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mercoledì 5 agosto 2026

Sotto Stalin tanta gente soffriva la fame

Dagli scritti di Padre Pietro Alagiani, cappellano militare dell'Armata Italiana in Russia e prigioniero di guerra dei sovietici.


Nel camerone comune ogni tanto davano a leggere il giornale di Mosca «Pravda», organo del partito bolscevico. Un detenuto lo leggeva ad alta voce per tutti. Una volta il giornale sovietico riportava dall'Italia un articolo dell'organo comunista italiano l'«Unità». In esso si lamentava il basso livello di vita dei contadini italiani e se ne adduceva, quale schiacciante dimostrazione, la statistica eseguita dallo stesso giornale «Unità», per cui - vi si diceva - il contadino italiano poteva permettersi la carne appena due o tre volte alla settimana.

Il lettore - che d'altronde mi era noto per il suo accanimento contro i propri compagni e contro il regime del paese - finita la lettura di quell'articolo, si rivolse a me tutto arrabbiato gridandomi: «Ecco voi crudeli italiani! Voi fate morire di fame i nostri cari contadini italiani. Essi appena due o tre volte alla settimana possono permettersi della carne, noi invece possiamo permettercela fino a sette o otto volte»... e abbassando la voce aggiunse sarcasticamente: «all'anno!». E mentre tutti proruppero in una sonora risata d'approvazione, egli rivoltosi ai propri compagni sovietici soggiunge: «Eppure bisogna addirittura avere la sfacciataggine dei nostri capoccioni di Mosca per presentare una simile statistica proprio a noi, che ben conosciamo quale sia il livello della vitaccia dei nostri contadini ed operai!».


[Brano tratto da "Le mie prigioni nel paradiso sovietico", di Padre Pietro Alagiani, S. J., Edizioni Paoline, imprimatur: e Vicariatu Urbis die 15 Apr. 1956, + Aloysius Traglia, Archiep. Caesarien. Vicesgerens].

Pensiero del giorno

Si comincia ad esercitare la pazienza cercando di tollerare i disagi e le sofferenze quotidiane senza mormorare, ma con rassegnazione, sapendo che la divina Provvidenza non permette prova alcuna che non sia per noi fonte di bene. Agli inizi, ed anche per lungo tempo, l’anima sentirà molta ripugnanza per la sofferenza, tuttavia, se si sforza di abbracciarla bene - con costanza, con pace, con sottomissione al volere divino - un po’ alla volta, proprio attraverso questo esercizio tanto penoso, comincerà a sperimentare il grande profitto spirituale che ne deriva, si sentirà infatti più distaccata dalle creature e da se stessa e più vicina a Dio. Spontaneamente allora giungerà a stimare la sofferenza e poi, sperimentandone sempre più la fecondità spirituale, finirà con l’amarla. 

Ma non bisogna farsi illusioni: l’amore alla sofferenza è il vertice della pazienza, è il frutto della pazienza perfetta; per giungere a queste altezze occorre cominciare da un esercizio assai più umile: accettare in pace, senza lamentarsi, tutto quello che fa soffrire. 

(...) O Gesù, per amor tuo e col tuo aiuto, voglio soffrire in pace tutte le contrarietà della vita. 

[Pensiero tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].

martedì 4 agosto 2026

La massoneria vuole abbattere la Chiesa Cattolica

Riporto alcuni brani tratti dall'Enciclica "Humanum genus", del Sommo Pontefice Leone XIII.


Il genere umano [...] si scisse in due campi diversi e nemici fra loro; di essi, uno combatte senza posa per il trionfo della verità e del bene, l’altro per tutto ciò che è contrario alla virtù e alla verità. Il primo è il regno di Dio sulla terra, cioè la vera Chiesa di Gesù Cristo, e coloro che vogliono aderire ad essa sinceramente, e in modo che giovi alla salvezza, devono servire con tutta la mente e con il massimo zelo Dio e l’Unigenito suo Figlio; l’altro è il regno di Satana, e sono sotto il suo superbo dominio coloro che, seguendo i funesti esempi del loro capo e dei progenitori, ricusano di ubbidire all’eterna e divina legge e cercano di ottenere i loro scopi senza curarsi di Dio e spesso contro Dio. Questi due regni, simili a due città che con leggi opposte procedono verso opposti fini [...]. In tutta la lunga serie dei secoli l’una combatté contro l’altra con vario e molteplice genere di armi e di scontri, anche se non sempre con lo stesso impeto e con lo stesso ardore. Ma nel tempo presente i partigiani della città malvagia sembrano cospirare insieme e tutti lottare con grande vigore, con la protezione e l’aiuto di quella associazione di uomini che chiamano Massoneria, solidamente strutturata e largamente diffusa. Infatti, senza più dissimulare i loro propositi, essi insorgono con estrema audacia contro la maestà di Dio; in pubblico e a viso aperto tramano per abbattere la santa Chiesa, col proposito di spogliare completamente, se fosse possibile, i popoli cristiani dei benefici recati da Gesù Cristo Salvatore. […] In una situazione tanto grave, in una così fiera e accanita guerra contro il cristianesimo, è Nostro dovere segnalare il pericolo, additare i nemici, resistere per quanto possiamo ai loro propositi e agli inganni perché non vada perduta per sempre la salvezza di coloro che sono a Noi affidati, e il regno di Gesù Cristo, commesso alla Nostra tutela, non solo stia e rimanga integro, ma si estenda in ogni parte della terra in virtù di nuove conquiste.

[…] nello spazio di un solo secolo e mezzo la setta Massonica si diffuse più del previsto; inserendosi con l’audacia e con l’inganno in tutti gli ordini dello Stato, cominciò ad essere tanto potente da sembrare quasi una forza dominante nella società. Da questo così celere e pauroso sviluppo è derivato alla Chiesa, al potere dei principi, alla salute pubblica quel danno che i Nostri Predecessori avevano previsto da tempo. Siamo dunque giunti al punto di dover temere seriamente non già per la Chiesa (che ha fondamenta assai più solide della capacità umana di demolirle) ma piuttosto per la sorte di quegli Stati nei quali la setta di cui parliamo è troppo forte, ed altre associazioni affini si comportano come ancelle e satelliti della prima.

 […] Varie sono le sette che, sebbene differiscano nel nome, nel rito, nella forma e nell’origine, tuttavia si collegano tra loro per una certa analogia di programmi e per affinità dei principali principi, e perciò sono coerenti con la setta Massonica che è come il centro da cui muovono tutte, e a cui tutte ritornano. Sebbene sembri che esse non vogliano più oltre occultarsi nelle tenebre, e tengano le loro riunioni in piena luce e sotto gli occhi dei cittadini, e stampino i loro periodici, tuttavia, guardando a fondo, conservano ancora il carattere e le abitudini delle associazioni clandestine.

[…] Gli iniziati sono tenuti a promettere, anzi di solito a giurare di non rivelare mai a nessuno, in nessun momento, a nessun patto, gli affiliati, i simboli, le dottrine. Così, sotto mentite spoglie e sempre con la stessa ipocrisia i Massoni, come un tempo i Manichei, si preoccupano soprattutto di rimanere nascosti e di non aver altri testimoni che i loro adepti. Cercano appunto dei nascondigli, adottando la maschera di letterati o di filosofi o di associati a scopo di erudizione; hanno sempre pronta in bocca la passione per una più elevata civiltà, l’amore per la plebe più umile; l’unica loro volontà è quella di migliorare le condizioni del popolo e di mettere in comune con il maggior numero di persone i beni posseduti dalla società civile. Questi propositi, ancorché fossero sinceri, non sono che una parte dei loro disegni.

[…] Orbene, questa simulazione e questa volontà di rimanere nascosti; il legare strettamente a sé gli uomini come schiavi, senza spiegarne a sufficienza la ragione; lo spingere i succubi a qualsiasi delitto per arbitrio altrui; armare le destre degli uomini per la strage, assicurando l’impunità al delitto: si tratta di crudeltà immani che la natura non sopporta. Perciò la ragione e la stessa verità convincono che l’associazione di cui parliamo è nemica della giustizia e della naturale onestà.

Inoltre, anche altri e chiari argomenti dimostrano che la natura di quella setta è in contrasto con l’onestà. Infatti, per quanto siano grandi negli uomini l’arte di fingere e l’abitudine di mentire, tuttavia non è possibile che una causa non si manifesti in qualche modo dai suoi effetti: "Il buon albero non può produrre cattivi frutti, né un albero cattivo dare buoni frutti" (Mt 7,18). Ora la setta dei Massoni dà frutti dannosi e assai aspri. Infatti dai certissimi indizi che prima ricordavamo, risulta chiaro il loro supremo proposito, ossia distruggere a fondo tutta quella educazione religiosa e civile che le istituzioni cristiane hanno insegnato, e fondare una nuova dottrina a misura del loro intelletto, traendo dal Naturalismo i fondamenti e le leggi.

Pensiero del giorno

La ghe diga alle sorele che le fassa tuto per il Signor, che tuto xe gnente! (Dica alle consorelle che facciano tutto per il Signore, che tutto [il resto] è nulla!)


Frase che Santa Bertilla Boscardin (1888 - 1922), qualche tempo prima di morire, disse alla sua superiora. Questa umile ma grande santa ordinariamente parlava in dialetto veneto.

lunedì 3 agosto 2026

Il giorno della morte

Don Bosco
(Dagli scritti di Don Giuseppe Tomaselli)

L'ora della morte è ignota a tutti. Gesù Cristo dice di stare preparati, perchè la morte viene come un ladro di notte. Don Bosco ebbe il dono di conoscere il giorno della morte di molte persone, specialmente dei suoi giovani. Era prudente nel preannunziare la fine di qualcuno e faceva ciò per disporre al gran passo gl'interessati e per far vivere in grazia di Dio i giovani che educava. Don Alberto Bielli, Salesiano, morto in Sicilia nel 1925, trascorse la fanciullezza e l'adolescenza sotto le cure dirette di Don Bosco. Egli raccontò allo scrivente un preannunzio di morte. È questa la narrazione: 
« Prima di andare a riposo, Don Bosco ci rivolgeva una buona parola, che finiva con l'augurio della buona notte. 
« Una sera disse: Cari giovani, stiamo preparati perché uno di noi partirà presto per l'eternità, Procuriamo di mantenerci nell'amicizia del Signore.  
« Finita la buona notte, baciavamo la mano a Don Bosco. Quella sera noi ragazzi eravamo presi dalla paura e, baciando la mano, domandavamo: Sono io il prossimo a morire?  A nessuno fu manifestato il segreto. L'indomani mattina, al pensiero della morte, molti andavano a confessarsi. 
« Passati un po' di giorni, Don Bosco riprendeva l'argomento, sempre prima che andassimo a riposo: Tanti di voi mi domandano: Sono io quello che presto dovrà morire? Per il momento non posso manifestarlo; soltanto vi dico che il suo cognome comincia con la lettera " B ".  
«Tanto io, che sono Bielli, quanto gli altri della " B ", finito il sermoncino, circondammo Don Bosco, per sapere con precisione chi fosse il destinato. 
«Il buon Padre disse soltanto: - Fatevi coraggio, siamo nelle mani di Dio; tutti possiamo morire; potrei morire anch'io, perché mi chiamo Bosco ».  
Avvicinandosi la data della morte, Don Bosco sorvegliava e faceva sorvegliare il segnato dalla Provvidenza e lo disponeva a ben morire. 
Quella volta la morte toccò ad un certo Brusasca. 


[...]

Fu chiesto al Santo come facesse a conoscere la morte di qualcuno e la data precisa; la risposta fu: - La conoscenza può avvenire in diversi modi. Per esempio, mi trovo in Chiesa con i ragazzi raccolti in preghiera. Improvvisamente si forma attorno a me una penombra; vedo allora apparire una fiammella, che gira vertiginosamente nell'interno della Chiesa. La seguo con lo sguardo per comprenderne il significato. In fine la fiammella si ferma sul capo di qualcuno e vicino ad essa appare una scritta « Morte! » con a fianco la data. Si riporta l'annunzio del primo caso di morte, avvenuto nell'Oratorio di Valdocco. In una festa del Marzo 1854 Don Bosco aveva radunato tutti gli alunni interni nella retrosacrestia, dicendo di voler loro raccontare una cosa importante, una visione. Parlò in questi termini:
« Io mi trovavo con voi nel cortile e godevo a vedervi vispi ed allegri. Ad un tratto vedo che uno di voi esce da una porta della casa e si mette a passeggiare in mezzo ai compagni con in capo una specie di cilindro trasparente, tutto illuminato nell'interno e con la figura di una grossa luna, nel mezzo della quale era la cifra "22 ". 
« Meravigliato, cercai di avvicinarlo per dirgli di lasciare quel cilindro da carnevale; ma ecco, mentre l'aria si oscurava, come fosse stato dato un segno di campanello, il cortile si sgombrò e vidi tutti i giovani sotto i portici, disposti in fila. Il loro aspetto manifestava un grande timore e dieci o dodici di essi avevano il viso ricoperto di strana pallidezza. 
« Passai davanti a loro per osservarli. Vidi colui che aveva la luna sul capo più pallido degli altri e con le spalle coperte da una coltre funebre. M'incamminai verso di lui per chiedergli cosa significasse quello strano spettacolo, ma una mano mi trattenne e vidi uno sconosciuto, di nobile portamento, che mi disse: Ascoltami prima di avvicinarti a lui. Egli ha ancora 22 lune di tempo e prima che siano passate morrà. Tienilo d'occhio e preparalo! « Volevo domandargli qualche spiegazione del suo parlare, ma più non lo vidi; lo sconosciuto era sparito. Il giovane, miei cari figliuoli, io lo conosco ed è tra voi! » 
Un vivo terrore s'impossessò di tutti i giovani, tanto più ch'era la prima volta che Don Bosco annunziava in pubblico con una certa solennità la morte di uno degli interni. Il Santo se ne accorse e proseguì: Io lo conosco ed è tra voi quello delle lune; ma non voglio che vi spaventiate. Fatevi tutti buoni, non offendete il Signore ed io starò attento e terrò d'occhio quello del numero «22 », il che vuol dire delle 22 lune, ossia 22 mesi, e spero farà una buona morte. Finì l'anno 1854 e, trascorsi molti mesi del 1855, venne l'ottobre, cioè la ventunesima luna. Don Bosco disse al giovane Cagliero: - Guarda di assistere bene Gurgo! 
Gurgo Secondo, da Pettinengo, era un giovane sui diciassette anni, di belle forme e robuste, tipo di florida salute. Al principio di Dicembre nell'Oratorio non c'era alcun ammalato. Don Bosco, dopo le orazioni della sera, annunziò in pubblico che uno dei giovani sarebbe morto prima di Natale. Verso la metà di Dicembre il giovane Gurgo fu assalito da una colica così violenta che, mandato a chiamare in fretta il medico, per suo consiglio gli si amministrarono i Santi Sacramenti. Otto giorni durò la terribile malattia e la notte del 23 al 24 Dicembre il giovane moriva. 


(Brano tratto da "Un prete straordinario", di Don Giuseppe Tomaselli)

Pensiero del giorno

Le anime che amano Dio trovano il loro paradiso nella vita ritirata.


(Sant'Alfonso Maria de Liguori)

domenica 2 agosto 2026

L’umiltà del cuore

Dagli scritti di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena (1893 – 1953).


O Gesù, dolce ed umile di cuore, rendi il mio cuore simile tuo. 

1 - Una sola volta Gesù ha detto espressamente: imparate da me, e l’ha detto proprio a proposito dell’umiltà: «Imparate da me che sono mansueto ed umile di cuore» (Mt. 11, 29). Ben sapendo quanto sarebbe stato difficile alla nostra natura orgogliosa la pratica della vera umiltà, sembra che Egli abbia voluto darci così un particolare incoraggiamento. Il suo esempio, le sue inaudite umiliazioni […] fino ad essere «annoverato tra i malfattori» (Mr. 15, 28), sono il più grande sprone ed il più grande invito alla pratica dell’umiltà. 

Gesù ci parla direttamente dell’umiltà del cuore, perché, per essere sincera, ogni virtù, ogni riforma di vita deve sempre partire dal cuore da cui vengono i pensieri e le azioni. Un portamento esterno, un parlare umile sono vani, senza l’umiltà del cuore, anzi spesso sono la maschera di un orgoglio raffinato e quindi più pericoloso. «Rimonda prima l’interno - diceva Gesù stigmatizzando l’ipocrisia dei farisei - e anche l’esterno diventerà pulito» (Mt. 23, 26). E S. Tommaso insegna che «dall’interiore disposizione all’umiltà procedono i segni nelle parole, nei gesti, nei fatti, mediante i quali si manifesta all’esterno ciò che è nascosto nell’interno» (IIa IIae, q. 161, a. 6, co.). 

Quindi, se vuoi essere veramente umile, applicati [...] all’umiltà del cuore, addentrandoti sempre più nel sincero riconoscimento del tuo nulla, della tua pochezza. Sappi riconoscere sinceramente i tuoi difetti, le tue mancanze, senza volerli attribuire ad altra causa che alla tua miseria; sappi riconoscere il bene che è in te come puro dono di Dio, senza mai fartene padrone. 

2 - L’umiltà del cuore è virtù difficile e facile insieme: difficile, perché tanto contraria all’orgoglio che sempre ci spinge ad esaltarci; facile, perché non abbiamo bisogno di andare lontano a cercarne i motivi, ma li abbiamo - e in abbondanza - in noi stessi, nella nostra miseria. Tuttavia, non basta essere miserabili per essere umili, ma è umile solo chi riconosce sinceramente la propria miseria e agisce in conseguenza. 

A questo riconoscimento l’uomo, superbo per istinto, non può giungere senza la grazia di Dio, ma poiché Dio non nega a nessuno le grazie necessarie, rivolgiti a lui e, con fiducia e costanza, chiedigli l’umiltà del cuore. Chiedila in nome di Gesù che tanto si è umiliato per la gloria del Padre e per la tua salvezza, «chiedi in nome suo e riceverai» (cfr. Gv. 16, 24). Se poi, malgrado il tuo sincero desiderio di diventare umile, senti spesso agitarsi in te movimenti di orgoglio, di vanagloria, di vana compiacenza, anziché avvilirti, riconosci in questo il frutto della tua natura cattiva e serviti di ciò come di un nuovo motivo per umiliarti. 

Ricorda inoltre che puoi praticare sempre l’umiltà del cuore, anche quando non puoi fare particolari atti di umiltà esterna, anche quando nessuno ti umilia e sei invece fatto segno alla fiducia, alla stima, alle lodi altrui. In simili circostanze S. Teresa di G. B. diceva: «Ciò non saprebbe ispirarmi della vanità, perché ho sempre presente al pensiero il ricordo di quello che sono» (St. p. 302); e tu pensa che, come «non ti rende più spregevole il biasimo, così non ti rendono più santo le lodi altrui» (Imit. II, 6, 3). Anzi, più gli altri ti esaltano e più cerca di umiliarti in cuor tuo. Praticata in tal modo, l’umiltà del cuore ti farà concepire un così basso concetto di te, che non saprai più preferirti a nessuno, ma tutti giudicherai migliori di te e di te maggiormente degni di stima, di rispetto, di riguardi e così te ne starai in pace, non venendo mai turbato né dal desiderio di sorpassare gli altri, né dalle umiliazioni che potrai ricevere. La pace interiore è frutto dell’umiltà, infatti Gesù ha detto: «Imparate da me che sono mansueto ed umile di cuore e troverete riposo - requiem - alle anime vostre» (Mt. 11, 29). 


[Scritto tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].


(.)

Pensiero del giorno

Gesù con gli occhi elevati al Cielo
Dio mio, fa’ che prima di ogni altra cosa io desideri e cerchi la perfezione dell’amore.

[...] Poco valgono tutti i programmi ed i propositi di vita spirituale, se non sono animati dall’amore e non conducono alla perfezione dell’amore. Poco valgono il distacco, la mortificazione, l’umiltà e tutte le altre virtù, se non dispongono il cuore ad una carità più profonda, più piena, più espansiva. «Soprattutto - raccomanda S. Paolo - rivestitevi di quell’amore che è il vincolo della perfezione»; non solo amore verso Dio, ma anche amore verso il prossimo, anzi, è proprio sotto questo aspetto che, nell’Epistola [...], l’Apostolo parla della carità, mostrando con tanta finezza come tutti i nostri rapporti col prossimo devono essere ispirati dall’amore. «Assumete come eletti di Dio, santi e amati, viscere di misericordia, benignità, umiltà, modestia, longanimità, sopportandovi a vicenda, e a vicenda perdonandovi [...]». La caratteristica degli eletti di Dio, dei santi e amati da lui è appunto l’amore fraterno; senza questo distintivo Gesù non ci riconosce per suoi discepoli [...].


[Pensiero tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].

sabato 1 agosto 2026

Iddio vuol salvo ognuno che vuol salvarsi

[Brano tratto da "Via della salute" di Sant'Alfonso Maria de Liguori, Patrono Universale dei Confessori e dei Moralisti].


Ci fa sapere l'Apostolo S. Paolo che Dio vuol salvi tutti: "Omnes homines vult salvos fieri" (I. Tim. 2. 14). E S. Pietro: "Nolens aliquos perire, sed omnes ad poenitentiam reverti" (II. Petr. 3. 9). A questo fine il Figlio di Dio è venuto dal cielo in terra a farsi uomo, ed ha spesi 33 anni di sudori e patimenti, dando finalmente il sangue e la vita per salvarci; e noi ci perderemo?

Dunque, mio Salvatore, voi per la mia salute avete impiegata tutta la vostra vita, ed io a che ho spesi tanti anni della mia vita? Che frutto sinora avete da me ritrovato? Meritava ben io d'esser reciso e mandato all'inferno. Ma voi non volete la morte del peccatore, ma che si converta e viva: "Nolo mortem impii, sed ut convertatur, et vivat" (Ez. 33. 11). Sì, mio Dio, io lascio tutto e mi converto a voi. V'amo, e perché v'amo, mi pento d'avervi offeso. Accettatemi voi e non permettete ch'io vi lasci più.

Che non han fatto i Santi per assicurare la loro salute eterna! Quanti nobili ed anche regnanti hanno lasciati i regni e si son chiusi in un chiostro! Quanti giovani hanno lasciate le patrie ed i parenti, e son andati a vivere nelle grotte e ne' deserti! E quanti Martiri han data la vita a forza di tormenti, e perché? per salvarsi l'anima. E noi che facciamo? Misero me, chi sa se la morte m'è vicina, e non ci penso!

No, mio Dio, non voglio vivere più lontano da voi. E che aspetto? aspetto che la morte mi giunga nello stato miserabile, in cui mi trovo? No, mio Dio, aiutatemi ad apparecchiarmi alla morte.

Oh Dio, e quante grazie ha fatte a me il Signore per vedermi salvo! Egli mi ha fatto nascere in seno alla vera Chiesa: egli tante volte mi ha perdonate le offese fattegli: mi ha donati tanti lumi nelle prediche, nell'orazioni, nelle comunioni e negli esercizi spirituali: mi ha chiamato tante volte al suo amore. In somma quanti mezzi mi ha dati per farmi santo, grazie non fatte a tanti altri. Ed io, mio Dio, quando mi risolvo a staccarmi dal mondo e darmi tutto a voi?

Eccomi Gesù mio, non voglio più resistere. Troppo voi mi avete obbligato: io voglio esser tutto vostro, accettatemi voi e non isdegnate che v'ami un peccatore, che per lo passato vi ha tanto disprezzato. V'amo mio Dio, mio amore, mio tutto, abbiate pietà di me.

O Maria, voi siete la speranza mia.


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Pensiero del giorno

(Pensiero del Venerabile Pio Brunone Lanteri circa gli scritti di Sant'Alfonso Maria de Liguori).


Attaccatevi al Liguori, al Liguori. Se si vuol far del bene alle anime bisogna che ci appigliamo alla dottrina di questo autore; bisogna rivestirsi del suo spirito, se vogliamo portare anime a Dio. Oh! benedetta la dottrina di questo Vescovo, e benedetto il Signore che in questi tempi ci diede un uomo che è tanto secondo il suo cuore.

venerdì 31 luglio 2026

Con la morte si perde tutto

Dagli scritti di Sant'Alfonso Maria de Liguori, Dottore della Chiesa.


In morte si perde tutto

"Iuxta est dies perditionis" (Deut. 29. 21). Il giorno della morte si chiama il giorno della perdita, perché allora si perde dall'uomo quanto si è acquistato in vita, onori, amici, ricchezze, feudi, regni, tutto allora si perde. Che serve dunque l'acquistar tutta la terra, se in morte tutto si ha da lasciare? Tutto resta sul letto del moribondo. Vi è forse alcun re (disse S. Ignazio al Saverio, quando lo tirò a Dio) che nell'altro mondo si ha portato un filo di porpora in segno del suo dominio? Vi è alcun ricco, che si ha portata morendo una moneta o un servo per suo comodo? Nella morte tutto si lascia. L'anima entra sola nell'eternità, e solamente dall'opere sue va accompagnata. Povero me, dove sono l'opere mie, che possono accompagnarmi all'eternità beata? Altre non vedo che quelle che mi fan meritevole dell'inferno.

Gli uomini in venire al mondo vengono disuguali: chi nasce ricco, chi povero: chi nobile, chi plebeo. Ma nell'uscirne tutti muoiono egualmente. Affacciati ad una sepoltura, vedi se puoi scorgere tra quei cadaveri, chi è stato il padrone e chi il servo: chi il re e chi il vassallo. La morte eguaglia, come scrisse Orazio, alle zappe gli scettri: "Sceptra ligonibus aequat". Mio Dio, si procurino pure gli altri le fortune di questo mondo, io voglio che la sola grazia vostra sia la mia fortuna. Voi solo avete da essere l'unico mio bene in questa e nell'altra vita.

In somma ogni cosa di questa terra ha da venire a fine. Finiranno le grandezze, e finiranno le miserie: finiranno gli onori, e finiranno le ignominie: finiranno i piaceri, e finiranno i patimenti. Beato in morte non già chi ha abbondato di ricchezze, di onori e di piaceri: ma chi ha sopportata con pazienza la povertà, i disprezzi e le pene! Allora non consola il possesso de' beni temporali, solo consola quel che si è fatto e patito per Dio. Gesù mio, staccatemi da questo mondo, prima che me ne stacchi la morte. Aiutatemi colla vostra grazia; già sapete quanto io son debole. Non permettete che abbia da esservi più infedele, come ho fatto per lo passato. Mi pento, Signor mio, d'avervi tante volte disprezzato. Ora v'amo sopra ogni bene, e propongo di perdere mille volte la vita che la grazia vostra. Ma l'inferno non lascia di tentarmi; per pietà non m'abbandonate. Non permettete ch'io mi separi più dal vostro amore.

O Maria speranza mia, impetratemi voi la santa perseveranza.


[Brano tratto da "Via della salute"]
 
 
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Pensiero del giorno

Volto dolcissimo di Gesù Cristo
Devo essere vittima di amore: Amare Gesù: ecco lo scopo della mia vita. Ogni parola, ogni passo, ogni pensiero, ogni sentimento, ogni respiro, dev'essere un atto di purissimo amore. Vivere e morire di amore per Gesù: ecco il mio ideale.


[Pensiero di Padre Felice Maria Cappello S. I. - 1879-1962]

giovedì 30 luglio 2026

La morte è un passaggio all'eternità

[Brano tratto da "Via della salute" di Sant'Alfonso Maria de Liguori, Patrono Universale dei Confessori e dei Moralisti].


È di fede che l'anima mia è eterna e che un giorno, quando meno mel penserò, dovrò lasciare questo mondo. Bisogna dunque, ch'io mi procuri una fortuna che non finisca colla mia vita, ma che sia eterna, com'eterno son io. Hanno fatta gran fortuna un tempo su questa terra un Alessandro Magno, un Cesare Augusto; ma da tanti secoli questa loro fortuna è già finita, ed è cominciata per essi una vita infelice, che non avrà più fine.

Ah mio Dio, e vi avessi sempre amato. Che mi ritrovo di tanti anni spesi nei peccati, se non pene e rimorsi di coscienza? Ma giacché voi mi date tempo da rimediare al male fatto, eccomi Signor mio, ditemi che ho da fare per darvi gusto, ch'io tutto voglio farlo. I giorni che mi restano di vita, voglio spenderli tutti in piangere l'amarezze che v'ho date, ed in amarvi con tutte le mie forze mio Dio ed ogni mio bene.

Ed a che mi servirebbe l'esser felice in questa vita (se mai potesse darsi vera felicità senza Dio), se poi dovessi esser infelice per tutta l'eternità? Ma qual pazzia sapere di certo che si ha da morire, e che dopo la morte mi ha da toccare o un'eternità di gaudii o un'eternità di tormenti: sapere che dal morir bene dipende l'esser beato o misero per sempre, e non prendere tutti i mezzi per fare una buona morte?

Spirito Santo, datemi luce, datemi forza per l'avvenire di vivere per sempre in grazia vostra sino alla morte. Bontà infinita, conosco il male che ho fatto in offendervi, e lo detesto: conosco che voi solo siete degno d'essere amato, e v'amo sopra ogni cosa.

Tutte le fortune di questa vita vanno a finire ad un funerale e ad esser lasciate a marcire in una fossa. L'ombra della morte copre ed oscura tutti gli splendori delle grandezze terrene. Beato dunque solamente chi serve a Dio in questa terra, e con servirlo ed amarlo si acquista l'eternità felice.

Gesù mio, mi pento sopra ogni male del poco conto che ho fatto per lo passato del vostro amore. Ora v'amo sopra ogni cosa, e altro non desidero che amarvi. Da ogg'innanzi voi solo sarete il mio amore; il mio tutto; e questa sola è la fortuna che spero e vi domando, l'amarvi sempre in questa e nell'altra vita. Per li meriti della vostra passione datemi la santa perseveranza.

Maria, Madre di Dio, voi siete la speranza mia.


lll

Pensiero del giorno

Sant'Alfonso Maria de Liguori
Oh beati noi se questi quattro giorni di vita li spendiamo per Dio!

(Sant'Alfonso Maria de Liguori)

mercoledì 29 luglio 2026

Premio Stalin per la pace

Spesso quando penso ai modernisti mi vengono in mente i loro compagni comunisti. Quante menzogne hanno seminato i rossi tra la gente! Sapevano mistificare la realtà in maniera spudorata: parlavano di pace, e intanto massacravano milioni di uomini e tenevano in schiavitù interi popoli. Addirittura nel 1950, in contrapposizione al “Premio Nobel per la pace”, istituirono il “Premio Stalin per la pace”. Non sto scherzando, ebbero la sfrontatezza di istituire un premio per la pace dedicandolo a “Baffone”, che durante la sua lunga tirannia causò la morte di decine di milioni di persone. È veramente una cosa assurda!

Anche i modernisti parlano di pace, fratellanza, amicizia, e intanto perseguitano continuamente quei cattolici che secondo loro sono “colpevoli” di voler rimanere fedeli al Magistero perenne della Chiesa. Addirittura hanno la faccia tosta di accusare i cattolici fedeli alla Tradizione di creare divisioni nel Corpo Mistico di Cristo! Mistificano la realtà proprio come i comunisti che sulla “Pravda”, l'organo di stampa ufficiale del Partito Comunista Sovietico, sparavano menzogne a raffica, calunniando, inventando fatti o stravolgendone il significato. Il comunismo e il modernismo sono ideologie fondate sulla menzogna, ed entrambe hanno una visione immanentista della vita.

I modernisti parlano di pace e intanto fanno la guerra, causando la desertificazione spirituale. E se qualche cattolico con la schiena dritta osa ricordare ai novatori il Magistero perenne della Chiesa, viene accusato ingiustamente di fomentare divisioni. Ciò mi ricorda le persecuzioni subite da San Paolo, il quale veniva scacciato dalle città in cui faceva apostolato, accusato di turbare l'ordine pubblico. Noi accettiamo tutto il Magistero perenne, eppure siamo accusati di turbare “l'ordine pubblico” nella Chiesa. In realtà ciò che turbiamo è il tentativo dei modernisti di fondare una “nuova religione” senza dogmi definiti e senza una morale vincolante. Che cosa pretendono, che ce ne restiamo in silenzio mentre loro riducono in macerie la Chiesa? Giammai! Daremo battaglia fino all'ultimo respiro! A noi gli applausi del mondo non ci interessano, il nostro scopo è solo quello di dare gloria a Dio osservando fedelmente la sua santa Legge. Noi non odiamo nessuno, né i modernisti né i rossi, anzi preghiamo affinché lascino i loro errori dottrinali e abbraccino la Fede cattolica nella sua interezza, senza fare sconti o “depenalizzare” alcuni Comandamenti del Decalogo.

Se i modernisti dovessero intestardirsi nel proseguire la “lotta continua” contro la Tradizione, parlando di pace e fomentando lo scontro nella Chiesa, sappiano che andranno incontro a una disfatta tremenda, peggio di quella di Napoleone a Waterloo. Potranno pure ottenere l'approvazione e gli applausi dei rossi (una sorta di “premio di consolazione”, visto che oggi il “Premio Stalin per la pace” non esiste più), ma non riusciranno a demolire il Corpo Mistico di Cristo. Guai a chi semina scandali e trascina le anime nell'errore! Con Dio non si scherza.