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martedì 12 maggio 2026

Guarito grazie a Don Bosco

Don Bosco
(Dagli scritti di Don Giuseppe Tomaselli)


Il Santo aveva bisogno di tremila lire, per pagare gli operai che costruivano la Chiesa di Maria Ausiliatrice. Uscì in cerca di denaro. Un domestico appena lo riconobbe, lo invitò ad andare a visitare il suo padrone gravemente infermo. Vi andò. Giunto all'abitazione, gli si fece incontro una signora piangente: - Oh, Don Bosco! Se sapesse da quanto tempo l'aspettiamo! Avrei desiderato che mi avesse ottenuta la guarigione di mio marito; ma adesso è troppo tardi; è quasi alla fine; due giorni addietro i medici tennero il consulto.  
Rispose Don Bosco: - C'era anche la Madonna? Se non c'era la Madonna, il consulto fu incompleto, poichè ci mancava il medico curante. E di che malattia si tratta?  
- La malattia ha preso varie forme e da parecchi mesi è degenerata in idropisia; è stato operato più volte, ma ora è di nuovo gonfio, da fare pietà.  
- Ebbene, se loro si sentono di aiutare la Madonna in un certo affare, nella costruzione della sua Chiesa, io mi proverò a fare guarire dalla Madonna suo marito.  
- Volentieri, le darò qualunque cosa.  
Don Bosco fu introdotto nella camera dell'infermo, che disse: Quanto bisogno ho delle sue preghiere! Non c'è altro che lei che possa cavarmi da questo letto. 
- È molto tempo che si trova in tale stato?  
- Da tre anni; soffro orribilmente; non posso fare il minimo movimento da solo ed i medici non mi danno ormai più speranza di guarire.  
- Vuol fare una passeggiata? 
- Oh, povero me! Non ne farò più; ma... me la faranno fare!...  
- Se ella è d'accordo con la sua signora, la farà oggi con le sue gambe e con la sua vettura.  
- Oh, se potessi avere almeno un po' di sollievo, farei volentieri qualche cosa per le sue. opere!  
- Veda, signore, il momento sarebbe propizio; avrei bisogno di tremila lire.  
- Ebbene, mi ottenga un po' di sollievo ai miei mali ed io verso la fine dell'anno cercherò di accontentarla.  
- Ma io ne avrei bisogno questa sera stessa.  
- Questa sera?... Ma bisognerebbe uscire, andare alla Banca Nazionale, cambiare cedole...  
- E perchè non andare alla Banca? 
- Chi?  
- Lei!  
- Uscire io?... 
- Ma lei scherzai È impossibile!...  
- Impossibile a noi, ma non a Dio! Orsù, dia gloria, a Dio ed a Maria SS. Ausiliatrice! Mettiamoci alla prova.  
Don Bosco fece radunare nella camera tutte le persone della casa, comprese quelle di servizio, una trentina, e le invitò a recitare particolari preghiere a Gesù Sacramentato ed all'Ausiliatrice. 
Finita la preghiera, impartì la Benedizione all'infermo; questi avvertì un fortissimo disturbo addominale, tanto che la moglie si diede a gridare: - Muore! Muore!  
Il Santo soggiunse: - Stia tranquilla, che non muore! Anzi, faccia portare qui i vestiti del marito perché ora dovrà uscire.  
Mentre si facevano i preparativi, entrò il medico curante, che gridò all'imprudenza e tentò di dissuadere l'infermo; ma questi disse: - Sono padrone di me e voglio seguire i suggerimenti di Don Bosco!  
I familiari volevano aiutarlo ad alzarsi ed il Santo li trattenne. In pochi minuti l'infermo era vestito e cominciò a passeggiare per la camera. Si diede ordine che si tenesse pronta la carrozza con i cavalli. Prima di uscire il guarito volle prendere cibo; poi fece, senza aiuto alcuno, quattro rampe di scale, montò sulla vettura, riscosse alla Banca le tremila lire e, ritornato a casa, consegnando l'offerta a Don Bosco, disse: - Sono completamente guarito! Non so come ringraziare!  


(Brano tratto da "Un prete straordinario", di Don Giuseppe Tomaselli)

Pensiero del giorno

Chi dice di non avere tempo da dedicare al Rosario, non dice il vero; dovrebbe piuttosto dire che non ne ha volontà.

[Pensiero tratto da "L'Ora presente", di Don Giuseppe Tomaselli].

lunedì 11 maggio 2026

Messa per i sostenitori del blog e i loro familiari

Venerdì 15 maggio verrà celebrata una Messa per le anime dei sostenitori del blog e dei loro familiari.
 
L’intramontabile Catechismo di San Pio X insegna che il Santo Sacrificio della Messa viene offerto per quattro fini:

- per onorare e adorare Dio come si conviene;

- per ringraziare il Signore per tutto ciò che ci dona;

- per placare Dio e dargli la dovuta soddisfazione per i nostri peccati, e anche per suffragare le anime sante del Purgatorio; per tali motivi il Sacrificio della Messa viene definito “propiziatorio”;

- per impetrare dalla Santissima Trinità nuove grazie, soprattutto spirituali.

Ringrazio di cuore il celebrante per tutto il bene che sta facendo per me e per i sostenitori del mio blog.

Pio XII sui castighi divini

Papa Pio XII
[Brano tratto dal discorso di Papa Pio XII ai giuristi cattolici del 26 maggio 1957].


[…] Finalmente voi dovete conoscere il senso e il fine della pena. È un argomento che Noi abbiamo trattato ampiamente in precedenti allocuzioni. Senza ripetere ciò che allora abbiamo detto, vorremmo invitarvi a riflettere sul fatto che «Dio punisce», come appare chiaramente dalla rivelazione, dalla storia e dalla vita.

Qual è il senso di questo castigo divino? L'Apostolo Paolo lo lascia intendere, quando esclama : «Ciò che uno avrà seminato, quello mieterà» (Gal. 6, 8). L'uomo, che semina la colpa, raccoglie il castigo. Il castigo di Dio è la risposta di Lui ai peccati degli uomini. Voi direte forse che ben conoscete ed accettate gl'insegnamenti della religione e della morale in questa materia, ma che siete costretti a vedere la pena in un'altra luce e dovete discuterla in un altro piano, vale a dire come un provvedimento preso dalla pubblica autorità a riguardo del colpevole, che ha infranto il diritto positivo, per mezzo del quale lo Stato intende di tutelare la ordinata vita sociale. Ed è giusto: l'aspetto giuridico e positivo conserva il suo carattere proprio e distinto da quello religioso e morale. Senza dubbio la pena può essere considerata come una funzione sia del diritto umano che del diritto divino, ma è egualmente, od anche più vero, che l'aspetto giuridico non è mai un concetto puramente astratto, pienamente tagliato da qualunque relazione con l'aspetto morale. Ogni diritto umano, infatti, meritevole di questo nome trova finalmente il suo vero fondamento nel diritto divino; il che non porta seco nè diminuzione nè limitazione, ma piuttosto un aumento della sua forza e della sua stabilità.

Quali sono dunque il senso ed il fine della pena data da Dio? In primo luogo ed essenzialmente, essa è la riparazione della colpa e la restituzione dell'ordine violato. Commettendo il peccato, l'uomo si sottrae ai precetti divini e oppone la sua volontà a quella di Dio. In questo confronto personale l'uomo preferisce sè stesso e respinge Dio. Nel castigo persiste il confronto fra le stesse due persone, Iddio e l'uomo, fra le stesse volontà; ma ora, imponendo alla volontà del ribelle la sofferenza, Iddio lo costringe a sottomettersi al suo volere, alla legge e al diritto del Creatore, e a restaurare così l'ordine infranto.

Il castigo divino però non esaurisce in tal guisa tutto il suo senso, almeno in questo mondo e per il tempo della vita terrena. Esso ha anche altri scopi, che sono anzi, in parte, preponderanti. Spesso infatti le pene volute da Dio sono piuttosto un rimedio che un mezzo di espiazione, piuttosto «poenae medicinales» che «poenae vindicativae». Esse ammoniscono il reo a riflettere sulla sua colpa e sul disordine delle sue azioni, e lo inducono a distaccarsene ed a convertirsi.

In tal guisa, subendo la pena inflitta da Dio, l'uomo intimamente si purifica, rafforza le disposizioni della sua rinnovata volontà verso il bene ed il giusto. Nel campo sociale, l'accettazione della pena contribuisce alla rieducazione del colpevole, lo rende più atto ad inserirsi nuovamente come membro utile nella comunità degli uomini, contro la quale il suo delitto l'aveva messo in opposizione.

Rimarrebbero ancora da considerare le eguali funzioni della pena nel diritto umano, per analogia a ciò che abbiamo esposto intorno al castigo divino. Ma tale passo voi potete compierlo facilmente, perchè siete giuristi, e simili pensieri vi sono familiari. D'altra parte, abbiamo già bastantemente attirato la vostra attenzione sui rapporti che si stabiliscono necessariamente fra i due ordini […].

Pensiero del giorno

Il Signore come giusto giudice, se punisce spesso i peccati dei privati soltanto dopo la morte, tuttavia colpisce talora i governanti e le nazioni stesse anche in questa vita, per le loro ingiustizie, come la storia ci insegna.


(Papa Pio XII, Enciclica “Datis Nuperrime”, 5 - 11 - 1956).

domenica 10 maggio 2026

La speranza apostolica

Volto di Gesù Cristo
Dagli scritti di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena (1893 – 1953).

O Gesù, nella tua potenza, nel tuo amore infinito, nella tua Passione ripongo ogni speranza per le anime che mi hai affidate. 

1 - Nel suo lavoro l’apostolo ha bisogno di essere sostenuto da una forte speranza. I momenti di entusiasmo sono brevi, ai successi presto seguono gli insuccessi, le difficoltà sono molte, la lotta sferrata dalle forze nemiche è aspra ed incessante e, se l’apostolo non fosse ancorato in Dio mediante una salda speranza teologale, prima o dopo finirebbe per desistere, sfiduciato, dall’impresa. «Io ho vinto il mondo» (Gv. 16, 33), ha detto Gesù e, inviando gli Apostoli a continuare la sua missione vittoriosa, li ha assicurati: «Sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo» (Mt. 28, 20). Ecco il fondamento della speranza apostolica: la vittoria di Cristo, la sua incessante assistenza. Sì, Egli è con noi tutti i giorni, quindi anche nei giorni tenebrosi quando l’orizzonte è buio, senza uno spiraglio di luce, quando il nemico trionfa, gli amici se ne vanno e, umanamente parlando, non si vede alcuna possibilità di riuscita. Se confidassimo nelle nostre risorse, nelle nostre capacità, nelle nostre opere, avremmo ragione di disperare e di arrenderci, ma non è così. Noi speriamo, e siamo certi nella nostra speranza, perché Dio è onnipotente, perché Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi, perché Cristo ci ha redenti col suo Sangue, perché è morto per noi e per noi è risorto, perché infine le sue promesse - promesse di un Dio - son infallibili: «il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Mt. 24,35).

Appoggiandosi appunto alla volontà salvifica di Dio, alla sua potenza infinita, alla Redenzione di Cristo, l’apostolo deve nutrire la speranza certa che, in definitiva, la grazia trionferà. Ma nello stesso tempo, per non esporsi ad illusioni, deve essere convinto che alla vittoria non si arriva se non passando attraverso il Calvario. «L’apostolo non è da più di Colui che l’ha mandato» (Gv. 13, 16); se Gesù è giunto al trionfo della Risurrezione solo dopo la sua Passione e morte dolorosissima, non può l’apostolo pretendere di battere altra via. Verranno necessariamente anche per lui le ore delle tenebre, ma, anziché essere segno di sconfitta, esse saranno il preludio della vittoria; anziché essere segno di abbandono da parte di Dio, saranno la riprova che Dio è con lui, appunto perché lo conduce per la medesima via per la quale ha condotto il suo Figlio divino. 

2 - [...] Attraverso le persecuzioni, le umiliazioni, gli insuccessi l’apostolo imparerà a non confidare nelle proprie forze, a ritenersi servo inutile anche dopo aver molto faticato, a convincersi della propria insufficienza e dell'insufficienza di tutti i mezzi umani e, quindi, a riporre solo in Dio tutte le sue speranze. Imparerà a lavorare unicamente per amor di Dio, senza cercare il conforto della riuscita, rinunciando anche alla legittima soddisfazione di costatare i risultati delle sue fatiche; imparerà a svincolarsi dall’opinione e dal giudizio degli uomini, ad agire indipendentemente dalla loro approvazione o disapprovazione e ad attendere solo al giudizio ed all’approvazione di Dio. Le traversie e i dispiaceri che l’apostolo incontra nel suo lavoro costituiscono la sua notte oscura, paragonabile a quella dei contemplativi; notte dolorosa, ma preziosissima, perché ordinata a purificare il suo spirito da tutti i residui dell’amor proprio, dell’egoismo, della vanità, dell’attacco alle creature e alla loro stima. Se bene accettata, questa notte lo condurrà grado grado ad una purezza interiore sempre più grande e perciò ad un’unione con Dio sempre più piena. Egli dunque, deve rimanere saldo nella sua speranza e, nonostante le lotte, le difficoltà, gli insuccessi, deve essere sicuro della riuscita non solo per la salvezza delle anime a lui affidate, ma anche per la sua personale santificazione. Che se, permettendolo Dio, questa riuscita gli resterà nascosta e tutto il suo lavoro, come quello di Gesù, terminerà in un’apparente sconfitta, nelle Piaghe e nel Sangue del divin Crocifisso troverà la forza di sperare ancora, sperare contro ogni speranza. 

Colloquio - «O Signore, voglio attirare la tua misericordia su questo povero mondo, non solo con la generosità del mio sacrificio, del mio distacco, ma anche con la generosità della mia confidenza. Voglio credere contro ogni evidenza, sperare contro ogni speranza. Voglio credere con fiducia incrollabile anche quando le cose sembrano diventare sempre più penose e difficili a risolversi. O Signore, voglio commuoverti con la fermezza e la generosità della mia confidenza! 

«So e credo fermamente che Tu mi ami, che tutto permetti per la tua maggior gloria e per il mio maggior bene; so ch’io posso cooperare alla salvezza delle anime e che le sofferenze del tempo non hanno proporzione con la futura gloria, so che per farsi santi bisogna soffrir molto e che si giunge all’amore puro attraverso il puro patire; so che tutto mi è possibile in te che sei il mio sostegno. 

«Anche quando fossi affranta, oppressa da tenebre, angoscia, agonia, guardando te, Gesù Crocifisso, potrei sempre gustare una gioia intima, soprannaturale, poiché Tu mi ammetti a condividere le tue sofferenze onde conformarmi alla tua Passione e un giorno ammettermi alla partecipazione della tua gloria. 

«O Gesù, di fronte a qualsiasi sofferenza, umiliazione, prova, dolore interno od esterno, posso sempre rallegrarmi pensando che Tu mi fai l’onore d’invitarmi a partecipare alla tua Passione, alla tua opera redentrice per le anime. Perciò, lungi dal considerare questi dolori come dei mali, insegnami ad abbracciarli e ad accoglierli come favori e mezzi preziosi per la mia santificazione, vivificandoli con l’amore e con la pacifica, totale adesione alla tua volontà. O Signore, con questo spirito intendo offrirti la mia preghiera, la mia mortificazione, la quotidiana rinuncia, la continua accettazione delle sofferenze che mi manderai, per attirare grazie sulla Chiesa tutta, per salvare le anime » (cfr. Sr. Carmela d. Spirito S., o.c.d.). 

[Scritto tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].


(.)

Pensiero del giorno

Solo in Dio si trova la vera pace.


(Sant'Alfonso Maria de Liguori)

sabato 9 maggio 2026

I ragazzi non si trascinano al bene con la forza ma con la carità

San Giovanni Bosco
Non di rado negli ambienti tradizionali si incontrano persone che si comportano in maniera aspra, dura ed esageratamente severa. Se questo modo di comportarsi è fallimentare con gli adulti, lo è ancora di più con i fanciulli. I nostri esempi da imitare non devono essere i “sergenti di ferro”, bensì i santi come Don Bosco. A tal proposito riporto alcuni brani tratti da un interessante articolo intitolato “L'Educatore dell'Ottocento” e pubblicato sul “Bollettino Salesiano” del settembre del 1942.

Il dramma delle Scuole dell'Ottocento.

Le testimonianze autobiografiche di molti scrittori del tempo, dall'Alfieri al Cavour, dal Parini al Manzoni, dal D'Azeglio al Giusti, concordano nel ricordo di precettori troppo austeri e di sistemi scolastici deprimenti. Talora anche nei collegi tenuti da religiosi, con la migliore delle intenzioni, si cercava di persuadere ai giovani i grandi ideali con un'energia ed un'austerità che finivano col renderli inamabili.

Non era matura ancora una coscienza del metodo e del suo rapporto con le esigenze della psicologia infantile. Si poneva al servizio dell'educazione cristiana una tradizione disciplinare ed una didattica che contrastavano in pieno con lo spirito di apostolato dal quale erano animati i maestri.

L'amore si celava spesso dietro un volto severo. Lo scoprì, meravigliato, anche il Giusti quando si distaccò dal suo primo precettore. «Nel dividersi da me, pianse. Se volessi dire lo stupore che mi prese a quel pianto non avrei parole che mi valessero. Uno che mi aveva bastonato, contrariato, martirizzato sempre, piangere nel punto di lasciarmi?».

Nel pianto di quel buon sacerdote e nella meraviglia del non facile discepolo si rivela il dramma che spesso si consumò nelle scuole dell'Ottocento, dove maestri, peraltro benemeriti, non avevano inteso dall'esperienza questa lezione: che i ragazzi non si trascinano con la forza al bene; e che per promuovere in loro, con loro, la volontà di servire lietamente il dovere, bisogna conquistare la loro confidenza.

C'era bisogno che qualcuno riaffermasse questa verità vertice della pedagogia, che dalla teoria la facesse calare nella pratica e ne rivelasse la fecondità.

Per questo il secolo aspettava l'Educatore. L'Educatore fu Don Bosco.

[...]

La missione.

Nel 1836, Giovanni Bosco studente riceveva da un amico queste confidenze:

«Sono [...] fra i martiri ed i fulmini, vale a dire che i professori nostri di continuo ci perseguitano. Quello di logica ha sempre in bocca i suoi castighi e ha già castigato alcuni; l'altro di geometria vuole continuamente scagliare fulmini. Tutti e due poi ci contano due o trecento volte al giorno che non pochi di noi alla fine dell'anno saranno rimandati: di modo che tutti i giorni siamo sempre sgridati or dall'uno, or dall'altro: e ci dicono che non hanno mai avuto da insegnare a tavole tanto rase quanto siamo noi, soggiungendo non sapere essi se sian caduti dalla luna o soltanto venuti l'altro giorno al mondo».

La lettera dovette fare molta impressione sul giovane vivace, dalle spalle quadre e dalle mani solcate dalla fatica, che aveva trascorso tutta l'adolescenza tra i campi e i vigneti, e di tutto avea goduto: della gioia e della natura, della libertà e del lavoro, e che per realizzare il suo ideale era entrato a vent'anni in seminario, dopo aver fondato tra i primi compagni di studio una «Società dell'allegria».

Il giovane chierico, che serbò con cura questa lettera per tutta la vita, faceva così conoscenza con quel metodo repressivo che aduggiava la scuola del tempo. Egli non sapeva di pedagogia libresca, ma aveva già un'esperienza educativa. Da essa aveva appreso che i fanciulli si conquistano coi doni cari alla fanciullezza, soprattutto col gioco e con la gioia. (Egli era stato un maestro della ricreazione: giocoliere, attore, poeta e musico).

[...]

Amico! Con questo invito i giovani accorsero con slancio, anzi Don Bosco andò loro incontro sui campi da gioco, e, giocando, fece sentire che li amava anche in ciò che essi amavano.

«Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati. Ma non hanno gli occhi in fronte? Non hanno il lume dell'intelligenza? Non vedono che quanto si fa per essi è tutto per loro amore? - No: lo ripeto, ciò non basta. - Che cosa ci vuole adunque? Che essendo amati in quelle cose che a loro piacciono, col partecipare alle loro inclinazioni infantili, imparino a vedere l'amore in quelle cose che naturalmente loro piacciono poco; quali sono la disciplina, lo studio, la mortificazione di se stessi, e queste cose imparino a fare con amore».

Il genio di Don Bosco intuì il valore educativo del gioco e volle la scuola del gioco, l'oratorio, serena e mobile scuola all'aperto, dove i ragazzi si scambiano i doni della gioia e l'amicizia fraterna; dove, mentre pulsa il massimo della spontaneità, il ragazzo si rivela com'è, e l'educatore opera, anche senza parlare, con una parola, buttata lì, passando.

Quando l'anima è lieta, è propizia l'ora di invitarla a farsi migliore.

Per far questo non occorre uscir fuori dal mondo in cui essa volentieri respira, nè usare un linguaggio che non sia gradito ai fanciulli, vivido di immagini e drammatico. Don Bosco preferisce far scuola all'aria libera - sotto gli alberi tremolanti di luce, seduti in crocchio, sulla verde erba, i ragazzi - narrando racconti o episodi di vita vissuta e sogni.

«Una volta volevo far restare ben impresso nella mente dei miei uditori quale follìa fosse l'insuperbire, l'invanire. Come fare? Avessi recato tutti i testi della Sacra Scrittura e dei santi Padri a questo proposito, i giovanetti ne avrebbero fatto ben poco caso; si sarebbero annoiati e avrebbero dimenticato presto la lezione. Raccontai adunque loro molto particolarmente con nuove circostanze da me inventate, la favola di Esopo, dove dice che una rana voleva farsi grossa come un bue; ma tanto gonfiò che infine crepò. Figurai questo fatto avvenuto vicino al Valentino, con mille svariate ridicole circostanze, e feci far un dialogo tra queste ed altre rane, per far risaltare alcuni punti morali. L'effetto mi parve straordinario».

Intanto il suo sguardo penetrante cercava gli occhi dei ragazzi e vi leggeva dentro e lontano il loro avvenire.

[...]

L'azione educativa di Don Bosco si muove sul cardine di questa verità: non c'è vera educazione senza la presenza di Dio nel fanciullo. Per questo la confessione e la comunione sono i suoi sovrani mezzi pedagogici.

Alle anime che vivono soprannaturalmente una vita divina, Don Bosco può rivolgere questo arditissimo invito: «Piena libertà di fare quello che maggiormente aggrada!». La sua libertà è quella di chi è libero in Cristo e contiene già in sè l'autorità, anzi l'ama come dall'autorità è amato. È la traduzione in termini pedagogici dell'agostiniano «Ama et fac quod vis».

[...] Concede la massima libertà perchè i ragazzi imparino ad autogovernarsi. Saranno necessarie allora le sanzioni? Questo incantatore di monelli dichiarava alla fine della vita: «In 46 anni non ho mai inflitto neppure un castigo».

I richiami trovavano vie silenziosamente efficaci. Uno sguardo esprimeva la tristezza della sua paternità dinanzi alla colpa, ma insieme era dolce d'attesa. Quando (qualche volta si doveva lamentare) accadeva un disordine collettivo, il silenzio del Padre era più eloquente di un discorso, dopo queste parole pronunciate con dolente fermezza: «Non sono contento di voi! Questa sera non vi posso dir altro».

Ma più spesso i ragazzi ricevevano il frutto dolce del premio: una carezza sul capo, un sorriso o quel quasi nulla (due nocciole, un confetto, un libretto), caro più delle grandi cose perchè offerto dal cuore del Padre. Il premio maggiore era sedere a mensa vicino a lui, che spezzava il pane con tenerezza materna. Talvolta egli voleva che i doni fossero assegnati ai meritevoli dai loro stessi compagni, per designazione spontanea.

Intanto l'Oratorio, come un germe pieno di potenza vitale, è cresciuto e dilatato in un'opera ricca di energie e di avvenire per servire in tutte le direzioni l'ideale dell'educazione. Accanto al campo da gioco sono sorti ospizi, scuole, laboratori, dove Don Bosco è padre degli orfani, insegnante degli scolari, maestro d'arte agli artigiani, tutti indirizzando con la mano sicura di chi sa scoprire le attitudini congeniali dei giovani. Come?

«Il punto sta nello scoprire in essi i germi delle loro buone disposizioni e procurare di svilupparli. E poichè ognuno fa con piacere soltanto quello che sa di poter fare, io mi regolo con questo principio, e i miei allievi lavorano tutti con molta attività ma con amore».

[...]

La didattica di questo Educatore non ha che un fine: accendere le volontà, suscitare la collaborazione e l'attività personale, ma tutto questo in un'atmosfera serena, in cui filtrano i raggi della gioia.

[...]

Una volta il Padre parlò così:

«Miei cari figlioli, voi sapete quanto io vi amo nel Signore, e come io mi sia tutto consacrato a farvi quel bene maggiore che potrò. Quel poco di scienza, quel poco di esperienza che ho acquistato, quanto sono e quanto posseggo, preghiere, fatiche, sanità, la mia vita stessa, tutto desidero impiegare a vostro servizio. In qualunque giorno e per qualunque cosa fate pure capitale di me, ma specialmente nelle cose dell'anima. Per parte mia, per strenna vi do tutto me stesso; sarà cosa meschina, ma quando io vi do tutto, vuol dire che nulla riserbo per me».

Si cercherebbero invano parole come queste nelle opere dei pedagogisti di tutti i tempi. In esse è la trasparenza del Divino Amore. La grandezza dell'opera educativa di colui che si sentiva mandato per i giovani rivela qui il suo segreto: prima di essere scienza ed arte, l'educazione è una donazione.

Pensiero del giorno


Una sola comunione ben fatta è capace e basta per farci santi e perfetti.


(San Francesco di Sales)

venerdì 8 maggio 2026

L'eroica resistenza del movimento tradizionale

Anni fa una fedelissima lettrice del blog mi ha confidato di aver pianto a causa della drammatica situazione in cui versa l'orbe cattolico. Ecco quel che le scrissi per animarla al combattimento in difesa della fede.


Cara sorella in Cristo,
                                           ti scrivo con la speranza di poter esserti qualche aiuto spirituale.

La situazione generale della Chiesa è semplicemente drammatica a causa di abusi liturgici, rilassamento dei costumi, ambiguità, eresie, ecc., che dilagano tra preti e fedeli. Anche in passato ci sono stati dei periodi burrascosi, penso ad esempio all'epoca dell'eresia ariana e a quella dell'insurrezione luterana, ma la Chiesa è riuscita sempre a risollevarsi. Il Corpo Mistico di Cristo non può morire, e non morirà nemmeno questa volta. È stato lo stesso Redentore Divino a prometterci che le porte dell'inferno non prevarranno giammai.

Quella che stiamo vivendo è una prova di fedeltà a Dio. Quante sofferenze stiamo patendo! Ma è proprio nei momenti difficili che si prova la propria fedeltà al Signore. È facile essere cristiani quando tutto va bene, ma un'anima è nell'ora della sofferenza che dimostra di amare davvero Dio, sopportando eroicamente i patimenti e rimanendo fedele al Signore, senza volgersi indietro verso le lusinghe del mondo traditore.

“Militia est vita hominis super terram”, diceva il Santo Giobbe. È proprio così, la vita su questa terra è un continuo combattimento contro i nemici dell'anima. Però non dobbiamo rattristarci. “Gaudere et exultare nos voluit in persecutione Dominus, quia tunc dantur coronae fidei, tunc probantur milites Dei”, diceva l'eroico vescovo San Cipriano. È così, il Signore vuole che nelle persecuzioni dobbiamo gioire ed esultare, perché è in esse che vengono messi alla prova i soldati di Dio e si riceve la corona della fede.

Insomma, è nei momenti di difficoltà che si vede se una persona ama veramente Gesù. Coloro che lo amano poco, si arrendono, mentre coloro che lo amano assai continuano con ardore la battaglia. I martiri combatterono tenacemente e preferirono la morte anziché tradire il Redentore Divino. Perdere la vita terrena per salvare la vita eterna dell'anima. “Un'anima, un'eternità!”, diceva Santa Teresa d'Avila alle sue seguaci.

L'antidoto alle ambiguità e alle eresie che circolano in giro sta nel nutrire la propria anima col Magistero perenne della Chiesa. Ti consiglio di nutrirti soprattutto degli insegnamenti di Pio XII, il quale non solo parlava chiaramente e confermava nella fede i cattolici, ma spesso usava anche un linguaggio combattivo che dona tanto entusiasmo nella battaglia spirituale. Il “Pastor Angelicus” è stato uno dei più grandi Condottieri della Chiesa Militante. Cerca di leggere tutto di Papa Pacelli, non solo le encicliche, ma anche i discorsi e i radiomessaggi. Ti daranno vigore all'anima!

Ovviamente puoi leggere anche il Magistero dei successori di Pio XII, per esempio l'interessante Costituzione Apostolica “Veterum Sapientia” circa l'importanza del latino nella Chiesa, l'Enciclica “Humanae Vitae”, l'Istruzione "Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali", ecc.

Certo che fai bene a continuare ad andare alla Messa tridentina! Anzi adesso ne hai bisogno più che in passato, perché hai la necessità di nutrire la tua anima con l'intramontabile Rito Romano antico, che con la sua ineffabile ricchezza dottrinale sprona al combattimento spirituale.

Non preoccuparti, non stai affatto cadendo nell'eresia, infatti tu stai soffrendo proprio perché vuoi rimanere ancorata agli insegnamenti del Magistero perenne della Chiesa. Mica Dio può condannarti perché accetti gli insegnamenti perenni della Chiesa! I santi furono fedeli al Magistero, eppure vennero spesso perseguitati ferocemente (pensa ad esempio a Sant'Atanasio). Ma mentre loro adesso godono in Cielo il premio eterno, chissà che fine hanno fatto i loro persecutori.

Coraggio, non arrenderti! Continua a combattere la buona battaglia in difesa della Fede! Devi essere come un valoroso soldato che non indietreggia di fronte al nemico, ma continua a lottare con indomita volontà e intrepido coraggio fino alla vittoria. In questo momento tutti i cuori dei cattolici fedeli alla Tradizione hanno un solo desiderio: continuare a combattere la buona battaglia!  Noi crediamo, noi vogliamo, noi dobbiamo vincere! 

Alcuni diranno: “Ma come fai ad essere così certo della vittoria finale, visto che il movimento modernista dispone di ingenti mezzi materiali, mentre noi siamo quasi a mani nude?” Rispondo con le parole dell'eroico e intrepido Condottiero delle fulgide vittorie militari dei Maccabei: “quoniam non in multitudine exercitus victoria belli, sed de cælo fortitudo est” (1 Machabæorum 3,19). È proprio così, la nostra vittoria non dipenderà dal numero dei combattenti o dai mezzi materiali a disposizione, la nostra forza viene dal Cielo! Certo, le difficoltà sono enormi, ma maggiori sono le avversità, più bella sarà la vittoria! Sursum corda!

Approfitto dell'occasione per porgerti i miei più cordiali e fraterni saluti in Cordibus Jesu et Mariae,

Cordialiter

Sub Christi Regis vexíllis militáre gloriámur!

Pensiero del giorno

È un fatto constatato sempre, che la prosperità materiale, i beni, gli onori, il prestigio terreno non fanno bene alla Chiesa, per la miseria dell'umana natura, che nelle prosperità materiali perde di vista le cose eterne.


(Pensiero di Don Dolindo Ruotolo tratto dal suo commento al Libro dell'Apocalisse) 

giovedì 7 maggio 2026

Atti di carità verso Dio

È molto importante fare spesso degli atti di carità verso Dio. A tal proposito riporto, con l'esplicito incoraggiamento del mittente, una lettera di un caro lettore del blog, alla quale segue la mia risposta.


Caro amico,
                      ormai ti chiamo amico perché tale ti considero anche senza conoscerti, visto che i tuoi consigli valgono molto di più di quelli di tanti amici che si rifanno alla cultura del mondo, tu invece attingi da ben altre fonti e sei sempre così gentile da non lesinare spiegazioni. Poi, leggendo i tuoi articoli, non si può far altro che avere fiducia in un amico come te che pur dicendo le cose come stanno lasci vedere sempre un barlume di speranza, non come tanti autori di blog e riviste che confondono e demoralizzano. Oggi, approfittando sempre della tua disponibilità, volevo un tuo parere su qualcosa che mi tocca personalmente in questo periodo. Come ti dissi io vivo in un Paese dove la nostra Religione non è permessa, quindi non ho l'opportunità di ricevere i sacramenti, inoltre, come ti spiegai, sono in un periodo particolare di fragilità emotiva e confusione sul futuro a causa di problemi materiali e spirituali, tuttavia cerco di non farmi mai mancare la preghiera e ogni giorno cerco di essere costante, anche se non provo più il gusto della preghiera come prima. Però, mi capita a volte di commettere dei peccati gravi, e qui non posso confessarmi, quindi cado in un tunnel di senso di colpa che sfiora la depressione e inizio a pensare alla morte e cose del genere, e mi chiedo addirittura se tutte le mie preghiere in questa situazione diventino vane e inutili, essendo io in stato di peccato, o se il Signore, dall'infinito della sua bontà, le ascolti lo stesso. Spero di avere bene esposto i miei dubbi, ti prego dammi un consiglio.

Grazie, che Dio ti benedica sempre,
(lettera firmata)


Carissimo fratello in Cristo,
                                         hai fatto bene a scrivermi, spero tanto di poter esserti di qualche utilità. Anche se tu fossi l'uomo più cattivo del mondo, il mio Re è morto in croce anche per te, nonostante sapesse che l'avresti tradito col peccato. Dunque, se Lui ti ha amato sin dall'eternità, anche io sono tenuto ad avere nei tuoi confronti sentimenti di carità fraterna. Se devo essere sincero, nutro molte speranze che riuscirai a risollevarti. Infatti, quando una persona si riconosce peccatrice, è già sulla buona strada che la condurrà, se sarà perseverante, ad un'autentica conversione.

È triste sapere che esistono degli Stati in cui il cristianesimo è proibito. Tuttavia, anche se non ci sono sacerdoti, puoi tornare oggi stesso in stato di grazia di Dio. In che modo? Ti basterà recitare con contrizione del cuore un “Atto di dolore”. Poi quando avrai la possibilità di confessarti, i peccati che hai commesso verranno definitivamente cancellati per l'eternità. Per “contrizione del cuore” intendo dire che devi essere dispiaciuto di tutti i peccati mortali che hai commesso, e questo dispiacere deve essere causato non tanto dalla consapevolezza di aver meritato l'inferno, quanto piuttosto dalla considerazione che col peccato hai offeso Dio che è infinitamente buono, e sei stato la causa dell'atroce e dolorosa Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. Se in questo momento hai questo “dolore perfetto” dei peccati mortali commessi e hai l'intenzione di confessarti quando ne avrai la possibilità, ti ritrovi già in stato di grazia, e se per un incidente dovessi morire, non andresti all'inferno. Per questo motivo è cosa buona recitare ogni giorno l'atto di dolore, oppure potresti anche fare degli atti di carità perfetta verso Dio, dicendogli sinceramente che gli vuoi bene e che preferisci morire anziché offenderlo col peccato. Insegna San Tommaso d'Aquino che la carità non può convivere col peccato mortale, dunque se una persona fa un atto di carità perfetta verso Dio, implicitamente è anche contrita del male fatto, e così nel suo cuore non può più albergare il peccato mortale che viene spazzato via dalla carità perfetta verso Dio. Il Venerabile Don Giuseppe Frassinetti spiega diligentemente questa dottrina nel suo aureo “Compendio della Teologia Morale”.

In certi casi è lecito desiderare la morte, però bisogna dire che ovviamente non è mai lecito uccidersi, ma bisogna uniformarsi alla volontà di Dio. Lui ci ha creato, Lui è nostro Padrone, solo Lui sa quando è giusto far terminare il nostro esilio in questa valle di lacrime. Sant'Alfonso insegna che non è lecito desiderare la morte per rabbia o disperazione, però è lecito desiderarla quando qualcuno stima “meno dura la morte che la sua vita penosa, per causa dell'infermità, della povertà, o d'altra tribolazione che patisce”. Inoltre afferma che è lecito desiderare la morte per poter liberarsi dalle tentazioni che infestano il mondo e andare in Cielo ad amare Dio senza più paura di perderlo col peccato. Santa Teresa d'Avila desiderava ardentemente la morte per poter unirsi con Dio, e a tal proposito scrisse una bella poesia il cui ritornello è “Muero porque no muero”.

La preghiera non è mai vana. Se un cristiano è in stato di grazia, la preghiera accresce in lui la carità e i meriti per il Cielo. Se invece è in stato di peccato mortale, la preghiera serve ad ottenere da Dio la grazia della conversione. Quindi, qualsiasi sia lo stato della tua coscienza, continua a pregare senza scoraggiarti. Non è detto che tu debba usare le normali formule, puoi anche parlare in modo familiare con Dio, raccontandogli i tuoi problemi, le tue preoccupazioni, le tue sofferenze. Parlando da cuore a Cuore col Signore, è bene inframmezzare il discorso con degli atti d'amore nei suoi confronti. Devi dirgli che lo ami, che tutte le ricchezze della terra non potranno mai far felice il tuo cuore, poiché l'unica cosa che brami è il suo amore, che vuoi convertirti per dargli gusto, eccetera. Chissà, forse leggendo questa lettera hai fatto qualche atto di carità perfetta verso la Santissima Trinità e sei tornato in stato di grazia. Lo spero tanto!

Approfitto dell'occasione per porgerti i miei più cordiali e fraterni saluti in Cristo Re e Maria Regina di tutte le Vittorie della Chiesa,

Cordialiter

Pensiero del giorno

Sant'Alfonso Maria de Liguori
L'anima che ama Dio poco si cura di quel che gli altri dicono di lei, e solo attende a fare quel che piace a Dio.


(Pensiero di Sant'Alfonso Maria de Liguori tratto da "Pratica di amar Gesù Cristo")

mercoledì 6 maggio 2026

Promuovere la nascita di famiglie cattoliche fedeli alla Tradizione

Nella società c'è tanto bisogno di famiglie davvero cristiane, nelle quali il Vangelo si viva in maniera fervorosa e coerente. Ho tanta stima nei confronti di quei coniugi fedeli alla Tradizione Cattolica che procreano tanti figli e li educano davvero cristianamente. Pensiamo ad esempio ai genitori di Santa Teresa di Lisieux, oppure alle numerose coppie di coniugi che si affidavano alla direzione spirituale di San Pio da Pietrelcina, il quale tra l'altro le faceva rigare dritto in materia di onanismo, cioè delle pratiche immorali per non concepire figli.

Ma per formare delle famiglie davvero cristiane bisogna essere in due, pertanto dovremmo studiare il modo per promuovere i matrimoni tra cattolici fedeli alla Tradizione. Purtroppo, ci sono tanti ragazzi e ragazze che si sentono chiamati da Dio alla vita matrimoniale, ma non riescono a trovare una persona coerente col Vangelo con la quale convolare a nozze.

Non sto dicendo che bisogna dar vita a una sorta di “agenzia matrimoniale tridentina”, ma almeno promuovere un "qualcosa" che consenta ai giovani tradizionalisti di poter conoscersi (ovviamente avendo la massima prudenza onde evitare le occasioni di peccato, come purtroppo avviene in certi ritrovi organizzati da gruppi parrocchiali di area modernista).

Ricordo ancora l'e-mail che anni fa mi scrisse un ragazzo laureato, impiegato di banca, corteggiato da diverse ragazze mondane, ma che non riusciva a trovare in giro qualche donna fervorosamente cristiana con la quale poter sposarsi. In effetti sarebbe stata una sciagura sposarsi con una ragazza con una mentalità mondana, la quale avrebbe “poco osservato” gli insegnamenti di Gesù Cristo.

Come è edificante vedere giovani papà e mamme con tanti bambini! Tra l'altro si sa che le famiglie di stampo tradizionale che hanno tanti figli sono dei fertili vivai di nuove vocazioni sacerdotali e religiose. E la Chiesa ha urgente bisogno di numerose e sante vocazioni. Pertanto è davvero di grande importanza fare qualcosa per aiutare i giovani fedeli alla Tradizione a dar vita a famiglie autenticamente cristiane. Inoltre bisogna unire le forze per aiutare le famiglie a dare una buona educazione didattica e umana ai bambini diffondendo in ogni città la pratica dell'homeschooling, salvando così l'infanzia dalle grinfie delle scuole progressiste nelle quali regna la tirannica ideologia gender.

Pensiero del giorno

Gesù Cristo con occhi misericordiosi
Per starcene sempre uniti con Gesù Cristo, bisogna che facciamo tutto con tranquillità, senza inquietarci di alcuna avversità che incontriamo.


(Pensiero di Sant'Alfonso Maria de Liguori tratto da "Pratica di amar Gesù Cristo")