Largo Cairoli, metro linea 1 (rossa), fermata Cairoli-Castello.
Ringrazio Maristella per la segnalazione.
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Largo Cairoli, metro linea 1 (rossa), fermata Cairoli-Castello.
Ringrazio Maristella per la segnalazione.
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[Brano tratto da “Tesoro di racconti istruttivi ed edificanti”, di Don Antonio Zaccaria, Tipografia Pontificia Mareggiani, 1887].
Era la sera che va innanzi al giorno dei morti e la campana della parrocchia dava lenti e lugubri i suoi rintocchi, annunciando ai fedeli che le anime dei loro cari istavano penando nel purgatorio, e imploravano il soccorso delle loro preghiere. - Perché piangi, nonna mia? diceva una fanciulla in sui sette anni ad una vecchierella magra e sparuta, che se la teneva sulle ginocchia, e in questo dire colla piccola manina le veniva accarezzando il viso. - Ah! mia povera Ghita, rispondeva sospirando la vecchietta, senti tu il mesto suono di questa campana? ebbene, esso ricorda che il tuo babbo e la tua mamma non son più, poveretti! - Sì, nonna, non son più, ma perché piangi? non hai detto le tante volte che sono andati nel bel paradiso? - Piango non già per loro, che saranno, lo spero, beati lassù, ma per te, mia Ghita, che sei rimasta orfanella così piccina. - Orfanella no, nonna: il signor Curato mi diceva anche ieri: la nonna è ora la tua mamma. Tu, nonna mia, sei la mamma che m'ha lasciato il buon Dio, perché dunque chiamarmi orfanella? - Ah! Ghita, Ghita, quella campana mi ricorda ancora che io pure seguirò fra breve i tuoi genitori nella tomba e allora che sarà di te? A queste parole seguì un istante di silenzio; grosse lacrime scorrevano dagli occhi della vecchierella, e la fanciulla, gettatele le braccia al collo, la baciava con tutto l’affetto, studiandosi di consolarla. - Domani, riprese poscia la nonna, asciugandosi le lacrime colla palma della mano, domani, Ghita mia, andremo al Cimitero a pregare per l'anima dei santi morti, che ti intercedano dal Signore una mamma che faccia le mie veci quando io più non sarò. - Sì, sì, l’interruppe la Ghita, pregherò tanto il mio babbo, la mia mamma, che sono in cielo in compagnia del buon Dio, che io, stanne pur certa, nonna, non sarò mai orfanella sulla terra. Il giorno appresso in sull'albeggiare, la piccola Ghita andava in compagnia della nonna al Cimitero. Tra via esse colla corona in mano recitavano il rosario, ed entrate nel recinto del Camposanto, si prostrarono ai piè della Croce che sorgeva nel mezzo, e quivi tacitamente pregavano. Pregava non senza pianto la buona nonna per le anime dei suoi morti, pregava per la sua Ghita, la Ghita pregava con tenera confidenza il suo babbo e la sua mamma che non consentissero che essa rimanesse orfanella. Ed ecco a pochi passi dietro a loro odono una voce che grida: - Ah mia dolce Ghita, mia piccola Ghita! - La fanciulla a quel grido si volge, vede una signora, che inginocchiata dinanzi ad una piccola urna sepolcrale, tutta si scioglieva in lacrime; e nella sua fanciullesca semplicità argomentando lei appunto esser quella che la signora chiamava a nome, senza pur chiedere licenza alla nonna, ritta si deva, corre a lei, e: - Che volete signora da me? - le dice con aria di ingenuità. Questa la guarda, mira quel viso sul quale splende il candore dell'innocenza, e dopo essere stata un momento in forse: Chi sei tu, le chiede, fanciulla mia? - Sono la Ghita, che voi avete or ora chiamata. - Come ti trovi qui, bimba mia? - Sono venuta con la nonna a pregare il babbo e la mamma che stanno nel bel paradiso, perché io non rimanga orfanella. - La signora non disse parola, stette così un po' sopra sé, poi volgendosi di tratto alla fanciulla: Dov'è, Ghita, la tua nonna? - È là. - Bene, andiamo a lei. Quando le furono presso, la signora, salutatala cortesemente, la aiutò a rilevarsi da terra, e poi così le disse: - Buona donna, io era venuta qui a piangere una mia figliuola di nome Ghita, morta da pochi giorni; era la mia delizia, il mio amore, e non aveva altra figliuola che lei. Bene, il Signore mi ha mandato innanzi questa vostra fanciulla, che è tutta dessa la mia Ghita; la volete dare a me? io le sarò madre ed ella mi sarà figliuola ... Anzi non voglio già che vi separiate da lei; no, voi pure potrete venire con me, divideremo insieme gli uffici materni, finché piaccia al Signore di lasciarci in vita. A siffatta proposta la nonna non fece risposta che coi singhiozzi e colle lagrime, ella non capiva in sé dalla gioia; sarebbe morta contenta perché la sua Ghita non rimaneva più orfanella. Andarono quello stesso giorno ad abitare nella casa della pietosa signora, la quale d'allora innanzi soleva poi sempre chiamare la Ghita «la figlia del Cimitero».
Per il desiderio del Cielo (Cupio dissolvi): Seguendo l'espressione di San Paolo (Filippesi 1,23), è lecito e persino santo desiderare la morte per essere finalmente uniti a Cristo e non poter più peccare. Qui il desiderio non è "fuga dal mondo", ma "tensione verso Dio".
Per evitare il peccato: È lecito chiedere a Dio di morire onde evitare il rischio di peccare continuando a vivere in questa valle di lacrime.
In caso di sofferenze atroci: Diversi autorevoli moralisti insegnano essere lecito desiderare di morire, quando si stimasse meno dura la morte che la vita penosa, per causa dell'infermità, della povertà, o di altra tribolazione che si patisce.
Onde evitare fraintendimenti bisogna chiarire che anche nei casi in cui è lecito desiderare la morte, non è mai lecito darsi la morte da sé stessi (suicidio).
Per quanto riguarda il pregare Dio per la morte, è famoso il caso di San Rita che pregò il Signore affinché facesse morire i suoi figli prima che commettessero un omicidio.
Quando è peccato chiedere a Dio di morire? Quando questa "preghiera" nasce da impazienza, disperazione, odio, rabbia e, in generale, per motivi futili o addirittura cattivi.
Quindi, quando si vuol pregare Dio di farci morire presto, è bene rendere buona l'intenzione cui cui si prega, come facevano San Paolo, Santa Teresa d'Avila, Sant'Alfonso Maria de Liguori e tanti altri santi, i quali desideravano di lasciare questa Terra per potersi finalmente unire per sempre con Gesù nella Patria Celeste. In questo modo, non solo non si peccherà in alcun modo, ma si farà un meritorio atto d'amore verso Dio.
Io presi per mio avvocato e protettore S. Giuseppe; e mi raccomandai a Lui con la più grande fiducia. Il suo soccorso apparve manifesto. Questo tenero padre si affrettò a trarmi dallo stato in cui languivo, come mi tolse da pericoli maggiori. Non mi ricordo di avere sinora domandato grazia che non l'abbia ricevuta. (...) L'Altissimo concede agli altri Santi la grazia di soccorrerci soltanto in qualche bisogno; ma il glorioso S. Giuseppe, lo so per esperienza, stende il suo potere su tutti. Vuole con ciò nostro Signore farci intendere che, nello stesso modo che gli fu sottomesso qui in terra, così si compiace in cielo di esaudire tutte le sue domande. Molte persone, a cui ho consigliato di raccomandarsi a questo incomparabile protettore, tale lo hanno anch'esse sperimentato; e quindi il numero delle anime che lo onorano va crescendo, e i benigni effetti della sua mediazione confermano ogni giorno le mie parole. (...) Conoscendo ora per lunga esperienza il meraviglioso potere che ha presso Iddio, vorrei persuadere tutti ad onorare questo Santo con culto speciale. Non ho sinora conosciuto persona veramente devota di S. Giuseppe che non faccia notevoli progressi nella virtù; poiché questo celeste Patrono favorisce in modo meraviglioso l'avanzamento spirituale delle anime che a lui si raccomandano. Scongiuro per l'amor di Dio chi non crede a farne la prova: toccherà con mano quanto sia vantaggiosa la devozione a S. Giuseppe. Le persone di orazione lo amino con filiale tenerezza. Chi non trova persona che gli insegni a far orazione, prenda questo Santo glorioso come maestro e non sbaglierà la via.
[Brano tratto dal libretto "Piccolo mese di San Giuseppe" del Sac. Luigi Bo, 1929].
I tradizionali manuali di Teologia Morale insegnano che i peccati di superstizione sono "colpe gravi" proibite dal Primo Comandamento, tuttavia alcuni autorevoli teologi ammettono la possibilità che il penitente possa aver peccato solo venialmente (cioè "non gravemente") per ignoranza, semplicità, errore, o se ha considerato la cosa più per scherzo che seriamente.
I manuali solitamente suddividono la superstizione in quattro rami principali:
Culto indebito a Dio (Indebitus Dei cultus): Si verifica quando si prega il vero Dio, ma in modo falso o superfluo (es. inventare riti bizzarri non approvati o credere che l'efficacia di una preghiera dipenda rigorosamente dal numero esatto di candele accese, scivolando nel "magismo").
Idolatria: Il grado massimo, in cui si offre il culto di latria (riservato solo a Dio) a una creatura (idoli, denaro, potere, astri).
Divinazione: La pretesa di conoscere il futuro o le cose occulte invocando, esplicitamente o implicitamente, l'aiuto del demonio (astrologia deterministica, chiromanzia, spiritismo).
Vane osservanze (Vanae observantiae): È la forma più comune. Consiste nel cercare di ottenere effetti straordinari (salute, fortuna, protezione) attraverso mezzi sproporzionati che non hanno né efficacia naturale né divina (es. amuleti, cornetti, il numero 13, o le "catene di Sant'Antonio").
Per la morale cattolica, la gravità della superstizione risiede nel fatto che essa:
Offende la Sovranità di Dio: Si sposta la fiducia dalla Provvidenza a un oggetto creato.
Cade nel Demoniaco: Molti manuali (come quelli di Prümmer o di Sant'Alfonso) avvertono che dietro le pratiche superstiziose si nasconde spesso un pactum implicitum (un patto implicito) con il maligno.
La distinzione fondamentale che i manualisti fanno è questa: nella religione, l'uomo si sottomette alla volontà di Dio; nella superstizione/magia, l'uomo cerca di "costringere" la divinità o le forze occulte a fare la propria volontà attraverso formule o oggetti.
- Oggi mi sono confessato con sincero pentimento dei miei peccati e domani vorrei fare la Comunione, ma mi sono ricordato di essermi dimenticato in buona fede di confessare un peccato certamente mortale. Posso fare la Comunione? Sì, in questo caso si può tranquillamente ricevere la Comunione. Il peccato mortale dimenticato lo confesserai nella prossima confessione.
- Mi sono confessato con compunzione dei miei peccati, ma il confessore non mi ha fatto recitare l’Atto di Dolore. È valida l’assoluzione? Se eri sinceramente pentito dei tuoi peccati non devi temere che l’assoluzione sia stata invalida. Recitare l’Atto di Dolore serve a fomentare il dispiacere soprannaturale dei peccati commessi, ma dato che, purtroppo, certi confessori non lo fanno più recitare, conviene recitarlo con devozione, nella propria mente, anche prima di entrare nel confessionale.
- Ho detto a un mio amico una piccola bugia di scusa, so di aver commesso un peccato veniale, sono obbligato a confessarlo? No, confessare i peccati veniali è facoltativo, non obbligatorio. I peccati veniali sono sia quelli la cui materia è leggera, sia quelli la cui materia, pur essendo grave, sono stati compiuti senza la piena avvertenza dell’intelletto (ad esempio quelli commessi in buona fede o in un momento di distrazione), oppure senza il pieno e deliberato consenso della volontà.
- Mi sono confessato con sincero pentimento ma il confessore non mi ha imposto una penitenza. È valida l’assoluzione? Sì, stai tranquillo, è valida, ma il confessore ha commesso un peccato (grave, se avevi confessato qualche peccato mortale; veniale, se avevi confessato solo colpe veniali).
- Il confessore mi ha detto che sono molto scrupoloso e mi ha ordinato che dalla prossima volta non dovrò più confessare i peccati commessi prima di oggi. È una cosa che si può fare? Sì, anche S. Alfonso parla di ciò nel capitolo dedicato agli scrupoli del libro “La vera sposa di Gesù Cristo”. Stai tranquillo, non commetti sacrilegio, anzi sei tenuto ad obbedire al confessore, altrimenti non guarirai mai da questa grave malattia spirituale!
- Sono obbligato a confessare i peccati mortali dubbi, ad esempio quando non ricordo di aver avuto la piena avvertenza dell’intelletto che un determinato atto fosse colpa grave oppure quando dubito di aver dato il pieno consenso della volontà? No, non c’è obbligo di confessare i peccati dubbi. Ma se per tranquillità di coscienza decidi di confessarli ugualmente, dovrai specificare che sono peccati dubbi, ad esempio dicendo “Ho commesso la tal cosa ma non sono sicuro di aver avuto piena avvertenza o di aver dato il pieno e deliberato consenso della volontà”. Però ai penitenti scrupolosi bisognerebbe vietare di confessare i peccati dubbi.
- Molti anni fa ho commesso un peccato certamente mortale, mi sembra di averlo già confessato, ma non ricordo bene, sono nel dubbio. Sono obbligato a confessarlo? Il dotto e autorevole Padre Eriberto Jone nel suo “Manuale di Teologia Morale” insegna che se si dubita che un peccato mortale sia già stato debitamente confessato, non c'è obbligo di confessarlo.
- Io non vorrei mai commettere un peccato mortale per nessun motivo al mondo, ma a volte nel sonno o nel dormiveglia mi capita di fare delle cose che sono materia grave, ad esempio di desiderare di fare del male ingiusto al prossimo. In questi casi pecco mortalmente? No, perché per peccare mortalmente non basta la “materia grave”, sono necessarie anche la piena avvertenza dell’intelletto della gravità della materia e il pieno e deliberato consenso della volontà, che nel sonno e nel dormiveglia sono totalmente o parzialmente assenti.
- Ho fatto una buona confessione ma successivamente ho commesso un peccato mortale dubbio. Posso fare la Comunione? Sì, ma è bene premettere un atto di contrizione perfetto, il quale può essere suscitato, ad esempio, recitando con attenzione e devozione l’Atto di Dolore.
Con queste “domande e risposte” spero di aver aiutato qualche anima a liberarsi da delle fastidiose angustie che, instillando tristezza e sconforto, rischiano di essere d’intralcio nel cammino di perfezione cristiana.
cordialiter@gmail.com
Mentre il P. Barri della Compagnia di Gesù scriveva un libro per pubblicare le grazie straordinarie ottenute per intercessione di S. Giuseppe, una persona che non volle si pubblicasse il suo nome, gli scrisse la seguente lettera: Ho saputo che voi raccogliete esempi di grazie ottenute dalla intercessione di S. Giuseppe: la riconoscenza mi obbliga a riferirne una grandissima ricevuta dall'intercessione del caro Santo. Negli anni miei giovanili mi ero consacrato a Dio offrendogli con voto la purezza del mio cuore. Un giorno ebbi la disgrazia di offendere il mio voto. La vergogna del mio peccato mi tolse il coraggio di confessarlo, ed incominciai una catena di sacrilegi con i quali il demonio mi tenne per alcun tempo legato. D'allora non ebbi più pace né giorno né notte. Detestavo la mia mancanza di coraggio; eppure non sapevo determinarmi a confessarmi bene. In tali angustie mi venne in mente di ricorrere per aiuto a S. Giuseppe. Lo pregai di volermi ottenere la grazia con la sua intercessione, e S. Giuseppe mi esaudì prontamente. Spero di aver fatto una buona confessione, perché da quel giorno che ai piedi del Ministro di Dio, sinceramente pentito, confessai la mia colpa e tutte le altre che eran venute in seguito, il Signore riempì il mio cuore di pace e di santa gioia, la quale più non mi abbandonò. Riconoscente a S. Giuseppe per questo grande favore, mi sono posto al collo una medaglia di questo Santo, la quale porterò con me nel sepolcro. Dal giorno della mia confessione ho vinto tutte le tentazioni cattive, ed ho ricevuto da S. Giuseppe tante altre grazie e favori.
[Citazione tratta dalla Lettera Enciclica "Evangelii Praecones" di Papa Pio XII].