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venerdì 10 aprile 2026

La signorina comunista che voleva sposare un uomo cattolico

Padre Pietro Alagiani, S. J. (1894 - 1981), zelante cappellano militare dell'Armata Italiana in Russia, nel suo libro di memorie sulla prigionia in Unione Sovietica raccontò di una signorina comunista che, disgustata dalla perversità dei costumi della gioventù bolscevica, voleva sposarsi con un prigioniero cattolico che pensava fosse celibe.


Ma l'improvviso controllo delle nostre carte dei quaderni, oltre ad averci dato occasione di umoristici scherzi e di allegre canzonature, aveva anche aperto al nostro sguardo uno spiraglio per vedere tutto il marcio dei costumi della gioventù comunista.

Il giovane ufficiale G. P. [era un prigioniero, n.d.r.], che durante tutto il tempo del controllo aveva tenuto un'animata conversazione con una delle signorine [che lavoravano nel carcere, n.d.r.], ci raccontò strabilianti particolari intorno all'argomento trattato.

La ragazza s'era amaramente lamentata della corruzione della gioventù bolscevica. La sua compagna - che credevamo signorina - era già per la terza volta divorziata a soli 22 anni. Il giovane aveva osservato con meraviglia che non comprendeva la causa di tanti divorzi essendo quella ragazza - secondo lui - tutt'altro che brutta o di carattere insopportabile. «Tanto peggio per lei!» esclamò l'altra e prese a spiegare che da loro, per una ragazza, l'avere un aspetto leggiadro ed essere buona significava divenire zimbello dei giovinastri più scostumati, i quali, dapprima se ne disputavano la mano con ipocrito accanimento; quello poi che per primo giungeva ad ingannarla con una farsa di matrimonio, appena incontrasse una qualsiasi spudorata farfalla, non esitava a gettarla sul lastrico del disonore con uno specioso processo di divorzio.

Essa stessa era signorina non avendo ancora osato unirsi in matrimonio con alcuno e diceva di non voler mai maritarsi con un giovane sovietico [...]. Asseriva che, tra gli sposi comunisti di sua conoscenza, nessuna coppia aveva vissuto insieme neppure per dieci anni. La durata normale dei loro matrimoni era in genere di due o tre anni e alle volte anche solo di alcuni mesi.


La lezione della signorina comunista russa.

Quella signorina, nella sua giovane età, aveva mostrato una maturità di giudizio e di saggezza da far stupire perfino l'ufficiale G. P. Ella riconosceva la fonte della corruzione della gioventù comunista nella legislazione matrimoniale sovietica con la sua larga possibilità di divorzi e condannava la spudoratezza della «morale comunista», bandita dai primi capi del comunismo, con cui - secondo lei - erano state corrose le sane radici delle costumanze patriarcali del buon popolo russo. Se, diceva essa, la prima redazione della legge sul divorzio (per cui bastava la semplice e non motivata dichiarazione d'una parte per riavere la piena libertà), era stata più tardi alquanto ristretta, tuttavia anche nella presente forma la legge stessa offriva un abbondante pascolo alla scostumatezza pubblica.

Si scagliava così contro la dottrina morale di Lunaciarski, primo commissario della Pubblica Istruzione sovietica, e raccontava, come, fra tante altre aberrazioni dei capi comunisti, costui a suo tempo avesse proclamato in pubbliche conferenze che la vergogna e il pudore erano dei pregiudizi capitalistici e insegnasse nelle università agli studenti ed alle studentesse che nelle reciproche loro relazioni di benevolenza per i comunisti non esiste né peccato né male morale, ma solo prudenza e misura per non ammalarsi […].

Essa, assicurando d'aver inteso tutte queste cose da una sua zia, una delle studentesse presenti alle lezioni di Lunaciarski, aggiungeva due esempi (pure raccontatile dalla zia) per mostrare fino a quale bassezza d'immoralità e di spudoratezza fosse arrivata la gioventù comunista.

Un medico di Leningrado ogni qualvolta aveva l'occasione di presentare alla società od agli amici la propria moglie, ne approfittava con particolare soddisfazione per usare una sua preferita formula: «Compagni, Vi presento la mia quinta, ma non ultima moglie», volendo così alludere alle prime quattro già divorziate e alla propria volontà di sbarazzarsi anche di quella dopo qualche tempo, né più né meno come si farebbe con un paio di scarpe o con una giacca per il variare della moda.

[...]

Perciò essa avvilita di quello ch'aveva udito e letto, e atterrita di ciò che vedeva di continuo attorno a sé, sentiva un vero abborrimento contro il matrimonio sovietico stimando - e non a torto - che nella società comunista la donna abbia perduto tutta la sua dignità di venerata sposa, di tenera madre e di sacro legame di amore nel dolce focolare domestico, e persuadendosi sempre più che nelle famiglie sovietiche sia impossibile trovare la vera felicità dell'amore coniugale, della cura per la prole e della pace domestica. Cose sole che essa aveva unicamente bramato e cercato per il proprio avvenire.

In fine la poverina, mossa dalla sua ingenuità tipicamente russa e ispirata dal modo di fare dei comunisti e dall'educazione da loro ricevuta, proponeva al giovane ufficiale G. P. (credendolo celibe) un suo ben studiato piano. Da un pezzo aveva seguito le vicende di lui e lo aveva trovato un uomo dabbene. Fra un anno egli avrebbe già scontato la sua pena. Restasse, dunque, in quella città che ella si prenderebbe cura di trovare per lui un ottimo impiego di direttore di un magazzino della cooperativa, promessole da un suo parente, pezzo grosso nella Cooperazione provinciale. Per sé, essa aveva già assicurato un posto lucroso negli uffici del «gorsoviet - comune». Quindi potrebbero essere molto felici unendosi in matrimonio, essendo essa l'unica figlia di madre vedova e avendo ereditato dal padre un bel patrimonio.

«Io lo so - affermava essa - che voi europei siete cattolici e non ammettete il divorzio. Solo i giovani cattolici possono formare una felice famiglia con un inviolabile vincolo di amore, di pace e di benessere!...».

L'ufficiale G. P., non bastandogli l'animo di far crollare in un attimo i bei castelli in aria - elaborati e preparati forse con tante pene e suppliche e raccomandazioni dalla povera e disgraziata ma buona e saggia ragazza - dichiarandole d'essere ammogliato, di avere quattro vispi figlioli e di non sentire alcuna pazza voglia di condividere con lei la schiavitù sovietica, aveva semplicemente risposto che, oltre tutto, era prematuro parlare di ciò, non sapendo se, alla fine della sua reclusione, egli sarebbe stato rilasciato in libertà oppure avrebbe avuto un nuovo termine di reclusione, come tanti altri. [...]

Penso, a conclusione, che se tutte le donne europee riflettessero all'episodio della signorina comunista ed alle sue parole non avrebbero la sconsigliatezza di cooperare all'avvento di un ordine sociale, in cui per prima la donna sarebbe calpestata e resa disgraziata e infelice nell'irrimediabile perdita della sua vita d'amore, delle sue naturali esigenze, delle dolci e tenere soddisfazioni e pene materne, della missione tutta sua propria di angelo tutelare nel sublime santuario familiare.

E mi vien fatto d'aggiungere che se tutti i cattolici d'Europa vivessero nella loro vita privata - come saggiamente supponeva questa comunista russa - i principi di fede e di morale che professano, allora anche i nemici della verità non troverebbero mai le tanto cercate ed esagerate occasioni per gettare fango sull'immacolato manto della Sposa di Cristo,... allora i nostri giovani si accingerebbero con maggiore serietà e preparazione alla tremenda scelta della compagna con la quale portare insieme il giogo, le pene e le gioie della vita terrestre e raggiungere sempre insieme, accompagnati dai germogli di un sacro amore, il porto della vita celeste,... allora tutti i coniugi cristiani troverebbero nelle proprie famiglie le delizie del regno d'amore e trasformerebbero il proprio focolare domestico in vero Paradiso terrestre!...


[Brano tratto da "Le mie prigioni nel paradiso sovietico", di Padre Pietro Alagiani, S. J., Edizioni Paoline, imprimatur: e Vicariatu Urbis die 15 Apr. 1956, + Aloysius Traglia, Archiep. Caesarien. Vicesgerens].

Pensiero del giorno

Don Bosco con Maria Ausiliatrice e Gesù Bambino
Giovannino Bosco nei primi anni di Chieri [cittadina ove studiò per diventare sacerdote n.d.r.] divise i suoi compagni in tre categorie: buoni, indifferenti, cattivi. Questi ultimi li evitava assolutamente e sempre, appena conosciuti; cogli indifferenti si in tratteneva per cortesia e per bisogno; coi buoni contraeva amicizia, ma familiarità solo con gli ottimi, quando ne incontrò che veramente fossero tali.

[Brano tratto da "Catechismo di San Pio X commentato con fatti, detti, sogni e scritti di San Giovanni Bosco", Volume 2°, Libreria Dottrina Cattolica, 1950].

giovedì 9 aprile 2026

Una predica sull'inferno

[Brano tratto da “Tesoro di racconti istruttivi ed edificanti”, di Don Antonio Zaccaria, Tipografia Pontificia Mareggiani, 1887].


Ludovico Strambi era un padre disamorato, che viveva ad Arezzo. Abbandonata la moglie ed i figli, si era dato in preda ad ogni vizio, ed aveva estinto nel suo cuore ogni senso di affetto per tutto ciò, che di più caro l'uomo possa avere al mondo. Quel patrimonio, che ogni padre di famiglia cura, se non di avanzare, certo di conservare per i propri figli, egli aveva sprecato in divertimenti, in giuochi e pranzi; e non curante dell'avvenire dei figli, era divenuto la croce della sua famiglia. La corruzione del cuore aveva fatto salire all'intelligenza i vapori del dubbio e della incredulità, e non dubitava gettare sulle verità più incontrastate la pietra della negazione, e sulle pratiche della Chiesa e della pietà la polvere della calunnia ed il fango dell'empietà. La povera sposa, esaurita ogni buona maniera, era ricorsa alla protezione di Maria, e una lampada ardeva in un luogo recondito della casa innanzi ad una immagine della Vergine, perché le tornasse al seno il suo amato sposo. Un giorno era andato ad una partita di caccia presso Cortona, quando si copre il cielo di nuvoli, guizza spesso il lampo, romba il tuono, ed una tempestosa pioggia vien giù a catinelle. Non trovando riparo per la campagna, corre sino a Cortona e si ricovera presso un'osteria. Là sciala e sbevazza coi suoi compagni imprecando al cielo, che gli aveva interrotto il piacevole divertimento. Quando, chetata la pioggia, e fattosi sulla porta, vede molta gente andare raccolta per una strada. Chiede all'oste la ragione di ciò, e viene a sapere, come in una chiesa della città si era incominciato un corso di sante Missioni. Ludovico, mosso da curiosità e dalla voglia di cavarne argomento alle sue berte, s'avanza a quella chiesa, vi entra, e sta lì ad ascoltare la predica. In quella sere il predicatore trattava la grande e terribile verità dell'inferno, atta da sé sola a scuotere le anime indifferenti e sonnacchiose nel peccato. Lo Strambi ascoltò tutta la predica, la quale finita, entrò in sagrestia chiedendo di conferire col predicatore. Questi, sebbene stanco, si prestò volentieri a contentare lo sconosciuto, che così prese a dirgli: Padre, ho ascoltato con attenzione la vostra predica sull'inferno. L'ho trovata buona per i gonzi, che son facili ad ingoiare tutto ciò che i preti sballano dalla cattedra cristiana. Ma a me, che non sono del maggior numero, le vostre cantilene non garbano punto. Vorrei, che mi provaste con sodi argomenti l'esistenza dell'inferno e l'eternità delle pene, che, secondo voi, soffrono nell'altro mondo. Il P. Missionario, ch'era uomo tutto di Dio, ed all'aspetto ed alle parole conobbe con chi aveva da fare, sorridente e pieno di dolcezza, per nulla imbarazzato dalle parole del forestiero, così prese a dirgli: Ma voi ci credete, caro signore; né c'è d'uopo sciorinare prove ed argomenti a convincervi, voi mi parlate dell'inferno perché ne provate paura; e le cose che non esistono, le ombre non hanno mai intimorito persona ragionevole. È vano il ripiego della passione, la quale per allontanare questo spettro, che funesta ogni vita spensierata, ricorre all'inutile spediente della incredulità. L'inferno esiste purtroppo, ed è opera dell'amor di Dio, che con quell'eterno castigo ci atterrisce dal peccato per tirarci a lui. 

Alla vostra fede c'è un po' di nebbia, che ha sollevato la passione; diradarla è cosa di poco conto, e potete farlo adesso, acconciandovi nell'anima con la confessione, ed implorando l'aiuto della Vergine, ch'è rifugio dei peccatori. Anzi v'invito a recitare con me un’Ave a Nostra Signora, perché vi aiuti in questa santa impresa. Ludovico Strambi, quasi ammaliato dalla soavità del Missionario, cadde ai suoi piedi, e recitò pieno di compunzione l'Ave Maria, e con gli occhi molli di pianto chiese di confessarsi. L'ora di Dio era sonata, e lo Strambi si levò dal tribunale di penitenza mutato di cuore e saldo nel proposito di emendarsi dei suoi vizi. Tornò ad Arezzo, alla sua cara famiglia, ma quanto mutato nell'anima! La parola di Dio lo aveva convertito ed aveva ridonato un padre amorevole ed uno sposo virtuoso a quella famiglia, che aveva impetrato questa grazia dalla potenza di Maria.

Pensiero del giorno

Questo dovere di sottomissione al beneplacito di Dio negli avvenimenti tristi è dovere di giustizia e d'obbedienza, perchè Dio è Supremo nostro Padrone che ha su di noi ogni autorità; è dovere di sapienza, perchè sarebbe follia volersi sottrarre all'azione della Provvidenza, mentre che nell'umile rassegnazione troviamo la pace; è dovere d'interesse, perchè la volontà di Dio non ci prova che per nostro bene, per esercitarci nella virtù e farci acquistare dei meriti; ma è sopratutto dovere d'amore perchè l'amore è dono di sè fino all'immolazione.

[Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Imprimatur Sarzanæ, die 18 Novembris 1927, Can. A. Accorsi, Vic. Gen. - Desclée & Co., 1928].

mercoledì 8 aprile 2026

Motus in fine velocior

Ripubblico volentieri una lettera che mi ha inviato Maristella (pseudonimo utilizzato da una gentilissima signora di Milano).


Caro fratello in Cristo, 
da tempo desideravo scrivere questo messaggio.

Oggi ho trovato il tempo per farlo: ho notato che quando si invecchia, sembra scorrere più rapidamente. "Motus in fine velocior".

Osservo con trepidazione gli avvenimenti nella Chiesa e nella nostra società: molti elementi mi rattristano, ma la speranza non cede. Nella storia, nel cammino dei popoli nel tempo, la Città di Dio ha sempre subito gli attacchi del demonio, e ne è sempre uscita vincente.

Piano piano sto imparando a chiedere continuamente a Dio i doni della Fede, della Speranza e della Carità. 

Così posso affrontare questi tempi con la consapevolezza che qualunque cosa accada, "le porte degli inferi non prevarranno" e quindi impegnarmi sempre di più per combattere "la buona battaglia". Sto comprendendo che questa battaglia si combatte nella quotidianità delle nostre giornate: in un certo modo di stare dinanzi alla vita con tutte le sue difficoltà, in famiglia, al lavoro, per la strada... in ogni istante mi sento chiamata a testimoniare con la mia vita l'appartenenza al Signore Gesù.

(...) Avremo incertezze e cadute ma ogni volta basterà tendere la mano e lasciarci rialzare da Lui. Fino all'ultimo istante, che io attendo con desiderio e timore, in cui verrà a toglierci da questa vita.

Uniti nella preghiera
Nei Cuori Immacolati

Maristella

Pensiero del giorno

Gesù Cristo con occhi misericordiosi
Ecco quello che dobbiamo sempre cercare e che ci deve bastare: Gesù solo, Dio solo. Tutto il resto - consolazioni, aiuti, amicizie anche spirituali, comprensione, stima, appoggio anche dei superiori - può essere buono nella misura in cui Dio ci permette di goderne e molto spesso Egli se ne serve proprio per sostenere la nostra debolezza; ma quando, attraverso le circostanze, la Mano divina ci priva di tutto ciò, non dobbiamo né sgomentarci, né smarrirci. Sono proprio questi i casi in cui, più che mai, possiamo testimoniare a Dio con i fatti e non con le parole che Egli è il nostro Tutto e che Egli solo ci basta. È questa una delle più belle testimonianze che un’anima amante può rendere al suo Dio: essergli fedele, fidarsi di lui, perseverare nel proposito di una dedizione totale, anche quando Egli, ritirando tutti i suoi doni, la lascia sola, al buio, forse nell’incomprensione, nell’amarezza, nella solitudine materiale e spirituale accoppiata con la desolazione interiore. È allora il momento di ripetere: «Gesù solo» e di scendere con lui dal Tabor per seguirlo con gli Apostoli fino al Calvario, dove Egli stesso agonizzerà abbandonato […]. 


[Scritto tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].

martedì 7 aprile 2026

Riflessioni di Maristella sul purgatorio

Pubblico un messaggio che mi ha scritto Maristella sul tema del Purgatorio.

 

Caro fratello in Cristo, desidero ringraziare Dio e il buon sacerdote che ogni mese celebra per noi e per i nostri defunti il santo sacrificio della Messa.

Purtroppo nelle chiese, nelle prediche si parla troppo poco del valore immenso della Messa e dell'importanza della preghiera di intercessione per i defunti. I "nostri" preti, quelli del rito ambrosiano tradizionale, ne parlano spesso. I Novissimi sono le ultime cose che ci accadranno: morte, giudizio dell'anima e poi inferno o paradiso. Molti non hanno capito che in Paradiso difficilmente si arriva direttamente: la maggior parte delle anime (anche di quelle amanti di Dio e devote) passa dai tormenti di purificazione del Purgatorio. I grandi santi affermano che le sofferenze del Purgatorio sono più dolorose e intense di quelle che possiamo provare qui in questa vita.

Preghiamo sempre e applichiamo tutte le piccole e grandi croci che ci colpiscono nella vita quotidiana. Facciamo celebrare Messe, non dimentichiamoci mai delle anime benedette del Purgatorio. Esse non possono più pregare per se stesse ma non dimenticheranno mai chi ha pregato o offerto fioretti per loro.

In alcune chiese ho visto cassette delle offerte dedicate alle anime del Purgatorio: se siamo di fretta possiamo lasciare una piccola somma di denaro per chiedere la celebrazione di una santa Messa. In una parrocchia milanese hanno messo una cassettina speciale: ci sono buste su cui scrivere l'intenzione, poi si inserisce il denaro e si lascia cadere in una piccola cassaforte. Ogni settimana si può controllare sul calendario esposto quando verrà celebrata la Messa che abbiamo chiesto. Possiamo anche indicare "Per tutte le anime del Purgatorio".

Padre Pio ci ricorda che possiamo anche chiedere grazie alle anime del Purgatorio; esse intercederanno per noi.

Uniti nella Luce del cammino di Pasqua, nella preghiera ai Cuori Immacolati 🙏🙏🙏

Messa in suffragio dei parenti defunti

Messa per le anime del purgatorio
Giovedì 9 aprile verrà celebrata una Messa in suffragio dei parenti defunti dei sostenitori del mio blog "Cordialiter".

È raro che un'anima entri in paradiso senza passare prima dal purgatorio, ove si soffre atrocemente. Persino le anime di alcuni santi sono passate dal purgatorio, penso ad esempio all'anima di San Claudio de La Colombière (in questo caso lo sappiamo grazie a Santa Margherita Maria Alacoque, sua figlia spirituale e grande mistica).

Per questo motivo non dobbiamo dimenticarci dei nostri parenti defunti che, forse, attualmente si trovano a patire in purgatorio e hanno bisogno del nostro aiuto (Messe, preghiere, elemosine e altre opere buone compiute a loro suffragio) per poter finalmente uscire da quel luogo di sofferenza ed entrare nella Patria Celeste per lodare in eterno l'infinita misericordia di Dio.

Ringrazio di cuore il celebrante per tutto il bene che sta facendo a me e ai sostenitori del blog (lui stesso è uno dei principali sostenitori).

Un prete eroico

[Brano tratto da “Tesoro di racconti istruttivi ed edificanti”, di Don Antonio Zaccaria, Tipografia Pontificia Mareggiani, 1887].


Un buon curato, il quale prima era stato soldato, dopo di aver fatto sacrifici d'ogni sorta pel bene dei suoi parrocchiani, e sostenuto gravi fatiche, si trovavain letto infermo, e si può dire quasi agli ultimi della vita. Ma anche un sacrificio gli era riserbato di fare prima di morire, e con uno sforzo supremo lo volle fare. Una persona entra nella sua camera, gli si accosta al letto e gli dice: - Oh! signor curato, siamo in un brutto impiccio. Il tale .... che voi ben conoscete, è stato colpito da una terribile malattia; egli muore, e rifiuta di ricevere un sacerdote! - Che disgrazia! rispose il buon curato. Se non fossi moribondo, proverei io: forse mi riceverebbe. - Sì, voi riuscirete, ma ohimè! ... e la persona non terminò la frase. Una sublime ispirazione colpì il sacerdote, che sollevandosi e giungendo le mani esclamò: - O mio Dio! sorreggetemi ancora per brevi istanti! Seguì un momento di silenzio, ma d'intensa preghiera. - Aiutatemi a vestirmi! disse a coloro che gli stavano d'intorno. Presi da timore, nessuno si moveva. Tutti credevano che egli delirasse. - Aiutatemi a vestirmi! ripeté, e questa volta con irresistibile autorità. Tutta la vita che gli rimaneva sembrava essersi concentrata nella sua indomita volontà. Egli stese le mani, ed i circostanti obbedendo in profondo silenzio lo vestirono. - Ora, disse il prete, portatemi dall'ammalato. Morirà per via! bisbigliavano fra loro gli astanti, ma egli non ascoltava, assorto com'era in un sol desiderio eroico: la salvezza di un'anima. Diede perfino gli ordini opportuni affinché gli fosse portato tutto l'occorrente per amministrare gli ultimi Sacramenti. - Andiamo! disse quando tutto fu pronto: non abbiamo un minuto da perdere. Con indescrivibile emozione, diversi uomini si fecero avanti: sollevarono il suo corpo morente, nel quale però l'anima regnava sovrana. Durante il tragitto, non si lasciò sfuggire un sospiro, benché ad ogni passo gli prendesse intenso dolore. Pregando ancora a testa china, egli giunse al capezzale dell'altro morente. - Amico, gli disse, con debolissima voce, stiamo ambedue per comparire innanzi a Dio, non perdiamo questi momenti preziosi: io sono venuto per assistervi, per darvi l'aiuto di cui tutti abbisogniamo all'ultima ora. L'ammalato, sopraffatto dall'emozione, emise un grido, ed afferrata la mano del suo parroco, con grande affetto, la portò alle labbra. - Amico mio, continuò il curato, il tempo stringe, non ricuserete certamente di confessarvi?Vinto da tanta carità e da tanta fede, il malato proruppe in lagrime e disse: Oh! sì, mi confesserò a voi. Un sorriso celeste sfiorò le labbra del parroco; egli fece un cenno, e gli astanti si ritirarono. Poco dopo, il ministro di Dio con uno sforzo supremo alzò la voce per pronunziare la assoluzione, la quale scese come rugiada su quell'anima infondendole nuova vita. - L'Olio Santo! esclamò il sacerdote, e poi pregò gli assistenti di tenergli il braccio, e di guidargli la mano. Così fatto, e al suo tocco e per l'efficacia del Sacramento il malato sembrò riaversi. Quando l'opera fu compiuta, il sacerdote piegò il capo sull'infermo che aveva unto, e gli sussurrò con un sospiro di soddisfazione: Arrivederci, amico mio. Conducetemi a casa, soggiunse debolmente, e poi, un po' più forte; Nunc dimittis servum tuum, Domine, secundum verbum tuum in pace. Quindi la sua testa cadde, le sue braccia si abbandonarono inanimate, gli occhi si chiusero, e se non fosse stato che le sue labbra si movevano, mentre pregava, chi lo assisteva lo avrebbe creduto morto; pian piano lo posero sul letto, e indi a poco spirò. Tutti questi dettagli sono esattissimi, scrive l'egregio giornale irlandese Irish Catholic, e sono stati confermati dallo stesso infermo, oggetto di sì eroica abnegazione da parte del buon prete, e che cominciò a rimettersi dal momento ch'ebbe l'estrema unzione. Allorché gli si diceva che doveva esser pieno di fede, avendo ricevuto una grazia sì segnalata, rispondeva: Io morirei per la mia fede; devo raggiungere il mio buon curato.

Pensiero del giorno

Le anime innamorate di Dio ben trovano la loro consolazione e dolcezza nel patire, nel pensare che patiscono per suo amore.


(Sant'Alfonso Maria de Liguori)

lunedì 6 aprile 2026

Da amante di D'Annunzio a sposa di Gesù Cristo


Fiore che simboleggia la purezza
Alcuni pensano che per divenire frate o suora sia necessario aver custodito intatto il giglio della purezza sin dalla fanciullezza. In realtà anche coloro che hanno conosciuto il peccato possono entrare in convento, purché siano sinceramente pentiti e risoluti a tutto pur di non peccare più. Sentite la storia di una delle amanti di Gabriele D'Annunzio. Alessandra di Rudinì nacque a Napoli nel 1876. Suo padre era marchese e celebre politico (fu anche Ministro degli Interni e Capo del Governo). Da bambina ebbe un'infanzia “vivace”, e a causa della sua incontenibile indisciplinatezza venne “cacciata” dal collegio. Viveva in un'ambiente razionalista e la sua fede si indebolì molto; pensava che il cristianesimo fosse un fenomeno puramente politico-sociale. Poi, leggendo un pessimo libro di Renan, la sua fede crollò a terra. Era considerata una ragazza molto bella e vari giovanotti altolocati le fecero proposte di matrimonio. Tra i suoi spasimanti vi era anche il Marchese Marcello Carlotti, col quale accettò di sposarsi, e dal quale ebbe due figli. Ma dopo pochi anni di matrimonio, rimase vedova. Aveva solo 24 anni, ed essendo ricca e bella, non sarebbe stato difficile per lei trovare un nuovo marito. Nel 1903 conobbe Gabriele D'Annunzio, famoso sia come poeta che come forsennato conquistatore di donne. Prima le conquistava, poi le abbandonava e passava a corteggiare qualche altra sventurata. D'Annunzio corteggiò anche Alessandra, la quale inizialmente lo respinse, ma alla fine capitolò, e andò a convivere “more uxorio” (cioè come se fossero coniugi) nella lussuosa villa del poeta. Ciò era (e lo è ancora oggi) un grave peccato contrario al sesto comandamento che proibisce di commettere fornicazione (rapporti sessuali fuori dal matrimonio). Ma la Madonna, essendo una madre affettuosa, vegliava su di lei, e il buon Dio le inviò un salutare castigo. Il Signore è amore infinito, e quando ci invia qualche croce, lo fa per il nostro bene, ossia per trarne un bene maggiore. Così, Alessandra si ammalò gravemente, e rischiò di morire senza ricevere gli ultimi sacramenti. Quando guarì, D'Annunzio la lasciò. Dopo la malattia, la giovane marchesa di Rudinì Carlotti non era più bella come prima, e poi il poeta si era già innamorato di un'altra donna. Ecco come è fragile l'amore mondano e come svanisce velocemente! Alessandra pianse amaramente il suo amore perduto, ma ben presto si accorse che quell'amore era solo vanità: “vanitas vanitatum et omnia vanitas”, dice la Sacra Scrittura. Dopo un lungo periodo di ricerca, si sentì attrarre da un Uomo speciale, il migliore di tutti gli uomini, Colui che non tradisce mai: Gesù Cristo, il Re del Cielo. Dopo essersi consigliata col suo direttore spirituale, e aver preso contatti con le suore, entrò in un monastero di clausura francese, dove le venne imposto il nome religioso di suor Maria di Gesù, e visse in maniera esemplare la sua vocazione. I peccatori scellerati che si convertono sinceramente a Dio, in genere diventano zelantissimi seguaci del Vangelo. E così, suor Maria di Gesù venne eletta priora del suo monastero, ed ella si dimostrò un'ottima superiora, e fondò altri monasteri in Francia. Morì in concetto di santità nel gennaio del 1931, felice di aver abbandonato il mondo traditore e di essersi donata a Gesù buono. Gabriele D'Annunzio non poté riempire di gioia e di pace il cuore di Alessandra, il quale era stato creato per amare Dio e solo in Lui riuscì a trovare la felicità. “Inquietum est cor nostrum”, il nostro cuore è inquieto sin tanto che non riposa in Dio.

Pensiero del giorno

Sant'Alfonso Maria de Liguori
Fratelli miei: in questa vita che ci resta, o poca o molta, il che non lo sappiamo [...] facciamoci santi ed amiamo Gesù Cristo assai, perché se lo merita.


(Sant'Alfonso Maria de Liguori)

domenica 5 aprile 2026

Charitas est vinculum perfectionis

Gesù che abbraccia una persona
Dagli scritti di Sant'Alfonso Maria de Liguori, Dottore della Chiesa, Patrono universale dei Confessori e dei Moralisti.


Tutta la nostra perfezione consiste nell’amare il nostro amabilissimo Dio: Charitas est vinculum perfectionis. (Col. 3.14). Ma poi tutta la perfezione dell’amore a Dio consiste nell’unire la nostra alla sua santissima volontà. Questo è il principale effetto dell’amore, dice S. Dionigi Areopagita, l’unire le volontà degli amanti, sicchè abbiano lo stesso volere. E perciò quanto più alcuno sarà unito alla divina volontà, tanto sarà maggiore il suo amore. 

[...]

Un atto di perfetta uniformità al divino volere basta a fare un santo. Ecco Saulo mentre va perseguitando la Chiesa, Gesù Cristo l’illumina, e lo converte. Che fa Saulo? che dice? non fa altro che offrirsi a fare la sua vonontà: Domine, quid me vis facere? (Act 9.6) Ed ecco, che il Signore lo dichiara vaso d’elezione ed Apostolo delle genti: Vas electionis est mihi iste, ut portet nomen meum coram gentibus. (Act 9.15) Sì, perché colui che dà la sua volontà a Dio, gli dà tutto; chi gli dà le robe con le elemosine, il sangue col flagellarsi, i cibi coi digiuni, dona a Dio parte di ciò che possiede, ma chi gli dona la sua volontà, gli dona tutto, onde può dirgli: Signore, io son povero, ma vi dono tutto quel che posso; dandovi la mia volontà, non ho più che darvi. Ma questo appunto è il tutto quel che da noi vuole il nostro Dio: Fili mi, praebe cor tuum mihi. (Prov 23.1) Figlio, dice il Signore a ciascuno, figlio, dammi il tuo cuore, cioè la tua volontà. Nihil gratius Deo (parla S. Agostino) possumus ei offerre, quam ut dicamus ei: Posside nos. No, che non possiamo offerire a Dio cosa più cara, che con dirgli: Signore possedeteci voi; noi vi doniamo tutta la nostra volontà, fateci intendere quello che da noi volete, e noi l’eseguiremo.

Se dunque vogliamo compiacere appieno il cuore di Dio, procuriamo in tutto di conformarci alla sua divina volontà; e non solo di conformarci, ma uniformarci a quanto Dio dispone. La conformità importa che noi congiungiamo la nostra volontà alla volontà di Dio; ma l’uniformità importa di più, che noi della volontà divina e della nostra ne facciamo una sola, sì che non vogliamo altro se non quello che vuole Dio, e la sola volontà di Dio sia la nostra. Ciò è il sommo della perfezione, a cui dobbiamo sempre aspirare; questa ha da esser la mira di tutte le nostre opere, di tutti i desideri, meditazione, e preghiere. In ciò abbiamo da pregare ad aiutarci tutti i nostri santi Avvocati, i nostri Angeli Custodi, e sopratutto la divina Madre Maria, la quale perciò fu la più perfetta di tutti i Santi, perché più perfettamente ella abbracciò sempre la divina volontà.

Ma il forte sta nell’abbracciare la volontà di Dio in tutte le cose che avvengono o prospere, o avverse ai nostri appetiti. Nelle cose prospere anche i peccatori ben sanno uniformarsi alla divina volontà; ma i santi si uniformano anche nelle contrarie e dispiacenti all’amor proprio. Qui si vede la perfezione del nostro amore a Dio. Diceva il V. S. Giovanni Avila: Vale più un benedetto sia Dio nelle cose avverse, che seimila ringraziamenti nelle cose a voi dilettevoli.

Di più bisogna uniformarci al divino volere non solo nelle cose avverse che ci vengono direttamente da Dio, come sono le infermità, le desolazioni di spirito, la povertà, la morte dei parenti, e simili; ma anche in quelle, che ci vengono per mezzo degli uomini, come sono i disprezzi, le infamie, le ingiustizie, i furti, e tutte le sorte di persecuzioni. In ciò bisogna intendere, che quando noi siamo offesi da qualcuno nella fama, nell’onore, nei beni materiali, benchè il Signore non voglia il peccato di colui che ci fa del male, vuole nondimeno la nostra umiliazione, la nostra povertà e mortificazione. E’ certo, e di fede, che quanto avviene nel mondo, tutto avviene per divina volontà.


[Brano tratto da "Uniformità alla Volontà di Dio" , di Sant'Alfonso Maria de Liguori].


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Pensiero del giorno

Affatto dimentica di sé, l’anima amante non pensa né al suo godere, né al suo patire, ma pensa solo ad amare ed a servire il suo Dio, pensa solo a contribuire quanto più può alla sua gloria, associandosi all’opera redentrice di Gesù. E se anela ad un’unione con Dio sempre più intima e perfetta, sia oggi sulla terra come domani nel cielo, è per amare con la massima intensità, è per far amare l’Amore dal maggior numero possibile di anime. 


[Scritto tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].

sabato 4 aprile 2026

Della morte di Gesù Cristo

Gesù in croce
[Dagli scritti di Sant'Alfonso Maria de Liguori].

Ma come mai possiamo credere che 'l Creatore abbia voluto morire per gli uomini, per le sue creature! Ma è necessario di crederlo, perché così ce l'insegna la fede. [...] E se è vero, o Dio d'amore, che voi siete morto per amore degli uomini, sarà possibile che tra gli uomini si ritrovi uomo, che ciò creda, e non ami questo Dio così amante? Ma oh Dio, che di questi ingrati uno son io, mio Redentore, che non solo non v'ho amato, ma tante volte per miseri gusti ed avvelenati ho rinunziato alla vostra grazia e al vostro amore.

Dunque mio Signore e Dio, voi siete morto per me, e com'io ciò sapendo ho potuto tante volte sconoscervi e voltarvi le spalle? Ma voi mio Salvatore, siete venuto dal cielo in terra a salvare i perduti. "Venit Filius hominis salvum facere, quod perierat". La mia ingratitudine dunque non può privarmi della speranza del perdono. Sì, Gesù mio, spero che mi perdoniate tutte l'ingiurie, che v'ho fatte, appunto per quella morte che voi sul Calvario un giorno avete sofferta per me. Oh potessi morir di dolore e morir d'amore ogni volta che penso all'offese che v'ho fatte ed all'amore che m'avete portato! Ditemi, Signore, che ho da fare da oggi avanti per compensare tanta mia ingratitudine. E ricordatemi sempre la morte amara, che voi mio Dio avete voluto patire per me, affinché io v'ami e non vi offenda più.

Un Dio dunque è morto per me, ed io potrò amare altra cosa che Dio? No, Gesù mio, io non voglio amare altr'oggetto fuori di voi. Troppo voi mi avete amato. Voi non avete più che fare per obbligarmi ad amarvi. Io coi peccati miei vi ho obbligato a discacciarmi dalla vostra faccia, ma vedo che voi non m'avete abbandonato ancora; vedo che ancora mi guardate con affetto; sento che seguite a chiamarmi al vostro amore. Io non voglio resistere più. V'amo, mio sommo bene: v'amo, mio Dio degno d'infinito amore: v'amo, mio Dio, morto per me. V'amo, ma v'amo poco, datemi voi più amore. Fate ch'io lasci tutto e mi scordi di tutto, per non attendere ad altro che ad amare e dar gusto a voi, mio Redentore, mio amore, mio tutto.

O Maria, speranza mia, raccomandatemi al vostro Figlio.


[Brano tratto da "Via della salute" di Sant'Alfonso Maria de Liguori].


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