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lunedì 11 maggio 2026
Pio XII sui castighi divini
Pensiero del giorno
domenica 10 maggio 2026
La speranza apostolica
O Gesù, nella tua potenza, nel tuo amore infinito, nella tua Passione ripongo ogni speranza per le anime che mi hai affidate.
1 - Nel suo lavoro l’apostolo ha bisogno di essere sostenuto da una forte speranza. I momenti di entusiasmo sono brevi, ai successi presto seguono gli insuccessi, le difficoltà sono molte, la lotta sferrata dalle forze nemiche è aspra ed incessante e, se l’apostolo non fosse ancorato in Dio mediante una salda speranza teologale, prima o dopo finirebbe per desistere, sfiduciato, dall’impresa. «Io ho vinto il mondo» (Gv. 16, 33), ha detto Gesù e, inviando gli Apostoli a continuare la sua missione vittoriosa, li ha assicurati: «Sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo» (Mt. 28, 20). Ecco il fondamento della speranza apostolica: la vittoria di Cristo, la sua incessante assistenza. Sì, Egli è con noi tutti i giorni, quindi anche nei giorni tenebrosi quando l’orizzonte è buio, senza uno spiraglio di luce, quando il nemico trionfa, gli amici se ne vanno e, umanamente parlando, non si vede alcuna possibilità di riuscita. Se confidassimo nelle nostre risorse, nelle nostre capacità, nelle nostre opere, avremmo ragione di disperare e di arrenderci, ma non è così. Noi speriamo, e siamo certi nella nostra speranza, perché Dio è onnipotente, perché Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi, perché Cristo ci ha redenti col suo Sangue, perché è morto per noi e per noi è risorto, perché infine le sue promesse - promesse di un Dio - son infallibili: «il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Mt. 24,35).
Appoggiandosi appunto alla volontà salvifica di Dio, alla sua potenza infinita, alla Redenzione di Cristo, l’apostolo deve nutrire la speranza certa che, in definitiva, la grazia trionferà. Ma nello stesso tempo, per non esporsi ad illusioni, deve essere convinto che alla vittoria non si arriva se non passando attraverso il Calvario. «L’apostolo non è da più di Colui che l’ha mandato» (Gv. 13, 16); se Gesù è giunto al trionfo della Risurrezione solo dopo la sua Passione e morte dolorosissima, non può l’apostolo pretendere di battere altra via. Verranno necessariamente anche per lui le ore delle tenebre, ma, anziché essere segno di sconfitta, esse saranno il preludio della vittoria; anziché essere segno di abbandono da parte di Dio, saranno la riprova che Dio è con lui, appunto perché lo conduce per la medesima via per la quale ha condotto il suo Figlio divino.
2 - [...] Attraverso le persecuzioni, le umiliazioni, gli insuccessi l’apostolo imparerà a non confidare nelle proprie forze, a ritenersi servo inutile anche dopo aver molto faticato, a convincersi della propria insufficienza e dell'insufficienza di tutti i mezzi umani e, quindi, a riporre solo in Dio tutte le sue speranze. Imparerà a lavorare unicamente per amor di Dio, senza cercare il conforto della riuscita, rinunciando anche alla legittima soddisfazione di costatare i risultati delle sue fatiche; imparerà a svincolarsi dall’opinione e dal giudizio degli uomini, ad agire indipendentemente dalla loro approvazione o disapprovazione e ad attendere solo al giudizio ed all’approvazione di Dio. Le traversie e i dispiaceri che l’apostolo incontra nel suo lavoro costituiscono la sua notte oscura, paragonabile a quella dei contemplativi; notte dolorosa, ma preziosissima, perché ordinata a purificare il suo spirito da tutti i residui dell’amor proprio, dell’egoismo, della vanità, dell’attacco alle creature e alla loro stima. Se bene accettata, questa notte lo condurrà grado grado ad una purezza interiore sempre più grande e perciò ad un’unione con Dio sempre più piena. Egli dunque, deve rimanere saldo nella sua speranza e, nonostante le lotte, le difficoltà, gli insuccessi, deve essere sicuro della riuscita non solo per la salvezza delle anime a lui affidate, ma anche per la sua personale santificazione. Che se, permettendolo Dio, questa riuscita gli resterà nascosta e tutto il suo lavoro, come quello di Gesù, terminerà in un’apparente sconfitta, nelle Piaghe e nel Sangue del divin Crocifisso troverà la forza di sperare ancora, sperare contro ogni speranza.
Colloquio - «O Signore, voglio attirare la tua misericordia su questo povero mondo, non solo con la generosità del mio sacrificio, del mio distacco, ma anche con la generosità della mia confidenza. Voglio credere contro ogni evidenza, sperare contro ogni speranza. Voglio credere con fiducia incrollabile anche quando le cose sembrano diventare sempre più penose e difficili a risolversi. O Signore, voglio commuoverti con la fermezza e la generosità della mia confidenza!
«So e credo fermamente che Tu mi ami, che tutto permetti per la tua maggior gloria e per il mio maggior bene; so ch’io posso cooperare alla salvezza delle anime e che le sofferenze del tempo non hanno proporzione con la futura gloria, so che per farsi santi bisogna soffrir molto e che si giunge all’amore puro attraverso il puro patire; so che tutto mi è possibile in te che sei il mio sostegno.
«Anche quando fossi affranta, oppressa da tenebre, angoscia, agonia, guardando te, Gesù Crocifisso, potrei sempre gustare una gioia intima, soprannaturale, poiché Tu mi ammetti a condividere le tue sofferenze onde conformarmi alla tua Passione e un giorno ammettermi alla partecipazione della tua gloria.
«O Gesù, di fronte a qualsiasi sofferenza, umiliazione, prova, dolore interno od esterno, posso sempre rallegrarmi pensando che Tu mi fai l’onore d’invitarmi a partecipare alla tua Passione, alla tua opera redentrice per le anime. Perciò, lungi dal considerare questi dolori come dei mali, insegnami ad abbracciarli e ad accoglierli come favori e mezzi preziosi per la mia santificazione, vivificandoli con l’amore e con la pacifica, totale adesione alla tua volontà. O Signore, con questo spirito intendo offrirti la mia preghiera, la mia mortificazione, la quotidiana rinuncia, la continua accettazione delle sofferenze che mi manderai, per attirare grazie sulla Chiesa tutta, per salvare le anime » (cfr. Sr. Carmela d. Spirito S., o.c.d.).
sabato 9 maggio 2026
I ragazzi non si trascinano al bene con la forza ma con la carità
Il dramma delle Scuole dell'Ottocento.
Le testimonianze autobiografiche di molti scrittori del tempo, dall'Alfieri al Cavour, dal Parini al Manzoni, dal D'Azeglio al Giusti, concordano nel ricordo di precettori troppo austeri e di sistemi scolastici deprimenti. Talora anche nei collegi tenuti da religiosi, con la migliore delle intenzioni, si cercava di persuadere ai giovani i grandi ideali con un'energia ed un'austerità che finivano col renderli inamabili.
Non era matura ancora una coscienza del metodo e del suo rapporto con le esigenze della psicologia infantile. Si poneva al servizio dell'educazione cristiana una tradizione disciplinare ed una didattica che contrastavano in pieno con lo spirito di apostolato dal quale erano animati i maestri.
L'amore si celava spesso dietro un volto severo. Lo scoprì, meravigliato, anche il Giusti quando si distaccò dal suo primo precettore. «Nel dividersi da me, pianse. Se volessi dire lo stupore che mi prese a quel pianto non avrei parole che mi valessero. Uno che mi aveva bastonato, contrariato, martirizzato sempre, piangere nel punto di lasciarmi?».
Nel pianto di quel buon sacerdote e nella meraviglia del non facile discepolo si rivela il dramma che spesso si consumò nelle scuole dell'Ottocento, dove maestri, peraltro benemeriti, non avevano inteso dall'esperienza questa lezione: che i ragazzi non si trascinano con la forza al bene; e che per promuovere in loro, con loro, la volontà di servire lietamente il dovere, bisogna conquistare la loro confidenza.
C'era bisogno che qualcuno riaffermasse questa verità vertice della pedagogia, che dalla teoria la facesse calare nella pratica e ne rivelasse la fecondità.
Per questo il secolo aspettava l'Educatore. L'Educatore fu Don Bosco.
[...]
La missione.
Nel 1836, Giovanni Bosco studente riceveva da un amico queste confidenze:
«Sono [...] fra i martiri ed i fulmini, vale a dire che i professori nostri di continuo ci perseguitano. Quello di logica ha sempre in bocca i suoi castighi e ha già castigato alcuni; l'altro di geometria vuole continuamente scagliare fulmini. Tutti e due poi ci contano due o trecento volte al giorno che non pochi di noi alla fine dell'anno saranno rimandati: di modo che tutti i giorni siamo sempre sgridati or dall'uno, or dall'altro: e ci dicono che non hanno mai avuto da insegnare a tavole tanto rase quanto siamo noi, soggiungendo non sapere essi se sian caduti dalla luna o soltanto venuti l'altro giorno al mondo».
La lettera dovette fare molta impressione sul giovane vivace, dalle spalle quadre e dalle mani solcate dalla fatica, che aveva trascorso tutta l'adolescenza tra i campi e i vigneti, e di tutto avea goduto: della gioia e della natura, della libertà e del lavoro, e che per realizzare il suo ideale era entrato a vent'anni in seminario, dopo aver fondato tra i primi compagni di studio una «Società dell'allegria».
Il giovane chierico, che serbò con cura questa lettera per tutta la vita, faceva così conoscenza con quel metodo repressivo che aduggiava la scuola del tempo. Egli non sapeva di pedagogia libresca, ma aveva già un'esperienza educativa. Da essa aveva appreso che i fanciulli si conquistano coi doni cari alla fanciullezza, soprattutto col gioco e con la gioia. (Egli era stato un maestro della ricreazione: giocoliere, attore, poeta e musico).
[...]
Amico! Con questo invito i giovani accorsero con slancio, anzi Don Bosco andò loro incontro sui campi da gioco, e, giocando, fece sentire che li amava anche in ciò che essi amavano.
«Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati. Ma non hanno gli occhi in fronte? Non hanno il lume dell'intelligenza? Non vedono che quanto si fa per essi è tutto per loro amore? - No: lo ripeto, ciò non basta. - Che cosa ci vuole adunque? Che essendo amati in quelle cose che a loro piacciono, col partecipare alle loro inclinazioni infantili, imparino a vedere l'amore in quelle cose che naturalmente loro piacciono poco; quali sono la disciplina, lo studio, la mortificazione di se stessi, e queste cose imparino a fare con amore».
Il genio di Don Bosco intuì il valore educativo del gioco e volle la scuola del gioco, l'oratorio, serena e mobile scuola all'aperto, dove i ragazzi si scambiano i doni della gioia e l'amicizia fraterna; dove, mentre pulsa il massimo della spontaneità, il ragazzo si rivela com'è, e l'educatore opera, anche senza parlare, con una parola, buttata lì, passando.
Quando l'anima è lieta, è propizia l'ora di invitarla a farsi migliore.
Per far questo non occorre uscir fuori dal mondo in cui essa volentieri respira, nè usare un linguaggio che non sia gradito ai fanciulli, vivido di immagini e drammatico. Don Bosco preferisce far scuola all'aria libera - sotto gli alberi tremolanti di luce, seduti in crocchio, sulla verde erba, i ragazzi - narrando racconti o episodi di vita vissuta e sogni.
«Una volta volevo far restare ben impresso nella mente dei miei uditori quale follìa fosse l'insuperbire, l'invanire. Come fare? Avessi recato tutti i testi della Sacra Scrittura e dei santi Padri a questo proposito, i giovanetti ne avrebbero fatto ben poco caso; si sarebbero annoiati e avrebbero dimenticato presto la lezione. Raccontai adunque loro molto particolarmente con nuove circostanze da me inventate, la favola di Esopo, dove dice che una rana voleva farsi grossa come un bue; ma tanto gonfiò che infine crepò. Figurai questo fatto avvenuto vicino al Valentino, con mille svariate ridicole circostanze, e feci far un dialogo tra queste ed altre rane, per far risaltare alcuni punti morali. L'effetto mi parve straordinario».
Intanto il suo sguardo penetrante cercava gli occhi dei ragazzi e vi leggeva dentro e lontano il loro avvenire.
[...]
L'azione educativa di Don Bosco si muove sul cardine di questa verità: non c'è vera educazione senza la presenza di Dio nel fanciullo. Per questo la confessione e la comunione sono i suoi sovrani mezzi pedagogici.
Alle anime che vivono soprannaturalmente una vita divina, Don Bosco può rivolgere questo arditissimo invito: «Piena libertà di fare quello che maggiormente aggrada!». La sua libertà è quella di chi è libero in Cristo e contiene già in sè l'autorità, anzi l'ama come dall'autorità è amato. È la traduzione in termini pedagogici dell'agostiniano «Ama et fac quod vis».
[...] Concede la massima libertà perchè i ragazzi imparino ad autogovernarsi. Saranno necessarie allora le sanzioni? Questo incantatore di monelli dichiarava alla fine della vita: «In 46 anni non ho mai inflitto neppure un castigo».
I richiami trovavano vie silenziosamente efficaci. Uno sguardo esprimeva la tristezza della sua paternità dinanzi alla colpa, ma insieme era dolce d'attesa. Quando (qualche volta si doveva lamentare) accadeva un disordine collettivo, il silenzio del Padre era più eloquente di un discorso, dopo queste parole pronunciate con dolente fermezza: «Non sono contento di voi! Questa sera non vi posso dir altro».
Ma più spesso i ragazzi ricevevano il frutto dolce del premio: una carezza sul capo, un sorriso o quel quasi nulla (due nocciole, un confetto, un libretto), caro più delle grandi cose perchè offerto dal cuore del Padre. Il premio maggiore era sedere a mensa vicino a lui, che spezzava il pane con tenerezza materna. Talvolta egli voleva che i doni fossero assegnati ai meritevoli dai loro stessi compagni, per designazione spontanea.
Intanto l'Oratorio, come un germe pieno di potenza vitale, è cresciuto e dilatato in un'opera ricca di energie e di avvenire per servire in tutte le direzioni l'ideale dell'educazione. Accanto al campo da gioco sono sorti ospizi, scuole, laboratori, dove Don Bosco è padre degli orfani, insegnante degli scolari, maestro d'arte agli artigiani, tutti indirizzando con la mano sicura di chi sa scoprire le attitudini congeniali dei giovani. Come?
«Il punto sta nello scoprire in essi i germi delle loro buone disposizioni e procurare di svilupparli. E poichè ognuno fa con piacere soltanto quello che sa di poter fare, io mi regolo con questo principio, e i miei allievi lavorano tutti con molta attività ma con amore».
[...]
La didattica di questo Educatore non ha che un fine: accendere le volontà, suscitare la collaborazione e l'attività personale, ma tutto questo in un'atmosfera serena, in cui filtrano i raggi della gioia.
[...]
Una volta il Padre parlò così:
«Miei cari figlioli, voi sapete quanto io vi amo nel Signore, e come io mi sia tutto consacrato a farvi quel bene maggiore che potrò. Quel poco di scienza, quel poco di esperienza che ho acquistato, quanto sono e quanto posseggo, preghiere, fatiche, sanità, la mia vita stessa, tutto desidero impiegare a vostro servizio. In qualunque giorno e per qualunque cosa fate pure capitale di me, ma specialmente nelle cose dell'anima. Per parte mia, per strenna vi do tutto me stesso; sarà cosa meschina, ma quando io vi do tutto, vuol dire che nulla riserbo per me».
Si cercherebbero invano parole come queste nelle opere dei pedagogisti di tutti i tempi. In esse è la trasparenza del Divino Amore. La grandezza dell'opera educativa di colui che si sentiva mandato per i giovani rivela qui il suo segreto: prima di essere scienza ed arte, l'educazione è una donazione.
venerdì 8 maggio 2026
L'eroica resistenza del movimento tradizionale
Pensiero del giorno
giovedì 7 maggio 2026
Atti di carità verso Dio
Pensiero del giorno
(Pensiero di Sant'Alfonso Maria de Liguori tratto da "Pratica di amar Gesù Cristo")
mercoledì 6 maggio 2026
Promuovere la nascita di famiglie cattoliche fedeli alla Tradizione
Pensiero del giorno
(Pensiero di Sant'Alfonso Maria de Liguori tratto da "Pratica di amar Gesù Cristo")
martedì 5 maggio 2026
San Bernardo e la disfatta della Seconda Crociata (ims 225)
1. La colpa è dei Crociati, non di Dio
Bernardo rovesciò la responsabilità della disfatta sui soldati. Sostenne che Dio aveva dato loro l'opportunità, ma loro l'avevano sprecata con la loro condotta immorale.
* Peccati nel campo: Accusò i crociati di avidità, lussuria e superbia durante la spedizione.
* La purezza necessaria: Spiegò che una "Guerra Santa" richiede guerrieri santi. Se i combattenti non erano puri, Dio non poteva concedere la vittoria.
2. Il "Giudizio Impenetrabile" di Dio
Bernardo utilizzò l'argomento del mistero divino per mettere a tacere i critici:
* Dio come Giudice: Affermò che le vie di Dio sono imperscrutabili per l'intelletto umano. La sconfitta non era un segno che la causa fosse sbagliata, ma una punizione divina per i peccati della Cristianità intera.
* L'analogia di Mosè: Paragonò se stesso a Mosè, che aveva guidato il popolo d'Israele fuori dall'Egitto verso la Terra Promessa, per vederli morire nel deserto a causa della loro incredulità e dei loro peccati. Come Mosè non era colpevole per la ribellione degli ebrei, Bernardo non lo era per il fallimento dei crociati.
3. Il fallimento come "Vittoria Spirituale"
Bernardo cercò di trasformare una catastrofe militare in un successo spirituale per consolare le famiglie dei caduti:
* Martirio: Disse alla gente che coloro che erano morti in Terra Santa erano ora dei martiri in Paradiso.
* Prova di fede: Sostenne che il disastro serviva a "mettere alla prova" la fede dei rimasti. Chi continuava a credere nonostante la sconfitta dimostrava una fede vera, non legata al successo materiale.
La reazione del popolo
Nonostante la sua straordinaria eloquenza, questa volta le sue parole non bastarono a placare tutti. Molti rimasero scettici e l'entusiasmo per le crociate subì un colpo durissimo che durò per decenni. Bernardo stesso ne soffrì profondamente: si ritirò sempre più nel suo monastero di Chiaravalle, morendo pochi anni dopo (1153).
È interessante notare come la figura di Bernardo sia passata dall'essere l'uomo più amato d'Europa a uno dei più criticati in soli tre anni, nonostante tutto il bene fatto tra la gente. L'ingratitudine è una malattia antica.
Il doloroso spettacolo della spensieratezza e della leggerezza di vita a cui s'era abbandonata la gente nel dopoguerra
Però la delusione più grave che ci amareggiò l'animo non fu solo la tracotanza dei comunisti (ché conoscendoli a fondo ben potevamo immaginarla), né il vedere una buona parte dell'inesperto e povero popolo caduto nei lacci dei loro inganni, ma il doloroso spettacolo della spensieratezza e della leggerezza di vita a cui s'era abbandonata la gente del dopoguerra. Già, appena passata la frontiera ungaro-austriaca, il bravo cap. Magnani nel dare uno sguardo al primo giornale capitatoci in mano esclamò: «Oh! come è divenuta ampia ora la cronaca nera.».
Purtroppo, è divenuta molto ampia non solo la cronaca nera dei volgari delinquenti, ladri e assassini, ma anche quella della sfrenatezza di vita, che viene, per somma aberrazione, applaudita e invidiata. È ampia la cronaca della pazza corsa di moltissimi dietro l'idolo dello sfrenato lusso e del piacere, della alta posizione e della pingue fortuna, degli ininterrotti viaggi ed escursioni con avidità di sensazioni sempre più acute...
Quasiché ignorassero del tutto le quotidiane indigenze di tanti tra i propri fratelli e l'estrema povertà e abiezione di quelli d'oltrecortina... E come se non notassero l'imminente minaccia dell'uragano esterno che s'avvicina sempre più alle nostre porte e dell'esasperazione interna che, suscitata e gonfiata dagli estremisti, può scoppiare da un giorno all'altro.
Ed ora io invito tutti gli italiani a spingere il loro sguardo verso Nord-Est, lontano, lontano,... a entrare in una profonda riflessione e a prepararsi a radicali risoluzioni...
Vedete Voi quelle interminabili steppe bianche, seminate d'una lunga fila indiana di pastrani-grigioverde [il colore delle divise utilizzate dai militari italiani durante la Seconda Guerra Mondiale, n.d.r.],... o quell'immenso fossato ripieno di cadaveri, (...) od anche quei numerosi cimiteri, rasi al suolo e i sepolti rimasti senza croce, senza nome e senza segno alcuno?...
(...) Ma ecco che i pastrani grigioverde, i mucchi di cadaveri e i sepolcri rasi al suolo si scuotono, i vacillanti, gli ammucchiati e i curvi girovaghi si raddrizzano, i perseguitati, i vilipesi e i galeotti alzano la fronte, e tutti rivolti verso Sud-Ovest, tendono la scheletrica loro destra, molto più tremenda e minacciosa di quella di un Giove-vendicatore e gridano ai propri connazionali: «Voi, voi siete i nostri carnefici!!!»...
«Voi che con la vostra cooperazione coi comunisti ci avete gettato in questo mare di sciagure, d'agonia e di schiavitù e tramate la stessa infernale sorte ai nostri cari figli!».
«Voi che con i vostri dissidi e frazionamenti avete dato e continuate delittuosamente a dare agli estremisti forza e possibilità di sconvolgere, calpestate e annientate l'ordine e la religione nella nostra nobile e cattolica Patria!».
«Voi che con le vostre sfrenate e pazze passioni di piacere, passatempi e sregolatezze sprecate i soldi, la salute e il tempo vostro e così date giusto motivo di lamento ai diseredati e un ambìto pretesto di propaganda ai micidiali nemici della Chiesa Cattolica e della Nazione Italiana, di questi due sacri ideali, per i quali noi ci siamo sacrificati!...».
«Non ci compatite più dunque, con le vostre ipocrite dichiarazioni di cordoglio o dimostrazioni di onore».
«Voi, voi siete i nostri carnefici!...».
[Brano tratto da "Le mie prigioni nel paradiso sovietico", di Padre Pietro Alagiani, S. J., Edizioni Paoline, imprimatur: e Vicariatu Urbis die 15 Apr. 1956, + Aloysius Traglia, Archiep. Caesarien. Vicesgerens].
Pensiero del giorno
(Pensiero di Sant'Alfonso Maria de Liguori tratto da "Pratica di amar Gesù Cristo")













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