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martedì 25 settembre 2018

Avviso da Milano

Giovedì 4 Ottobre 2018, alle ore 19, nella Solennità di San Francesco d'Assisi, Patrono d'Italia, sarà celebrata una Messa Cantata in Rito Ambrosiano Antico presso la Parrocchia di San Carlo alla Ca' Granda, sita in via Rapallo 5 (ingresso da via Val Daone). La celebrazione è stata resa possibile grazie all'interessamento di alcuni parrocchiani e grazie alla benevola accoglienza del Parroco don Jacques du Plouy F.S.C.B.



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Il segreto delle famiglie felici

[Brano Tratto da "La donna nel matrimonio", di Pierre Dufoyer, traduzione di Maria Crivelli Visconti, Edizioni Paoline, 1958].


Il vicendevole completamento degli sposi

L'uomo e la donna si integrano non soltanto nella carne, ma ancor più nello spirito; hanno possibilità di completarsi a vicenda. (VON HILDEBRAND)

Abbiamo detto che cos'è il matrimonio. Occupiamoci ora dei fini che la Provvidenza gli ha assegnato e che gli sposi debbono quindi realizzare nella loro vita. Dio ha voluto assicurare la procreazione e la educazione dei figli attraverso l'unione dell'uomo e della donna, che ha dotati di corpi biologicamente adatti, di ricca vita interna dell'anima, e particolarmente dell'istinto materno e paterno. Questa è una verità tanto lampante che nessun uomo di buon senso può dubitarne. Fedeli al nostro programma non tratteremo qui di questo, che è il fine primario del matrimonio. Un altro scopo che Dio Creatore ha perseguito attraverso l'unione dell'uomo e della donna, e che nel matrimonio è più o meno consapevolmente cercato dagli sposi, è il vicendevole completamento. Senza dubbio alcuni egoisti sono portati al matrimonio da interessi particolari che sperano così di conseguire. Se tuttavia non si sono ridotti ad un egoismo integrale, ma conserveranno un po' di vero amore, anch'essi cercheranno la felicità e il perfezionamento del coniuge. Lo sposo e la sposa hanno eguale valore umano, come persone della stessa natura; perciò soltanto il bene armonico della coppia può essere il giusto fine del matrimonio e non il bene dell'uno con danno dell'altro. Il tendere al bene vicendevole è una legge naturale e fondamentale del matrimonio, e a quel fine lo sposo e la sposa debbono dedicarsi volonterosamente e risolutamente. L'uomo e la donna sono persone autonome, e tuttavia bisognose di completamento. Questa asserzione non è vera solo per la procreazione, ma vale, sino ad un certo punto, anche nel campo dello spirito. Esiste un modo di sentire, di pensare, di agire tipicamente maschile, come vi è pure un modo tipicamente femminile di pensare, sentire e agire. Uno in parte coincide con l'altro e in parte lo completa. Il modo di vedere la vita ed i suoi avvenimenti è generalmente più sintetico nell'uomo; egli afferra meglio l'essenziale e le linee generali. E’ inoltre più freddo e costante poiché la ragione gli consente giudizi meno influenzati dal sentimento. All'uomo è dato di creare, di formare e costruire "il mondo". Non gli rimane quindi molto tempo per le "persone"; è meno sensibile, meno portato alla compassione e alla pietà...

La visione della vita nella donna è più analitica, più ricca di sfumature; essa vede e si occupa più dei particolari. Essendo dotata di maggior sentimento e sensibilità, il suo modo di vedere la vita è più caldo e più propenso verso gli esseri umani, in special modo i deboli e i sofferenti. Ha maggiore intuizione e comprensione, ed è perciò più facilmente commossa ma, nel contempo, è più volubile... Tali tratti della psicologia normale maschile e femminile, a cui se ne potrebbero aggiungere tanti altri, mostrano chiaramente che questi due esseri umani possono completarsi vicendevolmente. Un uomo può arricchire una donna con la larghezza di vedute, caratteristica della sua personalità, come nessun'altra donna potrebbe mai fare, e viceversa. Tale differenza e tale possibilità di arricchirsi nei reciproci rapporti stanno alla base della forza universale di attrazione che agisce sui giovani d'ambo i sessi appena inizia per loro la primavera della vita, e che li spinge a cercare la reciproca compagnia e a gustarne il profumo delicato e misterioso. Ora su queste basi nasce anche l'amore propriamente detto, cioè quel sentimento straordinario e intenso che conduce il giovane e la fanciulla a scegliersi tra mille altri, a legarsi l'un l'altro in modo che ogni altra persona viene quasi completamente dimenticata e solo sussiste la gioia e la inesprimibile felicità della reciproca attrazione. " Entrambi sono esseri viventi, incompleti, inesplorati, straordinari " (Chardonne); e lo sono in misura tanto maggiore quanto più grande è la loro istruzione, l'educazione e la ricchezza d'animo; potrà così rinnovarsi continuamente il reciproco completamento. Gli avvenimenti della loro vita, come la paternità e la maternità, i problemi costanti sollevati dall'educazione dei figli, le numerose prove che rivelano reazioni fino allora sconosciute, conducono a scoprire nuovi aspetti nell'anima dell'amato, offrono la possibilità di confrontare idee, di osservare lati sconosciuti di concezioni, sentimenti ed inclinazioni. Nelle mutevoli condizioni di vita attuali, marito e moglie possono mettere continuamente in comune le proprie possibilità, arricchirsi comunicandosi i diversi modi di vedere, sostenersi e rinforzarsi con l'amore e la tenerezza, e aiutarsi così a sopperire alle loro necessità e ad adempiere coraggiosamente la loro missione. Non trae vantaggio solo l'anima dal completamento dei sessi; anche il corpo vi riceve la sua parte. Nuove scoperte nel campo della biologia hanno dimostrato come le relazioni matrimoniali procurino effetti benefici all'organismo della donna, in seguito all'assorbimento del seme maschile. Il miglioramento fisico, che spesso si riscontra nelle giovani donne nel primo anno del matrimonio, è sufficiente per confermare questo benefico influsso. Il vantaggio fisico dell'uomo per le relazioni matrimoniali non è stato ancora abbastanza chiarito e dimostrato. La saggia moderazione e il retto esercizio della pratica matrimoniale portano a un migliore equilibrio ormonico e all'acquietamento dell'eccitazione nervosa dell'organismo. Il matrimonio può elargire tutto questo ai coniugi. Dio stesso, che gli ha dato tali possibilità, vuole che siano realizzate, e impone perciò agli sposi l'impegno necessario come un dovere di stato. Se la donna vuole attenersi ai piani della Provvidenza, deve considerare il matrimonio come una "missione" da compiere: quella di ottenere un reale arricchimento benefico dello sposo. È necessario che ella compia uno sforzo cosciente e deliberato perché questo arricchimento si realizzi, superando le difficoltà inevitabili e vincendo il proprio egoismo. L'amore l'aiuterà nel suo compito; sappia tuttavia diffidare dell'amore basato sul sentimento spontaneo, che può diventare tiepido per l'abitudine e le delusioni. È perciò necessario che, sin dall'inizio, attinga la sua forza da una chiara visione di quella che è la sua missione nel matrimonio e l'accresca sempre più nel corso della vita coniugale. Così, la risoluta volontà di adempire la sua missione trionferà su tutte le difficoltà. Essa deve "volere" il perfezionamento del coniuge. Innanzi tutto, cercherà quindi di comprenderne bene la psicologia, la concezione dell'amore, come pure quello che egli spera e si aspetta dalla sposa e dal matrimonio. Cercherà di accordare i propri desideri e le proprie speranze a quelle del marito, e lo amerà come egli desidera di esserlo. La donna che così si affatica, troverà nel marito, se ha sposato un uomo dal cuore retto, il sostegno che attendeva e, almeno in parte, la tenerezza che desiderava. [...] Il miglior mezzo per la riuscita del matrimonio, consiste innanzi tutto nello sforzarsi per rendere felice il proprio sposo. Questo è il segreto delle famiglie felici.

Pensiero del giorno

Gli Ordini Religiosi vivono dei loro ricordi storici. I Seminari di molta parte d'Italia mancano di veri educatori. Si sente il bisogno di vaste riforme, ma bisogna pregare perché Dio ne faccia sentire la necessità ai Supremi Piloti della Nave. Senza di essi, non si fa nulla. 


(Cardinale Ildefonso Schuster)

lunedì 24 settembre 2018

L'estensione della carità fraterna

Dagli scritti di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena (1893 - 1953).


O Signore, fammi comprendere che la vera carità non ammette eccezioni, ma abbraccia con amore sincero qualsiasi prossimo. 

1 - Se la carità si basasse sulle qualità del prossimo, sui suoi meriti, sul suo valore, se si basasse sul conforto e sui benefici che da esso riceviamo, sarebbe davvero impossibile estenderla a tutti gli uomini. Ma, poiché si fonda sulle relazioni del prossimo con Dio, nessuno può esserne lecitamente escluso, giacche tutti appartengono a Dio, sono di fatto creature sue e, almeno per vocazione, sono tutti figli suoi, redenti dal Sangue di Cristo, chiamati a vivere « in società » con Dio (cfr.I Gv. 1, 3), mediante la grazia qui in terra e la visione beatifica nel cielo. E anche se alcuni, per la loro malizia, si sono resi indegni della grazia di Dio, tuttavia, finché vivono, sono pur sempre capaci di convertirsi e di essere riammessi nella dolce intimità del Padre celeste. 

Nell’antico testamento, in cui il grande mistero della comunicazione della vita divina agli uomini non era ancora stato rivelato e Gesù non era ancora venuto ad instaurare la realizzazione di questi nuovi rapporti fra Dio e gli uomini, la legge dell’amore del prossimo non esigeva questo abbraccio universale e profondo, di cui gli antichi non sarebbero stati capaci. Ma da quando Gesù è venuto a dirci che Dio è nostro Padre al punto di volerci comunicare la sua vita divina, da quando Gesù è venuto ad offrirci la grazia di adozione a figli di Dio, il precetto della carità ha acquistato una nuova ampiezza. « Voi avete udito che è stato detto: ‘ amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico ’. Io invece - proclama Gesù - dico a voi: ‘ amate i vostri nemici, fate del bene a chi vi odia e pregate per quelli che vi perseguitano e vi calunniano, affinché siate figli del Padre vostro, che è nei cieli, il quale fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugl’ingiusti ’ » (Mt. 5,43-45). Ecco come Gesù stesso dichiara il motivo della carità universale: dobbiamo amare tutti per essere figli del Padre celeste, per imitare il suo amore universale verso tutti gli uomini che sono creature sue, da lui eletti a suoi figli adottivi. Anche Gesù c’insegna che dobbiamo amare il prossimo « propter Deum », a motivo di Dio. 

2 - Molte volte in pratica troviamo difficile il precetto della carità universale, perché facciamo dell’amore del prossimo un fatto quasi esclusivamente personale, soggettivo e quindi egoistico. In altre parole, anziché far dipendere il nostro amore per il prossimo dalle sue relazioni con Dio, lo facciamo dipendere dalle sue relazioni con noi. Se il prossimo ci vuol bene, ci rispetta, ci tiene in giusta considerazione, ci presta servizi, ecc., non troviamo nessuna difficoltà ad amarlo, anzi ci compiacciamo in questo amore e cerchiamo in esso conforto. Ma ben altro accade se il prossimo ci è contrario, se ci urta, se ci procura - sia pure involontariamente - dei dispiaceri, se non condivide il nostro modo di pensare, se non approva la nostra condotta. Di fronte a tutto ciò dobbiamo pur convenire che sbagliamo in partenza sostituendo a Dio, che è il vero motivo per cui dobbiamo amare il prossimo, il nostro misero io con le sue esigenze egoistiche. Anche in fatto di amore del prossimo dobbiamo riconoscere che siamo purtroppo quasi sempre egocentrici e ben poco teocentrici. Se il centro dei nostri rapporti col prossimo fosse veramente Dio, sapremmo superare il punto di vista egocentrico, ossia egoista, personale e, pur soffrendo per i torti, le indelicatezze, i dispiaceri che possiamo ricevere dal prossimo, non prenderemmo mai da ciò motivo per rifiutargli il nostro amore. In fondo, è sempre l’egoismo che ci porta fuori strada e, in questo caso, ci chiude la strada alla pratica della carità teologale. 

Dobbiamo, dunque, vincere l’egoismo e slanciarci oltre gli orizzonti tanto limitati di un amore basato sul nostri interessi personali. Guardiamo più in alto, guardiamo a Dio che ripete anche a noi come a S. Caterina da Genova: « Chi ama me, ama tutto ciò che è amato da me ». Se, a motivo delle difficoltà che incontriamo nei nostri rapporti col prossimo, la nostra carità si arresta, vuol dire che i nostri rapporti con i fratelli non sono regolati dall’amore di Dio, ma dall’amore del nostro io. 


[Scritto tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].

Pensiero del giorno

[...] prevedevo un rilassamento di spirito perché oramai sapevo bene per esperienza che l'anima mia, senza grandi sofferenze, non vive.


[Brano tratto da "Fui chiamato Dolindo, che significa dolore..." di Don Dolindo Ruotolo, Apostolato Stampa].

domenica 23 settembre 2018

Circa il grave dovere di educare cristianamente i bambini

Dagli scritti di Fratel Candido delle Scuole Cristiane.


È grave dovere di ogni educatore aprire la mente e il cuore dei bambini a Dio e formarli alla preghiera. Insegniamo loro ad ammirarlo anche nella natura. Mostriamo come si parla con Dio nelle gioie e nei dolori, nella riconoscenza e nella richiesta di aiuto. Ci sentano manifestare al Signore il nostro nulla, la nostra debolezza, ma anche la nostra lode alla sua grandezza e la nostra fiducia in Lui.

Quando portiamo il bambino in Chiesa, indichiamogli il Tabernacolo dove si trova Gesù. Sentendo come noi parliamo ai Signore, imparerà anche lui il linguaggio della fede e dell'amore.


GENITORI... EDUCATORI...

... il Signore vi ha consegnato i bambini perché glieli teniate un momento, li conserviate per Lui, e glieli rendiate a suo tempo... proprio come fareste voi genitori se affidaste a una baby-sitter i vostri figli. Se vi accorgeste che questa distoglie i bambini dall'amore verso di voi non glieli affidereste più. Mamme, papà, educatori, cercate che Dio trovi in voi quella corrispondenza che vuole da voi come custodi dei suoi figli prediletti!

Nell'Antico Testamento i genitori offrivano a Dio nel tempio i loro primogeniti e, per riaverli, li riscattavano con un'offerta. Ogni bambino è prima di tutto di Dio, e il Signore vuole che il papà e la mamma glielo offrano. Ricordatevi che è da Dio che avete ricevuto i vostri figli: ve li ha affidati perché, con un'opera intelligente, attenta e generosa di educazione alla fede e all'amore, li prepariate come fiori destinati ad abbellire il suo giardino eterno: il paradiso.

Pregate per i vostri bambini prima ancora che sboccino alla vita e poi accompagnateli sempre con la vostra preghiera.

Le grazie che potete attirare su di loro con le vostre preghiere sono il più bel patrimonio che potete lasciare ad essi in eredità, per la vita terrena e per la vita eterna.

Tra le prime parole da far pronunciare al bambino ci siano i santi nomi di Gesù e di Maria.

Nel Battesimo Dio ha dato al bambino la sua stessa vita e la tendenza al soprannaturale. Da quel giorno Dio lo attira a sé, vuole per sé quel piccolo cuore; ma è necessario che noi aiutiamo e guidiamo il bambino ad andare al Signore.

Come il bambino non può imparare le normali cose della vita se non c'è chi lo aiuti, così nella vita dell'anima non saprà mai come fare a mettersi in contatto col Signore se i suoi educatori (soprattutto voi genitori) non formano quella "istintiva" capacità che ha, grazie al Battesimo, di tendere a Dio e di comunicare con Lui. Dio vuole che facciamo tutto il possibile per portare a Lui queste sue creature predilette. Non deludiamo il Signore e non danneggiamo il bambino con la nostra indifferenza o superficialità.

Fioriranno allora attorno a noi dei bambini che ci stupiranno per la precocità in ogni virtù e ci sarà facile, e bello, e utile guardare a loro come ai nostri migliori maestri di sensibilità e di innocenza.

Questi bambini, aiutati a prendere coscienza della dimensione soprannaturale della vita, crescendo in età, non saranno solo degli esperti operatori nelle cose terrene, ma in ogni situazione faranno risaltare la loro profonda identità di figli di Dio nella generosa offerta di se stessi.




[Brano tratto da "Lasciate che i fanciulli vengano a Me", di Fratel Candido delle Scuole Cristiane, titolo originale: "Formiamo il bimbo al soprannaturale", "L.I.C.E."]

Pensiero del giorno

Nei suoi pareri e decisioni non usi mai la severità. Il Signore non la vuole. Giusto sempre, severo mai. Dia sempre la soluzione che permetta alle anime di respirare. Non si stanchi d'insistere sulla confidenza. Si persuada che le anime hanno soprattutto bisogno di essere incoraggiate e di credere sempre più nell'amore di Dio, che è immenso.


(Pensiero di Padre Felice Maria Cappello S. J. - 1879-1962)

sabato 22 settembre 2018

I modernisti non sono più buoni di Dio!

Se la superbia è la madre di tutte le eresie, a maggior ragione lo è anche del modernismo, che è la sintesi di tutti gli errori dottrinali. Gli effetti della peste modernista sono devastanti, poiché producono una desertificazione spirituale, allontanando le anime dalla vera pratica religiosa. Quando una persona è accecata dalla superbia può commettere qualsiasi crimine, anche credersi al di sopra di Dio. 

Noi sappiamo che la Santissima Trinità, unico Dio, è un essere infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Se ci ha proibito di commettere gli atti impuri (fornicazione, adulterio, rapporti sessuali contro natura, ecc.) lo ha fatto per il nostro bene. Non possiamo dubitare del suo amore per noi, perché se non ci avesse amato non avrebbe inviato il Redentore Divino ad immolarsi sulla croce per espiare al posto nostro la pena eterna meritata dai nostri peccati.

Secondo la Legge Eterna stabilita da Dio, i peccati impuri, se compiuti con piena avvertenza e deliberato consenso, sono peccati mortali, che per essere perdonati dalla Santissima Trinità è necessario che il peccatore sia sinceramente pentito e abbia il fermo proposito di non peccare più in avvenire. Ma i modernisti, pieni di superbia, vogliono concedere l'assoluzione sacramentale e la Comunione anche a coloro che non sono pentiti di aver commesso adulterio e non hanno intenzione di interrompere le relazioni “more uxorio” con persone con le quali non sono legittimamente sposate. Ma come possono permettersi di voler rendere legittimo ciò che Dio ha espressamente proibito? Sono forse più saggi e più misericordiosi di Dio? Solo una persona accecata dalla superbia può pensare di esserlo! Le prime parole che il Signore disse a un uomo furono: “Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris”. Queste parole servono a farci rimanere umili ricordandoci che un giorno dovremo morire e il nostro corpo andrà in putrefazione. Siamo solo delle piccole creature al cospetto di Dio, il nostro vero scopo su questa terra è di conoscere, amare e servire il Signore osservando la sua santa Legge, nella speranza di salvarci l'anima. Non siamo noi che possiamo stabilire ciò che è bene e ciò che è male, noi dobbiamo solamente uniformarci a ciò che è stato stabilito Dio nella sua infinita sapienza. È Lui l'autore della Legge Eterna. Guai a chi osa mettersi al di sopra di Dio! 

Gli imperi non fondati sulla Legge del Signore non sono benedetti da Lui, anzi sono destinati ad essere abbattuti come Napoleone. Quanti potenti sono stati rovesciati dai troni nel corso dei secoli! Dio rovescerà presto anche i “napoleoni” del modernismo che vorrebbero che venga cambiato il Magistero perenne della Chiesa su adulterio e omosessualità. Guai a chi osa sfidare l'Onnipotente! 

Pensiero del giorno - Devozione alla Madonna

Bisognerebbe intensificare le preghiere e la devozione a Maria SS.ma, ma dolorosamente la devozione a Maria SS. è decaduta in tante anime, che credono, così, di avvicinare alla Chiesa i separati, quando, col loro atteggiamento, si avvicinano agli errori dei dissidenti e non se ne accorgono... E' una immensa pena per la povera anima mia.


[Brano tratto da "Fui chiamato Dolindo, che significa dolore..." di Don Dolindo Ruotolo, Apostolato Stampa].

venerdì 21 settembre 2018

Messe celebrate con poca riverenza

[Riporto un brano di Sant'Alfonso Maria de Liguori tratto da “Selva di materie predicabili”. Per rendere il brano facilmente comprensibile ho tradotto in italiano corrente i termini desueti e ho effettuato qualche piccolo ritocco lessicale. Ciò che leggerete riguarda un problema ecclesiale che a molti sembra ancora d'attualità. Questo zelante Dottore della Chiesa si esprimeva con estrema franchezza. Non penso che queste riflessioni piaceranno molto agli amanti del linguaggio politicamente corretto].


[...] qual conto dovranno dare a Dio i sacerdoti che con poca riverenza celebrano questo gran sacrificio. [...] dov'è la devozione e la riverenza in tanti sacerdoti che dicono messa? Questa, che è l'azione (come abbiam detto) la più eccelsa e sacrosanta, onde dice il Concilio di Trento, che bisogna fare con la maggior devozione interna ed esterna [...] quest'azione, dico, è la più strapazzata dalla maggior parte dei sacerdoti. Certamente che maggiore attenzione essi porrebbero nel far una parte in commedia, che non mettono nel celebrare la messa; giungendo alcuni a dirla in meno d'un quarto d'ora; il che non può scusarsi da colpa mortale [...] perché in tanto breve tempo non può ella celebrarsi senza un grave strapazzo delle parole e delle cerimonie, e senza mancare gravemente alla riverenza e gravità richiesta da un tanto sacrificio, e inoltre senza un grave scandalo dei secolari. Parlando di questo punto, ci vorrebbero lacrime, ma lacrime di sangue. Nel giorno del giudizio, poveri sacerdoti che celebrano così! E poveri vescovi che li ammettono a celebrare, perché essi, come avvertono comunemente i dottori, ed è certo dal Concilio Tridentino, son tenuti con obbligo stretto a proibire la celebrazione a tali sacerdoti che dicono la messa con tale irriverenza, chiamata empietà dal Concilio [...].  Quindi i vescovi, per adempiere il precetto del Concilio [...] sono obbligati a vigilare continuamente ed informarsi del come si celebrano le messe nelle loro diocesi, e sospendere dalla celebrazione coloro che dicono la messa senza la conveniente attenzione e gravità. E questa obbligazione dei vescovi non è solo verso i sacerdoti secolari, ma anche verso i religiosi [...]. Ma con tutto ciò fa compassione (diciam così) il vedere lo strapazzo che fanno ordinariamente i sacerdoti di Gesù Cristo nel celebrare questo gran mistero. E ciò che fa più meraviglia è che si vedono anche religiosi di ordini osservanti e riformati celebrare le messe in modo che darebbero scandalo anche ai turchi e agli idolatri. È vero che il sacrificio dell'altare è sufficiente a placare Dio per tutti i peccati del mondo; ma come può placarlo per le ingiurie che gli fanno i sacerdoti nello stesso tempo che glielo offrono? poiché, celebrando con tanto poca riverenza, gli recano più disonore che onore. [...] È reo l'eretico che non crede la presenza reale di Gesù Cristo nella messa; ma è più reo chi la crede e non le usa rispetto; e di più si fa causa, come si fa causa il sacerdote che celebra con poca riverenza, che gli astanti perdano il concetto e la venerazione che si deve alla maestà d'un sì gran sacrificio. Il popolo dei giudei ebbe inizialmente una gran venerazione per Gesù Cristo; ma quando poi lo vide disprezzato dai sacerdoti, ne perdette in tutto la stima: e così al presente i popoli nel veder la messa trattata con tanta negligenza e indevozione dai sacerdoti, ne perdono la venerazione. Così come una messa celebrata con devozione infonde devozione anche agli altri; così al contrario l'irriverenza del sacerdote diminuisce la venerazione ed anche la fede negli astanti. Come può l'indevozione del sacerdote, che è il ministro di questo sacrificio e il depositario del corpo di Gesù Cristo, ispirare agli altri sentimenti di devozione e di rispetto? Qual concetto può infondere negli altri, della santità e maestà d'un tanto mistero, quel sacerdote che ne dimostra più disprezzo che venerazione?

Pensiero del giorno - Modernismo pratico nel clero

Riporto un interessante brano tratto da una lettera del grande Papa San Pio X, datata 10 luglio 1913:

«Un altro dolor piuttosto, che mi turba ed angustia, è il diffondersi spaventoso del modernismo, specialmente nel clero secolare e regolare; un modernismo teorico in pochi, ma nei più pratico, che però trascina alle medesime conseguenze del primo, all'indebolimento e alla perdita totale della fede. In questo è l'avversario terribile che affligge la Chiesa e il papa e contro il quale devono combattere i buoni per mantenere intatto il deposito della fede e salvare tante anime che corrono alla rovina».

giovedì 20 settembre 2018

La prova della speranza

Dagli scritti di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena (1893 - 1953).


Dammi, o Signore, una speranza invincibile; insegnami a sperare contro ogni speranza, insegnami a « soprasperare ». 

1 - Diamo prova della saldezza della nostra fede quando perseveriamo in essa malgrado le oscurità; diamo prova della saldezza della nostra speranza quando non cessiamo di sperare malgrado le circostanze avverse per cui ci sembra talvolta che Dio ci abbia abbandonati. Come è più meritorio l’atto di fede fatto in mezzo alle tenebre ed ai dubbi, così è più meritorio l’atto di speranza emesso in mezzo alla desolazione ed all’abbandono. Le virtù teologali sono il mezzo più adatto e proporzionato per unirci a Dio, e di fatto ci uniremo di più a lui quanto più la nostra fede, la nostra speranza e la nostra carità saranno pure, intense, pienamente soprannaturali. Proprio per farci giungere a ciò, Dio ci fa passare attraverso il crogiuolo della prova. Per ogni anima cara a Dio si rinnova, in certo modo, la storia di Giobbe: egli è provato nei beni, nei figli, nella sua persona; è abbandonato dagli amici e dalla moglie; da ricco e stimato qual era, si trova solo, su un letamaio, ricoperto di un’orribile lebbra dalla testa ai piedi. Ma, se Dio è buono, se è vero che ci vuol bene, perchè permette tutto ciò? Perchè ci lascia soffrire? « Dio non ha fatto la morte - dice la Sacra Scrittura - nè si allieta della perdizione dei viventi... Ma gli empi, con la mano e con la voce, chiamano la morte » (Sap.1,13 e 16). La morte e la sofferenza sono conseguenze dei peccati che Dio non impedisce perchè vuol lasciare l’uomo libero. E, tuttavia, non soffrono solo i peccatori, ma anche gli innocenti: perchè? Perchè Dio vuol provarli come si prova l’oro nella fornace, perchè vuole purificarli, vuole inalzarli ad un bene e ad una felicità immensamente superiori ai beni ed alle felicità della terra. Ed ecco che Dio permette la sofferenza dei buoni e si serve anche delle conseguenze del peccato - guerre, disordini, ingiustizie sociali e private -per il maggior bene dei suoi eletti. Resta però che, mentre siamo nella prova, non vediamo, non comprendiamo il perchè di essa; Dio non ci dà conto della sua condotta, non ci svela i suoi piani e perciò è per noi duro resistere nella fede e nella speranza. Duro, ma non impossibile, perchè è certo che Dio non ci manda mai prove superiori alle nostre forze, come pure è certo che Dio non ci abbandona mai, se non siamo noi i primi ad abbandonarlo. 

2 - Il minimo atto di speranza, di fiducia in Dio, formulato in mezzo alla prova, in uno stato di desolazione interiore od esteriore, vale immensamente più di mille atti formulati nel tempo della gioia, della prosperità. Quando soffri nell’anima o nel corpo, quando sperimenti il vuoto dell’abbandono e dell’impotenza, quando sei travagliato dalle ripugnanze e dalle ribellioni della natura che vorrebbe scuotere il giogo del Signore, non puoi pretendere di avere il sentimento confortante della speranza, della fiducia, anzi, spesso ne proverai il sentimento contrario e, tuttavia, anche in questo stato puoi fare atti di speranza e di fiducia, non sentiti, ma voluti. Le virtù teologali si esercitano essenzialmente con la volontà; quando il sentimento le accompagna, il loro esercizio è soave, consolante; ma quando rimane il puro atto della volontà, allora questo esercizio è arido e freddo, eppure, non per questo è meno meritorio, anzi, può esserlo ancora di più e dà molta gloria a Dio. Non devi, quindi, turbarti se non senti più la fiducia, ma devi voler avere fiducia, devi voler sperare e sperare ad ogni costo, malgrado tutti i colpi che Dio t’infligge per mezzo della prova. Allora è il momento di ripetere con Giobbe: « Quand’anche Dio mi uccidesse, in lui spererò » (13,15). Non illuderti di poter passare attraverso queste prove senza dover lottare contro lo scoraggiamento, contro tentazioni di sfiducia e forse anche di disperazione; questa è la reazione della natura che si ribella a ciò che la ferisce. Il Signore, che conosce la nostra debolezza, non ci condanna, ma ci compatisce. Questo stato non offende Dio, purchè tu cerchi sempre dolcemente di reagire con atti di fiducia voluta. Ogni volta che l’onda dello scoraggiamento tenta di travolgerti, reagisci ancorandoti in Dio con un semplice movimento di fiducia; anche se in certi periodi la tua vita spirituale dovesse ridursi a questo esercizio, non avresti perduto nulla ma, anzi, avresti guadagnato molto. Proprio attraverso queste prove si arriva all’esercizio eroico della fede e della speranza; e l’eroismo delle virtù è necessario per arrivare alla santità. 


[Scritto tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].

Pensiero del giorno

La ghe diga alle sorele che le fassa tuto per il Signor, che tuto xe gnente! (Dica alle consorelle che facciano tutto per il Signore, che tutto [il resto] è nulla!)


Frase che Santa Bertilla Boscardin (1888 - 1922), qualche tempo prima di morire, disse alla sua superiora. Questa umile ma grande santa ordinariamente parlava in dialetto veneto.

mercoledì 19 settembre 2018

Messa da Requiem in suffragio di Mons. Gherardini

Sabato 22 settembre, in occasione del primo anniversario della morte del noto teologo, per iniziativa dell’amico Mons. Vittorio Aiazzi, presso la chiesa del Sacro Cuore di Gesù in Prato, alle ore 10.30, Mons. Schmitz celebrerà una solenne Messa da Requiem in suffragio di Mons. Gherardini. Presteranno servizio liturgico Chierici e Seminaristi dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote, a cui Gherardini fu sempre legato da sentimenti di particolare stima ed affetto.



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Avviso dal Veneto

Sabato 22 settembre 2018, alle ore 10, ad Ospedaletto Euganeo (PD), per iniziativa del coetus fidelium Regina Familiae di Este, verrà celebrata una SS. Messa in rito romano antico, nel Santuario della Beata Vergine del Tresto (via Tresto Sud 1, a 5 km da Este).





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Messa per i parenti defunti dei sostenitori del blog


Venerdì 21 settembre verrà celebrata una Messa per i parenti defunti dei sostenitori del blog, cioè di coloro che anche solo una volta mi hanno inviato un libero contributo. Senza il loro aiuto, penso che non potrei più continuare a dedicarmi a questa forma di apostolato on-line, la quale assorbe molto tempo sia per preparare i post da pubblicare, sia per rispondere alle numerose email e telefonate dei lettori.

Offrire il Santo Sacrificio del Redentore Divino è il modo più efficace per alleviare le pene delle anime del purgatorio, le quali soffrono terribilmente a causa del fatto che vorrebbero unirsi a Dio in Cielo, ma non possono poiché devono ancora espiare i resti delle colpe che commisero durante il pellegrinaggio terrestre.

Sant’Alfonso Maria de Liguori insegna che le anime che muoiono in stato di grazia, difficilmente vanno direttamente in paradiso, ma in genere passano prima dal purgatorio, poiché per presentarsi al cospetto di Dio è necessario essere mondati anche della più piccola colpa veniale. Lo stesso santo, nel celebre libretto intitolato “Del gran mezzo della preghiera”, ricorda ai suoi lettori che per carità fraterna siamo tenuti ad aiutare le anime del purgatorio.


Chissà, forse i nonni o altri parenti defunti di coloro che hanno sostenuto il blog con qualche libero contributo, in questo momento stanno soffrendo atrocemente in attesa di poter godere la visione beatifica di Dio nella Patria Celeste, unendosi finalmente col fine ultimo dell’esistenza di ogni essere umano. Confido che il Santo Sacrificio della Messa che verrà offerto prossimamente per loro possa aiutarle ad alleviare le atroci sofferenze e a raggiungere più celermente il paradiso, ove non soffriranno più per tutta l'eternità e potranno vivere unite alla Santissima Trinità, lodando la sua infinita misericordia per tutti i secoli dei secoli. 

Approfitto dell’occasione per rinnovare pubblicamente la mia gratitudine nei confronti dei sostenitori del blog e del caritatevole sacerdote che celebrerà la Messa. Non solo non mi ha mai chiesto l’offerta per poter celebrare mensilmente una Messa per le mie intenzioni, ma addirittura è lui stesso un sostenitore dal cuore grande. Auspico che il Signore lo ricompensi con le grazie necessarie a conseguire il supremo ed eterno traguardo.

Pensiero del giorno

Mi raccomando, abbiate cura dell’altare e del culto del Santissimo Sacramento.


(Pensiero del Cardinale Giuseppe Siri espresso negli ultimi giorni della sua vita).

martedì 18 settembre 2018

Come ci "parla" Dio?

Una studentessa universitaria mi ha chiesto di chiarirle un aspetto dell'orazione mentale.


Caro D.,
               (…) avrei piacere che tu mi spiegassi di più riguardo l'orazione mentale. 

La preghiera non è solo richiesta, è anche lode, è ringraziamento, e per me è anche uno sfogo in quanto sono sicura che il Signore sia l'unico a capirmi e a potermi consolare. Oltre alle preghiere classiche che tutti conosciamo a memoria io prego anche a parole mie. Durante la messa, le adorazioni, prima di addormentarmi, quando a volte sono tra la gente, dialogo con Dio nella mia mente ma lo definirei più un monologo in quanto parlo solo io.

Da quanto ho capito, l'orazione mentale non è solo un monologo ma è anche  ascolto. Se è così vorrei che tu mi spiegassi meglio: come si fa ad ascoltare Dio? 

Spesso io lo percepisco tramite quelle che chiamo "illuminazioni". Mi capita quando leggo (o ascolto) un passo del Vangelo e mi emoziono. Quelle parole mi arrivano al cuore, mi danno una sensazione di calore. È una sensazione bellissima che spero provi anche tu! Le Scritture mi piacciono molto e mi invitano a riflettere (...).

Vorrei tanto riuscire ad ascoltare la parola di Dio e la sua volontà. Io lo prego perché apra il mio cuore alla sua volontà.

Grazie per le tue preghiere e il tuo supporto. Che Dio ti benedica.

(Lettera firmata)


Cara sorella in Cristo, 
                                     quando parli con Dio utilizzando “parole tue” che ti sgorgano spontaneamente dal cuore, stai facendo una vera e propria “orazione mentale”. Apparentemente sembra un monologo, ma in realtà, come insegna Sant’Alfonso Maria de Liguori nell’opuscolo intitolato “Modo di conversare continuamente ed alla familiare con Dio”, il Signore risponde con ispirazioni, con lumi interni, con tocchi soavi al cuore, con segni del suo perdono, con saggi di pace, con la speranza del paradiso, con giubili interni, con le dolcezze della sua grazia, con “abbracci spirituali”; insomma ti parla facendoti sentire interiormente il suo amore.

San Francesco di Sales, Santa Teresa d’Avila, e tanti altri santi raccomandano vivamente di fare orazione mentale. A tal proposito Sant’Alfonso, nel volumetto intitolato “Riflessioni divote”, afferma che l’orazione “è la beata fornace in cui s'infiammano le anime dell'amore divino”. 

Nella speranza di aver chiarito il tuo dubbio, ti saluto cordialmente in Gesù e Maria.

Cordialiter

Pensiero del giorno

La grandezza sacerdotale non può rimanere celata, non è un brillante sepolto nella miniera, deve rifulgere innanzi a tutti nell'atteggiamento e nella vita del Sacerdote, poichè egli è la lampada posta sul candelabro ed è come città edificata sulla cima dei monti. Or come il carattere sacro lo distingue nettamente dagli altri uomini, così deve distinguerlo l'abito e la vita, ed egli deve essere rifulgente di splendori soprannaturali. Non può dire che l'esteriorità non conta nulla, nè può accomunarsi agli usi del mondo con la scusa che l'abito non fa il monaco; l'abito non lo fa ma lo rivela, e possiamo dire anche che lo aiuta internamente. Un soldato che non veste la divisa non si sente soldato; subcoscientemente si sente ancora libero cittadino, e non avverte la sua fusione al corpo militare cui appartiene come parte di un tutto inseparabile.


[Brano tratto da "Nei raggi della grandezza e della vita sacerdotale" di Dain Cohenel (pseudonimo di Don Dolindo Ruotolo)  edito nel 1940].

lunedì 17 settembre 2018

Bilocazioni di Don Bosco

(Dagli scritti di Don Giuseppe Tomaselli)


La bilocazione è il fenomeno preternaturale, per cui una persona mentre sta in un dato luogo, contemporaneamente si trova altrove. A pochi Santi è avvenuto ciò, ad esempio, a Sant'Antonio di Padova; è avvenuto anche a Don Bosco. Ai primi di Luglio del 1862, Don Bosco aveva detto: - In questo mese uno dei giovani dell'Oratorio partirà per l'eternità. Dopo un po' di giorni si ammalò il giovane Casalegno di Chieri e lasciò l'Oratorio di Torino per recarsi in famiglia. Il male si aggravò e l'infermo prima di morire desiderava vedere Don Bosco ed essere assistito da lui. Il nostro Santo era nei pressi di Lanzo Torinese, ivi andato per gli Esercizi Spirituali. Da quel ritiro non fu visto uscire; era controllata la sua presenza dagli esercitandi; eppure contemporaneamente fu a Chieri a fianco del moribondo e non lo lasciò finché non fu spirato. Comunicò il fatto agli esercitandi lo stesso giorno e scrisse subito una lettera ai Superiori dell'Oratorio, affinché si facessero i dovuti suffragi. 

VISITE DA LONTANO 

[...]

Durante i calori estivi, alcuni giovani di Don Bosco andavano nascostamente a bagnarsi nel fiume Dora. Il Santo lo proibì rigorosamente. I malintenzionati approfittavano della sua assenza da Torino, per uscire di sotterfugio dall'Oratorio ed andare a bagnarsi. Don Bosco sapeva ciò ed una volta, trovandosi lontano, scrisse una lettera ai suoi giovani dell'Oratorio. « Sono assente, ma sono tra voi. Sono già venuto più volte a visitare l'Oratorio ed ho trovato un poco di bene ed un poco di male. «In una mia visita mi sdegnai non poco, perchè vidi alcuni che durante le sacre funzioni uscirono dalla Chiesa per andare a nuotare. Poveri giovani! Quanto poco pensano all'anima loro! «Vi dico cose che non dovrei dirvi, ma credo bene tuttavia di dirvele, affinchè nessuno si creda di poterla fare franca, quando io sono lontano dall'Oratorio, perchè egli s'inganna se credesse di non essere veduto. Badate però di non astenervi dal male soltanto per paura di essere veduti e scoperti da Don Bosco, ma bensì perchè siete veduti da quel Dio, che nel giorno del giudizio vi domanderà rigorosissimo conto ». 

NEL FIUME 

Il Santo fu interrogato come facesse a vedere da lontano ciò che avveniva tra i suoi giovani; egli rispose, scherzando: - Ho il filo telegrafico. Un certo Oreglia volle sapere se per mezzo di questo filo avesse potuto non solo vedere, ma anche fare qualche cosa. Don Bosco rispose: - Posso anche agire. Era il Santo partito da Torino e stava ancora in viaggio. Due giovani, approfittando di ciò, andarono a bagnarsi nel fiume. Mentre stavano nell'acqua, Don Bosco non si accontentò di avvicinarli, ma diede delle forti palmate sulle loro schiene. Le botte si ripetevano; i giovani si accorsero che venivano da mano invisibile ed uscirono dall'acqua spaventati. Don Bosco scrisse al Teologo Borel: Domenica i due giovani Costa e Beretta entrarono in Chiesa per la porta maggiore e poi uscirono per quella della sacrestia; andarono a bagnarsi nel Dora e, mentre erano nell'acqua, ricevettero delle palmate, tutt'altro che leggere. Il Borel, ricevuto il biglietto, interrogò i due giovani e le loro risposte furono conformi alla dichiarazione di Don Bosco. 

GUARIGIONE DI UN BAMBINO 

Il 14 Ottobre del 1878 Don Bosco era a Torino. Intanto in Francia, a Saint Rambert d'Albon, la signora Adele Clement era in afflizione, perché il suo bambino, affidato ad una balia, stava assai male. Pregava ed il bimbo non guariva. Suo marito, negoziante di olio, che faceva ritorno a casa sopra un carro, vide un Prete sulla via. Sembrandogli stanco, lo invitò a salire sul carro e poi gli offrì un pranzo in famiglia. La signora Adele, credendo che fosse un Prete capace di confortarla, gli disse che aveva il figlioletto cieco, sordo e muto, per un improvviso malore. Assicurò che aveva pregato, ma la grazia non veniva. Il Sacerdote rispose: - Pregate e sarete esaudita. La signora chiese: Qual è il vostro riverito nome?  - Da qui ad alcuni anni il mio nome sarà stampato sui libri e quei libri vi capiteranno tra mano. Allora saprete chi sono io.  Il marito durante il pranzo gli versava da bere. C'era sulla tavola un boccale per l'acqua, bianco e cerchiato d'argento. Il Prete disse: - Conservate questo boccale per mio ricordo.  Verso la fine del pranzo il Prete disse: - Una voce mi chiama e bisogna che io parta. E partì. La signora ed il marito pensarono di andargli dietro, ma non lo videro più. Quando poi si recarono dalla balia per vedere il bambino ammalato furono pieni di stupore a sentire che ivi era stato un Prete sconosciuto, che aveva toccato il bambino e questi era guarito all'istante. Facendo i calcoli del tempo, riscontrarono che il Prete era andato appena uscito dalla loro casa. E’ da notare che il villaggio della balia era distante tre chilometri. Quei buoni genitori almanaccavano da sette anni per indovinare chi fosse quel Prete misterioso. Quando fu loro presentato un libro che parlava di Don Bosco e ne portava il ritratto: Ecco, esclamarono tutti e due i coniugi, ecco il Prete che ha guarito nostro figlio!  

VIAGGI MISTERIOSI

Tanti altri casi di bilocazione potrebbero riportarsi. Ad esempio, le visite che faceva, stando a Torino nella sua camera, a tante regioni lontane, specialmente d'America. Iddio gli permetteva di vedere quei luoghi, ove dimoravano i selvaggi, affinchè s'interessasse di mandarvi i Missionari. Erano tanto frequenti questi viaggi misteriosi, per cui Don Bosco conosceva bene persone, usi e costumi di quelle regioni e parlava con competenza eccezionale del clima, dei terreni e dei prodotti, come se fosse del luogo. Ed una volta che tenne una conferenza a Parigi a degli accademici ed intellettuali, esponendo in tutti i particolari una regione inesplorata dell'America, la Patagonia, un tale gli chiese: 
- Da dove avete attinto voi tante notizie?  
- Eh,... son cose che so!...  
Fu tale la meraviglia delle cose udite nella conferenza, che gli accademici francesi gli ottennero dal Governo una grande onorificenza con medaglia d'oro. 


(Brano tratto da “Un prete straordinario”, di Don Giuseppe Tomaselli)

Pensiero del giorno - San Pio X contro i teologi modernisti nei seminari

Ma qui già siamo agli artifici con che i modernisti spacciano la loro merce. Che non tentano essi mai per moltiplicare gli adepti? Nei Seminari e nelle Università cercano di ottenere cattedre da mutare insensibilmente in cattedre di pestilenza. Inculcano le loro dottrine, benché forse velatamente, predicando nelle chiese; le annunciano più aperte nei congressi: le introducono e le magnificano nei sociali istituti. Col nome proprio o di altri pubblicano libri, giornali, periodici. Uno stesso e solo scrittore fa uso talora di molti nomi, perché gli incauti sieno tratti in inganno dalla simulata moltitudine degli autori. Insomma coll'azione, colla parola, colla stampa tutto tentano, da sembrar quasi colti da frenesia. E tutto ciò con qual esito? Piangiamo pur troppo gran numero di giovani di speranze egregie e che ottimi servigi renderebbero alla Chiesa, usciti fuori dal retto cammino. Piangiamo moltissimi, che, sebbene non giunti tant'oltre, pure, respirata un'aria corrotta, sogliono pensare, parlare, scrivere più liberamente che non si convenga a cattolici. Si contano costoro fra i laici, si contano fra i sacerdoti; e chi lo crederebbe? si contano altresì nelle stesse famiglie dei Religiosi. Trattano la Scrittura secondo le leggi dei modernisti. Scrivono storia e sotto specie di dir tutta la verità, tutto ciò che sembri gettare ombra sulla Chiesa lo pongono diligentissimamente in luce con voluttà mal repressa. Le pie tradizioni popolari, seguendo un certo apriorismo, cercano a tutta possa di cancellare. Ostentano disprezzo per sacre Reliquie raccomandate dalla loro vetustà. Insomma li punge la vana bramosia che il mondo parli di loro; il che si persuadono che non sarà, se dicono soltanto quello che sempre e da tutti fu detto. Intanto si dànno forse a credere di prestare ossequio a Dio ed alla Chiesa; ma in realtà gravissimamente li offendono, non tanto per quel che fanno, quanto per l'intenzione con cui operano e per l'aiuto che prestano utilissimo agli ardimenti dei modernisti.


[Brano tratto dall'Enciclica "Pascendi Dominici gregis" di San Pio X]

domenica 16 settembre 2018

L'unica cosa necessaria

Dagli scritti di Padre Réginald Garrigou-Lagrange (1877-1964).


La vita interiore, come può facilmente concepirsi da ognuno, è una forma elevata della conversazione intima che ciascuno di noi fa con se stesso non appena si ritrova solo, sia pure in mezzo al tumulto delle vie di una grande città. Tosto che l'uomo cessa dal conversare coi suoi simili, conversa interiormente con se stesso su quanto maggiormente lo interessa. Tale conversazione varia assai secondo le diverse età della vita; quella del vecchio non è quella del giovane; varia ancor molto secondo che l'uomo è buono o cattivo. Se cerca seriamente la verità e il bene, questa conversazione intima con se medesimo tende a diventare conversazione con Dio, e a poco a poco, invece di ricercarsi in tutto, invece di tendere, in modo più o meno cosciente, a fare di sé il punto centrale, l'uomo tende a ricercare Dio in ogni cosa, ed a sostituire all'egoismo l'amore di Dio e delle anime in Lui. Tale è la vita interiore; e non v'è uomo sincero che non possa riconoscerlo senza difficoltà. L'unica cosa di cui parlava Gesù a Marta ed a Maria consiste nell'ascoltare la parola di Dio e nel viverla. La vita interiore concepita in tal modo è in noi qualcosa di assai più profondo e necessario della vita intellettuale o del culto delle scienze, della vita artistica e letteraria, sociale o politica. Troviamo, purtroppo, molti grandi scienziati, matematici, fisici, astronomi, che non hanno, per dir così, alcuna vita interiore; si dedicano allo studio della loro scienza come se Dio non esistesse, e nei loro momenti di solitudine non hanno alcuna conversazione intima con Lui. Sotto qualche aspetto sembra che anch'essi ricerchino, nella loro vita, il vero e il buono in un ambito più o meno circoscritto, ma tale ricerca è talmente contaminata dall'amor proprio e dall'orgoglio intellettuale, che vien fatto di domandarci se veramente porterà frutti per l'eternità. Non pochi artisti, letterati, e molti uomini politici s'elevano ben poco sopra questo livello di un'attività puramente umana e, tutto considerato, assai esteriore. Nell'intimo della loro anima vivono forse di un bene superiore a loro stessi, e cioè di Dio? A dir vero, non sembrerebbe. Questo ci dimostra come la vita interiore, o vita dell'anima con Dio, meriti davvero di essere chiamata l'unica cosa necessaria, perché è per essa che tendiamo verso il nostro ultimo fine e assicuriamo la nostra salvezza, che non dobbiamo troppo separare dalla santificazione progressiva perché questa è la via stessa della salute. Molti sembrano pensare che, in ultima analisi, ciò che conta è di salvarsi, e non è quindi necessario essere un santo. Che non sia necessario essere uno di quei santi che operano miracoli, la cui santità è riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa, è cosa evidente; ma se vogliamo salvarci dobbiamo prendere la via della salvezza, e questa è in pari tempo quella della santità. In cielo non vi saranno che dei santi, sia che vi siano entrati immediatamente dopo la loro morte, sia che abbiano avuto bisogno d'essere purificati nel purgatorio. Nessuno entra in cielo se non ha quella santità che consiste nell'essere puro da ogni macchia. Perché un'anima possa godere per sempre della visione di Dio, vederlo ed amarlo come egli vede ed ama se stesso, ogni colpa anche veniale deve essere cancellata, e la pena dovuta al peccato scontata o rimessa. Se un'anima entrasse in cielo prima della remissione totale delle sue colpe, non potrebbe restarvi, e da se stessa si precipiterebbe nel purgatorio per esservi purificata. La vita interiore del giusto che tende a Dio, e che già vive di Lui, è veramente l'unica cosa necessaria. È evidente che per essere un santo non è indispensabile aver ricevuto una cultura intellettuale, e spiegare grande attività esteriore; basta vivere profondamente di Dio. È appunto quanto vediamo nei santi della chiesa primitiva, di cui molti erano povera gente, e magari anche schiavi; come possiamo vedere in San Francesco, in San Benedetto Giuseppe Labre, nel Curato d'Ars e in tanti altri. Tutti hanno compreso profondamente questa parola del Salvatore: «A che serve guadagnare il mondo intero, se poi perdiamo l'anima?» (Mt 16, 26). Se sacrifichiamo tante cose per salvare la vita del corpo, che dopo tutto dovrà morire, come non dobbiamo esser pronti a tutto sacrificare per salvare la vita dell'anima destinata a durare in eterno? E non deve l'uomo amare la propria anima più del suo corpo? «Che darà un uomo in cambio dell'anima sua?», soggiunge il Salvatore (ibid.). Unum est necessarium, dice pure Gesù (Lc 10, 42). Una sola cosa è necessaria, ascoltare la parola di Dio e viverla per salvare l'anima propria. E' questa la parte migliore che non può essere tolta all'anima fedele anche se questa avesse perduto tutto il resto.


(Brano tratto da "Le tre età della vita interiore" vol. II, di Padre Réginald Garrigou-Lagrange, Edizioni Vivere In)

Pensiero del giorno

Sei bello Gesù buono, il mio povero cuore non sa dire altro e si tace amandoti ed ama tacendo un oggetto così degno d'amore.


(Brano tratto da "La vita di N. S. Gesù Cristo" di Don Dolindo Ruotolo, Apostolato Stampa)







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sabato 15 settembre 2018

Circa i cattolici che sembrano di religioni diverse

Pubblico la lettera che ho scritto a una ragazza al riguardo del problema che spesso i cattolici appaiono come membri di religioni diverse.


Cara sorella in Cristo,
stiamo vivendo in un’epoca di grande confusione dottrinale, dove in molti si costruiscono una religione “fai da te”, secondo i propri gusti personali. Ecco perché capita di vedere dialogare persone che, pur essendo ufficialmente cattoliche, in realtà sembrano appartenere a religioni diverse.

Come si fa a capire se un cattolico è ortodosso, cioè segue la retta dottrina, oppure è eterodosso, cioè segue una dottrina errata? È molto semplice, basta vedere se è fedele al Magistero perenne della Chiesa.

Se un cattolico viene considerato “strano” perché aderisce agli insegnamenti del Magistero della Chiesa (ad esempio all’enciclica “Divini Illius Magistri” riguardante il tema dell’educazione cristiana della gioventù, l’enciclica “Casti connubii” sul matrimonio cristiano, l’allocuzione “Una gioia” sulla moda femminile, l’enciclica “Humanae vitae” sulla procreazione della prole, ecc.), significa che chi lo critica ha qualche problema a livello spirituale. Non è il cattolico coerente col Magistero ad essere “strano”, bensì colui che è incoerente.

Alcune persone mi hanno detto che sembro appartenere a una religione diversa. Se una persona, citandomi qualche passo tratto dal Magistero perenne della Chiesa Cattolica, mi dimostra di aver trovato in me qualche cosa di errato, sono pronto a ritrattare quel che ho detto o scritto, conformandomi agli insegnamenti dei Sommi Pontefici. Spesso il problema è che coloro che la pensano come me vengono considerati “strani” proprio perché sono fedeli al Magistero, mentre i loro critici si sono contaminati con la mentalità del mondo, la quale è opposta alla dottrina di Gesù Cristo.

Alcuni dicono che i tempi sono cambiati, quindi, secondo loro, gli atti magisteriali del passato, tra cui quelli che ho citato prima, non sono più da tenere in considerazione. In realtà la verità non cambia mai. Due più due faceva quattro in passato, fa quattro oggi, farà quattro anche in futuro. Il grande Papa San Pio X, nella monumentale enciclica “Pascendi Dominici gregis”, ha condannato il modernismo definendolo la sintesi di tutte le eresie. Uno dei cavalli di battaglia dei modernisti è la teoria dell'evoluzione del dogma, cioè secondo loro le verità di fede possono cambiare in base ai tempi. Pertanto per loro la verità non è perenne, ma è come un vasetto di yogurt, da consumarsi preferibilmente entro un tot periodo di tempo.

Io non penso che siano i cattolici fedeli alla Tradizione a dover rinnegare il passato e a conformarsi alla mentalità di questo mondo, bensì siano i modernisti a dover pentirsi dei loro tradimenti e rinnegare i loro errori, tornando alla pura dottrina del Magistero perenne della Chiesa Cattolica.

Approfitto dell’occasione per porgerti i miei più cordiali e fraterni saluti in Cordibus Jesu et Mariae.

Cordialiter

Pensiero del giorno

Io per me stimo che questo raffreddamento degli Ordini religiosi per la maggior parte dipende dalla mancanza e trascuratezza dell'orazione; e la mancanza dell'orazione dipende dalla mancanza del ritiro e raccoglimento. Troppo fa vedere l'esperienza, che quanto più taluni s'immergono a trattare cogli uomini, tanto meno desiderano di trattare con Dio; e quanto più essi trattano col mondo, tanto più Iddio da loro si ritira. Volentieri io parlerei (disse un giorno il Signore a s. Teresa) a molte anime; ma il mondo fa tanto strepito nel loro cuore che la mia voce non può sentirsi. Immersi pertanto molti religiosi negli affari di terra, poco pensano a stringersi con Dio. Vorrebbero levarsi dal fango della loro tiepidezza e sciogliersi dagli attacchi terreni in cui si trovano implicati; ma le passioni, da cui non si fanno forza a staccarsi, li tirano sempre al basso, e così perdono l'amore all'orazione.


(Sant'Alfonso Maria de Liguori)

venerdì 14 settembre 2018

La dolcezza

Dagli scritti di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena (1893 - 1953).

O Signore che sei dolce e soave, insegnami la dolcezza del cuore, la soavità del tratto. 

1 - La dolcezza è il fiore della carità; è una partecipazione di quella soavità infinita con cui Dio guida e governa tutte le cose. Nessuno vuole il nostro bene, la nostra santificazione con tanta forza come Dio, e tuttavia Egli non lo vuole con durezza, rigidità o violenza, ma con forza sommamente soave, sempre rispettando la nostra libertà, sostenendo i nostri sforzi, attendendo la nostra adesione alla grazia con pazienza e dolcezza infinita. [...]

La carità fraterna deve fiorire in questo spirito di soavità che, anziché esasperare le piaghe altrui le addolcisce, anziché aumentare i pesi li alleggerisce, anziché rendere più duro l’adempimento del dovere lo rende più facile e soave. La carità ha questa dolcezza con tutti, anche con gli ostinati, anche con i tardi ed i pigri nel corrispondere al bene, anche con i deboli che sempre ricadono negli stessi difetti. Anche se in un cuore ci fosse solo un briciolo di bene, bisogna circondare questo briciolo di cure amorevoli per aiutarne lo sviluppo […].

2 - Nei contatti col prossimo talvolta la nostra carità è messa a dura prova e, di fronte al comportamento irritante di certe persone, i propositi di dolcezza vengono ben presto travolti da movimenti di sdegno, di collera. Ciò non deve scoraggiarci, trattandosi in genere di reazioni spontanee indipendenti dalla volontà, ma non deve neppure autorizzarci a seguire gli impulsi della passione col pretesto Che è troppo difficile resistere e che ci sentiamo trascinati nostro malgrado. È sempre in mano nostra il poter reagire e ci riusciremo più facilmente quanto più la nostra reazione sarà pronta, energica e soave insieme. S. Teresa di G. B. insegnava a una novizia: «Quando si sente esasperata contro qualcuno, il mezzo per ritrovare la pace è di pregare per quella persona e di chiedere a Dio di ricompensarla per la sofferenza che le procura ». E suggeriva di prevenire questi incontri cercando di « addolcire anticipatamente il cuore ». [Consigli e Ricordi raccolti da Sr. Genoveffa del Volto Santo – Ancora - Milano, 1955 p. 147]. 

Del resto, se al prossimo adirato rispondiamo con ira, non facciamo che aumentare l’incendio, mentre bisogna cercare di spegnere la collera opponendovi dolcezza e mansuetudine. La dolcezza però non è condiscendenza e tanto meno connivenza col male: vi sono pure dei casi in cui, come insegna il Vangelo, la correzione fraterna è un dovere che s’impone ed allora è un vero atto di carità. Ma perché sia davvero tale non deve mai essere fatta con l’intento di umiliare, di mortificare e tanto meno di offendere il colpevole [...]. In questi casi la correzione, lungi dall’essere un atto di carità, è totalmente contraria a questa virtù e, anziché fare del bene, produrrà piuttosto l’effetto contrario. Solo un desiderio spassionato e sincero del bene altrui può rendere caritatevole ed efficace la correzione fraterna e questa deve essere fatta con tanta bontà che in essa il fratello senta molto di più l’amore che gli portiamo, che non l’umiliazione di venir ripreso. Proprio così Gesù ha trattato i colpevoli: tutti sono stati sanati dal suo amore, dalla sua dolcezza. 

Colloquio - « O Signore Gesù che, morendo sulla croce, avevi un cuore sì dolce verso di noi e ci amavi tanto soavemente, laddove noi stessi eravamo la causa della tua morte, e ad altro non pensavi che ad ottenere il perdono dei tuoi crocifissori, mentre quelli ti martoriavano ed insultavano crudelmente, aiutami, ti prego, a sopportare con dolcezza le imperfezioni e i difetti del mio prossimo. […] Insegnami sempre a comportarmi con dolcezza e soavità, senza mai rompere la pace con nessuno. […] In conclusione, propongo col tuo aiuto, o Dio amabilissimo, di applicarmi per acquistare la soavità del cuore verso il prossimo, considerandolo come creatura tua, destinata a goderti in eterno in Paradiso. Quelli che sopporti Tu, o Signore Iddio, è ben giusto che li sopporti anch’io teneramente e con grande compassione per le loro infermità spirituali » (cfr. S. Francesco di Sales).

[Scritto tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].

Pensiero del giorno

La via della croce è quella che conduce a Dio.


(Don Bosco)

giovedì 13 settembre 2018

Raddoppio delle Messe tridentine a Oriago di Mira (Venezia)

Un lettore del blog mi ha segnalato che a partire da ottobre le Messe in rito antico celebrate nella chiesa di San Pietro (Riviera San Pietro n. 60) sita a Oriago di Mira (Venezia), passano da una a due volte al mese e avranno luogo la seconda è la quarta domenica del mese alle ore 16. Le prossime celebrazioni saranno il 23 settembre e il 14 ottobre. I celebranti saranno dei preti veronesi.




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Circa l'inarrestabile avanzata della Messa tridentina

Tempo fa un lettore mi ha chiesto se sono sicuro che la liturgia tradizionale abbia fatto breccia anche tra i neocatecumenali.


Gentile Cordialiter,
                                     ho letto in un suo post che tra i vari gruppi aperti alla Messa tridentina ci sarebbero i neocatecumenali. È sicuro di questo? 

[…] La mia vuole essere una semplice segnalazione, mentre la ringrazio degli spunti interessanti che leggo sul suo blog.

(Lettera firmata)


Carissimo in Cristo,
                                        confermo quel che ho detto, e cioè che la Messa tridentina ha fatto breccia anche tra neocatecumenali, gesuiti, salesiani, domenicani, cappellani militari, ecc.

Ovviamente non sto dicendo che tutti costoro siano improvvisamente passati in blocco alla liturgia tradizionale. Magari fosse così!  :-)  Per il momento si tratta solo di una piccola parte, ma fino a un po' di anni fa era una cosa inimmaginabile, visto che il rito antico era ghettizzato in ristretti ambienti ecclesiali. 

So per certo che alcuni preti “neocatecumenali” hanno celebrato la Messa di San Pio V. Anche tra i fedeli laici del “Cammino Neocatecumenale” ci sono alcuni che amano e frequentano la liturgia antica. Addirittura ci sono alcune donne neocatecumenali che lavano e stirano gratuitamente la biancheria liturgica usata per la Messa tradizionale.

Che voglio dire con ciò? La liturgia antica è talmente bella che affascina anche persone che non hanno legami con i classici gruppi ecclesiali che sostenevano la Messa tridentina prima ancora che venisse emanato il Motu Proprio “Summorum Pontificum”. Inoltre è entusiasmante constatare che nonostante l'ostracismo e la persecuzione attutata da coloro che disprezzano tutto ciò che ha un sapore tradizionale, la Messa tridentina continua a diffondersi sempre più. Come ho già detto in passato, non si tratta di una “guerra lampo”, infatti ci sono ancora delle accanite resistenze da parte di gruppi novatori, formati soprattutto da persone anziane. Man mano che passano gli anni, i  novatori “resistenti” perdono sempre più vigore, e presumo che nel giro di una ventina d'anni si saranno praticamente estinti.

Noi siamo in maggioranza giovani e spiritualmente virili, loro sono anziani e spiritualmente isteriliti (cioè non riescono a fare proseliti). Non ci resta che stringere i denti e continuare a resistere ad oltranza. È solo una questione di tempo, prima o poi il fronte modernista collasserà, ormai abbiamo in pugno la vittoria.

Cordiali saluti in Gesù e Maria,

Cordialiter

Pensiero del giorno - I demolitori della Chiesa hanno fatto il loro tempo

La pastorale non è l’arte del compromesso e del cedimento: è l’arte della cura delle anime nella verità. Quando questo è stato detto tutti hanno capito: anche, e soprattutto, quelli che hanno deformato o criticato. Il linguaggio del buon pastore è all’opposto di quello che dicono alcuni teologi del momento. Non credo a possibilità scismatiche. Coloro che usano della loro funzione ecclesiastica per sovvertire la Chiesa contano, in realtà, innanzi agli occhi del mondo solo perché esiste quella Chiesa che essi intendono demolire in nome della «Chiesa futura umanità». Poi ci sono tanti segni, soprattutto fuori d’Europa, che indicano che i demolitori della Chiesa hanno fatto il loro tempo.


[Pensiero del Cardinale Giuseppe Siri tratto dalla rivista "Renovatio", VI, 1970]