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mercoledì 27 ottobre 2010

Romano Amerio difeso da un suo discepolo


Il prof. Enrico Maria Radaelli, noto docente universitario e scrittore di fama internazionale, mi ha chiesto gentilmente di pubblicare una lettera indirizzata agli amministratori di un famoso sito italiano di matrice cattolica, dai quali è stato "censurato". Ritengo sia da apprezzare il tono fermo ma pacato con il quale l'Autore espone il suo punto di vista. Perché ho deciso di pubblicare la lettera? Il mio scopo non è quello di alimentare tensioni, bensì di aprire una serena discussione circa i problemi che stanno affliggendo la Chiesa Cattolica. Onde evitare che i gestori di quel sito possano sentirsi offesi, ho preferito “oscurare” il nome del loro domino e qualche altro riferimento personale. Cari amici, io voglio bene a tutti, agli uni e agli altri, voglio bene persino ai nemici della Chiesa (interni ed esterni) e prego per essi, non vorrei che qualcuno possa anche lontanamente pensare che io voglia fomentare discordie tra cattolici fedeli alla Chiesa. Credetemi, il mio scopo è solo quello di contribuire ad un sano confronto nella concordia: in omnibus caritas, insegnava il zelantissimo Sant'Agostino. Se qualcuno, leggendo questa lettera, si sentisse offeso, gli chiedo umilmente scusa, e mi dichiaro disposto fin da subito a riallacciare i rapporti d'amicizia fraterna. Anche il prof. Radaelli mi ha assicurato che nello scrivere la lettera non ha avuto alcuna intenzione di offendere chicchessia.



Milano, 9 ottobre 2010


Alla Redazione di […],

vedo che sul Vostro blog si sta svolgendo un dibattito molto critico su Romano Amerio. Vorrei intervenire a difesa del soggetto; si può? Mi pare che nessuno dei partecipanti abbia letto almeno una delle quasi seicento pagine che in sedici anni ho scritto su Amerio […] e delle uniche due sue conferenze, raccolte da me per registrazione dal filosofo allora vivente, tenute ad Albano Laziale, infine una monografia, ancora l’unica al mondo: Romano Amerio. Della verità e dell’amore, Marco Editore, Lungro di Cosenza, 2007, con Introduzione di Antonio Livi, Cappellano di Sua Santità, Socio ordinario dell’Accademia di San Tommaso, Professore ordinario di Filosofia della conoscenza e Decano della Pontificia Università Lateranense, nonché Interventi di don Divo Barsotti […] e di ben due vescovi: Mario Oliveri e Antonio Santucci. Se qualcuno dei critici di Amerio avesse letto almeno qualcuna di queste pagine, avrebbe forse ribaltato il suo giudizio sul filosofo italo-svizzero. Mi premerebbe soprattutto far rilevare un fatto: ammesso e non concesso che Amerio come filosofo e teologo cattolico sia stato tutto quello che chi lo critica dice sia stato e più ancora; ammesso e non concesso che i suoi libri siano pieni di errori dottrinali marchiani e indifendibili come quello segnalato sull’aborto, anzi: oltre ad aggiungere senz’altro i due errori dottrinali da me già debitamente rilevati e segnalati in apposito capitolo nella mia monografia (v. cap. XI, Correggere Amerio, in camera veritatis), se ne trovino e se ne aggiungano più ancora; ammesso e non concesso che Iota unum sia libro disperato, triste e intristente, e perciò lo si deprezzi più ancora; ebbene: anche ammesso e non concesso tutto questo, e più ancora, nessuno può togliere all’autore di Iota unum di essere l’unico filosofo, l’unico teologo, l’unico pensatore, ad aver acceso le due luci decisive a illuminare, con la prima, la vera e prima causa della crisi attuale della Chiesa e del mondo e, con la seconda, anche l’unica via per la sua più santa soluzione. Prima luce, individuazione della crisi: quegli argomenti di Amerio che a dir tanto sono visti, come scrive il signor A. H., come «elementi di grande rilievo», a p. 314 sgg. di Iota sono fissati dal filosofo a «ragione ultima» del «presente smarrimento [della Chiesa]»: la «dislocazione della Monotriade» (la precessione dell’amore sul Logos, ossia la prevaricazione dell’atto sull’idea) è la «ragione ultima della crisi della Chiesa» a tutt’oggi riconosciutagli unicamente da Augusto Del Noce malgrado chi scrive l’avesse evidenziata nella citata monografia esibendo persino la foto della lettera in cui Del Noce la rileva all’amico e anzi ne coglie l’insostituibilità di causa. Nessun filosofo, nessun teologo, nessun vescovo, a parte Divo Barsotti (in tre paginette che nessuno di voi ha letto!), Antonio Livi, Mario Oliveri e Antonio Santucci, parla oggi di ciò come causa prima della crisi, anche se Iota unum dissemina in ogni pagina la specificazione che ciò significa in ogni ambito dottrinale e morale –. Che nessuno parli della «dislocazione della Monotriade» come causa prima della crisi non toglie argomento alla cosa. Anzi, disgraziatamente lo avvalora. Seconda luce, l’unica via di soluzione della crisi: alle pp. 27-8 di Iota l’Autore delinea «la legge della conservazione storica della Chiesa». In che consiste? Consiste nel fatto che «la Chiesa non va perduta nel caso non pareggiasse la verità, ma nel caso perdesse la verità». La Chiesa «perderebbe la Verità» (condizionale ipotetico perché irrealizzabile) solo se si avverassero le peraltro impossibili condizioni desunte da Amerio: ‘Abrogare, espungere il dogma con positive, pubbliche e chiare formulazioni teoretiche scientemente pensate e formulate come tali dal Trono più alto’. Il vero torto del filosofo è di non aver dedicato un libro a illustrare questi concetti, ma, se i dibattenti vogliono, possono trovare a p. 696 sgg. di Iota l’ampia illustrazione che ne faccio dopo aver analizzato in lungo e in largo il testo di Amerio. Base dell’argomento è proprio la granitica convinzione del Luganese che la Chiesa non possa in alcun modo né ora né mai rompere con se stessa, convinzione che professa fortemente a p. 113 sgg. addirittura con due appositi paragrafi. […] Non tocco la questione aborto, né quella sui pareri del filosofo su Bruno e Campanella, perché vorrei che l’attenzione del dibattito restasse focalizzata alle due luci accese da Amerio: precisa individuazione ma anche luminosa soluzione della crisi della Chiesa (e del mondo contemporaneo). Che si allarghino dunque i dibattiti, miei cari amici in Cristo, ma lo si faccia sulle parole dette, non sulle non dette. […] Con tutta la stima,

Enrico Maria Radaelli