Per contattarmi: cordialiter@gmail.com


Se il blog ti piace e desideri aiutarmi affinché possa dedicare il tempo necessario per continuare ad aggiornarlo ogni giorno e rispondere alle e-mail dei lettori, puoi inviarmi una piccola donazione. Per info: clicca qui.


Visualizzazioni totali

sabato 8 agosto 2026

Un messaggio di Maristella sul tema della sofferenza

Pubblico un messaggio sul tema della sofferenza che mi ha inviato Maristella. Colgo l'occasione per ringraziarla di cuore per tutto il bene che fa per me.

 

Nella vita capitano momenti di prove durissime e di grandi sofferenze. Se ci penso mi vedo come un naufrago in un mare in tempesta: il cielo è buio e le onde non danno tregua. Tutto sembra perso. Nella preghiera dolente e intensa trovo il mio appiglio. Non capisco cosa succede ma non lascio la preghiera; anche se mi sembra così povera e meccanica, senza alcuno slancio. Anche se il Cielo mi sembra chiuso e ho la netta impressione che Dio sia altrove, lontano da me. La tribolazione sembra infinita ma cerco sempre di ricordare che la mia vita un giorno finirà. Con questa consapevolezza cerco, ringraziando la Divina Provvidenza che mi assiste continuamente, di tenere presente che questa vita è una continua guerra contro il mondo, la carne e il principe di questo mondo. Grazie a Dio posso attraversare la tribolazione per giungere a Lui, alla città celeste che risplende eternamente della Sua luce.

Morte, giudizio e inferno o Paradiso. I Novissimi, le cose ultime che ci attendono.

Grazie per la pazienza, ti assicuro le mie preghiere e chiedo nuovamente le tue per noi e per tutti.

Ti auguro una santa giornata in compagnia dei Cuori Immacolati 🙏🙏🙏

Pensiero del giorno

san Tommaso d’Aquino
Regnum Dei est interior justitia et pax et gaudium spirituale.

(Pensiero tratto dalla "Summa Theologiae" di San Tommaso d'Aquino)

venerdì 7 agosto 2026

Tornare al Catechismo

San Pio X
Ripubblico un post scritto da una gentile collaboratrice del blog.


Più di una volta ho sentito propagandare da alcuni cristiani un nuovo metodo di evangelizzazione che secondo la mia osservazione già esiste da tempo e che in questi decenni non ha funzionato. Lo sento propagandare come nuovo e moderno quando invece sono un po’ di decenni che viene sperimentato. Le persone che dopo una vita di vuoto religioso si avvicinano da poco alla fede possono di certo considerarlo nuovo ed efficace visto che non l’hanno mai visto in azione ma io non lo considero così dopo che ho visto le conseguenze nelle parrocchie della mia città. Chi lo propone lo spaccia per efficace contro il vecchio metodo, quello tradizionale che dicono essere inefficace. Più che un metodo inefficace, come dicono loro,  io direi che quello tradizionale invece è un metodo inattuato e per questo non essendo stato attuato è a torto considerato inefficace. Alcune caratteristiche del cosiddetto nuovo metodo sono:

- far fare il catechismo a persone che non conoscono il Catechismo della Chiesa Cattolica, che non si preparano a questo compito, che non apprezzano e vivono i Sacramenti e che durante l’estate non vanno alla Messa;

- fare molti discorsi insistendo solo su valori umani come bontà, solidarietà, aiuto reciproco, diritti umani, ecc.;

- eliminare discorsi su ciò che è bene e male, sui Comandamenti, sui Sacramenti, sui miracoli e rendere il libro del Vangelo antico e disadatto alla realtà presente, mettere al primo posto la ragione umana e non la parola di Gesù;

- accettare e giustificare comportamenti non cristiani con la scusa di non offendere;

- eliminare la preghiera e gli aspetti della religione che rimandano al sacro e alla vita eterna;

- considerare la religione cristiana una fra tante tra cui la ragione umana, sovrana, può scegliere.

L’atteggiamento di quelli che propugnano questo metodo è quello di considerare le persone come se non avessero mai sentito parlare di Gesù cercando di non scandalizzare parlando di Gesù troppo esplicitamente. Ma la verità è che noi viviamo in un paese che si dice cristiano e che molte delle persone a cui si rivolge l’evangelizzazione sono già state battezzate, hanno ricevuto anche altri Sacramenti e hanno già letto qualcosa del Vangelo. Per evangelizzare persone come queste che non conoscono comunque il Vangelo non possiamo usare lo stesso metodo di evangelizzazione che le ha portate a questo stato di totale dimenticanza del Vangelo in cui sono quando ritornano a bussare alla porta della Chiesa. Questo metodo non funziona. Sono anni che non funziona. Non ha riempito le Chiese, non ha propagato la fede. Bisogna usare un metodo diverso e semplicemente offrire il Vangelo per quello che è, il pensiero della Chiesa per quello che è, senza distorcerlo dal di dentro. Se io mi avvicinassi per la prima volta alla fede della Chiesa vorrei saper in modo semplice ciò in cui la Chiesa crede e i principi di vita e di morale che offre. Non vorrei stare a sentire solo discorsi sull’umanità, la bontà, i diritti dell’uomo e la solidarietà, così in modo generico, se fossero solo queste cose il fine della mia ricerca non ci sarebbe motivo di cercarle in una Chiesa, in una religione particolare perché sono cose di cui già si parla abbastanza in molti ambienti diversi e a cui ci posso arrivare da sola col ragionamento. Ma la figura di Cristo e il suo pensiero ce le offre la Chiesa, questo è quello che Gesù ha stabilito, questo è quello che il vero Catechismo dovrebbe dare. C’è bisogno di un Catechismo esplicito che non viene più fatto. C’è bisogno di un Catechismo che dica cosa sono i Sacramenti, i Comandamenti, i principi della fede, che spieghi il Credo. Molti agiscono come se il Catechismo come quello antico venisse fatto e dicono che non funziona, in realtà questo tipo di Catechismo non viene fatto, non si può imputare la colpa della mancata fede della gente a un Catechismo che non si fa più. Non si può prendere il Catechismo antico a scusa per proporre un nuovo metodo che è sempre il solito e che non funziona. Chi ha conosciuto il Catechismo antico mantiene la fede. Conosciamo il nostro Catechismo, quello antico e quello di Papa Benedetto, dobbiamo usarli per insegnare la Dottrina ai giovani!

A gloria di Dio, 

Teodolinda

Pensiero del giorno

Soprattutto bisogna ricorrere alla preghiera nel momento della tentazione, perché allora è maggiore il bisogno. Si alzi subito la mente a Dio; s'invochino, almeno col cuore, i nomi di Gesù e Maria: questi nomi danno all'anima una forza invincibile contro le tentazioni, anche le più forti e le più gagliarde. 


[Brano tratto da "Invito alla santità" di Don Giuseppe Frassinetti (1804 - 1868), Città Nuova, Imprimatur + Aloisius Liverzani, Episcopus Tusculanus - Frascati, 13 maggio 1981].

giovedì 6 agosto 2026

Il metodo di Don Bosco per educare i giovani

San Giovanni Bosco
Riporto alcuni brani tratti da un interessante articolo intitolato “L'Educatore dell'Ottocento” e pubblicato sul “Bollettino Salesiano” del settembre del 1942.

Il metodo preventivo.

Don Bosco non attuò un metodo nuovo. Ci teneva a dichiararlo. «Si vuole che io esponga il mio metodo; ma se nemmeno io lo so! Sono sempre andato avanti come il Signore mi ispirava e le circostanze esigevano».

I contemporanei che avevano scritto molti libri sull'educazione invitavano ad andare a vedere la pedagogia in atto nell'Oratorio. Il Rayneri concludeva spesso le sue lezioni ai futuri maestri con un: «Se volete vedere messa mirabilmente in pratica la pedagogia, andate nell'Oratorio di San Francesco di Sales e osservate ciò che fa Don Bosco».

Soltanto dietro molte insistenze egli si indusse a stendere molto tardi alcuni appunti: dodici pagine, il più breve e il più celebre scritto che conti la storia della pedagogia!

«Due sono i sistemi in ogni tempo usati nella educazione della gioventù: preventivo e repressivo. Il sistema repressivo consiste nel far conoscere la legge ai sudditi; poscia sorvegliare per conoscerne i trasgressori ed infliggere, ove sia d'uopo, il meritato castigo. In questo sistema le parole e l'aspetto del superiore debbono sempre essere severe e piuttosto minaccevoli, ed egli stesso deve evitare ogni familiarità.

Diverso, e direi, opposto è il sistema preventivo. Esso consiste nel far conoscere le prescrizioni e i regolamenti di un Istituto e poi sorvegliare in guisa che gli allievi abbiano sempre sopra di loro l'occhio vigile del direttore o degli assistenti, che, come padri amorosi, parlino, servano di guida ad ogni evento, diano consigli ed amorevolmente correggano, che è quanto dire: mettere gli allievi nell'impossibilità di commettere mancanze.

Questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la religione, e sopra l'amorevolezza... ».

[...]

Una volta, interrogato ancora con insistenza sul segreto della sua opera educativa, quasi fosse una tecnica da potersi rivelare, trovò il compendio definitivo della sua pedagogia, della pedagogia che è divina ed umana, di ieri e di domani, anzi soprastorica, rispondendo semplicemente così: «Il mio metodo: la carità!».

Pensiero del giorno

Quante giovani ragazze ci sono che non vedono niente di sbagliato nel seguire alcuni spudorati stili così come tante pecore. Dovrebbero certamente arrossire di vergogna se potessero sapere l'impressione che fanno ed i sentimenti che evocano in coloro che le vedono.


(Papa Pio XII)

mercoledì 5 agosto 2026

Sotto Stalin tanta gente soffriva la fame

Dagli scritti di Padre Pietro Alagiani, cappellano militare dell'Armata Italiana in Russia e prigioniero di guerra dei sovietici.


Nel camerone comune ogni tanto davano a leggere il giornale di Mosca «Pravda», organo del partito bolscevico. Un detenuto lo leggeva ad alta voce per tutti. Una volta il giornale sovietico riportava dall'Italia un articolo dell'organo comunista italiano l'«Unità». In esso si lamentava il basso livello di vita dei contadini italiani e se ne adduceva, quale schiacciante dimostrazione, la statistica eseguita dallo stesso giornale «Unità», per cui - vi si diceva - il contadino italiano poteva permettersi la carne appena due o tre volte alla settimana.

Il lettore - che d'altronde mi era noto per il suo accanimento contro i propri compagni e contro il regime del paese - finita la lettura di quell'articolo, si rivolse a me tutto arrabbiato gridandomi: «Ecco voi crudeli italiani! Voi fate morire di fame i nostri cari contadini italiani. Essi appena due o tre volte alla settimana possono permettersi della carne, noi invece possiamo permettercela fino a sette o otto volte»... e abbassando la voce aggiunse sarcasticamente: «all'anno!». E mentre tutti proruppero in una sonora risata d'approvazione, egli rivoltosi ai propri compagni sovietici soggiunge: «Eppure bisogna addirittura avere la sfacciataggine dei nostri capoccioni di Mosca per presentare una simile statistica proprio a noi, che ben conosciamo quale sia il livello della vitaccia dei nostri contadini ed operai!».


[Brano tratto da "Le mie prigioni nel paradiso sovietico", di Padre Pietro Alagiani, S. J., Edizioni Paoline, imprimatur: e Vicariatu Urbis die 15 Apr. 1956, + Aloysius Traglia, Archiep. Caesarien. Vicesgerens].

Pensiero del giorno

Si comincia ad esercitare la pazienza cercando di tollerare i disagi e le sofferenze quotidiane senza mormorare, ma con rassegnazione, sapendo che la divina Provvidenza non permette prova alcuna che non sia per noi fonte di bene. Agli inizi, ed anche per lungo tempo, l’anima sentirà molta ripugnanza per la sofferenza, tuttavia, se si sforza di abbracciarla bene - con costanza, con pace, con sottomissione al volere divino - un po’ alla volta, proprio attraverso questo esercizio tanto penoso, comincerà a sperimentare il grande profitto spirituale che ne deriva, si sentirà infatti più distaccata dalle creature e da se stessa e più vicina a Dio. Spontaneamente allora giungerà a stimare la sofferenza e poi, sperimentandone sempre più la fecondità spirituale, finirà con l’amarla. 

Ma non bisogna farsi illusioni: l’amore alla sofferenza è il vertice della pazienza, è il frutto della pazienza perfetta; per giungere a queste altezze occorre cominciare da un esercizio assai più umile: accettare in pace, senza lamentarsi, tutto quello che fa soffrire. 

(...) O Gesù, per amor tuo e col tuo aiuto, voglio soffrire in pace tutte le contrarietà della vita. 

[Pensiero tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].

martedì 4 agosto 2026

La massoneria vuole abbattere la Chiesa Cattolica

Riporto alcuni brani tratti dall'Enciclica "Humanum genus", del Sommo Pontefice Leone XIII.


Il genere umano [...] si scisse in due campi diversi e nemici fra loro; di essi, uno combatte senza posa per il trionfo della verità e del bene, l’altro per tutto ciò che è contrario alla virtù e alla verità. Il primo è il regno di Dio sulla terra, cioè la vera Chiesa di Gesù Cristo, e coloro che vogliono aderire ad essa sinceramente, e in modo che giovi alla salvezza, devono servire con tutta la mente e con il massimo zelo Dio e l’Unigenito suo Figlio; l’altro è il regno di Satana, e sono sotto il suo superbo dominio coloro che, seguendo i funesti esempi del loro capo e dei progenitori, ricusano di ubbidire all’eterna e divina legge e cercano di ottenere i loro scopi senza curarsi di Dio e spesso contro Dio. Questi due regni, simili a due città che con leggi opposte procedono verso opposti fini [...]. In tutta la lunga serie dei secoli l’una combatté contro l’altra con vario e molteplice genere di armi e di scontri, anche se non sempre con lo stesso impeto e con lo stesso ardore. Ma nel tempo presente i partigiani della città malvagia sembrano cospirare insieme e tutti lottare con grande vigore, con la protezione e l’aiuto di quella associazione di uomini che chiamano Massoneria, solidamente strutturata e largamente diffusa. Infatti, senza più dissimulare i loro propositi, essi insorgono con estrema audacia contro la maestà di Dio; in pubblico e a viso aperto tramano per abbattere la santa Chiesa, col proposito di spogliare completamente, se fosse possibile, i popoli cristiani dei benefici recati da Gesù Cristo Salvatore. […] In una situazione tanto grave, in una così fiera e accanita guerra contro il cristianesimo, è Nostro dovere segnalare il pericolo, additare i nemici, resistere per quanto possiamo ai loro propositi e agli inganni perché non vada perduta per sempre la salvezza di coloro che sono a Noi affidati, e il regno di Gesù Cristo, commesso alla Nostra tutela, non solo stia e rimanga integro, ma si estenda in ogni parte della terra in virtù di nuove conquiste.

[…] nello spazio di un solo secolo e mezzo la setta Massonica si diffuse più del previsto; inserendosi con l’audacia e con l’inganno in tutti gli ordini dello Stato, cominciò ad essere tanto potente da sembrare quasi una forza dominante nella società. Da questo così celere e pauroso sviluppo è derivato alla Chiesa, al potere dei principi, alla salute pubblica quel danno che i Nostri Predecessori avevano previsto da tempo. Siamo dunque giunti al punto di dover temere seriamente non già per la Chiesa (che ha fondamenta assai più solide della capacità umana di demolirle) ma piuttosto per la sorte di quegli Stati nei quali la setta di cui parliamo è troppo forte, ed altre associazioni affini si comportano come ancelle e satelliti della prima.

 […] Varie sono le sette che, sebbene differiscano nel nome, nel rito, nella forma e nell’origine, tuttavia si collegano tra loro per una certa analogia di programmi e per affinità dei principali principi, e perciò sono coerenti con la setta Massonica che è come il centro da cui muovono tutte, e a cui tutte ritornano. Sebbene sembri che esse non vogliano più oltre occultarsi nelle tenebre, e tengano le loro riunioni in piena luce e sotto gli occhi dei cittadini, e stampino i loro periodici, tuttavia, guardando a fondo, conservano ancora il carattere e le abitudini delle associazioni clandestine.

[…] Gli iniziati sono tenuti a promettere, anzi di solito a giurare di non rivelare mai a nessuno, in nessun momento, a nessun patto, gli affiliati, i simboli, le dottrine. Così, sotto mentite spoglie e sempre con la stessa ipocrisia i Massoni, come un tempo i Manichei, si preoccupano soprattutto di rimanere nascosti e di non aver altri testimoni che i loro adepti. Cercano appunto dei nascondigli, adottando la maschera di letterati o di filosofi o di associati a scopo di erudizione; hanno sempre pronta in bocca la passione per una più elevata civiltà, l’amore per la plebe più umile; l’unica loro volontà è quella di migliorare le condizioni del popolo e di mettere in comune con il maggior numero di persone i beni posseduti dalla società civile. Questi propositi, ancorché fossero sinceri, non sono che una parte dei loro disegni.

[…] Orbene, questa simulazione e questa volontà di rimanere nascosti; il legare strettamente a sé gli uomini come schiavi, senza spiegarne a sufficienza la ragione; lo spingere i succubi a qualsiasi delitto per arbitrio altrui; armare le destre degli uomini per la strage, assicurando l’impunità al delitto: si tratta di crudeltà immani che la natura non sopporta. Perciò la ragione e la stessa verità convincono che l’associazione di cui parliamo è nemica della giustizia e della naturale onestà.

Inoltre, anche altri e chiari argomenti dimostrano che la natura di quella setta è in contrasto con l’onestà. Infatti, per quanto siano grandi negli uomini l’arte di fingere e l’abitudine di mentire, tuttavia non è possibile che una causa non si manifesti in qualche modo dai suoi effetti: "Il buon albero non può produrre cattivi frutti, né un albero cattivo dare buoni frutti" (Mt 7,18). Ora la setta dei Massoni dà frutti dannosi e assai aspri. Infatti dai certissimi indizi che prima ricordavamo, risulta chiaro il loro supremo proposito, ossia distruggere a fondo tutta quella educazione religiosa e civile che le istituzioni cristiane hanno insegnato, e fondare una nuova dottrina a misura del loro intelletto, traendo dal Naturalismo i fondamenti e le leggi.

Pensiero del giorno

La ghe diga alle sorele che le fassa tuto per il Signor, che tuto xe gnente! (Dica alle consorelle che facciano tutto per il Signore, che tutto [il resto] è nulla!)


Frase che Santa Bertilla Boscardin (1888 - 1922), qualche tempo prima di morire, disse alla sua superiora. Questa umile ma grande santa ordinariamente parlava in dialetto veneto.

lunedì 3 agosto 2026

Padre Adolphe Tanquerey: il grande teologo della Teologia Spirituale (lk)

Padre Adolphe Tanquerey
Adolphe Tanquerey (1854-1932) è stato un influente teologo cattolico francese e membro della Compagnia dei Sacerdoti di San Sulpizio (Sulpiziani). È ricordato principalmente come l'autore di manuali che, per decenni, hanno costituito la spina dorsale della formazione spirituale nei seminari cattolici di tutto il mondo, specialmente il suo celebre "Compendio di teologia ascetica e mistica", che ancora oggi è molto ricercato da coloro che desiderano progredire nel cammino di perfezione cristiana..


Nato a Blainville-sur-Mer, in Francia, il 1° maggio 1854, Tanquerey fu ordinato sacerdote nel 1878. Successivamente entrò nella Compagnia dei Sacerdoti di San Sulpizio, dedita alla formazione del clero.

Dopo aver compiuto studi a Roma, dove si formò nel fervore del neotomismo (promosso dall'enciclica Aeterni Patris di Papa Leone XIII), Tanquerey intraprese la carriera accademica. Insegnò prima in Francia e poi, dal 1887, fu inviato negli Stati Uniti, dove divenne professore di diritto canonico e teologia dogmatica presso il St. Mary's Seminary di Baltimora, il più antico seminario statunitense.

Fu durante il suo lungo periodo in America che Tanquerey approfondì i suoi studi e compose la maggior parte delle sue opere più importanti, scrivendo in un'epoca di grande attenzione per la vita interiore e la chiamata universale alla santità. Si ritirò ad Aix-en-Provence nel 1926, dove continuò a dedicarsi alla revisione dei suoi scritti fino alla sua morte, avvenuta il 21 febbraio 1932.
Opere Principali e Eredità

L'opera di Tanquerey è caratterizzata da un approccio sistematico, dottrinale e profondamente radicato nel dogma, in linea con la teologia tomista dell'epoca. Il suo scopo era offrire una guida chiara e ordinata per il progresso nella vita spirituale.
Il Compendio di Teologia Ascetica e Mistica

Il suo capolavoro, il Compendio di teologia ascetica e mistica (pubblicato in diverse edizioni, una delle più note è del 1930), è universalmente considerato un classico della spiritualità cattolica.

    Struttura: L'opera è divisa in due parti principali:
 

La Teologia Ascetica (la via purgativa e illuminativa) si concentra sulla lotta contro il peccato, le virtù e i mezzi ordinari per raggiungere la perfezione.
 

La Teologia Mistica (la via unitiva) tratta delle grazie straordinarie e delle vette dell'unione con Dio, pur insistendo sulla continuità e la preparazione necessaria attraverso la vita ascetica.
 

Tanquerey pone grande enfasi sul fatto che la perfezione cristiana è l'oggetto proprio della teologia spirituale e che questa perfezione si fonda sul Dogma (come la grazia, la vita in Cristo) anziché sul mero sentimentalismo.

Altre opere degne di nota includono manuali di Teologia Dogmatica e Morale, e testi spirituali come "La divinizzazione della sofferenza".

Il Compendio di Tanquerey, grazie alla sua chiarezza, completezza e alla sua solida base teologica, è stato lo strumento principale per la formazione di innumerevoli sacerdoti e religiosi, influenzando la spiritualità di intere generazioni di cattolici. Sebbene siano trascorsi molti anni dalla sua pubblicazione, l'opera continua ad essere molto stimata dai cattolici legati alla buona dottrina.

Il giorno della morte

Don Bosco
(Dagli scritti di Don Giuseppe Tomaselli)

L'ora della morte è ignota a tutti. Gesù Cristo dice di stare preparati, perchè la morte viene come un ladro di notte. Don Bosco ebbe il dono di conoscere il giorno della morte di molte persone, specialmente dei suoi giovani. Era prudente nel preannunziare la fine di qualcuno e faceva ciò per disporre al gran passo gl'interessati e per far vivere in grazia di Dio i giovani che educava. Don Alberto Bielli, Salesiano, morto in Sicilia nel 1925, trascorse la fanciullezza e l'adolescenza sotto le cure dirette di Don Bosco. Egli raccontò allo scrivente un preannunzio di morte. È questa la narrazione: 
« Prima di andare a riposo, Don Bosco ci rivolgeva una buona parola, che finiva con l'augurio della buona notte. 
« Una sera disse: Cari giovani, stiamo preparati perché uno di noi partirà presto per l'eternità, Procuriamo di mantenerci nell'amicizia del Signore.  
« Finita la buona notte, baciavamo la mano a Don Bosco. Quella sera noi ragazzi eravamo presi dalla paura e, baciando la mano, domandavamo: Sono io il prossimo a morire?  A nessuno fu manifestato il segreto. L'indomani mattina, al pensiero della morte, molti andavano a confessarsi. 
« Passati un po' di giorni, Don Bosco riprendeva l'argomento, sempre prima che andassimo a riposo: Tanti di voi mi domandano: Sono io quello che presto dovrà morire? Per il momento non posso manifestarlo; soltanto vi dico che il suo cognome comincia con la lettera " B ".  
«Tanto io, che sono Bielli, quanto gli altri della " B ", finito il sermoncino, circondammo Don Bosco, per sapere con precisione chi fosse il destinato. 
«Il buon Padre disse soltanto: - Fatevi coraggio, siamo nelle mani di Dio; tutti possiamo morire; potrei morire anch'io, perché mi chiamo Bosco ».  
Avvicinandosi la data della morte, Don Bosco sorvegliava e faceva sorvegliare il segnato dalla Provvidenza e lo disponeva a ben morire. 
Quella volta la morte toccò ad un certo Brusasca. 


[...]

Fu chiesto al Santo come facesse a conoscere la morte di qualcuno e la data precisa; la risposta fu: - La conoscenza può avvenire in diversi modi. Per esempio, mi trovo in Chiesa con i ragazzi raccolti in preghiera. Improvvisamente si forma attorno a me una penombra; vedo allora apparire una fiammella, che gira vertiginosamente nell'interno della Chiesa. La seguo con lo sguardo per comprenderne il significato. In fine la fiammella si ferma sul capo di qualcuno e vicino ad essa appare una scritta « Morte! » con a fianco la data. Si riporta l'annunzio del primo caso di morte, avvenuto nell'Oratorio di Valdocco. In una festa del Marzo 1854 Don Bosco aveva radunato tutti gli alunni interni nella retrosacrestia, dicendo di voler loro raccontare una cosa importante, una visione. Parlò in questi termini:
« Io mi trovavo con voi nel cortile e godevo a vedervi vispi ed allegri. Ad un tratto vedo che uno di voi esce da una porta della casa e si mette a passeggiare in mezzo ai compagni con in capo una specie di cilindro trasparente, tutto illuminato nell'interno e con la figura di una grossa luna, nel mezzo della quale era la cifra "22 ". 
« Meravigliato, cercai di avvicinarlo per dirgli di lasciare quel cilindro da carnevale; ma ecco, mentre l'aria si oscurava, come fosse stato dato un segno di campanello, il cortile si sgombrò e vidi tutti i giovani sotto i portici, disposti in fila. Il loro aspetto manifestava un grande timore e dieci o dodici di essi avevano il viso ricoperto di strana pallidezza. 
« Passai davanti a loro per osservarli. Vidi colui che aveva la luna sul capo più pallido degli altri e con le spalle coperte da una coltre funebre. M'incamminai verso di lui per chiedergli cosa significasse quello strano spettacolo, ma una mano mi trattenne e vidi uno sconosciuto, di nobile portamento, che mi disse: Ascoltami prima di avvicinarti a lui. Egli ha ancora 22 lune di tempo e prima che siano passate morrà. Tienilo d'occhio e preparalo! « Volevo domandargli qualche spiegazione del suo parlare, ma più non lo vidi; lo sconosciuto era sparito. Il giovane, miei cari figliuoli, io lo conosco ed è tra voi! » 
Un vivo terrore s'impossessò di tutti i giovani, tanto più ch'era la prima volta che Don Bosco annunziava in pubblico con una certa solennità la morte di uno degli interni. Il Santo se ne accorse e proseguì: Io lo conosco ed è tra voi quello delle lune; ma non voglio che vi spaventiate. Fatevi tutti buoni, non offendete il Signore ed io starò attento e terrò d'occhio quello del numero «22 », il che vuol dire delle 22 lune, ossia 22 mesi, e spero farà una buona morte. Finì l'anno 1854 e, trascorsi molti mesi del 1855, venne l'ottobre, cioè la ventunesima luna. Don Bosco disse al giovane Cagliero: - Guarda di assistere bene Gurgo! 
Gurgo Secondo, da Pettinengo, era un giovane sui diciassette anni, di belle forme e robuste, tipo di florida salute. Al principio di Dicembre nell'Oratorio non c'era alcun ammalato. Don Bosco, dopo le orazioni della sera, annunziò in pubblico che uno dei giovani sarebbe morto prima di Natale. Verso la metà di Dicembre il giovane Gurgo fu assalito da una colica così violenta che, mandato a chiamare in fretta il medico, per suo consiglio gli si amministrarono i Santi Sacramenti. Otto giorni durò la terribile malattia e la notte del 23 al 24 Dicembre il giovane moriva. 


(Brano tratto da "Un prete straordinario", di Don Giuseppe Tomaselli)

Pensiero del giorno

Le anime che amano Dio trovano il loro paradiso nella vita ritirata.


(Sant'Alfonso Maria de Liguori)

domenica 2 agosto 2026

L’umiltà del cuore

Dagli scritti di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena (1893 – 1953).


O Gesù, dolce ed umile di cuore, rendi il mio cuore simile tuo. 

1 - Una sola volta Gesù ha detto espressamente: imparate da me, e l’ha detto proprio a proposito dell’umiltà: «Imparate da me che sono mansueto ed umile di cuore» (Mt. 11, 29). Ben sapendo quanto sarebbe stato difficile alla nostra natura orgogliosa la pratica della vera umiltà, sembra che Egli abbia voluto darci così un particolare incoraggiamento. Il suo esempio, le sue inaudite umiliazioni […] fino ad essere «annoverato tra i malfattori» (Mr. 15, 28), sono il più grande sprone ed il più grande invito alla pratica dell’umiltà. 

Gesù ci parla direttamente dell’umiltà del cuore, perché, per essere sincera, ogni virtù, ogni riforma di vita deve sempre partire dal cuore da cui vengono i pensieri e le azioni. Un portamento esterno, un parlare umile sono vani, senza l’umiltà del cuore, anzi spesso sono la maschera di un orgoglio raffinato e quindi più pericoloso. «Rimonda prima l’interno - diceva Gesù stigmatizzando l’ipocrisia dei farisei - e anche l’esterno diventerà pulito» (Mt. 23, 26). E S. Tommaso insegna che «dall’interiore disposizione all’umiltà procedono i segni nelle parole, nei gesti, nei fatti, mediante i quali si manifesta all’esterno ciò che è nascosto nell’interno» (IIa IIae, q. 161, a. 6, co.). 

Quindi, se vuoi essere veramente umile, applicati [...] all’umiltà del cuore, addentrandoti sempre più nel sincero riconoscimento del tuo nulla, della tua pochezza. Sappi riconoscere sinceramente i tuoi difetti, le tue mancanze, senza volerli attribuire ad altra causa che alla tua miseria; sappi riconoscere il bene che è in te come puro dono di Dio, senza mai fartene padrone. 

2 - L’umiltà del cuore è virtù difficile e facile insieme: difficile, perché tanto contraria all’orgoglio che sempre ci spinge ad esaltarci; facile, perché non abbiamo bisogno di andare lontano a cercarne i motivi, ma li abbiamo - e in abbondanza - in noi stessi, nella nostra miseria. Tuttavia, non basta essere miserabili per essere umili, ma è umile solo chi riconosce sinceramente la propria miseria e agisce in conseguenza. 

A questo riconoscimento l’uomo, superbo per istinto, non può giungere senza la grazia di Dio, ma poiché Dio non nega a nessuno le grazie necessarie, rivolgiti a lui e, con fiducia e costanza, chiedigli l’umiltà del cuore. Chiedila in nome di Gesù che tanto si è umiliato per la gloria del Padre e per la tua salvezza, «chiedi in nome suo e riceverai» (cfr. Gv. 16, 24). Se poi, malgrado il tuo sincero desiderio di diventare umile, senti spesso agitarsi in te movimenti di orgoglio, di vanagloria, di vana compiacenza, anziché avvilirti, riconosci in questo il frutto della tua natura cattiva e serviti di ciò come di un nuovo motivo per umiliarti. 

Ricorda inoltre che puoi praticare sempre l’umiltà del cuore, anche quando non puoi fare particolari atti di umiltà esterna, anche quando nessuno ti umilia e sei invece fatto segno alla fiducia, alla stima, alle lodi altrui. In simili circostanze S. Teresa di G. B. diceva: «Ciò non saprebbe ispirarmi della vanità, perché ho sempre presente al pensiero il ricordo di quello che sono» (St. p. 302); e tu pensa che, come «non ti rende più spregevole il biasimo, così non ti rendono più santo le lodi altrui» (Imit. II, 6, 3). Anzi, più gli altri ti esaltano e più cerca di umiliarti in cuor tuo. Praticata in tal modo, l’umiltà del cuore ti farà concepire un così basso concetto di te, che non saprai più preferirti a nessuno, ma tutti giudicherai migliori di te e di te maggiormente degni di stima, di rispetto, di riguardi e così te ne starai in pace, non venendo mai turbato né dal desiderio di sorpassare gli altri, né dalle umiliazioni che potrai ricevere. La pace interiore è frutto dell’umiltà, infatti Gesù ha detto: «Imparate da me che sono mansueto ed umile di cuore e troverete riposo - requiem - alle anime vostre» (Mt. 11, 29). 


[Scritto tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].


(.)

Pensiero del giorno

Gesù con gli occhi elevati al Cielo
Dio mio, fa’ che prima di ogni altra cosa io desideri e cerchi la perfezione dell’amore.

[...] Poco valgono tutti i programmi ed i propositi di vita spirituale, se non sono animati dall’amore e non conducono alla perfezione dell’amore. Poco valgono il distacco, la mortificazione, l’umiltà e tutte le altre virtù, se non dispongono il cuore ad una carità più profonda, più piena, più espansiva. «Soprattutto - raccomanda S. Paolo - rivestitevi di quell’amore che è il vincolo della perfezione»; non solo amore verso Dio, ma anche amore verso il prossimo, anzi, è proprio sotto questo aspetto che, nell’Epistola [...], l’Apostolo parla della carità, mostrando con tanta finezza come tutti i nostri rapporti col prossimo devono essere ispirati dall’amore. «Assumete come eletti di Dio, santi e amati, viscere di misericordia, benignità, umiltà, modestia, longanimità, sopportandovi a vicenda, e a vicenda perdonandovi [...]». La caratteristica degli eletti di Dio, dei santi e amati da lui è appunto l’amore fraterno; senza questo distintivo Gesù non ci riconosce per suoi discepoli [...].


[Pensiero tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].