[Pensiero tratto dalla Lettera Enciclica "Evangelii Praecones" del grande Papa Pio XII].
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martedì 13 ottobre 2026
Noi siamo esuli in cammino verso una patria immortale
Santo Sacrificio della Messa
Pensiero del giorno
lunedì 12 ottobre 2026
Lettera dalla Spagna liberata
Pensiero del giorno
(Sant'Alfonso Maria de Liguori)
domenica 11 ottobre 2026
La giustizia e la riconoscenza ci fanno un dovere di soccorrere le anime purganti
Soccorrere i defunti ci è prescritto dalla carità cristiana, ci è ispirato dalla natura stessa ed è, inoltre, dovere di riconoscenza e di giustizia. Chi può dire di non avere in quelle fiamme un qualche parente od amico? E se in vita siamo debitori d'assistenza e di amore agli autori dei nostri giorni, non ci crediamo forse obbligati di soccorrerli dopo morte? Ohimè! facciamo loro tante proteste di tenerezza e di devozione mentre sono in vita, e poi li dimentichiamo non appena sono trapassati? Quant'affezione non ebbero essi per noi! quante pene non abbiamo forse recato loro! quante finezze non ci prodigavano allorché cadevamo malati! non ponevano essi la loro felicita nel vederci felici? ed ora che essi sono in un mare di dolori, non ci adopreremo a liberarli? «Non renderemo loro quel che da essi abbiamo ricevuto?». Riconoscenti per i tanti favori da loro ricevuti, li abbiamo, senza fallo, assicurati dell'amor nostro, e le nostre testimonianze erano sincere; che se li avessimo veduti miserabili o penanti, ci saremmo affrettati a porgere loro soccorso, vergognandoci di passare per ingrati. E perché dunque li abbandoniamo al presente, vedendoli in preda ad inesprimibili dolori? L'abbandono in cui il divin Salvatore venne lasciato dai diletti suoi discepoli, durante l' agonia dell' orto, gli cagionò dolore vivissimo; quanto non debbono soffrire anche le anime purganti nel vedersi abbandonate da ingrati, ricolmi di benefici! La mancanza di fede ci rende crudeli; siamo commossi unicamente da ciò che ferisce i sensi; lo spettacolo dell'agonia dei parenti ci opprime di dolore; non possiamo pensare a loro senza lacrime; ma non vogliamo persuaderci di quanto insegna la nostra santa religione intorno al purgatorio; abbiamo appena un qualche pensiero intorno alla sorte probabile di coloro che piangiamo, i quali, forse, per la nostra mancanza di fede, sono in quelle fiamme da ben molti anni: E noi siamo tanto più colpevoli in quanto che forse per colpa nostra essi si trovano là, e con il suffragarli compiremmo un atto di pura giustizia. Se abbiamo fatto qualche torto al prossimo, dobbiamo ripararlo; e potremmo noi esimerci dal sacro dovere di distruggere il male cagionato ai nostri cari?
Le stesse riflessioni valgono anche, sebbene con minor forza, per le persone a noi congiunte con vincoli di amicizia; anche verso di loro abbiamo doveri d'affezione da compiere e dobbiamo provar loro che «l'amore è forte come la morte (cant., VIII, 6);» essi pure ci resero sovente grandi servizi d'amicizia e di devozione, la riconoscenza domanda che ora noi li assistiamo con le preghiere; forse più volte saremo stati loro occasione di peccato, giustizia vuole che espiamo per essi colpe di cui noi fummo causa.
FIORETTO SPIRITUALE. Pensiamo che con le nostre buone opere possiamo, meglio che con le lacrime, consolare moltissimo quelle anime, ed ottenere, per loro mezzo, i beni che Dio ci ha promesso. (S. G. Crisostomo).
Pensiero del giorno
(San Giuseppe Moscati)
sabato 10 ottobre 2026
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Don Bosco piangeva al pensiero del Purgatorio
Pensiero del giorno
venerdì 9 ottobre 2026
Pace nel cuore
Pensiero del giorno
giovedì 8 ottobre 2026
Per quale motivo si va al purgatorio
Due ragioni conducono al purgatorio: i peccati veniali non perdonati, ed i peccati veniali o mortali perdonati ma non espiati pienamente. E facile comprendere quale sia la malizia della benché minima colpa, quando si considera chi è colui che la commette e colui contro cui è commessa. Se si rivolge il pensiero particolarmente all'amabilità ed alla bontà infinita di Dio, non vi è più meraviglia che la più lieve offesa venga severamente punita; ci rendiamo conto del rigore delle fiamme espiatrici, e le terribili rivelazioni fatte ai santi ci diventano facilmente credibili.
Si va pure al purgatorio per peccati mortali o veniali perdonati, ma non espiati abbastanza. In fatto due sono le cose da distinguere in ogni peccato o mortale o veniale: l'offesa e la pena. L'offesa è l'ingiuria che il peccato fa a Dio; la pena è il castigo più o meno rigoroso che Dio infligge al peccatore in questa o nell'altra vita. Se il peccato è mortale, l'offesa ci fa perdere la grazia santificante, e la pena dovuta al peccato è pena eterna; se il peccato è solo veniale l' offesa non distrugge l'amicizia di Dio, e la pena dovutagli è temporale.
L'assoluzione sacramentale rimette l'offesa del peccato mortale e la pena eterna: effetti ammirabili prodotti anche dall'atto di carità perfetta o di contrizione, purché racchiuda almeno implicitamente il desiderio del sacramento della penitenza. L'offesa del peccato veniale è rimessa non solo dall'assoluzione del sacerdote, ma ancora dall'atto di contrizione, da un atto di pietà o di carità congiunti con l'amor di Dio e con il pentimento.
Con l'assoluzione o con l'atto d'amor di Dio, il peccatore può, in virtù della divina grazia, avere un dolore così intenso delle sue colpe, od un grado di carità così perfetto, da ottenere l'intera remissione della pena meritata; ma per ordinario la giustificazione del peccatore non è congiunta con la remissione di tutta la colpa esatta dalla divina Giustizia. resta una pena temporale da soffrirsi in questo mondo con opere soddisfattorie, ovvero nell'altra vita con le pene del purgatorio; le quali pene sono rigorosissime, e talvolta molto lunghe. Perchè Dio misericordiosissimo è pure giustissimo; e se accorda grazia al peccatore con il perdonargli il peccato, ne vuole però l'espiazione, Ed in vero, si può pensare che il peccatore che visse lunghi anni lontano da Dio, ne riceva del tutto il perdono solo per aver detestato un istante la sua colpa nel timore dell'inferno? No, senza dubbio, ed in ciò Dio pare che operi come l'uomo, il quale d'ordinario, anche dopo il perdono esige una soddisfazione. Ora certi peccatori pesino la loro vita con la bilancia della santità di Dio, e vedranno che forse, avuto riguardo al numero ed all'enormità delle loro colpe, migliaia d'anni non basterebbero all'intera soddisfazione, Per convincersi appieno, pensino alle pene canoniche imposte ai peccatori dalla primitiva Chiesa.
In questo mondo noi non sappiamo che cosa sia l'infinita santità di Dio; ma ben «la intendono le anime del purgatorio, dice santa Caterina da Genova; finchè esse conserveranno il minimo atomo d'imperfezione, preferirebbero precipitarsi in mille inferni, anzichè presentarsi in tale stato dinanzi l'infinita santità di Dio». Non diciamo dunque essere il peccato veniale piccola colpa, s'esso si merita castighi tanto terribili, e facciamo penitenza in questa vita dei peccati perdonati; perchè dopo la morte, «noi non arriveremo al monte del Signore,» vale, a dire al cielo, «se non saremo senza macchia.»














