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martedì 22 settembre 2026

La devozione verso le anime purganti mantiene in noi la fede (lk)

[Brano tratto da "Il mese di novembre santificato, ossia la divozione verso le anime del Purgatorio promossa per via di brevi considerazioni e scelti esempi",  Tipografia dell'oratorio di San Francesco di Sales, 1869].


Ogni nostra buona opera, fatta in favore dei defunti, oltre ad essere di utilità immediata per noi, è grandemente efficace a farci progredire nello spirito del cristianesimo, a fortificare l'intelletto nella fede, ed a sviluppare nel cuore le abitudini delle più nobili virtù. Questa devozione è efficacissima a mantenere la fede delle più alte verità della religione. Ci dà alta idea dell'infinita santità di Dio, della sua giustizia e misericordia, ci rammenta di continuo i meriti infiniti della passione e morte del Salvatore, meriti senza cui ogni nostra soddisfazione non avrebbe valore alcuno. Ci fa apprezzare meglio che cosa sia la gloria del cielo, la cui privazione forma il tormento principale delle anime purganti. Ci ispira grande orrore dell'inferno, poiché i tormenti così terribili, che soffrono le anime sante, sono un nulla rispetto a quelli dei dannati. Essa ci fa allontanare dal peccato mortale, distrugge molte illusioni intorno alla confessione, con il rammentarci che ogni peccato mortale, sebbene rimesso dall'assoluzione, ci taglia lunghe pene temporali da subire. È la maggiore protezione contro il peccato veniale commesso troppo leggermente anche da persone pie; ci fa comprendere tutta la gravezza di questo peccato e l'ingiuria che Dio riceve, per cui lo castiga severamente; diventa quindi rimedio potentissimo contro la tiepidezza. Esercita la nostra fede intorno agli effetti del Sacrificio e dei Sacramenti, facendoci conoscere quanto possono anche nell'altra vita. Ci famigliarizza con il dogma tanto importante, ma poco conosciuto, della comunione dei santi, mettendoci in comunicazione incessante con la Chiesa purgante, e con la trionfante; per essa siamo in continua permutazione di beni spirituali con il mondo invisibile. Questa devozione accresce in modo particolare la nostra stima per le indulgenze, tesoro inapprezzabile, ignorato da tanti cristiani; ce le fa cercare accuratamente, e prendere mezzi per renderci degni di acquistarle. Accresce la nostra fede nelle promesse misericordiose di Dio, e ci fa sperare don fiducia le promesse ricompense a chi esercita la carità verso i fratelli. E per ultimo ravviva costantemente la fede alle altre devozioni, di cui è come necessario complemento. Quindi per questa devozione, noi viviamo costantemente in un mondo soprannaturale, viviamo della fede che è il fondamento delle cose da sperarsi, dimostrazione delle cose che non si vedono. 

FIORETTO SPIRITUALE. — Infelici! perché vi lasciate talmente accecare dalle cose transitorie, da non pensare di fare opere buone mentre siete in vita, per quindi trovarle nell'estremo bisogno della morte? (S. Caterina da Genova). 

Pensiero del giorno

[Pensiero tratto dall'Enciclica “Ad Beatissimi Apostolorum Principis” del Sommo Pontefice Benedetto XV del 1914].

Né soltanto desideriamo che i cattolici rifuggano dagli errori dei Modernisti, ma anche dalle tendenze dei medesimi, e dal cosiddetto spirito modernistico; dal quale chi rimane infetto, subito respinge con nausea tutto ciò che sappia di antico, e si fa avido e cercatore di novità in ogni singola cosa, nel modo di parlare delle cose divine, nella celebrazione del sacro culto, nelle istituzioni cattoliche e perfino nell'esercizio privato della pietà.

lunedì 21 settembre 2026

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Sacro Cuore
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L'Arcivescovo di Torino che fece soffrire Don Bosco


Don Bosco prega Maria Ausiliatrice

Don Bosco durante l'esilio terreno fece un gran bene a innumerevoli anime. Ma dovette subire tante sofferenze causategli non solo dai nemici esterni della Chiesa, bensì anche da certi ecclesiastici. Tra coloro che lo fecero soffrire più di tutti vi fu Mons. Lorenzo Gastaldi, Arcivescovo di Torino. A dirlo fu lo stesso Don Bosco, guardate cosa scrisse alla Santa Sede:

Sono ormai dieci anni, dacché il sottoscritto e la nascente Congregazione Salesiana soffrono gravi vessazioni per parte dell’Arcivescovo di Torino, Mons. Lorenzo Gastaldi, le quali, oltre agli innumerevoli disturbi che ci hanno arrecato, c’impedirono anche di occuparci della salute delle anime. Per il fatto che questo Prelato ora ci vietò di servirci delle facoltà concesseci dalla Santa Sede; ora contro le prescrizioni ecclesiastiche pretese d’ingerirsi nel regime interno e disciplinare della nostra Congregazione, come se fosse solamente un Istituto diocesano; sovente senza ragione rifiutò di ammettere i nostri Chierici alle Sacre Ordinazioni; talvolta per futili pretesti negò ai nostri Sacerdoti la facoltà di predicare e di confessare ed anche di celebrare la Messa nella sua Diocesi; talora li sospese senza colpa canonica e senza far precedere le formalità richieste dai Sacri Canoni; ci proibì di pubblicare nella sua Diocesi Brevi ottenuti dal Sommo Pontefice a favore delle nostre Opere; biasimò Istituzioni benefiche già commendate e benedette dal Santo Padre; scrisse lettere a grandi e a piccoli, e stampò e pubblicò persino libelli per infamare i Salesiani ed il loro Superiore. Tutti questi atti paiono essere stati promossi dal nemico di ogni bene, per soffocare e distruggere la nostra povera Congregazione, o metterle almeno intoppi sopra intoppi, perché non possa conseguire quel fine, per cui venne stabilita ed approvata dalla Santa Sede.

Tutte queste ed altre innumerevoli molestie noi abbiamo fin qui tollerate in silenzio. I tempi corrono difficili per la Santa Chiesa, e io non voleva recarle disturbi, provocando solennemente l’autorevole e supremo suo giudizio a nostro sostegno. (...)

Noi avremmo continuato ancora a sopportare in silenzio simili molestie e difficoltà; ma ultimamente l’Arcivescovo deferì alla Sacra Congregazione del Concilio, e pubblicò cose infamanti per il sottoscritto e per tutta la Pia Società Salesiana, invocandone provvedimenti; e perciò io mi trovo dal dovere dell’ubbidienza costretto a fare alla Santa Sede la presente Esposizione. (...)

            Torino, 15 Dicembre, ottava della festa di Maria Immacolata, 1881.

Pensiero del giorno

In tutte le vostre opere, mirate al Cielo, e all'eternità della vita e dell'anima, e vi orienterete allora molto diversamente da come vi suggerirebbero pure considerazioni umane, e la vostra attività sarà ispirata al bene.


(San Giuseppe Moscati)

domenica 20 settembre 2026

L'estensione della carità fraterna

Dagli scritti di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena (1893 - 1953).


O Signore, fammi comprendere che la vera carità non ammette eccezioni, ma abbraccia con amore sincero qualsiasi prossimo. 

1 - Se la carità si basasse sulle qualità del prossimo, sui suoi meriti, sul suo valore, se si basasse sul conforto e sui benefici che da esso riceviamo, sarebbe davvero impossibile estenderla a tutti gli uomini. Ma, poiché si fonda sulle relazioni del prossimo con Dio, nessuno può esserne lecitamente escluso, giacché tutti appartengono a Dio, sono di fatto creature sue e, almeno per vocazione, sono tutti figli suoi, redenti dal Sangue di Cristo, chiamati a vivere « in società » con Dio (cfr. I Gv. 1, 3), mediante la grazia qui in terra e la visione beatifica nel cielo. E anche se alcuni, per la loro malizia, si sono resi indegni della grazia di Dio, tuttavia, finché vivono, sono pur sempre capaci di convertirsi e di essere riammessi nella dolce intimità del Padre celeste. 

Nell’antico testamento, in cui il grande mistero della comunicazione della vita divina agli uomini non era ancora stato rivelato e Gesù non era ancora venuto ad instaurare la realizzazione di questi nuovi rapporti fra Dio e gli uomini, la legge dell’amore del prossimo non esigeva questo abbraccio universale e profondo, di cui gli antichi non sarebbero stati capaci. Ma da quando Gesù è venuto a dirci che Dio è nostro Padre al punto di volerci comunicare la sua vita divina, da quando Gesù è venuto ad offrirci la grazia di adozione a figli di Dio, il precetto della carità ha acquistato una nuova ampiezza. « Voi avete udito che è stato detto: ‘ amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico ’. Io invece - proclama Gesù - dico a voi: ‘ amate i vostri nemici, fate del bene a chi vi odia e pregate per quelli che vi perseguitano e vi calunniano, affinché siate figli del Padre vostro, che è nei cieli, il quale fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugl’ingiusti ’ » (Mt. 5,43-45). Ecco come Gesù stesso dichiara il motivo della carità universale: dobbiamo amare tutti per essere figli del Padre celeste, per imitare il suo amore universale verso tutti gli uomini che sono creature sue, da lui eletti a suoi figli adottivi. Anche Gesù c’insegna che dobbiamo amare il prossimo « propter Deum », a motivo di Dio. 

2 - Molte volte in pratica troviamo difficile il precetto della carità universale, perché facciamo dell’amore del prossimo un fatto quasi esclusivamente personale, soggettivo e quindi egoistico. In altre parole, anziché far dipendere il nostro amore per il prossimo dalle sue relazioni con Dio, lo facciamo dipendere dalle sue relazioni con noi. Se il prossimo ci vuol bene, ci rispetta, ci tiene in giusta considerazione, ci presta servizi, ecc., non troviamo nessuna difficoltà ad amarlo, anzi ci compiacciamo in questo amore e cerchiamo in esso conforto. Ma ben altro accade se il prossimo ci è contrario, se ci urta, se ci procura - sia pure involontariamente - dei dispiaceri, se non condivide il nostro modo di pensare, se non approva la nostra condotta. Di fronte a tutto ciò dobbiamo pur convenire che sbagliamo in partenza sostituendo a Dio, che è il vero motivo per cui dobbiamo amare il prossimo, il nostro misero io con le sue esigenze egoistiche. Anche in fatto di amore del prossimo dobbiamo riconoscere che siamo purtroppo quasi sempre egocentrici e ben poco teocentrici. Se il centro dei nostri rapporti col prossimo fosse veramente Dio, sapremmo superare il punto di vista egocentrico, ossia egoista, personale e, pur soffrendo per i torti, le indelicatezze, i dispiaceri che possiamo ricevere dal prossimo, non prenderemmo mai da ciò motivo per rifiutargli il nostro amore. In fondo, è sempre l’egoismo che ci porta fuori strada e, in questo caso, ci chiude la strada alla pratica della carità teologale. 

Dobbiamo, dunque, vincere l’egoismo e slanciarci oltre gli orizzonti tanto limitati di un amore basato sui nostri interessi personali. Guardiamo più in alto, guardiamo a Dio che ripete anche a noi come a S. Caterina da Genova: « Chi ama me, ama tutto ciò che è amato da me ». Se, a motivo delle difficoltà che incontriamo nei nostri rapporti col prossimo, la nostra carità si arresta, vuol dire che i nostri rapporti con i fratelli non sono regolati dall’amore di Dio, ma dall’amore del nostro io. 


[Scritto tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].

Pensiero del giorno

Ricco di maestà e nobiltà, il latino è la lingua che meglio di tutte eleva l'animo alla sacralità. 

(Papa Roncalli).

sabato 19 settembre 2026

L'inferno esiste!

Diavolo
Don Giuseppe Tomaselli nel suo libretto intitolato “L'inferno c'è”, racconta un fatto spaventoso avvenuto alla presenza di numerosi testimoni.

Raimondo Diocré era un professore della famosa università parigina della Sorbona. Quando morì, i funerali vennero celebrati nella Chiesa di Notre Dame con grande concorso di popolo. La bara fu collocata nella navata centrale, coperta da un semplice velo. Durante il rito funebre, a un certo punto si udì una voce sepolcrale: “Per giusto giudizio di Dio sono stato accusato!” I presenti si avvicinarono alla salma e alzarono il velo, ma constatarono che il professore era immobile e freddo. Dopo un po' venne ripresa la funzione religiosa tra il turbamento generale e ad un certo punto il cadavere si alzò alla presenza di tutti e gridò forte: “Per giusto giudizio di Dio sono stato giudicato!”. I fedeli presenti rimasero ancora più spaventati per l'accaduto, alcuni dottori si avvicinarono al cadavere ritornato immobile e constatarono che era davvero morto. Il funerale venne sospeso e rinviato al giorno dopo. Gli ecclesiastici discussero sul da farsi. Secondo alcuni il fatto accaduto in chiesa significava che il defunto era dannato e quindi non bisognava celebrare il funerale, altri invece sostenevano che non era certo che il professor Diocré si fosse dannato, poiché aveva solamente detto di essere stato accusato e giudicato. Il vescovo approvò quest'ultimo parere e l'indomani fece ripetere da capo le esequie. Mentre era in corso la nuova funzione funebre, il morto si alzò sulla bara e gridò con voce terrificante: “Per giusto giudizio di Dio sono stato condannato all’inferno per sempre!”. A quel punto il funerale venne interrotto e il cadavere venne seppellito, ma non in terra consacrata, essendo ormai certa la sua dannazione eterna.

A causa di questo evento spaventoso molte persone si convertirono. A che giova all'uomo guadagnare il mondo intero se poi perde l'anima sua?

Pensiero del giorno

Il fidanzato, e specialmente il giovane marito, prenda buona nota di questo aspetto della psicologia femminile. Ne può ricavare molto per la felicità o l'infelicità della sua sposa o del suo matrimonio. Una donna non dimenticherà mai una parola dura o un rimprovero amaro, pronunciato a sproposito durante una piccola scena coniugale, come ricorderà la parola o il gesto amabile durante un parto, una malattia, una prova, un lieto avvenimento. Di qui la necessità per l'uomo di evitare ogni durezza di parola, di gesto o di atteggiamento, e di vivere in vera cortesia e sincera bontà. È la condizione di una felicità duratura. 

[Brano tratto da "Per te fidanzato e giovane marito", di Pierre Dufoyer, Edizioni Paoline, 1958].

venerdì 18 settembre 2026

Pio XII raccomandò la confessione frequente dei peccati

 

Papa Pio XII
Papa Pio XII ha raccomandato vivamente la pratica della confessione frequente (anche dei peccati veniali) principalmente nell'enciclica Mystici Corporis Christi, pubblicata il 29 giugno 1943.

Ecco i dettagli principali riguardo a questo insegnamento:

Il contesto: Mystici Corporis Christi

In questo documento, dedicato alla natura della Chiesa come "Corpo Mistico di Cristo", il Papa affronta il tema del progresso spirituale dei fedeli. Interviene per correggere alcune tendenze dell'epoca che sminuivano la confessione dei peccati veniali, considerandola superflua.

Punti chiave della raccomandazione

Pio XII sottolinea che, sebbene non sia strettamente necessaria per il perdono dei peccati non gravi (che possono essere rimessi in altri modi), la confessione frequente dei devoti è caldamente incoraggiata per diversi motivi spirituali:

  • Aumento della conoscenza di sé: Aiuta a fare verità sulla propria condizione interiore.

  • Crescita nell'umiltà: L'atto di accusare le proprie colpe educa l'anima.

  • Sradicamento delle cattive abitudini: Contrasta la tiepidezza spirituale e le inclinazioni al male.

  • Purificazione della coscienza: Porta una maggiore pace interiore.

  • Rinvigorimento della volontà: Conferisce una grazia sacramentale specifica per resistere alle tentazioni.


Pio XII tornò su questo tema anche in un'altra importante enciclica, la Mediator Dei (1947), dedicata alla sacra liturgia. In essa ribadì che la confessione frequente è un mezzo prezioso per progredire sulla via della santità e per partecipare più degnamente all'Eucaristia.

Pensiero del giorno

Ogni Santa Messa bene ascoltata e con devozione, produce nella nostra anima effetti meravigliosi, abbondanti grazie spirituali e materiali, che noi stessi non conosciamo.

(Pensiero di San Pio da Pietrelcina)

giovedì 17 settembre 2026

Assistenza divina

(Dagli scritti di Don Giuseppe Tomaselli)


Costruire un Tempio, grande e sfarzoso, richiederebbe oggi centinaia e centinaia di milioni; quantunque al tempo del Santo la moneta avesse altro valore, facendo le proporzioni, si avrebbe lo stesso risultato. Don Bosco iniziò la costruzione del magnifico Santuario dell'Ausiliatrice in Torino senza denaro; e non solo la Chiesa, ma anche i locali annessi, cioè un grandioso Ospizio. La gente si domandava, a vedere tanti operai a lavoro e la fabbrica a venire su così presto: Ma questo Prete dove prende i denari per pagare la mano d'opera e il materiale?...  Don Bosco aveva fatto il disegno del Santuario, come gli era stato mostrato nelle visioni, l'aveva fatto approvare, aveva posta la prima pietra il 27 Aprile 1865 e diede l'incarico della costruzione all'impresario Carlo Buzzetti. A costui disse:
- Ti voglio dare subito un acconto per i grandi lavori. Non so se sarà molto, ma sarà tutto quello che ho.  
Messo fuori il borsellino, lo capovolse nelle mani di Buzzetti e vennero fuori otto soldi. 
- Con questo lei vuole innalzare un grande Tempio?  
- Stai tranquillo, che la Madonna penserà a provvedere il denaro!  
Un altro, che faceva da economo, disse: Don Bosco, ma come faremo ad andare avanti? Come si può affrontare un'opera simile senza denaro?  
- Non preoccuparti! Comincia gli scavi. Quando mai noi abbiamo cominciato un'opera con i denari pronti? Bisogna lasciar fare qualche cosa alla Divina Provvidenza!  

Da quel momento furono tante le grazie concesse dalla Madonna a coloro che concorrevano alla costruzione della nuova Chiesa, che Don Bosco potè dire: La Vergine Santissima si è edificata da se stessa la sua casa; ogni mattone del Tempio ricorda una grazia da lei concessa.  Per aver un'idea di ciò che avveniva attorno a Don Bosco quando lavorava per la gloria di Dio, basta citare un semplice episodio, uno tra i moltissimi. Si erano cominciati gli scavi e si avvicinava il giorno del pagamento della prima quindicina di lavoro. Il Santo fu chiamato al letto di una signora, la quale da tre mesi era gravemente inferma. Le consigliò di pregare la Madonna e di fare una novena, con la promessa, se era possibile, di dare qualche offerta per il Tempio in costruzione. L'inferma presto guarì e diede a Don Bosco la somma per il pagamento della quindicina dei lavori, dicendo: Questa è la prima offerta e non sarà certamente l'ultima. 


[...]

La fiducia di Don Bosco nella Divina Provvidenza non aveva limiti, per questo era sicuro in ogni impresa. Si trovava a San Benigno Canavese. Don Rua e Don Lazzero erano preoccupati, dovendosi pagare d'urgenza ventimila lire. Questa somma oggi equivarrebbe almeno a due milioni. Mentre si studiava il modo di procurare il denaro, Don Bosco estrasse da tasca una busta sigillata, che gli era stata consegnata e non aveva ancora aperta. Era un signore che scriveva, dicendo che aveva già pronte ventimila lire da mandare per qualche opera di beneficenza. Don Bosco esclamò: Queste sono cose di ogni momento; eppure i posteri non le vorranno credere e le porranno tra le favole!  

Un altro esempio del genere. 

Si erano spese trentamila lire per mettere in efficienza un'abitazione a Mathi Torinese. Don Bosco era a pranzo dal Conte Colle a Tolone e ruminava nella sua mente la maniera di raccogliere quella somma per darla all'impresario; non manifestò il suo pensiero. Finito il pranzo, il Conte, che nulla sapeva dell'affare di Don Bosco, gli consegnò un plico, dicendo: Serva per le sue opere. Il plico conteneva trentamila lire. Il Santo, sorridendo, si rivolse al Conte: Durante il pranzo pensavo al debito di trentamila lire; lei è stato scelto da Dio a strumento della sua Provvidenza.  Il Conte a queste parole pianse di consolazione. Quando, in estremo bisogno, non si muovevano gli uomini ad aiutare Don Bosco, interveniva direttamente Dio, dando al suo Servo il potere di operare miracoli. Ed il nostro Santo potè moltiplicare le pagnottelle per la colazione dei suoi ricoverati, le castagne e le nocciole in occasione di passeggiate e le Sacre Particole durante la Messa. 

[...]

Come si spiega l'abbondanza di Provvidenza in Don Bosco? Con le parole di Gesù: « Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in più... ». Egli cercava la gloria di Dio e la salvezza delle anime; non ambiva il denaro per sè o per cupidigia, ma per il bene del prossimo. Secondo le parole del Vangelo, quando una persona osserva bene la legge di Dio ed ha cura dell'anima propria, può essere sicura di essere assistita dalla Divina Provvidenza; non nuoterà nella ricchezza, perchè d'ordinario questa è pericolosa, ma non sarà privata del necessario. 

Don Bosco è considerato come il Santo della Provvidenza e molti si rivolgono a lui nelle necessità della vita. 


(Brano tratto da “Un prete straordinario”, di Don Giuseppe Tomaselli)

Pensiero del giorno - Circa l'apostolato dei lassisti

Non è possibile fare intendere a tutti le vie di Dio, e zelando la sua gloria sotto l'influsso dello Spirito Santo, si urta contro la mentalità di quelli che non sanno capire le vie della penitenza, dell'amore e dell'abnegazione, e vorrebbero un apostolato stilizzato sulle abitudini moderne, innocuo, per così dire, che sia più un'occasione di divertimento che un sentirsi pressato a mutare completamente vita.

[Brano tratto dal libro “La Sacra Scrittura”, volume 21, “Atti degli Apostoli”, di Don Dolindo Ruotolo, Apostolato Stampa]

mercoledì 16 settembre 2026

Circa l'ecumenismo "federativo"

[Brano tratto da un articolo del compianto Cardinale Giuseppe Siri, intitolato "Bilancio dell'ecumenismo", e pubblicato su “Renovatio”, VI - 1971].

Sentiamo il dovere di dire che un bilancio sull'ecumenismo deve essere fatto anche se non abbiamo la presunzione di farlo qui. Solo i bilanci sono in grado di dire se metodi e strumenti assunti hanno dato i frutti desiderati. […] È il caso di chiedersi ora se sia soddisfacente il corso delle operazioni a breve termine. Si tratta del recupero dei singoli all'unità della vera Chiesa. La domanda può venir posta in altro modo, più espressivo: i ritorni individuali sono diminuiti o aumentati? Si raccolgono qua e là voci sconcertanti. Se sono vere (e ci auguriamo non lo siano o siano esagerate), il problema si sposta ai metodi usati. Non basta la volontà ecumenica, il suo slancio, il suo ardore; occorre l'intelligenza e la misura. La verità ha sempre un fascino; la grazia di Dio opera nel segreto delle anime e nel ruotare dei fatti ben oltre quel fascino. Tuttavia quello che ha sempre attirato verso la Chiesa è stata la sua unità indiscutibile, la sua monoliticità nell'adesione a Pietro, il carattere definitivo del suo Magistero interamente applicato, la forza attrattiva della comune disciplina. La Chiesa deve presentarsi come un ancoraggio sicuro. Nel segreto delle anime, ove la logica demolisce molti idoli e pone incredibili esigenze e là dove la sofferenza della vita imprime uno spontaneo movimento di ricerca spirituale, si manifesta incontenibile il bisogno della «roccia sicura». Tutto quello dei difetti nostri che rende l'ancoraggio meno certo e definitivo demolisce il metodo giusto dell'ecumenismo. Tutto ciò non sarebbe vero se si partisse dal concetto dell'«unità federativa»; ma questa non è nel piano di Cristo.

Pensiero del giorno

Chi non ha battaglia non ha vittoria.


(Santa Caterina da Siena)