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lunedì 8 giugno 2026

L'amicizia autentica desidera la santità e l'unione dell'amico con Dio (lk)

san Tommaso d’Aquino

Per San Tommaso d'Aquino, l'amicizia (amicitia) rappresenta una forma alta e nobile di amore accessibile all'essere umano. Nel suo pensiero, profondamente influenzato da Aristotele, l'amicizia è intimamente legata al cammino dell'uomo verso il suo bene ultimo: la felicità perfetta, che coincide con la comunione con Dio (la beatitudine).

Tommaso affronta questo tema magistralmente nella Summa Theologiae, delineando un percorso che va dall'amicizia umana fino alla sua massima espressione soprannaturale: la carità.


1. La struttura dell'amicizia autentica

Riprendendo Aristotele, Tommaso distingue l'amicizia autentica da quelle "imperfette" (basate sull'utile o sul piacere). L'amicizia vera si fonda su tre pilastri:
 

- Il bene dell'altro (amor benevolentiae): non si ama l'amico per ciò che si può ottenere da lui, ma si vuole il suo bene per se stesso.

- La reciprocità: l'amore deve essere mutuo. Un amore unilaterale è benevolenza, non ancora amicizia.

- La comunione (communicatio): l'amicizia richiede una vita condivisa, uno scambio di beni, di pensieri e di tempo.


2. L'amicizia come veicolo verso il Bene Ultimo

In che modo l'amicizia ci orienta al fine ultimo dell'uomo? Tommaso risponde a questa domanda collegando la dimensione naturale a quella teologale. Gli amici veri si sostengono a vicenda nel cammino della virtù. Poiché il bene ultimo dell'uomo si raggiunge proprio attraverso una vita virtuosa, gli amici diventano compagni di viaggio indispensabili per non deviare dalla meta.
 

La Carità come "Amicizia con Dio"

Il culmine del pensiero tomista sull'amicizia si trova nella definizione della carità (caritas). Dal momento che Dio ha voluto comunicare all'uomo la sua beatitudine (la communicatio), si creano le condizioni per una vera e propria amicizia tra la creatura e il Creatore. Questa amicizia soprannaturale:

    Eleva l'uomo: Va oltre le capacità umane ed è resa possibile solo dalla Grazia divina.

    Ordina tutte le cose: Orienta l'intero agire umano verso il Bene Sommo.


3. L'Amicizia umana alla luce del Fine Ultimo

Quando l'uomo sperimenta la carità (l'amicizia con Dio), il suo modo di vivere le amicizie umane cambia radicalmente. Non le distrugge, ma le purifica e le amplifica.

Per San Tommaso, quindi, l'amicizia terrena non è una distrazione dal cammino verso Dio, ma un riflesso e un allenamento. Amare un amico nel modo corretto significa desiderare per lui il massimo bene possibile: ed essendo Dio il bene supremo, l'amicizia autentica desidera, in ultima analisi, la santità e l'unione dell'amico con Dio.

Pensiero del giorno

Accettiamo la "povertà", che Dio ci manda. Quando vi vedete mancare anche il necessario, dite: "Mio Dio, tu solo mi basti". Un atto di questi vi guadagnerà un tesoro in paradiso. Chi ha Dio, ha ogni bene. E così abbracciamo con pazienza le perdite delle robe o delle nostre speranze, o anche delle persone che ci soccorrevano. Rassegniamoci allora alla volontà di Dio, e Dio ci soccorrerà; e se non volesse allora soccorrerci, come noi vorremmo, contentiamoci di quel che fa, perché lo farà per esperimentar la nostra pazienza e farci ricchi di maggiori meriti e beni celesti.


(Sant'Alfonso Maria de Liguori)


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domenica 7 giugno 2026

L'aridità

Dagli scritti di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena (1893 – 1953).


O Signore, aiutami ad esserti fedele, affinché lo spirito di orazione non si spenga in me per colpa mia. 

1 - Abitualmente, agli inizi di una vita spirituale più intensa, l’anima gode di un fervore sensibile che le rende facili e gustosi gli esercizi spirituali. I buoni pensieri, gli affetti, gli slanci del cuore le sgorgano spontanei; raccogliersi da sola a solo con Dio nell’orazione è per lei una gioia, il tempo che v’impiega le passa rapidamente e non è raro che la presenza di Dio le si renda quasi sensibile. Una simile facilità prova anche nella pratica della mortificazione e delle altre virtù. Ma, solitamente, questo stato non dura a lungo e ad un certo punto l’anima si vede privata di ogni conforto sensibile. Questa soppressione della devozione sensibile costituisce appunto lo stato di aridità che può dipendere da diverse cause.

Talvolta può dipendere dall’infedeltà dell’anima che un po’ alla volta si è rilassata, concedendosi tante piccole soddisfazioni di passatempi o di curiosità, di egoismo o di amor proprio a cui aveva già rinunciato. Se le anime sapessero di quanti beni si privano con una simile condotta, farebbero qualsiasi sacrificio per non lasciarsi andare a tali debolezze! L’abitudine della mortificazione, acquistata con tanti sforzi, si perde presto, e si ritorna schiavi delle proprie passioni. L’amor proprio, che non era morto, ma solo assopito, riprende vigore e così può diventare causa non solo di tante imperfezioni volontarie, che si erano già superate, ma anche di peccati veniali deliberati e può, infine, trascinare nella tiepidezza un’anima che già camminava nel fervore. Un’anima infedele, ricaduta nella mediocrità, non può, nella sua orazione, protestare [ cioè dichiarare, n.d.r] al Signore che lo ama e che vuol progredire nell’amore, e tanto meno può gustare la gioia di chi è consapevole di amare davvero il suo Dio. Ecco dunque che inevitabilmente cade nell’aridità. In questo stato l’unico rimedio è ritornare al fervore primitivo. Le costerà certamente molto ma, lungi dallo sgomentarsi, l’anima vi s’impegni quanto prima. Il Signore, del resto, ama tanto perdonare! 

2 - Altre volte, invece, l’aridità proviene da cause fisiche o morali del tutto indipendenti da noi. Indisposizioni, malessere, stanchezza, oppressione causata da dolorose preoccupazioni o da eccessivo lavoro, sono altrettante cause che possono far sparire ogni senso di conforto spirituale, e spesso senza che sia possibile rimediarvi. Si tratta allora di una prova che può anche prolungarsi, ma nella quale siamo in diritto di vedere la mano di Dio che tutto dispone per il nostro bene e non può mancare di concederci la grazia adeguata per trarre profitto da questa nostra sofferenza. Pur non sentendo più alcuna consolazione, non provando più nessuna attrattiva per l’orazione, l’anima vi si applichi per dovere, cercando di rimediare alla sua incapacità con qualche industria. «Se qualcuno non può fare l’orazione mentale - insegna a proposito S. Teresa di Gesù - si dia alla preghiera vocale, alla lettura, ai colloqui con Dio, ma non lasci mai di consacrare all’orazione il tempo stabilito» (Cam. 18, 4). 

E se, malgrado tutto, l’anima non riesce a commuovere il suo cuore, ami il Signore con la sola volontà. Questa intanto, mediante tale esercizio che richiede grande sforzo, si irrobustirà e, benché l’anima non se ne renda conto, la renderà capace di un amore più fattivo, più generoso. Si tratta, è vero, di un amore privo di sentimento, ma bisogna ricordare che la sostanza dell'amore non sta nel sentire, bensì nel volere a tutti i costi far piacere alla persona amata. E chi, per far piacere a Dio, persevera nell’orazione pur non trovandovi alcun conforto, ma sentendone piuttosto ripugnanza, gli dà una bella prova di vero amore. Il progresso nella vita spirituale non si misura dal conforto che l’anima sperimenta, anzi, questo non è in nessun modo richiesto, perché la vera devozione consiste unicamente nella prontezza della volontà al servizio di Dio. E la volontà può essere molto pronta e decisa a servire il Signore, pur essendo molto arida e pur dovendo lottare contro tante ripugnanze sensibili. 


[Scritto tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].




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Pensiero del giorno

San Francesco di Sales
Anche le piccole azioni sono grandi ed eccellenti quando si fanno con pura intenzione e fervente volontà di piacere a Dio.


(San Francesco di Sales)

sabato 6 giugno 2026

Riporre il Santissimo sull'altare maggiore

Altare tradizionale con tabernacolo[Brano tratto dal discorso pronunciato il 12-10-2005 dal Cardinale Janis Pujats al Sinodo dei Vescovi sull'Eucarestia]

Nelle chiese parrocchiali, luogo particolarmente adatto (sul presbiterio) per il Santissimo è l’altare maggiore che ospita il tabernacolo. In questo caso, l’altare maggiore con il suo retablo è veramente il trono di Cristo Re ed attrae a sé gli occhi di tutti coloro che sono in chiesa. La presenza del Santissimo nell’area principale della chiesa dà ai fedeli l’occasione di adorare Dio anche al di fuori del sacrificio della Messa (ad esempio nell’intervallo di tempo tra gli uffici divini). Essi vengono infatti in chiesa per pregare, non per conversare. Prima della Comunione, è compito dei sacerdoti invitare i fedeli alla confessione individuale dei peccati. Il luogo migliore per la confessione dei fedeli è il confessionale, collocato in chiesa e costruito con una grata fissa tra il confessore e il penitente. Nella misura in cui è possibile, i sacerdoti devono favorire le condizioni affinché i fedeli accedano alla Penitenza: se infatti gli uomini vivono e muoiono nei peccati, è vano ogni altro sforzo pastorale. È opportuno riservare ogni giorno un tempo alla confessione, in ore prestabilite, in particolare prima della Messa. Se vogliamo veramente rinnovare la vita spirituale del popolo, ci è consentito lasciare il confessionale solo dopo che l’ultimo penitente ha ricevuto il perdono. [...] In generale, occorre eliminare l’abuso di accedere alla Comunione senza il sacramento della Penitenza. Nel passato, vi era l’abitudine, durante la Messa, di andare in processione alla Comunione, ma col passare del tempo questa prassi fu giustamente respinta per un motivo pastorale. Come sappiamo, in chiesa il popolo ha un comportamento collettivo: tutti rispondono alle parole del sacerdote, tutti, seduti, ascoltano le letture della Sacra Scrittura, tutti stanno in piedi per il Vangelo, tutti si inginocchiano alla consacrazione e, (cosa che ci addolora!), tutti si alzano per partecipare in processione alla Comunione - tra questi anche il fariseo e il pubblicano, il penitente e il non penitente. I singoli fedeli hanno timore di astenersi da questa processione, poiché in tal modo si espongono pubblicamente come indegni. Questa è la causa per cui questo abuso è prevalso così presto. Che cosa occorre fare? Bisogna rinnovare la consuetudine di accedere individualmente alla Comunione per preservare la libertà di coscienza. La Messa è un’azione comune, ma la Comunione rimanga individuale.

Pensiero del giorno

Chi non fa orazione mentale difficilmente persevera in grazia di Dio sino alla morte.


(Pensiero di Sant'Alfonso Maria de Liguori, Dottore della Chiesa)

venerdì 5 giugno 2026

L'Amicizia secondo San Tommaso d’Aquino (lk)

I fidanzati devono essere anche amici

Per San Tommaso d'Aquino l’amicizia è un amore reciproco che nasce quando due persone si comportano l’una verso l’altra come verso se stesse: l’amico è considerato quasi un prolungamento del sé, amato per il suo bene intrinseco e non per utilità o piacere momentaneo. Non basta volere il bene in senso astratto; l’amicizia richiede che l’amore sia reciproco. Questo scambio è ciò che distingue l’amicizia da altri tipi di affetto. L’amico è voluto come bene, cioè si desidera attivamente la sua perfezione e felicità; senza questa benevolenza non si ha amicizia ma solo concupiscenza o interesse. L’amicizia si fonda su una qualche comunanza (virtù, valori, modo di sentire) e sulla "communicatio",  cioè la condivisione di parole, vita e affetti. L’amicizia è quindi un rapporto reciproco, virtuoso e comunicativo che unisce due persone in vista del bene comune e della crescita morale.

Cause e condizioni

La causa prossima dell’amicizia è la conoscenza del bene nell’altro. Si ama ciò che si riconosce come bene; perciò la conoscenza reciproca e la stima del bene dell’altro sono condizioni necessarie perché nasca e persista l’amicizia.

Tipologie e grado morale

  • Amicizia naturale e sensitiva basata su affetti naturali, piacere o utilità; legittima ma meno perfetta.
  • Amicizia razionale fondata sulla volontà deliberata del bene altrui; è più stabile e virtuosa.
  • Amicizia soprannaturale nella carità, che è l’amicizia perfetta con Dio e, per partecipazione, con il prossimo.

Funzioni etiche e sociali

L’amicizia favorisce la crescita morale: attraverso l’amicizia si esercitano e si consolidano le virtù come la generosità, la fedeltà e la giustizia. È un elemento importante per la vita sociale e per l’orientamento verso la beatitudine, se ordinata al bene ultimo.

Il principio della "communicatio" (condivisione)

Secondo San Tommaso, l'amicizia non può esistere nell'isolamento o nel puro sentimento interiore, ma esige necessariamente una communicatio, cioè una messa in comune o comunione di vita. Non c'è vera amicizia se non c'è qualcosa di condiviso: a livello umano, gli amici condividono il tempo, i pensieri, le fatiche e la ricerca della virtù; a livello soprannaturale, la carità si fonda sulla communicatio della beatitudine divina che Dio offre all'uomo. Questa condivisione attiva e reciproca è ciò che trasforma la semplice benevolenza (il generico augurare il bene a qualcuno) in una reale e vitale relazione d'amicizia.

Implicazioni pratiche

  • Volere il bene dell’altro come atto centrale dell’amicizia.
  • Coltivare la conoscenza reciproca per riconoscere e amare il bene nell’altro.
  • Ordinare le amicizie privilegiando relazioni che promuovono la virtù e l’orientamento a Dio, evitando legami fondati solo su utilità o piacere.

Per Tommaso l’amicizia è amore razionale e virtuoso che mira al bene dell’altro; può essere imperfetta nelle forme naturali, perfezionarsi nella virtù e raggiungere la sua pienezza nella carità, cioè nell’amicizia con Dio.

Pensiero del giorno

[Il latino...] è un chiaro e nobile indizio dell’unità e un efficace antidoto contro tutte le corruzioni della pura dottrina.


(Papa Pio XII)

giovedì 4 giugno 2026

Il Concilio di Trento non è roba da museo

Comunione
[Riporto alcuni passaggi dell'omelia pronunciata dal domenicano Padre Tomas Tyn il 1° giugno 1986, solennità del Corpus Domini].

La festa di oggi, Cristo presente in mezzo al suo popolo Cari fratelli in Cristo Gesù Signore e Salvatore nostro, abbiamo già cantato l'inno composto dal grande san Tommaso d'Aquino [...] scusate le mie insistenze, ma voi mi capite perché siete buoni cristiani e quindi sapete come è importante non solo avere la fede, ma saperla anche difendere, [...] Vedete miei cari, l'insegnamento del concilio di Trento. Si dice oggi: il concilio di Trento, ormai è cosa da museo. No, cari fratelli, un buon cristiano non può pensare così. [...] noi, assistendo alla santa Messa, siamo davanti alla realtà di Cristo Crocifisso! È questo il senso della santa Messa. E poi, non è solo sacrificio, ma è anche comunione, comunione perché questo sacramento è istituito per il nutrimento dell'anima, quel nutrimento in cui non è il nutrimento ad essere assimilato dall'uomo, ma al contrario, è l'uomo ad essere assimilato al nutrimento, come dice Gesù a sant'Agostino. Vedete miei cari, nutriamoci di Gesù! Cerchiamo veramente di accedere a questo grande sacramento nel quale Christum sumimus. Cristo stesso diventa nostro cibo, proprio perché nutriti di Cristo possiamo giungere a quello che è il significato di questo grande simbolo, di questa grande realtà sacramentale, cioè il pane vivo ed eterno del cielo, in cui Dio sarà tutto in tutti e in cui noi vedremo il Cristo Signore, non più come ora, sotto le specie del pane e del vino, ma lo vedremo come Egli è, revelata facie, nella gloria del Padre e così sia.

Pensiero del giorno ("Siamo all'apostasia")

Il sacro non è soltanto il rito: è la presenza nel rito della realtà significata. Quando si mitizza il rito, si perde il senso della sostanza che contiene. Non ci si meravigli poi che l’Eucarestia divenga per taluni una semplice festa dell’unità umana, in cui Dio è semplicemente spettatore. Qui, siamo non alla eresia, ma alla apostasia.


[Pensiero del Cardinale Giuseppe Siri tratto dalla rivista "Renovatio", VI, 1970].

mercoledì 3 giugno 2026

Il fine primario del matrimonio (lk)

Papa Pio XII
Circa il tema del fine primario del matrimonio riporto alcuni brani del discorso alle partecipanti del congresso della Unione Cattolica Italiana Ostetriche, pronunciato in Vaticano il 29 ottobre 1951 dal Sommo Pontefice Pio XII.


[...] Ora la verità è che il matrimonio, come istituzione naturale, in virtù della volontà del Creatore non ha come fine primario e intimo il perfezionamento personale degli sposi, ma la procreazione e la educazione della nuova vita. Gli altri fini, per quanto anch'essi intesi dalla natura, non si trovano nello stesso grado del primo, e ancor meno gli sono superiori, ma sono ad esso essenzialmente subordinati. Ciò vale per ogni matrimonio, anche se infecondo; come di ogni occhio si può dire che è destinato e formato per vedere, anche se in casi anormali, per speciali condizioni interne ed esterne, non sarà mai in grado di condurre alla percezione visiva.

Precisamente per tagliar corto a tutte le incertezze e le deviazioni, che minacciavano di diffondere errori intorno alla scala dei fini del matrimonio e ai loro reciproci rapporti, redigemmo Noi stessi alcuni anni or sono (10 marzo 1944) una dichiarazione sull'ordine di quei fini, indicando quel che la stessa struttura interna della disposizione naturale rivela, quel che è patrimonio della tradizione cristiana, quel che i Sommi Pontefici hanno ripetutamente insegnato, quel che poi nelle debite forme è stato fissato dal Codice di diritto canonico 

[...]. Che anzi poco dopo, per correggere le contrastanti opinioni, la Santa Sede con un pubblico Decreto pronunziò non potersi ammettere la sentenza di alcuni autori recenti, i quali negano che il fine primario del matrimonio sia la procreazione e la educazione della prole, o insegnano che i fini secondari non sono essenzialmente subordinati al fine primario, ma equipollenti e da esso indipendenti (S. C. S. Officii, I aprile 1944 - Acta Ap. Sedis vol. 36, a. 1944, ).

Si vuole forse con ciò negare o diminuire quanto vi è di buono e di giusto nei valori personali risultanti dal matrimonio e dalla sua attuazione? No certamente, poichè alla procreazione della nuova vita il Creatore ha destinato nel matrimonio esseri umani fatti di carne e di sangue, dotati di spirito e di cuore, ed essi sono chiamati in quanto uomini, e non come animali irragionevoli, ad essere gli autori della loro discendenza. A questo fine il Signore vuole l'unione degli sposi. [...]

Tutto questo è dunque vero e voluto da Dio; ma non deve essere disgiunto dalla funzione primaria del matrimonio, cioè dal servizio per la vita nuova. Non soltanto l'opera comune della vita esterna, ma anche tutto l'arricchimento personale, lo stesso arricchimento intellettuale e spirituale, perfino tutto ciò che vi è di più spirituale e profondo nell'amore coniugale come tale, è stato messo, per volontà della natura e del Creatore, al servizio della discendenza. Per sua natura, la vita coniugale perfetta significa anche la dedizione totale dei genitori a beneficio dei figli, e l'amore coniugale nella sua forza e nella sua tenerezza è esso stesso un postulato della più sincera cura della prole e la garanzia della sua attuazione (cfr. S. Th. 3 p. q. 29 a. 2 in c.; Suppl. q. 4D a. 2 ad i).

Ridurre la coabitazione dei coniugi e l'atto coniugale ad una pura funzione organica per la trasmissione dei germi sarebbe come convertire il focolare domestico, santuario della famiglia, in un semplice laboratorio biologico. Perciò nella Nostra allocuzione del 29 settembre 1949 al Congresso internazionale dei medici cattolici abbiamo formalmente esclusa dal matrimonio la fecondazione artificiale. L'atto coniugale, nella sua struttura naturale, è un'azione personale, una cooperazione simultanea e immediata dei coniugi, la quale, per la stessa natura degli agenti e la proprietà dell'atto, è la espressione del dono reciproco, che, secondo la parola della Scrittura, effettua l'unione « in una carne sola ». 

[...]

Dite dunque alla fidanzata o alla giovane sposa, che venisse a parlarvi dei valori della vita matrimoniale, che questi valori personali, sia nella sfera del corpo o dei sensi, sia in quella spirituale, sono realmente genuini, ma che dal Creatore nella scala dei valori sono stati messi non al primo, ma al secondo grado.

Pensiero del giorno

Accettiamo ancora con pazienza la morte dei parenti e degli amici. Alcuni per la morte d'un parente si rendono inconsolabili, e perciò lasciano l'orazione, i sacramenti e tutte le loro divozioni. E taluno giunge ancora a pigliarsela con Dio, dicendo: "Signore, perché l'hai fatto?" Che temerità! Ditemi che ne ricavate da quest'affanno che vi prendete? pensate forse di dar piacere alla persona defunta? no, dispiacete a lei ed a Dio. Quella desidera che per la sua morte voi più vi uniate con Dio e preghiate per essa, se sta in purgatorio.


(Sant'Alfonso Maria de Liguori)



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martedì 2 giugno 2026

Il numero di coloro che si professano nemici di Dio va oggi crescendo

Dagli scritti del Sommo Pontefice Pio XII, di gloriosa e immortale memoria.

[...] nel vedere che, purtroppo, il numero di coloro che si professano nemici di Dio va oggi crescendo, e che i princìpi del materialismo teorico e pratico si vanno spargendo sempre di più; dinanzi allo spettacolo dell’esaltazione delle cupidigie più sfrenate, come meravigliarsi che si vada raffreddando nell’animo di molti la carità, la quale ben sappiamo essere la legge suprema della religione cristiana, il fondamento solidissimo della vera e perfetta giustizia, la sorgente sovrana della pace e delle caste delizie? Del resto, il Salvatore stesso ha ammonito: «Per il moltiplicarsi delle iniquità si raffredderà la carità di molti». Dinanzi allo spettacolo di tanti mali, che oggi, più che nel passato, travagliano individui, famiglie, nazioni e il mondo intero, dove mai Venerabili Fratelli, cercheremo il rimedio? Si potrà forse trovare una devozione più eccellente del culto al Cuore Sacratissimo di Gesù, più conforme all’indole propria della religione cattolica, più idonea a soddisfare le odierne necessità spirituali della Chiesa e del genere umano? Ma, quale atto di omaggio religioso più nobile, più dolce, più salutare del culto sullodato, dal momento che esso è tutto rivolto alla stessa carità di Dio? Infine, quale stimolo più potente della carità di Cristo — che la pietà verso il Cuore Sacratissimo di Gesù fomenta ed accresce — per spingere i fedeli alla perfetta osservanza della legge evangelica, senza la quale, come ammoniscono saggiamente le parole dello Spirito Santo: «Opera della giustizia sarà la pace», non è possibile instaurare la vera pace tra gli uomini?

[Brano tratto dall'Enciclica "Haurietis Aquas" di Pio XII, 15 maggio 1956].

Pensiero del giorno

Il buon esempio non può essere dato che da un sacerdote sollecito del suo progresso spirituale. (...) Vedendone la pietà, la bontà, la povertà, la mortificazione, i fedeli dicono: è un sacerdote convinto, un Santo; lo rispettano e si sentono tratti ad imitarlo: verba movent, exempla trahunt.

[Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Imprimatur Sarzanæ, die 18 Novembris 1927, Can. A. Accorsi, Vic. Gen. - Desclée & Co., 1928].

lunedì 1 giugno 2026

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