratto; l’amicizia richiede che l’amore sia reciproco. Questo scambio è ciò che distingue l’amicizia da altri tipi di affetto. L’amico è voluto come bene, cioè si desidera attivamente la sua perfezione e felicità; senza questa benevolenza non si ha amicizia ma solo concupiscenza o interesse. L’amicizia si fonda su una qualche comunanza (virtù, valori, modo di sentire) e sulla "communicatio", cioè la condivisione di parole, vita e affetti. L’amicizia è quindi un rapporto reciproco, virtuoso e comunicativo che unisce due persone in vista del bene comune e della crescita morale.
La causa prossima dell’amicizia è la conoscenza del bene nell’altro. Si ama ciò che si riconosce come bene; perciò la conoscenza reciproca e la stima del bene dell’altro sono condizioni necessarie perché nasca e persista l’amicizia.
L’amicizia favorisce la crescita morale: attraverso l’amicizia si esercitano e si consolidano le virtù come la generosità, la fedeltà e la giustizia. È un elemento importante per la vita sociale e per l’orientamento verso la beatitudine, se ordinata al bene ultimo.
Secondo San Tommaso, l'amicizia non può esistere nell'isolamento o nel puro sentimento interiore, ma esige necessariamente una communicatio, cioè una messa in comune o comunione di vita. Non c'è vera amicizia se non c'è qualcosa di condiviso: a livello umano, gli amici condividono il tempo, i pensieri, le fatiche e la ricerca della virtù; a livello soprannaturale, la carità si fonda sulla communicatio della beatitudine divina che Dio offre all'uomo. Questa condivisione attiva e reciproca è ciò che trasforma la semplice benevolenza (il generico augurare il bene a qualcuno) in una reale e vitale relazione d'amicizia.
Per Tommaso l’amicizia è amore razionale e virtuoso che mira al bene dell’altro; può essere imperfetta nelle forme naturali, perfezionarsi nella virtù e raggiungere la sua pienezza nella carità, cioè nell’amicizia con Dio.
[...] Ora la verità è che il matrimonio, come istituzione naturale, in virtù della volontà del Creatore non ha come fine primario e intimo il perfezionamento personale degli sposi, ma la procreazione e la educazione della nuova vita. Gli altri fini, per quanto anch'essi intesi dalla natura, non si trovano nello stesso grado del primo, e ancor meno gli sono superiori, ma sono ad esso essenzialmente subordinati. Ciò vale per ogni matrimonio, anche se infecondo; come di ogni occhio si può dire che è destinato e formato per vedere, anche se in casi anormali, per speciali condizioni interne ed esterne, non sarà mai in grado di condurre alla percezione visiva.
Precisamente per tagliar corto a tutte le incertezze e le deviazioni, che minacciavano di diffondere errori intorno alla scala dei fini del matrimonio e ai loro reciproci rapporti, redigemmo Noi stessi alcuni anni or sono (10 marzo 1944) una dichiarazione sull'ordine di quei fini, indicando quel che la stessa struttura interna della disposizione naturale rivela, quel che è patrimonio della tradizione cristiana, quel che i Sommi Pontefici hanno ripetutamente insegnato, quel che poi nelle debite forme è stato fissato dal Codice di diritto canonico
[...]. Che anzi poco dopo, per correggere le contrastanti opinioni, la Santa Sede con un pubblico Decreto pronunziò non potersi ammettere la sentenza di alcuni autori recenti, i quali negano che il fine primario del matrimonio sia la procreazione e la educazione della prole, o insegnano che i fini secondari non sono essenzialmente subordinati al fine primario, ma equipollenti e da esso indipendenti (S. C. S. Officii, I aprile 1944 - Acta Ap. Sedis vol. 36, a. 1944, ).
Si vuole forse con ciò negare o diminuire quanto vi è di buono e di giusto nei valori personali risultanti dal matrimonio e dalla sua attuazione? No certamente, poichè alla procreazione della nuova vita il Creatore ha destinato nel matrimonio esseri umani fatti di carne e di sangue, dotati di spirito e di cuore, ed essi sono chiamati in quanto uomini, e non come animali irragionevoli, ad essere gli autori della loro discendenza. A questo fine il Signore vuole l'unione degli sposi. [...]
Tutto questo è dunque vero e voluto da Dio; ma non deve essere disgiunto dalla funzione primaria del matrimonio, cioè dal servizio per la vita nuova. Non soltanto l'opera comune della vita esterna, ma anche tutto l'arricchimento personale, lo stesso arricchimento intellettuale e spirituale, perfino tutto ciò che vi è di più spirituale e profondo nell'amore coniugale come tale, è stato messo, per volontà della natura e del Creatore, al servizio della discendenza. Per sua natura, la vita coniugale perfetta significa anche la dedizione totale dei genitori a beneficio dei figli, e l'amore coniugale nella sua forza e nella sua tenerezza è esso stesso un postulato della più sincera cura della prole e la garanzia della sua attuazione (cfr. S. Th. 3 p. q. 29 a. 2 in c.; Suppl. q. 4D a. 2 ad i).
Ridurre la coabitazione dei coniugi e l'atto coniugale ad una pura funzione organica per la trasmissione dei germi sarebbe come convertire il focolare domestico, santuario della famiglia, in un semplice laboratorio biologico. Perciò nella Nostra allocuzione del 29 settembre 1949 al Congresso internazionale dei medici cattolici abbiamo formalmente esclusa dal matrimonio la fecondazione artificiale. L'atto coniugale, nella sua struttura naturale, è un'azione personale, una cooperazione simultanea e immediata dei coniugi, la quale, per la stessa natura degli agenti e la proprietà dell'atto, è la espressione del dono reciproco, che, secondo la parola della Scrittura, effettua l'unione « in una carne sola ».
[...]
Dite dunque alla fidanzata o alla giovane sposa, che venisse a parlarvi dei valori della vita matrimoniale, che questi valori personali, sia nella sfera del corpo o dei sensi, sia in quella spirituale, sono realmente genuini, ma che dal Creatore nella scala dei valori sono stati messi non al primo, ma al secondo grado.
(Sant'Alfonso Maria de Liguori)
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[...] nel vedere che, purtroppo, il numero di coloro che si professano nemici di Dio va oggi crescendo, e che i princìpi del materialismo teorico e pratico si vanno spargendo sempre di più; dinanzi allo spettacolo dell’esaltazione delle cupidigie più sfrenate, come meravigliarsi che si vada raffreddando nell’animo di molti la carità, la quale ben sappiamo essere la legge suprema della religione cristiana, il fondamento solidissimo della vera e perfetta giustizia, la sorgente sovrana della pace e delle caste delizie? Del resto, il Salvatore stesso ha ammonito: «Per il moltiplicarsi delle iniquità si raffredderà la carità di molti». Dinanzi allo spettacolo di tanti mali, che oggi, più che nel passato, travagliano individui, famiglie, nazioni e il mondo intero, dove mai Venerabili Fratelli, cercheremo il rimedio? Si potrà forse trovare una devozione più eccellente del culto al Cuore Sacratissimo di Gesù, più conforme all’indole propria della religione cattolica, più idonea a soddisfare le odierne necessità spirituali della Chiesa e del genere umano? Ma, quale atto di omaggio religioso più nobile, più dolce, più salutare del culto sullodato, dal momento che esso è tutto rivolto alla stessa carità di Dio? Infine, quale stimolo più potente della carità di Cristo — che la pietà verso il Cuore Sacratissimo di Gesù fomenta ed accresce — per spingere i fedeli alla perfetta osservanza della legge evangelica, senza la quale, come ammoniscono saggiamente le parole dello Spirito Santo: «Opera della giustizia sarà la pace», non è possibile instaurare la vera pace tra gli uomini?
[Brano tratto dall'Enciclica "Haurietis Aquas" di Pio XII, 15 maggio 1956].