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venerdì 20 marzo 2026

L'orfanella che pregò per ottenere da Dio una nuova mamma

[Brano tratto da “Tesoro di racconti istruttivi ed edificanti”, di Don Antonio Zaccaria, Tipografia Pontificia Mareggiani, 1887].


Era la sera che va innanzi al giorno dei morti e la campana della parrocchia dava lenti e lugubri i suoi rintocchi, annunciando ai fedeli che le anime dei loro cari istavano penando nel purgatorio, e imploravano il soccorso delle loro preghiere. - Perché piangi, nonna mia? diceva una fanciulla in sui sette anni ad una vecchierella magra e sparuta, che se la teneva sulle ginocchia, e in questo dire colla piccola manina le veniva accarezzando il viso. - Ah! mia povera Ghita, rispondeva sospirando la vecchietta, senti tu il mesto suono di questa campana? ebbene, esso ricorda che il tuo babbo e la tua mamma non son più, poveretti! - Sì, nonna, non son più, ma perché piangi? non hai detto le tante volte che sono andati nel bel paradiso? - Piango non già per loro, che saranno, lo spero, beati lassù, ma per te, mia Ghita, che sei rimasta orfanella così piccina. - Orfanella no, nonna: il signor Curato mi diceva anche ieri: la nonna è ora la tua mamma. Tu, nonna mia, sei la mamma che m'ha lasciato il buon Dio, perché dunque chiamarmi orfanella? - Ah! Ghita, Ghita, quella campana mi ricorda ancora che io pure seguirò fra breve i tuoi genitori nella tomba e allora che sarà di te? A queste parole seguì un istante di silenzio; grosse lacrime scorrevano dagli occhi della vecchierella, e la fanciulla, gettatele le braccia al collo, la baciava con tutto l’affetto, studiandosi di consolarla. - Domani, riprese poscia la nonna, asciugandosi le lacrime colla palma della mano, domani, Ghita mia, andremo al Cimitero a pregare per l'anima dei santi morti, che ti intercedano dal Signore una mamma che faccia le mie veci quando io più non sarò. - Sì, sì, l’interruppe la Ghita, pregherò tanto il mio babbo, la mia mamma, che sono in cielo in compagnia del buon Dio, che io, stanne pur certa, nonna, non sarò mai orfanella sulla terra. Il giorno appresso in sull'albeggiare, la piccola Ghita andava in compagnia della nonna al Cimitero. Tra via esse colla corona in mano recitavano il rosario, ed entrate nel recinto del Camposanto, si prostrarono ai piè della Croce che sorgeva nel mezzo, e quivi tacitamente pregavano. Pregava non senza pianto la buona nonna per le anime dei suoi morti, pregava per la sua Ghita, la Ghita pregava con tenera confidenza il suo babbo e la sua mamma che non consentissero che essa rimanesse orfanella. Ed ecco a pochi passi dietro a loro odono una voce che grida: - Ah mia dolce Ghita, mia piccola Ghita! - La fanciulla a quel grido si volge, vede una signora, che inginocchiata dinanzi ad una piccola urna sepolcrale, tutta si scioglieva in lacrime; e nella sua fanciullesca semplicità argomentando lei appunto esser quella che la signora chiamava a nome, senza pur chiedere licenza alla nonna, ritta si deva, corre a lei, e: - Che volete signora da me? - le dice con aria di ingenuità. Questa la guarda, mira quel viso sul quale splende il candore dell'innocenza, e dopo essere stata un momento in forse: Chi sei tu, le chiede, fanciulla mia? - Sono la Ghita, che voi avete or ora chiamata. - Come ti trovi qui, bimba mia? - Sono venuta con la nonna a pregare il babbo e la mamma che stanno nel bel paradiso, perché io non rimanga orfanella. - La signora non disse parola, stette così un po' sopra sé, poi volgendosi di tratto alla fanciulla: Dov'è, Ghita, la tua nonna? - È là. - Bene, andiamo a lei. Quando le furono presso, la signora, salutatala cortesemente, la aiutò a rilevarsi da terra, e poi così le disse: - Buona donna, io era venuta qui a piangere una mia figliuola di nome Ghita, morta da pochi giorni; era la mia delizia, il mio amore, e non aveva altra figliuola che lei. Bene, il Signore mi ha mandato innanzi questa vostra fanciulla, che è tutta dessa la mia Ghita; la volete dare a me? io le sarò madre ed ella mi sarà figliuola ... Anzi non voglio già che vi separiate da lei; no, voi pure potrete venire con me, divideremo insieme gli uffici materni, finché piaccia al Signore di lasciarci in vita. A siffatta proposta la nonna non fece risposta che coi singhiozzi e colle lagrime, ella non capiva in sé dalla gioia; sarebbe morta contenta perché la sua Ghita non rimaneva più orfanella. Andarono quello stesso giorno ad abitare nella casa della pietosa signora, la quale d'allora innanzi soleva poi sempre chiamare la Ghita «la figlia del Cimitero».

Pensiero del giorno

Quando si giunge a voler incontrare qualunque sacrificio piuttosto che commettere avvertitamente un peccato anche solo veniale, si ha l'amore perfetto di Dio.

[Brano tratto da "Invito alla santità" di Don Giuseppe Frassinetti (1804 - 1868), Città Nuova, Imprimatur + Aloisius Liverzani, Episcopus Tusculanus - Frascati, 13 maggio 1981].

giovedì 19 marzo 2026

È peccato chiedere a Dio di morire?

Sant'Alfonso Maria de Liguori
Domanda: "È peccato chiedere a Dio di morire?".  La risposta dipende dalle circostanze. I tradizionali manuali di Teologia Morale insegnano che è lecito desiderare la morte (ciò che è lecito desiderare è lecito anche chiederlo a Dio) in contesti di alta spiritualità o di estrema necessità, senza che ciò costituisca colpa:

  • Per il desiderio del Cielo (Cupio dissolvi): Seguendo l'espressione di San Paolo (Filippesi 1,23), è lecito e persino santo desiderare la morte per essere finalmente uniti a Cristo e non poter più peccare. Qui il desiderio non è "fuga dal mondo", ma "tensione verso Dio".

  • Per evitare il peccato: È lecito chiedere a Dio di morire onde evitare il rischio di peccare continuando a vivere in questa valle di lacrime.

  • In caso di sofferenze atroci: Diversi autorevoli moralisti insegnano essere lecito desiderare di morire, quando si stimasse meno dura la morte che la vita penosa, per causa dell'infermità, della povertà, o di altra tribolazione che si patisce.

Onde evitare fraintendimenti bisogna chiarire che anche nei casi in cui è lecito desiderare la morte, non è mai lecito darsi la morte da sé stessi (suicidio).

Per quanto riguarda il pregare Dio per la morte, è famoso il caso di San Rita che pregò il Signore affinché facesse morire i suoi figli prima che commettessero un omicidio.

Quando è peccato chiedere a Dio di morire? Quando questa "preghiera" nasce da impazienza, disperazione, odio, rabbia e, in generale, per motivi futili o addirittura cattivi.

Quindi, quando si vuol pregare Dio di farci morire presto, è bene rendere buona l'intenzione cui cui si prega, come facevano San Paolo, Santa Teresa d'Avila, Sant'Alfonso Maria de Liguori e tanti altri santi, i quali desideravano di lasciare questa Terra per potersi finalmente unire per sempre con Gesù nella Patria Celeste. In questo modo, non solo non si peccherà in alcun modo, ma si farà un meritorio atto d'amore verso Dio.

Santa Teresa d'Avila era molto devota a San Giuseppe

Dagli scritti di Santa Teresa d'Avila.

Io presi per mio avvocato e protettore S. Giuseppe; e mi raccomandai a Lui con la più grande fiducia. Il suo soccorso apparve manifesto. Questo tenero padre si affrettò a trarmi dallo stato in cui languivo, come mi tolse da pericoli maggiori. Non mi ricordo di avere sinora domandato grazia che non l'abbia ricevuta. (...) L'Altissimo concede agli altri Santi la grazia di soccorrerci soltanto in qualche bisogno; ma il glorioso S. Giuseppe, lo so per esperienza, stende il suo potere su tutti. Vuole con ciò nostro Signore farci intendere che, nello stesso modo che gli fu sottomesso qui in terra, così si compiace in cielo di esaudire tutte le sue domande. Molte persone, a cui ho consigliato di raccomandarsi a questo incomparabile protettore, tale lo hanno anch'esse sperimentato; e quindi il numero delle anime che lo onorano va crescendo, e i benigni effetti della sua mediazione confermano ogni giorno le mie parole. (...) Conoscendo ora per lunga esperienza il meraviglioso potere che ha presso Iddio, vorrei persuadere tutti ad onorare questo Santo con culto speciale. Non ho sinora conosciuto persona veramente devota di S. Giuseppe che non faccia notevoli progressi nella virtù; poiché questo celeste Patrono favorisce in modo meraviglioso l'avanzamento spirituale delle anime che a lui si raccomandano. Scongiuro per l'amor di Dio chi non crede a farne la prova: toccherà con mano quanto sia vantaggiosa la devozione a S. Giuseppe. Le persone di orazione lo amino con filiale tenerezza. Chi non trova persona che gli insegni a far orazione, prenda questo Santo glorioso come maestro e non sbaglierà la via. 

[Brano tratto dal libretto "Piccolo mese di San Giuseppe" del Sac. Luigi Bo, 1929].

Pensiero del giorno

Altra caratteristica della vita di S. Giuseppe è di essersi totalmente consacrato alla missione affidatagli da Dio: Giuseppe non vive per se stesso, per i suoi interessi personali, ma unicamente per Iddio, che serve in Gesù ed in Maria. S. Giuseppe è così il vero modello delle anime di vita interiore, delle anime che aspirano a vivere totalmente per Dio e con Dio, nel compimento della missione da lui ricevuta.

[Scritto tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].

mercoledì 18 marzo 2026

È peccato farsi leggere le carte?

Confessionale
Molte persone che vogliono confessarsi bene si domandano: "È peccato farsi leggere le carte?". Una cosa del genere è chiaramente un atto di superstizione, dato che solo Dio conosce il futuro. La superstizione è l'attribuzione di un potere soprannaturale o divino a creature, oggetti o azioni che non lo possiedono né per natura, né per istituzione divina, né per approvazione della Chiesa. 

I tradizionali manuali di Teologia Morale insegnano che i peccati di superstizione sono "colpe gravi" proibite dal Primo Comandamento, tuttavia alcuni autorevoli teologi ammettono la possibilità che il penitente possa aver peccato solo venialmente (cioè "non gravemente") per ignoranza, semplicità, errore, o se ha considerato la cosa più per scherzo che seriamente.

I manuali solitamente suddividono la superstizione in quattro rami principali:

  • Culto indebito a Dio (Indebitus Dei cultus): Si verifica quando si prega il vero Dio, ma in modo falso o superfluo (es. inventare riti bizzarri non approvati o credere che l'efficacia di una preghiera dipenda rigorosamente dal numero esatto di candele accese, scivolando nel "magismo").

  • Idolatria: Il grado massimo, in cui si offre il culto di latria (riservato solo a Dio) a una creatura (idoli, denaro, potere, astri).

  • Divinazione: La pretesa di conoscere il futuro o le cose occulte invocando, esplicitamente o implicitamente, l'aiuto del demonio (astrologia deterministica, chiromanzia, spiritismo).

  • Vane osservanze (Vanae observantiae): È la forma più comune. Consiste nel cercare di ottenere effetti straordinari (salute, fortuna, protezione) attraverso mezzi sproporzionati che non hanno né efficacia naturale né divina (es. amuleti, cornetti, il numero 13, o le "catene di Sant'Antonio").

3. La radice del peccato

Per la morale cattolica, la gravità della superstizione risiede nel fatto che essa:

  1. Offende la Sovranità di Dio: Si sposta la fiducia dalla Provvidenza a un oggetto creato.

  2. Cade nel Demoniaco: Molti manuali (come quelli di Prümmer o di Sant'Alfonso) avvertono che dietro le pratiche superstiziose si nasconde spesso un pactum implicitum (un patto implicito) con il maligno.


Differenza tra Religione e Magia

La distinzione fondamentale che i manualisti fanno è questa: nella religione, l'uomo si sottomette alla volontà di Dio; nella superstizione/magia, l'uomo cerca di "costringere" la divinità o le forze occulte a fare la propria volontà attraverso formule o oggetti.

Pace della coscienza dopo una buona Confessione

San Giuseppe con Gesù Bambino
[Brano tratto dal libretto "Piccolo mese di San Giuseppe" del Sac. Luigi Bo, 1929].


Mentre il P. Barri della Compagnia di Gesù scriveva un libro per pubblicare le grazie straordinarie ottenute per intercessione di S. Giuseppe, una persona che non volle si pubblicasse il suo nome, gli scrisse la seguente lettera: Ho saputo che voi raccogliete esempi di grazie ottenute dalla intercessione di S. Giuseppe: la riconoscenza mi obbliga a riferirne una grandissima ricevuta dall'intercessione del caro Santo. Negli anni miei giovanili mi ero consacrato a Dio offrendogli con voto la purezza del mio cuore. Un giorno ebbi la disgrazia di offendere il mio voto. La vergogna del mio peccato mi tolse il coraggio di confessarlo, ed incominciai una catena di sacrilegi con i quali il demonio mi tenne per alcun tempo legato. D'allora non ebbi più pace né giorno né notte. Detestavo la mia mancanza di coraggio; eppure non sapevo determinarmi a confessarmi bene. In tali angustie mi venne in mente di ricorrere per aiuto a S. Giuseppe. Lo pregai di volermi ottenere la grazia con la sua intercessione, e S. Giuseppe mi esaudì prontamente. Spero di aver fatto una buona confessione, perché da quel giorno che ai piedi del Ministro di Dio, sinceramente pentito, confessai la mia colpa e tutte le altre che eran venute in seguito, il Signore riempì il mio cuore di pace e di santa gioia, la quale più non mi abbandonò. Riconoscente a S. Giuseppe per questo grande favore, mi sono posto al collo una medaglia di questo Santo, la quale porterò con me nel sepolcro. Dal giorno della mia confessione ho vinto tutte le tentazioni cattive, ed ho ricevuto da S. Giuseppe tante altre grazie e favori.

Pensiero del giorno

Sacro Cuore di Gesù
Per convertire un incredulo più che la scienza e l'eloquenza è necessaria la dolcezza.


(San Vincenzo de' Paoli)

martedì 17 marzo 2026

Don Giuseppe Tomaselli contro le bugie sui morti

Don Giuseppe Tomaselli
Tra gli scrittori verso i quali ho maggiore gratitudine per i preziosi insegnamenti contenuti nei loro libri, vi è certamente anche l'eroico salesiano Don Giuseppe Tomaselli (1902 – 1989). Due parole per descriverlo: apostolo della buona stampa cattolica, eccellente confessore e direttore spirituale, impavido esorcista, strenuo difensore dell'abito talare, sacerdote di sicura fede, degnissimo seguace di San Giovanni Bosco.

Tra i suoi numerosi libretti, ce n'è uno che è particolarmente indicato in questo mese di novembre, ed è intitolato "I nostri morti - La casa di tutti". Eccovi un breve brano nel quale racconta di una sua visita al cimitero:

« Il viale è lungo; a destra ed a sinistra si ergono delle tombe, ma sono molte e non è possibile considerarle tutte. Qualcuna mi colpisce e mi obbliga a fermarmi. ... Il sepolcro è sontuosissimo, sormontato da un mezzo busto; fiori all'intorno ed una lampada accesa; gli emblemi delle virtù teologali sono artistici: la croce, l'àncora, la fiaccola; l'iscrizione del seguente tenore: « Mente eletta - Cuore nobile - beneficò gli altri, dimentico di sé - Sposa e figli straziati ne piangono il trapasso ». Bugie! Bugie! Il mondo è un ammasso di menzogne! Nel Cimitero però la menzogna regna sovrana: Tutti i morti sono onesti e caritatevoli. Pare che la morte scelga soltanto i buoni! Ho conosciuto quest'uomo... dalla mente eletta e dal cuore nobile! Ricordo bensì ciò che si diceva alla sua morte: Avrebbe fatto meglio a morire cinquant'anni prima!... Quanti padri di famiglia ha fatto piangere!... A quanti operai ha succhiato il sangue!... Quante prepotenze ed angherie ha fatto!... Prima di spirare colpito da male improvviso, invece di chiamare Dio, disse al servo: La chiave della cassaforte alle figlie femmine! - E cessò di vivere. Il suo corteo funebre fu di primo ordine: ghirlande senza numero e lunghe teorie di automobili. Ora sei qui, nobile signore, in pasto ai vermi! Hai gabbato il mondo, ma non certamente Dio. Avresti fatto meglio ad essere più caritatevole. Le ricchezze ammassate non sono più tue. Quante campagne possedevi! Adesso ti bastano pochi palmi di terra! O infelici ricchi! Siete invidiati dai mondani, ma Gesù ha lanciato contro di voi un «guai» terribile: Guai a voi, o ricchi! E' più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, anziché un ricco entrare in Paradiso! »

Pensiero del giorno

Ben sapete, venerabili fratelli, che vi sono pastori che si sforzano di strappare le pecore da quest'unico ovile [la Chiesa Cattolica, n.d.r.], da quest'unico porto di salvezza; e vi è pur noto quanto un tale pericolo in qualche luogo si faccia sempre più grave. Perciò Noi, meditando davanti a Dio su questa sterminata moltitudine di uomini che non conosce ancora la verità dell'evangelo, e insieme considerando, com'è giusto, quel grave pericolo verso cui tanti sono sospinti o per la diffusione del materialismo ateo, o per una certa dottrina che usurpa il nome cristiano e che realmente risente degli errori e delle dottrine del comunismo, Ci sentiamo spinti con impellente urgenza e con ansia a promuovere in ogni dove e con ogni sforzo le opere dell'apostolato [...].  

[Citazione tratta dalla Lettera Enciclica "Evangelii Praecones" di Papa Pio XII].

lunedì 16 marzo 2026

È peccato odiare una persona?

Alcuni si pongono la domanda: "È peccato odiare una persona?" Mentre amare significa "volere il bene del prossimo", odiare significa "volerne il male".
 
Da un punto di vista della morale cattolica, odiare una persona è considerato uno dei disordini più gravi della volontà. 
 
I cristiani che vogliono essere coerenti col Vangelo devono necessariamente perdonare i propri nemici, eliminando dal proprio cuore ogni sentimento di odio, rancore e vendetta verso il prossimo.

Per la rubrica “Pillole di Teologia Morale” pubblico un interessante brano che spiega in che modo bisogna comportarsi con coloro che ci hanno fatto soffrire. L'autore del testo è Padre Teodoro da Torre del Greco, O.F.M. Cap., celebre teologo moralista del secolo scorso.

Vi è un precetto divino che ci ordina di amare il prossimo: «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mt. 22, 39).

[…]

125. - II. In specie, in forza di questo precetto siamo tenuti ad amare anche i nemici (cfr. Mt. 15, 44)·

L'amore dei nemici comporta: a) il perdono.

Nemico è colui che volontariamente e continuamente ci ingiuria o ci danneggia ingiustamente. Non bisogna, però, confondere l'inimicizia con l'antipatia, la quale consiste in un'istintiva avversione verso una persona per motivi giusti. L'antipatia deve essere repressa con la gentilezza, amabilità, e col rendersi servizievole verso la persona antipatica, perché, per quanto i moti istintivi di avversione non siano peccaminosi, tuttavia, possono sempre creare un pericolo di peccato, la cui colpevolezza dipende dalla gravità di questo pericolo.

Al nemico si deve perdonare di cuore e spontaneamente l'offesa, non conservando odio o rancore, né vendicandosi. Tuttavia non è illecito esigere (anche in giudizio) la riparazione, dell'ingiuria e del danno arrecato all'onore, alla fama ed ai beni di fortuna, purché non vi subentri l'odio o la passione. L'odio, oltre a costituire peccato grave, spinge ad atti nocivi alla persona odiata. Non si può dire che si odia il prossimo, quando si odia non la persona, ma il male che in essa si vede, per es. l'avarizia, la superbia, la lussuria in Tizio.

b) Bisogna manifestare anche esternamente il perdono, dando all'offensore dei segni comuni di amicizia, cioè:

I) non desiderargli alcun male e non escluderlo dalle preghiere comuni; 2) [...] rispondere alle sue domande ed alle sue lettere, trattare con lui con la stessa maniera con cui si tratta con un proprio simile. Solo qualche volta possiamo omettere questi segni di benevolenza comune, se la carità e la giustizia lo richiede; così p. es. molte volte privando il nemico dei segni comuni di benevolenza potrebbe essere per lui un monito perché rinsavisca; oppure, se questi segni possono venire interpretati malamente, ecc. Anzi molte volte è la giustizia stessa che richiede di privare il nemico dei segni di benevolenza, per fargli maggiormente comprendere il mal fatto; 3) non si è tenuti, però, a dare al nemico i segni di speciale benevolenza che si sogliono dare a persone legate con speciali vincoli di parentela, amicizia, ecc., eccetto che ciò sia necessario o per evitare in lui il pericolo di peccare contro la carità, o per evitare lo scandalo che ne potrebbe seguire, o per dimostragli il perdono dopo che l'ha domandato.

c) La riconciliazione; cioè, deporre quell'odio e quel desiderio di vendetta che si ha verso di lui.

L'offensore è obbligato a domandare perdono all'offeso, purché non scusi un grave incomodo, o l'offeso sia assente, o si preveda che l'offesa non sarà condonata. Se l'offesa è mutua la riconciliazione deve partire da colui che ha offeso prima, se essa è di uguale portata, altrimenti da colui che ha offeso più gravemente. Colui che è stato offeso è tenuto a ristabilire la pace col suo nemico. Spesso basta domandare perdono in modo tacito p. es., coll'avvicinare l'offeso e parlargli, trattandolo amichevolmente, ecc.

Il confessore si astenga dall'imporre all'offensore l'obbligo di domandare formalmente ed espressamente perdono all'offeso; né l'offeso deve pretendere dall'offensore l'umiliazione di un formale ed espresso perdono.


(Brano tratto da "Teologia Morale", di Padre Teodoro da Torre del Greco, O.F.M. Cap., Edizioni Paoline, 1964).

Pensiero del giorno

Il matrimonio richiede dapprima l'unione delle anime. Con queste parole si intende tutto ciò che ha relazione con la vita religiosa e soprannaturale. Il vero matrimonio attua questa comunanza spirituale: marito e moglie si aiutano a considerare la loro vita come la missione che Dio ha loro affidata e ad accettarne coraggiosamente gli impegni. Carlo D'Austria [nella foto a lato, n.d.r.] in una lettera alla sua fidanzata, la principessa Zita, riassumeva in una espressione magnifica l'impegno che essi volevano realizzare in due mediante la loro unione: "Noi dovremo santificarci in uno". Fortunate le famiglie in cui gli sposi condividono le stesse convinzioni profonde e si aiutano a metterle in pratica!

[Brano tratto da "Il matrimonio - Libro della giovane dai 17 ai 20 anni", di Pierre Dufoyer, Edizioni Paoline; imprimatur: in Curia Arch. Mediolani, die 23-2-1953, Bernareggi, Vic. Gen.].

domenica 15 marzo 2026

È peccato amare una donna sposata? (lk 5)

Donna sposata
Molti uomini si domandano se sia peccato amare una donna sposata. Si tratta di una domanda che i classici manuali di Teologia morale trattano con una notevole precisione, e vale la pena distinguere bene i livelli, perché la tradizione cattolica non si limita a un semplice “sì” o “no”, ma analizza la natura dell’atto interiore, l’oggetto dell’amore e le circostanze.

Cosa dicono i manuali morali tradizionali

I moralisti classici (Aertnys-Damen, Prümmer, Noldin-Schmitt, Jone, ecc.) distinguono tre piani:

1. L’amore come sentimento spontaneo

  • Il sentimento non volontario, cioè l’emozione che nasce senza essere cercata, non è peccato in sé.
  • Diventa moralmente rilevante solo quando la volontà lo accoglie, lo coltiva, o vi acconsente.

I manuali sono molto chiari: “affectus non voluntarius non est peccatum” (l'affetto non volontario non è peccato).

2. L’amore volontario verso una persona sposata

Qui la tradizione è unanime:

  • Amare volontariamente una persona sposata con un amore che implica il desiderio di una relazione che contraddice il vincolo matrimoniale, è considerato peccato grave.
  • Il motivo è semplice: si tratta di un amore che tende oggettivamente a violare un vincolo sacro e a mettere in pericolo la fedeltà coniugale.

I moralisti parlano di “affectus inordinatus erga personam coniugatam” (affetto disordinato verso persona coniugata).

3. L’amore di benevolenza

La Chiesa non proibisce — anzi, incoraggia — l’amore di carità, la benevolenza, l’amicizia onesta.

  • Voler il bene di una persona sposata, stimarla, rispettarla, aiutarla: tutto questo è moralmente buono.
  • Diventa problematico solo quando l’affetto assume una forma che tende ad un amore disordinato verso una donna già coniugata con un altro.

Equilibrio spirituale

La tradizione cattolica è molto realista: riconosce che il cuore umano può essere toccato da affetti non cercati. Il punto decisivo è la volontà: cosa si sceglie di fare con quel sentimento.

Angustie di coscienza

Confessionale
Le anime nobili soffrono più per le angustie spirituali che per i dolori fisici. Per cercare di aiutare coloro che soffrono angustie di coscienza che tormentano l’anima, ho deciso di redigere un breve elenco di casi morali che interessano molti fedeli. Per rendere più coinvolgente la lettura ho redatto l’elenco sotto forma di domande e risposte. Ci tengo a precisare che le risposte non sono “mie opinioni personali”, bensì si basano su ciò che in proposito insegnano Sant’Alfonso Maria de Liguori o altri dotti e autorevoli autori.

- Oggi mi sono confessato con sincero pentimento dei miei peccati e domani vorrei fare la Comunione, ma mi sono ricordato di essermi dimenticato in buona fede di confessare un peccato certamente mortale. Posso fare la Comunione? Sì, in questo caso si può tranquillamente ricevere la Comunione. Il peccato mortale dimenticato lo confesserai nella prossima confessione.

- Mi sono confessato con compunzione dei miei peccati, ma il confessore non mi ha fatto recitare l’Atto di Dolore. È valida l’assoluzione? Se eri sinceramente pentito dei tuoi peccati non devi temere che l’assoluzione sia stata invalida. Recitare l’Atto di Dolore serve a fomentare il dispiacere soprannaturale dei peccati commessi, ma dato che, purtroppo, certi confessori non lo fanno più recitare, conviene recitarlo con devozione, nella propria mente, anche prima di entrare nel confessionale.

- Ho detto a un mio amico una piccola bugia di scusa, so di aver commesso un peccato veniale, sono obbligato a confessarlo? No, confessare i peccati veniali è facoltativo, non obbligatorio. I peccati veniali sono sia quelli la cui materia è leggera, sia quelli la cui materia, pur essendo grave, sono stati compiuti senza la piena avvertenza dell’intelletto (ad esempio quelli commessi in buona fede o in un momento di distrazione), oppure senza il pieno e deliberato consenso della volontà.

- Mi sono confessato con sincero pentimento ma il confessore non mi ha imposto una penitenza. È valida l’assoluzione? Sì, stai tranquillo, è valida, ma il confessore ha commesso un peccato (grave, se avevi confessato qualche peccato mortale; veniale, se avevi confessato solo colpe veniali).

- Il confessore mi ha detto che sono molto scrupoloso e mi ha ordinato che dalla prossima volta non dovrò più confessare i peccati commessi prima di oggi. È una cosa che si può fare? Sì, anche S. Alfonso parla di ciò nel capitolo dedicato agli scrupoli del libro “La vera sposa di Gesù Cristo”. Stai tranquillo, non commetti sacrilegio, anzi sei tenuto ad obbedire al confessore, altrimenti non guarirai mai da questa grave malattia spirituale!

- Sono obbligato a confessare i peccati mortali dubbi, ad esempio quando non ricordo di aver avuto la piena avvertenza dell’intelletto che un determinato atto fosse colpa grave oppure quando dubito di aver dato il pieno consenso della volontà? No, non c’è obbligo di confessare i peccati dubbi. Ma se per tranquillità di coscienza decidi di confessarli ugualmente, dovrai specificare che sono peccati dubbi, ad esempio dicendo “Ho commesso la tal cosa ma non sono sicuro di aver avuto piena avvertenza o di aver dato il pieno e deliberato consenso della volontà”. Però ai penitenti scrupolosi bisognerebbe vietare di confessare i peccati dubbi.

- Molti anni fa ho commesso un peccato certamente mortale, mi sembra di averlo già confessato, ma non ricordo bene, sono nel dubbio. Sono obbligato a confessarlo? Il dotto e autorevole Padre Eriberto Jone nel suo “Manuale di Teologia Morale” insegna che se si dubita che un peccato mortale sia già stato debitamente confessato, non c'è obbligo di confessarlo.

- Io non vorrei mai commettere un peccato mortale per nessun motivo al mondo, ma a volte nel sonno o nel dormiveglia mi capita di fare delle cose che sono materia grave, ad esempio di desiderare di fare del male ingiusto al prossimo. In questi casi pecco mortalmente? No, perché per peccare mortalmente non basta la “materia grave”, sono necessarie anche la piena avvertenza dell’intelletto della gravità della materia e il pieno e deliberato consenso della volontà, che nel sonno e nel dormiveglia sono totalmente o parzialmente assenti.

- Ho fatto una buona confessione ma successivamente ho commesso un peccato mortale dubbio. Posso fare la Comunione? Sì, ma è bene premettere un atto di contrizione perfetto, il quale può essere suscitato, ad esempio, recitando con attenzione e devozione l’Atto di Dolore.

Con queste “domande e risposte” spero di aver aiutato qualche anima a liberarsi da delle fastidiose angustie che, instillando tristezza e sconforto, rischiano di essere d’intralcio nel cammino di perfezione cristiana.

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È peccato non andare a Messa a Capodanno? (ims 268)

Santa Messa
Per rispondere alla domanda: "È peccato non andare a Messa a Capodanno?" bisogna verificare se il fedele si trova in un Paese in cui la Solennità di Maria Santissima Madre di Dio è "Messa di precetto" oppure no. Il Codice di Diritto Canonico stabilisce che questa solennità sia di precetto, ma concede alle Conferenze Episcopali dei vari Paesi la facoltà di renderla non di precetto. La Conferenza Episcopale Italiana ha confermato che in Italia questa solennità sia di precetto. Dunque, in Italia, non andare a Messa il 1° gennaio è peccato grave, a meno che non vi sia una causa grave che ne giustifichi l'assenza.

Ecco la spiegazione dettagliata secondo la dottrina tradizionale:

1. La Solennità di Maria Santissima Madre di Dio

Il 1° gennaio non è celebrato dai cattolici solo come "Capodanno" civile, ma come la Solennità di Maria Santissima Madre di Dio. Nella Chiesa universale, questa festa è un precetto festivo (o festa di precetto).

Il Codice di Diritto Canonico (can. 1247) stabilisce:

"Domenica e nelle altre feste di precetto i fedeli sono tenuti all'obbligo di partecipare alla Messa".

2. La valutazione morale: Grave o Veniale?

La teologia morale classica (come quella di Prümmer o Jone) applica qui la distinzione tra materia, avvertenza e consenso:

  • Materia Grave: La violazione di un precetto della Chiesa su una questione importante (come il culto divino) è considerata "materia grave". Pertanto, mancare alla Messa di Capodanno per pigrizia, per aver fatto tardi la notte di San Silvestro o per semplice noncuranza è considerato un peccato mortale.

  • Nessun Peccato: Se l'omissione è dovuta a una causa proporzionatamente grave.

3. Le cause che scusano dall'obbligo

I manuali elencano diverse circostanze in cui non andare a Messa a Capodanno non costituisce peccato:

  • Malattia o infermità: Se la persona è malata o deve assistere un infermo che non può essere lasciato solo.

  • Distanza eccessiva: Se non ci sono chiese raggiungibili con mezzi ordinari.

  • Lavoro necessario: Se si è tenuti a turni di lavoro che non possono essere spostati (es. medici, forze dell'ordine, servizi essenziali).

  • Calamità o impedimenti fisici: Neve eccessiva, mancanza di trasporti o altre situazioni di forza maggiore.


Una nota sulla "Messa di Pre-festiva"

Ricorda che, secondo il diritto vigente, l'obbligo può essere soddisfatto partecipando alla Messa la sera del 31 dicembre (Messa vespertina).