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domenica 26 aprile 2026

L’apostolato dell’esempio


Dagli scritti di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena (1893 – 1953).


O Signore, fa’ che la mia condotta sia tale da procurarti gloria ed attirare molte anime al tuo amore. 

1 - Accanto alla preghiera e al sacrificio, altra potente arma di apostolato, accessibile a tutti, è quella di una vita buona, di una vita santa. Non tutti possono predicare, non tutti hanno il dovere di ammonire o di esortare, non tutti possono attendere ad opere apostoliche, ma non vi è nessuno che non possa cooperare al bene spirituale del prossimo con l’esempio di una vita integralmente cristiana, coerente ai princìpi professati e fedele ai propri doveri. « Ognuno può giovare al prossimo se adempie il suo dovere », afferma il Crisostomo e aggiunge: « Nessuno sarebbe più pagano, se i cristiani fossero cristiani davvero, se davvero osservassero i precetti. La vita buona è una voce più acuta e più forte di una tromba ». La vita buona s’impone da sè, ha un’autorità ed esercita un fascino assai superiore a quello delle parole. 

Per un’anima che cerca la verità, che cerca la virtù, non è difficile trovare libri o maestri che ne parlino anche in forma attraente, ma è ben più difficile trovare persone la cui vita ne sia una testimonianza pratica. La mentalità moderna, assetata di esperienza, ha particolare bisogno di questi esemplari, capaci di offrire non solo belle teorie di vita spirituale, ma, soprattutto, incarnazioni concrete della virtù, dell’ideale di santità e di unione con Dio. Molto più che dal pensiero puro, le anime sono attratte dal pensiero vissuto, dagli ideali tradotti nella realtà della vita. Del resto, è questa la grande linea seguita da Dio stesso per manifestarsi agli uomini: il Verbo eterno si è incarnato e, attraverso la realtà così concreta e così umana della sua vita terrena, ci ha mostrato l’immenso amore di Dio per noi e le sue infinite perfezioni. Gesù, che possedeva le perfezioni divine, ha potuto dirci: « Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro, che è nei cieli » (Mt. 5 , 48) e dicendoci così non solo ci mostrava l’ideale supremo della santità, ma ce ne offriva in se stesso il modello. L’apostolo deve battere la via battuta da Gesù incarnando nella sua vita quell’ideale di santità che vuol proporre agli altri; solo così si potrà affermare di lui, come del Signore: « coepit facere et docere » (At. 1, 1), cominciò prima a fare e poi ad insegnare. E solo così l’apostolo potrà ripetere, molto più con la sua condotta che con le parole, l’ardita frase paolina: « Siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo » (I Cor. 4, 16). 

2 - Gesù, che ci ha insegnato a pregare, a digiunare, a fare elemosina nel segreto, affinchè solo il Padre celeste lo sappia e ce ne dia la ricompensa, ci ha insegnato anche ad agire in modo che le nostre opere siano, per coloro che le vedono, un tacito incitamento al bene: « La vostra luce risplenda dinanzi agli uomini in modo tale che, vedendo le vostre opere buone, diano gloria al Padre vostro, che è nei cieli » (Mt. 5, 16). S. Gregorio ci insegna come conciliare i due insegnamenti del Signore: « L’opera sia pubblica - egli dice - ma l’intenzione rimanga occulta, affinchè così diamo al prossimo l’esempio di un’opera buona e, nello stesso tempo, con l’intenzione, con la quale cerchiamo di piacere a Dio solo, desideriamo sempre il segreto ». Vi è una grande differenza tra colui che fa ostentazione del bene compiendolo per attirarsi le lodi altrui, o forse anche per guadagnarsi una certa fama di santità, e colui che, agendo con retta intenzione unicamente per piacere a Dio, è con la sua condotta luce e guida per coloro che gli vivono accanto. Quando l’intenzione è retta - ossia dar gloria a Dio e procurare di attirare altre anime al suo servizio - non dobbiamo temere che le nostre opere buone siano vedute, anzi dobbiamo sentire la responsabilità di comportarci in modo che la nostra condotta sia di edificazione agli altri. 

Ogni anima di vita interiore, pur cercando di piacere soltanto al Padre celeste, deve essere un’apostola dell’esempio; la sua vita di pietà sincera, di virtù soda, di unione con Dio deve risplendere davanti agli uomini e deve richiamarli alla preghiera, al raccoglimento, alla ricerca delle cose celesti. Ciò è possibile a tutti ed in ogni ambiente di vita: lo può fare il professionista in mezzo al mondo, tra i colleghi, gli alunni o i clienti; lo può fare la sposa e la madre nella cerchia della famiglia; può farlo il religioso e la religiosa nell’ambito della propria Comunità; può farlo il sacerdote nel raggio della sua azione. 

Un’anima di vera vita interiore è di per sè un apostolo, è, come dice Gesù, « una città posta sul monte [che] non può rimanere nascosta », è una lucerna accesa messa « sul candeliere, perchè faccia lume a tutti quelli che sono in casa » (Mt. 5, 14 e 15). Quanto più la vita interiore è profonda, tanto più la lucerna splende, illumina le anime e le attira a Dio. 

Colloquio - « Dio mio, nulla è più freddo di un cristiano che non si cura della salvezza degli altri! Per dispensarmene non posso addurre come pretesto la povertà. Pietro diceva: ‘ Non ho argento, nè oro ’; Paolo era tanto povero che spesso soffriva la fame. Non posso addurre la mia umile condizione, perchè anch’essi non erano nobili e non avevano nobili genitori. 

« Non posso neppure scusarmi, o Signore, dicendo che sono ignorante, perchè anch’essi lo erano. Anche se io fossi uno schiavo e per giunta fuggitivo, potrei assolvere il mio compito: anche Onesimo era tale. Non posso obiettare che sono malato, perchè anche Timoteo era spesso infermo. 

« O Signore, la tua luce mi fa comprendere che anch’io posso giovare al prossimo, se adempio il mio dovere. E questo lo farò, se osserverò la tua legge e specialmente la legge dell’amore con la quale s’insegna la bontà a quelli che ci offendono. I mondani sono commossi più dalla vita buona che dai miracoli; e Tu mi dici che nulla rende buona la vita più della carità e dell’amore del prossimo. Aiutami dunque, o Signore, a condurre una vita santa, a fare opere buone, in modo che chi mi osserva possa dar lode al tuo nome » (cfr. S. Giovanni Crisostomo). 

« O Signore, concedimi di credere col cuore, di professare con la bocca e di mettere in pratica la tua parola, affinchè gli uomini, vedendo le mie opere buone, glorifichino te, Padre nostro che sei nei cieli, per Gesù Cristo nostro Signore, al quale spetta la gloria nei secoli dei secoli. Amen » (Origene). 



[Scritto tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].

Pensiero del giorno

La carità è non solo la sintesi ma l'anima di tutte le virtù, e ci unisce a Dio in modo più perfetto e più diretto delle altre; è quindi lei quella che costituisce l'essenza stessa della perfezione.

[Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Imprimatur Sarzanæ, die 18 Novembris 1927, Can. A. Accorsi, Vic. Gen. - Desclée & Co., 1928].

sabato 25 aprile 2026

Padre Leone Casagranda, cappellano militare degli Alpini

Ritengo sia una cosa buona ricordare saltuariamente sul blog l’eroismo dei cappellani militari che hanno servito Dio e la Patria in tempo di guerra.

Uno dei questi eroi fu Padre Leone da Brusago Bedollo, al secolo Attilio Casagranda, il quale nacque nel 1912 in un paesino di montagna del Trentino. Nel 1924 entrò nel seminario dei Frati Minori Cappuccini e nel 1936 venne ordinato sacerdote, dopodiché insegnò presso un liceo di Rovereto gestito dai “religiosi con la barba”. Padre Leone desiderava partire come missionario in Abissinia, territorio situato nell'Africa Orientale Italiana, ma i superiori gli affidarono l'incarico di Direttore del Terzo Ordine Regolare di San Francesco. Nel 1941 venne chiamato a servire la Patria come cappellano militare degli Alpini del Battaglione Sciatori Monte Cervino, successivamente partì con i suoi soldati per il Fronte Orientale, ove si prodigò in opere di misericordia corporale, oltre che a svolgere la sua missione sacerdotale a beneficio dei militari italiani.

Nel gennaio 1943, dopo aspri combattimenti durante i quali incoraggiò i suoi valorosi soldati a resistere strenuamente all’avanzata delle truppe staliniane, venne preso prigioniero dall’Armata Rossa. I sovietici trattavano i prigionieri di guerra in maniera talmente dura da causare la morte a gran parte dei soldati dell’ARMIR (Armata Italiana in Russia) che riuscirono a catturare. Padre Leone morì di inedia il 16 marzo 1943 in un gulag sovietico situato nei pressi di Tambov.

Per il suo eroismo venne decorato con una Croce di Ferro di II classe e con due Medaglie di bronzo al valor militare, con le seguenti motivazioni:

«Prendeva volontariamente parte ad un combattimento con una compagnia d'attacco. Con serenità ed ardimento e sprezzo del pericolo si prodigava a soccorrere sotto l'intenso fuoco nemico i numerosi feriti e li aiutava nell'opera di soccorso spirituale e materiale fino a cadere esaurito dall'inusitato sforzo».
— Klinowyj (Fronte Russo) - 18 maggio 1942

«Presente coi primi nel duro contrattacco, portava la sua parola, il suo esempio, la sua opera dove maggiore era la necessità. Oltre che provvedere ai morti ed ai feriti, incitava i restanti due plotoni sciatori ormai senza ufficiali a tenacemente persistere verso l'obiettivo indicato, partecipava volontariamente due giorni dopo, quando già il suo reparto aveva lasciato le posizioni avanzate, ad un contrattacco con altro reparto alpino e, noncurante della reazione avversaria, si spingeva coi primi sino a contatto del nemico per adempiere alla sua alta missione».

— Quota 204,8 Iwanowka (Fronte Russo) - 22 dicembre 1942

Pensiero del giorno

È il più grande pericolo di oggi: certo attivismo, che non è secondo il Vangelo, perché dominato da un pauroso vuoto spirituale di chi avvicina l'uomo senza la preoccupazione di portarlo a Cristo.

(Cardinale Giulio Bevilacqua)

venerdì 24 aprile 2026

Dio benedice coloro che santificano le feste

[Brano tratto da “Tesoro di racconti istruttivi ed edificanti”, di Don Antonio Zaccaria, Tipografia Pontificia Mareggiani, 1887].


Un calzolaio di Lione, chiamato Bertier, aveva il pessimo costume di lavorare tutta la mattina della domenica. Un pio mercante che abitava lì vicino, mirava con dolore un tal disprezzo delle feste, e un giorno non poté trattenersi di fare al Bertier qualche caritatevole osservazione su questa biasimevole usanza. Ma il calzolaio non lo voleva intendere, e poneva in campo mille pretesti. Voi, mio caro vicino avete un bel dire, perché siete ricco, e quindi senza alcun danno potete riposare la domenica, ma io non ho che la mia arte, con cui possa sostenere me e la numerosa mia famiglia, che sta a mio carico. D'altronde, sono tanti gli avventori e le commissioni che ricevo, che al sabato non trovo mai finiti i miei lavori. Il mercante a tali scuse scoteva il capo, e stringendo gli affettuosamente la mano: - Sentite, ripigliò, non è certo mia intenzione che abbiate a patire voi e la vostra famiglia; facciamo un patto: Voi proponetemi di non lavorare più la domenica per sei mesi, e di intervenire alle sante funzioni, ed io da parte mia m'impegno di compensarvi di tutti i danni che perciò andrete a soffrire, e voi tenetene conto esatto. Accettate voi la mia proposta? - Molto volentieri, riprese il calzolaio: per me certo è più comodo l'andarmi a riposare in chiesa, di quello che lo starmene nella bottega, e tanto meglio quando venga rimborsato di tutto il danno. L'accordo adunque fu conchiuso. Passati i sei mesi, il negoziante si recò alla casa del calzolaio. - Mio caro amico, disse, voi avete mantenuta la vostra promessa, ed io pure manterrò la mia. Prendete il vostro registro, e vediamo a quanto sommano i danni di cui vi debbo rifare. - Oh! io confesso che il vostro consiglio mi fu più di vantaggio che di danno, giacché mi ha portato la felicità; d'allora in poi le cose mie andarono sempre di bene in meglio. Invece di lavorare, ho assistito alle sacre funzioni, ho ascoltato le prediche che prima trascuravo, imparai molte cose che prima ignoravo o che avevo già dimenticate: appresi, quanto era necessario frenar la passione e far forza alla collera; ho acquistato un po' da pazienza, di timore di Dio e di gusto per la preghiera e pei Sacramenti, a cui mi sono accostato con gran contento del mio cuore. D'altra parte il lavoro del lunedì e della settimana mi riusciva più facile e più spedito dopo di aver riposato la domenica. Prima, per ogni piccola cosa, montava sulle furie ed allora stracciava un pezzo di cuoio, o rompeva qualche strumento, o mandava in malora qualche lavoro. Due volte la rabbia mi cagionò la febbre biliosa, che mi impedì il lavoro per parecchie settimane, e mi apportò non piccole spese. Adesso per grazia del Signore, sono diventato più calmo e paziente, e mi par d'aver il corpo più vigoroso e più agile. Di solito la sera del sabato, tutto il lavoro è ultimato, sebbene gli avventori vadano crescendo. Una volta la mia ira, cagionava alterchi e discorsi assai frequenti in famiglia, e per mia colpa ebbero luogo scene tali che mi vergogno al solo pensarvi. Ora regna la pace e la buona armonia, e dietro il mio mutamento, anche i figliuoli sono diventati migliori. Il buon mercante non capiva in sé dalla gioia all'udire si bene notizie, e ringraziava Iddio d'un tanto benefizio. Cavata quindi la borsa, e preso un pezzo da 40 franchi: - Prendete, gli disse, sia questo come un pegno del mio affetto e della consolazione che provo a vostro vantaggio. Continuate a santificare esattamente le feste, e vedrete che la benedizione del Signore scenderà copiosa sempre più sopra di voi, sopra la famiglia, e sopra gli affari vostri, e quel che è più, vi sarà di mezzo efficace a santificarvi e salvarvi.

Pensiero del giorno

Santa Zelia Guerin
Come per l’uomo, la «cavalleria» rappresenta l’ornamento più nobile, più bello e più apprezzato, così per la donna l’ornamento più nobile e più desiderato istintivamente è il «sentimento materno», che è in fondo il suo vero distintivo.

(Brano tratto da "Pratica di caratterologia" di Luigi Maria Rossetti, Elle Di Ci, 1969)


giovedì 23 aprile 2026

Recitare l'Atto di dolore

Soldati italiani degli alpini
Vedendo un documentario che narrava un triste episodio di guerra, rimasi colpito da un fatto. Molti soldati italiani presi prigionieri, erano stati concentrati in un luogo di campagna. Credevano che sarebbero stati condotti in un campo di prigionia e si preparavano a marciare, ma un ufficiale italiano, che forse capiva la lingua del nemico, o comunque aveva capito quel che stava per accadere, gridò ai nostri soldati: “Recitate l'atto di dolore!”. Pochi istanti dopo dalle mitragliatrici del nemico partirono raffiche incrociate che massacrarono quasi tutti i soldati (qualcuno rimase ferito e venne salvato dalla popolazione del posto, dopo che il nemico abbandonò il luogo del misfatto). Mi ha fatto riflettere molto quel “Recitate l'atto di dolore!” gridato dall'ufficiale italiano. Sì, un atto di dolore, se recitato devotamente, può salvare la propria anima, poiché causa una contrizione perfetta del cuore, cioè procura un dolore perfetto delle proprie colpe, dolore causato principalmente dall'aver offeso Dio infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Chissà quanti soldati in quell'occasione riuscirono a fare un atto di contrizione. Chissà quanti sapevano recitare l'atto di dolore. Ohimè, se accadesse oggi un fatto del genere, temo che ben pochi saprebbero recitare questa importantissima preghiera. Il tempo per dire barzellette, chiacchiere e pettegolezzi non manca mai, ma se si tratta di imparare a memoria una preghiera, si dice che non si ha tempo. Un giorno San Roberto Bellarmino andò a visitare un moribondo. Tentò di prepararlo alla confessione e alla buona morte facendogli fare un atto di contrizione, ma il moribondo affermò di non capire quei concetti, e in quello stato se ne morì.

Pensiero del giorno

Bisogna guardar le cose con l'occhio della fede e dell'eternità, della gloria di Dio e della salute degli uomini. Chi si ferma alla vita presente e alla terrena felicità, non riuscirà mai a intendere i disegni di Dio, che volle assoggettarci alla prova quaggiù per ricompensarci poi nel cielo. Tutto è subordinato a questo fine, non essendo i mali presenti che un mezzo per purificarci l'anima, rinsaldarla nella virtù, e farci acquistare dei meriti; ogni cosa poi per la gloria di Dio che resta il fine ultimo della creazione.


[Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Imprimatur Sarzanæ, die 18 Novembris 1927, Can. A. Accorsi, Vic. Gen. - Desclée & Co., 1928].

mercoledì 22 aprile 2026

Confessione dei recidivi

Tempo fa un lettore mi ha chiesto se Dio perdona un penitente che si pente sinceramente dei peccati mortali commessi e li confessa, ma che poi ritorna a commettere spesso le stesse colpe. Essendo una questione che potrebbe interessare anche altre persone, ho deciso di pubblicare la mia risposta.


Caro fratello in Cristo, 
                               un autorevole manuale di Teologia Morale afferma: "Dicesi recidivo chi senza nessuna emenda ricade sempre negli stessi peccati ripetutamente confessati. (...) Il recidivo ordinariamente deve essere assolto ogni qualvolta promette seriamente di usare i mezzi atti a prevenire le ricadute. Infatti tal penitente non manca delle disposizioni richieste per l'assoluzione; cioè del dolore dei peccati e del proposito di non peccare più in avvenire. Né vi si oppone il timore di future ricadute; perché alla vera disposizione non è necessaria la futura correzione, ma basta la presente volontà di non ricadere" (cfr. “Sommario di Teologia Morale” di Don Luigi Piscetta e Don Andrea Gennaro, traduzione dal latino di Don Antonio Cavasin, casa editrice SEI, 1952).

Nella speranza di esserti stato di qualche utilità, ti saluto cordialmente nei Cuori di Gesù e Maria.

Cordialiter

"Giocare" alle sedute spiritiche

Pubblico una breve testimonianza sulle sedute spiritiche. Molti giovani pensano siano un "gioco".


Ciao carissimo fratello in Cristo, ho letto il messaggio con cui metti in guardia contro le sedute spiritiche. Hai fatto molto bene! Quando ero ragazzina molti le facevano "per gioco". Io non ho mai voluto farne e non ho mai permesso che le facessero in casa mia. In tutta sincerità mi hanno sempre fatto paura e non mi vergogno a dirlo. Anni fa avevo anche un certo interesse per l'astrologia, ma ho abbandonato velocemente perché mi sono resa conto che erano tutte fandonie. Però sono fandonie pericolose, molto pericolose per le anime anche se ormai in pochi si prendono la briga ricordarlo! E così via con la lettura delle rune (...), dei tarocchi, della mano, di non meglio identificati livelli energetici... E così le persone si perdono dietro a un mondo di sogni e sprecano tempo e denaro rischiando anche di perdere l'anima!

Maristella

Pensiero del giorno

[Citazione tratta dall'Esortazione Apostolica "Menti Nostrae" del grande Papa Pio XII].


Vi sono alcuni i quali, di fronte all'iniquità del comunismo che mira a strappare la fede a quelli ai quali promette il benessere materiale, si mostrano pavidi ed incerti; ma questa Sede Apostolica, con documenti recenti, ha indicato con chiarezza la via da seguire, dalla quale nessuno dovrà allontanarsi se non vorrà mancare al proprio dovere. Altri si dimostrano non meno pavidi e incerti di fronte a quel sistema economico che è noto con il nome di capitalismo, del quale la Chiesa non ha mancato di denunciare le gravi conseguenze. La Chiesa infatti ha indicato non soltanto gli abusi del capitale e dello stesso diritto di proprietà che tale sistema promuove e difende, ma ha altresì insegnato che il capitale e la proprietà devono essere strumenti della produzione a vantaggio di tutta la società e mezzi di sostegno e di difesa della libertà e dignità della persona umana. 

Gli errori dei due sistemi economici e le dannose conseguenze che ne derivano devono convincere tutti e specialmente i Sacerdoti a mantenersi fedeli alla dottrina sociale della Chiesa e a diffonderne la conoscenza e l'applicazione pratica. Tale dottrina infatti è la sola che può rimediare ai mali denunciati e così dolorosamente diffusi: essa unisce e perfeziona le esigenze della giustizia e i doveri della carità e promuove un ordinamento sociale che non opprima i singoli e non li isoli in un egoismo cieco, ma tutti unisca nell'armonia dei rapporti e nel vincolo di fraterna solidarietà. 

martedì 21 aprile 2026

Adorazione Eucaristica a Milano

Giovedì 23 aprile 2026 dalle ore 18 Adorazione Eucaristica e Benedizione. Sarà presente padre Riccardo.

Chiesa di santa Maria alla Consolazione.  Largo Cairoli fermata metro linea 1 (rossa) Cairoli-Castello.

Ringrazio Maristella per la segnalazione.

  

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È difficile trovare un fidanzato cristiano

Moglie e marito
Una donna "over 50" avrebbe tanto voluto sposarsi e diventare madre, ma non è mai riuscita a trovare un fidanzato interessato a vivere una relazione sentimentale nella fedeltà agli insegnamenti della Chiesa Cattolica. A tal proposito ripubblico una sua interessante lettera che mi ha scritto alcuni anni fa.


Ciao D.,
[…] Innanzitutto mi ha commosso la lettura sull'importanza del rapporto fisico nel matrimonio che hai riportato sul blog [si riferisce a un brano tratto da un libro di Pierre Dufoyer, ndr]. Nella tua lettera dici che è difficile trovare una ragazza contraria ai rapporti prematrimoniali. Eppure le donne dovrebbero essere felici di ciò! […] Anch'io sono contraria all'aborto, al divorzio, agli anticoncezionali e rapporti prima del matrimonio.

[…] Un tempo ero molto attratta dalla bellezza fisica. Ora non è più una delle priorità. Nella mia preghiera dico sempre a Gesù: non importa se ha un handicap fisico, basta che mi rispetti e mi ami  teneramente. Perché per me, come penso per le donne in genere, l'importante è quello che tu dici nel meraviglioso elenco che fai. Soprattutto per noi (o almeno, per me) è necessario qualcosa così difficile da trovare: essere appoggiata e difesa. Sì, difesa! Anche se sono una donna forte, che ha imparato a difendersi da sola, fare in casa ciò che dovrebbe fare un uomo, anche se ho un carattere a volte impetuoso e volitivo, sono pur sempre una donna! 

[…] Che penuria che c'è di uomini virili, virili nella fede, combattivi della fede! Certo non dico che debba stare tutto il giorno con il rosario in mano, basta già insieme alla sera, ma che con me voglia difendere la sana dottrina. Nelle piccole cose, magari. […] Credo che saggezza sia partire con i piedi per terra. La santità non è la partenza per una coppia, ma il traguardo, che potrebbe durare una vita intera. Chiedere subito la perfezione a una donna/uomo è nocivo e fa allontanare, perché l altro istintivamente si sente inadeguato, inferiore a te o al tuo ideale di moglie/marito e si eclissa (mi è successo). […] L' importante è che ci siano solide basi (tutti i principi non negoziabili, diciamo). […] Sai, mi ha sempre commosso e affascinato la storia di Sara e Tobia. E mi dà anche tanta speranza per me stessa. Mi sento un po' come lei. Se fossi vissuta negli anni 40, 50, sarei stata piena di pretendenti! E felice.

I figli. Punto dolente. Per una come me che ama i bambini (ho lavorato anni per loro), non averne potuti avere per mancanza di... marito, è stata un'immane sofferenza, costata tante lacrime. [...]

Altro punto critico, e qui ci sarebbe da fare un "simposio"... Perché tante donne preferiscono sposare uomini rozzi, poco sensibili e anche poco intelligenti? Ci ho riflettuto e studiato su per molto tempo su questa dinamica. È una dinamica MALATA. Senso di inferiorità, disistima personale,  vissuti infantili mai risolti. Coazione a ripetere. E' più semplice e triste di quanto credi, la risposta. Non dipende dall'altro ma da se stesse (idem uomini che cercano donne autoritarie e mascoline). È un discorso assai lungo.

[...] Io forse non ottengo [un marito, ndr] perché non so chiedere. O non ottengo perché non sono abbastanza "virtuosa". [...] io dico:  Gesù, ti prego, non farmi più stare sola, è così brutta la solitudine di una vita! Mi intristisce, mi fa sentire incompleta. Vorrei camminare fino a te, con uno sposo a fianco, per servirlo da vera donna, tu lo sai! Sai anche quanto io sia capace a stare da sola, non sono una che senza un uomo accanto è perduta e non mi metterei con il primo che capita per non stare sola, tante lo fanno. Io preferisco rimanere da sola se sposarmi fosse a nostro danno. Sia fatta la tua volontà. Madre mia intercedi per me presso tuo Figlio come alle nozze di Cana. Donami uno sposo secondo il cuore di Dio! Grazie. Amen.

Un po' terra-terra... Ma vedessi come sono insistente, mi dò fastidio da sola, eh eh!
Bene, la prossima volta (se avrai ancora la grazia di ascoltarmi) ti devo porre un quesito per sapere una risposta secondo la dottrina dei tuoi santi preferiti.

Ciao, un caro saluto nei cuori santi di Gesù e Maria.

(Lettera firmata)


Cara sorella in Cristo, 
anche io penso che se tu fossi nata alcuni decenni prima avresti avuto molte più possibilità di sposarti. In passato le donne “serie”, cioè quelle che non si concedevano prima delle nozze, erano molto ricercate, mentre le “donne facili”, cioè quelle che commettevano fornicazione, erano ricercate solo da uomini "poco timorati di Dio" per relazioni temporanee, ma poi anche loro per sposarsi preferivano quelle serie.

Oggi la società è cambiata. Se una donna vuole arrivare vergine sino al matrimonio viene spesso derisa e umiliata. Anche questo è un segno del degrado in cui versa una società che si è allontanata da Dio.

Anche se ormai hai superato i 50 anni e non potrai avere la gioia di diventare mamma, spero tanto che tu riesca a trovare un marito profondamente cristiano con cui poter vivere santamente assieme e giungere entrambi al supremo ed eterno traguardo nella Patria Celeste.

Ti saluto cordialmente nei Cuori di Gesù e Maria.

Cordialiter

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Pensiero del giorno

San Francesco di Sales
Vi raccomando soprattutto lo spirito di dolcezza, che rapisce i cuori e conquista le anime.


(San Francesco di Sales)

lunedì 20 aprile 2026

Il soldato che voleva vendicarsi

[Brano tratto da “Tesoro di racconti istruttivi ed edificanti”, di Don Antonio Zaccaria, Tipografia Pontificia Mareggiani, 1887].


Un soldato ricevette un giorno pubblicamente un gravissimo affronto da persona inferiore; sfoderò egli la sciabola, e corse furibondo per vendicarsi: ma essendo stato trattenuto a forza dai circostanti, restò campo all'offensore di ritirarsi e fuggire così lontano che non si seppe più nuova di lui. Il soldato fremeva di rabbia, si consumava di livore, e giurava e sacramentava che non si sarebbe tagliato né barba né capelli finché non si fosse di propria mano vendicato. Hanno da essere tante pugnalate, ripeteva di spesso smaniando e prendendo fra le mani la lunga barba, quanti sono questi peli. 

Passati così tre anni ebbe notizia che il suo nemico si trovava in una città lontana tre giornate. Raggiante di gioia montò subito a cavallo, e giurò da non scendere di sella finché non fosse arrivato a quella città, ed avesse fatta vendetta. Giunto colà si recò subito alla piazza, pensando d’incontrarvi il suo nemico, trovò invece che vi si faceva una fervente Missione. Il soldato sperando tra la tanta folla di gente scoprire l'avversario, si fermò a sentire la predica, la quale era appunto diretta contro i vendicativi, mostrando loro come sono condannati ad un inferno doppio, uno in questa e l'altro nella futura vita. Nella presente hanno un inferno atroce per il verme della coscienza che gli rode, per le furie che sconvolgono l'animo, pel veleno che attossica il cuore, pel fuoco ardente dello sdegno che li cuoce e consuma. Nell'altra, perché chi non perdona non troverà perdono, non troverà misericordia e sarà da Dio inesorabilmente condannato alle fiamme infernali. Tutte queste parole erano tante frecce al cuore del soldato, che colla divina grazia lo ferirono salutarmente, e lo mutarono [...]. 

Finita la predica, andò subito tutto compunto ai piedi del missionario, risoluto di far la pace col suo offensore; si confessò ed assisté con gran sentimento a tutto il restante di quella missione. Terminata che fu, cercando del suo nemico per riconciliarsi, sentì che era in prigione per debiti. Diede quanto denaro aveva, vendé il cavallo e le armi sue stesse per liberarlo. E infatti lo liberò, con tal giubilo e contentezza di cuore in quella generosa vittoria di se stesso, che soleva dire: “Se un vendicativo ha due inferni per pena, chi di vero cuore perdona ha due paradisi per premio, uno dei quali io già provo e l'altro aspetto con fiducia dalla divina misericordia”.