[Brano tratto da “Un prete straordinario”, di Don Giuseppe Tomaselli].
Visualizzazioni totali
mercoledì 7 gennaio 2026
Fa' subito quello che ti ha ordinato Don Bosco, altrimenti questa è l'ultima Messa che celebri!
[Brano tratto da “Un prete straordinario”, di Don Giuseppe Tomaselli].
Pensiero del giorno
(Pensiero tratto dagli scritti di Sant'Alfonso Maria de Liguori)
martedì 6 gennaio 2026
Interessante discorso di un vescovo sulla Comunione (1512 15-3-25)
Non posso dimenticare quelle scene commoventi dai tempi della persecuzione della Chiesa [in Polonia ai tempi del comunismo, n.d.r.], quando in piccolissime stanze riempite di fedeli durante la S. Messa, bambini, anziani e malati si mettevano in ginocchio ricevendo con riverenza edificante il corpo del Signore. Tra le innovazioni liturgiche apportate nel mondo occidentale, ne emergono specialmente due che oscurano in un certo modo l'aspetto visibile dell'Eucaristia riguardante la sua centralità e sacralità; queste sono: la rimozione del tabernacolo dal centro e la distribuzione della comunione sulla mano. Quando si rimuove il Signore eucaristico, "l'Agnello immolato e vivo", dal posto centrale e quando nella distribuzione della comunione sulla mano si aumenta innegabilmente il pericolo della dispersione dei frammenti, delle profanazioni e dell'equiparazione pratica del pane eucaristico con il pane ordinario, si creano condizioni sfavorevoli per una crescita nella profondità della fede e nella devozione. La comunione sulla mano si sta divulgando e persino imponendo maggiormente come una cosa più comoda, come una specie di moda. Non siano in primo luogo gli specialisti accademici, ma l'anima pura dei bambini e della gente semplice che ci potrebbe insegnare il modo con cui dovremmo trattare il Signore eucaristico. Vorrei fare quindi umilmente le seguenti proposizioni concrete: che la Santa Sede stabilisca una norma universale motivata, secondo la quale il modo ufficiale di ricevere la comunione sia quello in bocca ed in ginocchio; la comunione sulla mano sarebbe riservata invece al clero. Che i vescovi dei luoghi, dove è stata introdotta la comunione sulla mano, si adoperino con prudenza pastorale a ricondurre gradualmente i fedeli al rito ufficiale della comunione, valido per tutte le chiese locali.
Pensiero del giorno
[Brano tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].
lunedì 5 gennaio 2026
Le tenebre di oggi anche fra i cattolici!
Ecco, noi viviamo in un’epoca di tenebre fitte, in un momento di frenesia collettiva, che ci fa correre verso la catastrofe; si affondano le navi, si distruggono immani ricchezze, si corre come esercito mobilitato verso la morte, e perché? Perché manca la luce di Gesù Cristo che è lume di vita! Si assiste al miserando spettacolo della creazione di nuove fedi, fondate sulla ignoranza, di nuove religioni fondate su idoli scelleratissimi, carichi di delitti, e persino di nuovi misticismi [...]
Gli uomini sembrano impazziti, impazziti fino al delirio; sconvolgono tutto per creare, secondo essi, un ordine nuovo, e fanno rovinare tutto, tutto travolgendo nell’immane cataclisma delle rivoluzioni e delle guerre. Si presta fede cieca ai corifei dell’empietà, fino a considerarli come dèi, e si nega l’assenso nobilissimo dell’intelletto e del cuore a Gesù Cristo!
È una cosa penosissima! È necessario spegnere le false luci del mondo e riaccendere la luce di Gesù Cristo, non solo nelle nazioni: ma anche tra i medesimi cattolici. Ci sono infatti fra essi gravi sintomi di assideramento e di disorientamento; serpeggiano fra loro a man salva errori funestissimi, e pochi se ne accorgono, assorbendone il veleno nella vita. C'è un forte infiltramento di razionalismo, di materialismo e di naturalismo nelle anime, un aborrimento del soprannaturale, una forzata paralisi degli slanci dell'anima verso vette più alte, con subcosciente disprezzo di tutto quello che è vita interiore e vita di santità, e soprattutto una viltà spinta fino ad ostentare rispetto e simpatia per gli eretici ed i perversi [...] è troppo importante che si riaccenda in pieno la luce che ci ha data Gesù Cristo: tra i fedeli e, bisogna dirlo, tra quelli stessi che li guidano, perché il disorientamento è anche tra le anime consacrate a Dio [...].
[Brano tratto dal commento di Don Dolindo Ruotolo al Vangelo di San Giovanni, diffuso dall'Apostolato Stampa di Napoli]. |
Pensiero del giorno
domenica 4 gennaio 2026
La fortezza
1 - « Il regno dei cieli si acquista con la forza » (Mt 11, 12). Non bastano le buone risoluzioni, i buoni desideri per farsi santi, occorre tradurli in pratica; ed è proprio in questa attuazione pratica che si incontrano le maggiori difficoltà, per cui spesso le anime si fermano scoraggiate o addirittura retrocedono dal cammino intrapreso. Sono anime deboli che si spaventano di fronte alla fatica, allo sforzo, alla lotta; sono anime cui manca, o per lo meno difetta, la virtù della fortezza. Questa virtù è appunto quella che ci rende capaci di affrontare e di sostenere qualsiasi difficoltà, qualsiasi disagio e sacrifìcio che possiamo incontrare nell’adempimento del dovere. Difficoltà e sacrifici che non mancheranno mai, perchè mentre « larga è la porta e spaziosa è la via che conduce alla perdizione,... stretta è la porta e angusta è la via che conduce alla vita » (Mt. 7, 13 e 14). Quindi, come sarebbe un’illusione pretendere di trovare facile e comoda la via del bene, così sarebbe un’illusione pensare di poterla battere senza un assiduo esercizio della virtù della fortezza. Anzi, quanto più un’anima aspira a maggior perfezione, tanto più deve essere forte e coraggiosa, giacchè maggiori saranno le difficoltà che dovrà affrontare.
Quando Gesù ha voluto fare l’elogio del Precursore ha detto: « Che siete andati a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? » (Mt. 11, 7); no, il Battista non era un debole che poteva essere scosso dal vento delle difficoltà, ma un forte che, per difendere la legge di Dio, non ebbe timore d’incorrere nella disgrazia del suo re e seppe affrontare con coraggio anche il martirio. Altrove, parlando della vittoria sul male e sul demonio, Gesù ha tracciato l’elogio dell’uomo forte: « Quando un uomo forte, ben armato, custodisce l’ingresso di casa sua, quanto egli possiede è al sicuro » (Lc. 11, 21). E' l’immagine dell‘anima che ha la virtù della fortezza: essa è bene armata e nessuna lotta, nessuna tentazione, nessun ostacolo può spaventarla, anzi, malgrado tutto ciò rimane sicura e tranquilla poichè trae la sua forza da Dio stesso.
2 - « Sua Maestà - scrive S. Teresa d’Avila - vuole anime coraggiose, ed è loro molto amico, purchè camminino con umiltà, diffidando sempre di se stesse » (Vi. 13, 2). La fortezza cristiana non è temerarietà nè presunzione delle proprie forze, ma si basa su Dio e sui grandi doni che Egli ha elargiti all’uomo. Se l’uomo è nulla per se stesso, è però grande per quel che Dio l’ha fatto e gli ha donato, per la dignità altissima che gli ha conferita: nell’ordine naturale è stato preposto al governo del mondo, tutte le altre creature gli sono state sottoposte, ed egli deve servirsene per meglio conoscere ed amare Dio; nell’ordine soprannaturale ha ricevuto la vocazione altissima di figlio di Dio, chiamato da lui a partecipare alla sua vita ed alla sua beatitudine eterna. Per conseguire tale mèta gli è stata conferita la grazia, la quale non è solo vita e luce soprannaturale, ma è anche forza divina, forza infusa in lui proprio per sanare le debolezze della sua natura, per corroborare la sua volontà, onde renderlo capace di adempiere tutti i doveri inerenti alla sua vocazione. Nel battesimo, assieme alle altre virtù infuse, ha ricevuto la virtù della fortezza, partecipazione della fortezza divina, depositata nell’anima sua come un germe capace di svilupparsi fino a piena perfezione. Nei doni naturali e soprannaturali ricevuti da Dio, nella dignità altissima cui l’uomo è stato da Dio inalzato, sta quindi il fondamento della fortezza cristiana.
Se siamo deboli, ciò non proviene da insufficienza dei doni divini, ma dalla nostra insufficienza, ossia da non aver trafficato abbastanza i talenti di natura e di grazia che il Signore ci ha dati. E, se siamo forti, il merito non è nostro, ma di Dio che ci ha resi tali. Il cristiano è umile nella sua fortezza perchè sa che questa non scaturisce da lui come da fonte propria, ma dai doni che Dio gli ha dati, ed egli rimane sempre dipendente da Dio, tanto nella considerazione del suo nulla, come in quella della sua grandezza, tanto nella sua umiltà, come nella sua fortezza. Ecco perchè il Signore, pur amando le anime coraggiose, le vuole umili e sempre diffidenti di sè; ecco perchè lo Spirito Santo dice: « rinfrancati, fatti cuore e spera nel Signore » (Sal. 26, 14).
[Scritto tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].
Pensiero del giorno
[Brano tratto da “Tesoro di racconti istruttivi ed edificanti”, di Don Antonio Zaccaria, Tipografia Pontificia Mareggiani, 1887].
sabato 3 gennaio 2026
Le ragazze serie... esistono ancora
A tal proposito ripubblico un'intervista a Riesina, la quale ha avuto la grazia di avere un parroco fedele al Magistero perenne della Chiesa, che le ha impartito una buona formazione cristiana. La ringrazio per la cordiale disponibilità mostrata nel rispondere alle mie domande su questioni importanti per la vita del cristiano.
Pensiero del giorno
(Pensiero di San Francesco di Sales)
venerdì 2 gennaio 2026
La nostra vita è un cammino verso l'eternità
Pubblico uno scritto che mi ha gentilmente inviato Maristella qualche tempo fa.
Caro fratello in Cristo,
in un breve momento di calma ti scrivo qualche piccola riflessione.
La nostra vita è un cammino verso l'eternità. Non sappiamo quanto durerà. La nostra anima vive qualche momento di pace e frequenti turbamenti. Il nostro cuore è "inquieto finché non riposa in Dio" come dice Sant'Agostino, ma il nemico non ci dà tregua con i suoi assalti. Il mondo che ci circonda sembra essere avvolto dalle tenebre anche se non mancano motivi di speranza: Gesù stesso ci ha assicurato che "sarà con noi tutti i giorni fino alla fine dei tempi"
Per la mia esperienza vedo che nelle tribolazioni e nelle difficoltà è un grande aiuto la frequenza ai Sacramenti (Comunione e Confessione), alla Messa domenicale e alla preghiera assidua.
Per me è un aiuto ritirarmi nell'anima, in una preghiera del cuore quando mi trovo in mezzo a persone che sembrano vivere lontano da Dio. Solo Lui conosce le loro anime, il giudizio non spetta a me che sono polvere e cenere. Nelle conversazioni mondane cerco di non intervenire, se posso resto in silenzio.
Dio opera in ogni istante, in ogni piccolo movimento della nostra vita. Ieri nella predica il prete ha spiegato benissimo la risposta della Vergine Maria all'Angelo: "Avvenga di me secondo la tua parola". Una ragazza sconosciuta, in un paesino della Palestina dice di sì a Dio e questo diventa l'evento più importante della storia del mondo.
Anche noi, nel nostro piccolo e nella nostra miseria, possiamo lasciare a Dio il governo della nostra vita perché tutto si realizzi secondo i Suoi piani. Una prospettiva incredibile!
È bello ripetere queste parole come una preghiera: "Avvenga di me secondo la Tua parola".
Uniti nella fede e nella preghiera 🙏🙏🙏🙏
lll
La liberazione dal modernismo
Aiuta il blog "Cordialiter"
Pensiero del giorno
[...] Se vogliamo giovare ai nostri fratelli e conquistare i loro cuori per orientarli al bene, alla verità, a Dio, dobbiamo servirci, non già della forza e dell’imposizione che inasprisce e provoca reazioni contrarie, ma della mansuetudine, della pazienza, della longanimità. È il metodo usato da Gesù, la cui missione è stata annunciata da lui stesso come un’opera di dolcezza [...].
Come Gesù, l’Agnello di Dio, ha conquistato il mondo con la sua mansuetudine, così noi conquisteremo il cuore dei nostri fratelli a misura che, dominando noi stessi, diventeremo agnelli di dolcezza [...].
[Brani tratti da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].
giovedì 1 gennaio 2026
Conversione di un sergente
[...] Perciò non mi fa meraviglia che la Madonna santissima scendesse talora in quelle carceri, per cooperare all'apostolato di D. Bosco, di D. Cafasso e del Teologo Borel animati dallo stesso spirito di eroismo. Una ammirabile conversione accadde in questi anni, della quale abbiamo udita la istoria dalla bocca stessa di colui che ne fu protagonista. Fuggito da casa, essendo ancor fanciullo, ingaggiatosi poi nell'esercito, guadagnavasi i galloni da sergente e col suo reggimento era acquartierato in Nizza Marittima. Essendo vizioso, odiava quanto apparteneva a religione. Andato per curiosità a visitare il santuario della Madonna del Laghetto, avea visto coi suoi stessi occhi essere portata innanzi alla sacra immagine una giovanetta paralitica, quasi moribonda; avea notato la sua fisionomia cadaverica, avea udite le preghiere e i singhiozzi dei circostanti, e ad un tratto avea pur visto rifiorire il colore, di quei volto, e la fanciulla, emettendo grida di gioia, alzarsi in piedi perfettamente guarita. Fu un vero trionfo della bontà di Maria. Il miracolo era così evidente che esso ne era persuaso, ma invece di commuoversi diventò furioso contro quel Dio del quale ei negava l'esistenza, poichè simil fatto era la condanna della sua condotta. Più di quaranta soldati si erano trovati presenti a questo prodigio, perchè, giunti allora per scambio di guarnigione, accorrevano a visitar una chiesa di tanta fama in quelle parti. Tornati costoro in quartiere, facevano un gran parlare cogli altri compagni del miracolo visto. Ma il Sergente indispettito per quei discorsi, prese a negare il fatto, chiamando bigotti ed imbecilli coloro che lo affermavano. I soldati insistettero. Esso allora gridò che trovandosi presente non avea visto nessun miracolo in quella guarigione: e impose a tutti silenzio. Un soldato osò replicare, e il Sergente lo fece mettere in prigione.
Non andò però impunita la sua empietà e per un grave delitto commesso venne condannato a dieci anni di carcere. L'infelice in preda a cupa rabbia e bestemmiando, non poteva rassegnarsi alla perdita della libertà. Visto appeso al muro un quadro con l'immagine di Maria SS. Addolorata, sentissi invadere da una specie di furore demoniaco e procuratosi un zolfanello, lo accese per incenerire quella santa effigie. Senonchè mentre il forsennato era per commettere quell'empietà, sente all'improvviso una forza misteriosa che lo afferra e lo arresta. Pieno di sgomento si volge attorno, e non vedendo alcuno, ben si accorge essere una mano celeste quella che lo tiene, si mutano intieramente i sentimenti del suo cuore, cade in ginocchio e rompe in lungo e dirottissimo pianto. Chiesto il ministro di Dio, si confessò, e avuta l'assoluzione fu preso da tanta contentezza che sentissi felice. Il suo ravvedimento fu simile a quello di Saulo sulla via di Damasco. Da quel momento ebbe costante impegno di espiare le sue colpe con rassegnata e allegra obbedienza ai duri regolamenti carcerarii, e riparare agli scandali dati col buon esempio e colle sante parole, inducendo così molti dei suoi compagni di pena, anche i più ostinati, a mettersi in pace con Dio con una buona confessione. Uscito finalmente di prigione continuò ad essere modello di virtù religiosa e civile, sicchè potè in breve riacquistare l'onore perduto e la stima e la confidenza dei suoi compatrioti.
Il suo esempio ebbe imitatori nella costanza e fervore del ravvedimento. Fra questi vi fu chi ritornato alla propria casa, lasciava che i poveri andassero a cogliere uva nelle sue vigne e ciò che rimaneva lo conservava per donarlo nell'inverno agli ammalati. Tutto il suo patrimonio lo destinava e consumava per opere di carità. Sorgeva sempre in difesa della religione tutte le volte che udiva vilipenderla da cattivi cristiani, in qualunque luogo si trovasse. Superiore ad ogni umano rispetto, nei caffè, nelle osterie, in piazza, intimava di tacere a chi osava incominciare discorsi immorali, e se qualcuno, per risposta, azzardavasi ricordargli la sua passata condotta: - Sì, esclamava, anch'io una volta parlava così, ma quando apparteneva al reggimento degli immondi animali, al quale ora appartenete voi. - Riconoscente a D. Bosco pel gran bene che gli aveva fatto, si mantenne sempre in cordiale relazione con lui, divenne a sua volta insigne benefattore delle opere sue e spesso si recava a visitarlo. Iddio con questa ed altre simili conversioni, ricompensava adunque grandemente la carità di D. Bosco, il quale benediceva le croci chieste e portate per amore delle anime.















