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lunedì 16 marzo 2026

È peccato odiare una persona?

Alcuni si pongono la domanda: "È peccato odiare una persona?" Mentre amare significa "volere il bene del prossimo", odiare significa "volerne il male".
 
Da un punto di vista della morale cattolica, odiare una persona è considerato uno dei disordini più gravi della volontà. 
 
I cristiani che vogliono essere coerenti col Vangelo devono necessariamente perdonare i propri nemici, eliminando dal proprio cuore ogni sentimento di odio, rancore e vendetta verso il prossimo.

Per la rubrica “Pillole di Teologia Morale” pubblico un interessante brano che spiega in che modo bisogna comportarsi con coloro che ci hanno fatto soffrire. L'autore del testo è Padre Teodoro da Torre del Greco, O.F.M. Cap., celebre teologo moralista del secolo scorso.

Vi è un precetto divino che ci ordina di amare il prossimo: «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mt. 22, 39).

[…]

125. - II. In specie, in forza di questo precetto siamo tenuti ad amare anche i nemici (cfr. Mt. 15, 44)·

L'amore dei nemici comporta: a) il perdono.

Nemico è colui che volontariamente e continuamente ci ingiuria o ci danneggia ingiustamente. Non bisogna, però, confondere l'inimicizia con l'antipatia, la quale consiste in un'istintiva avversione verso una persona per motivi giusti. L'antipatia deve essere repressa con la gentilezza, amabilità, e col rendersi servizievole verso la persona antipatica, perché, per quanto i moti istintivi di avversione non siano peccaminosi, tuttavia, possono sempre creare un pericolo di peccato, la cui colpevolezza dipende dalla gravità di questo pericolo.

Al nemico si deve perdonare di cuore e spontaneamente l'offesa, non conservando odio o rancore, né vendicandosi. Tuttavia non è illecito esigere (anche in giudizio) la riparazione, dell'ingiuria e del danno arrecato all'onore, alla fama ed ai beni di fortuna, purché non vi subentri l'odio o la passione. L'odio, oltre a costituire peccato grave, spinge ad atti nocivi alla persona odiata. Non si può dire che si odia il prossimo, quando si odia non la persona, ma il male che in essa si vede, per es. l'avarizia, la superbia, la lussuria in Tizio.

b) Bisogna manifestare anche esternamente il perdono, dando all'offensore dei segni comuni di amicizia, cioè:

I) non desiderargli alcun male e non escluderlo dalle preghiere comuni; 2) [...] rispondere alle sue domande ed alle sue lettere, trattare con lui con la stessa maniera con cui si tratta con un proprio simile. Solo qualche volta possiamo omettere questi segni di benevolenza comune, se la carità e la giustizia lo richiede; così p. es. molte volte privando il nemico dei segni comuni di benevolenza potrebbe essere per lui un monito perché rinsavisca; oppure, se questi segni possono venire interpretati malamente, ecc. Anzi molte volte è la giustizia stessa che richiede di privare il nemico dei segni di benevolenza, per fargli maggiormente comprendere il mal fatto; 3) non si è tenuti, però, a dare al nemico i segni di speciale benevolenza che si sogliono dare a persone legate con speciali vincoli di parentela, amicizia, ecc., eccetto che ciò sia necessario o per evitare in lui il pericolo di peccare contro la carità, o per evitare lo scandalo che ne potrebbe seguire, o per dimostragli il perdono dopo che l'ha domandato.

c) La riconciliazione; cioè, deporre quell'odio e quel desiderio di vendetta che si ha verso di lui.

L'offensore è obbligato a domandare perdono all'offeso, purché non scusi un grave incomodo, o l'offeso sia assente, o si preveda che l'offesa non sarà condonata. Se l'offesa è mutua la riconciliazione deve partire da colui che ha offeso prima, se essa è di uguale portata, altrimenti da colui che ha offeso più gravemente. Colui che è stato offeso è tenuto a ristabilire la pace col suo nemico. Spesso basta domandare perdono in modo tacito p. es., coll'avvicinare l'offeso e parlargli, trattandolo amichevolmente, ecc.

Il confessore si astenga dall'imporre all'offensore l'obbligo di domandare formalmente ed espressamente perdono all'offeso; né l'offeso deve pretendere dall'offensore l'umiliazione di un formale ed espresso perdono.


(Brano tratto da "Teologia Morale", di Padre Teodoro da Torre del Greco, O.F.M. Cap., Edizioni Paoline, 1964).

Pensiero del giorno

Il matrimonio richiede dapprima l'unione delle anime. Con queste parole si intende tutto ciò che ha relazione con la vita religiosa e soprannaturale. Il vero matrimonio attua questa comunanza spirituale: marito e moglie si aiutano a considerare la loro vita come la missione che Dio ha loro affidata e ad accettarne coraggiosamente gli impegni. Carlo D'Austria [nella foto a lato, n.d.r.] in una lettera alla sua fidanzata, la principessa Zita, riassumeva in una espressione magnifica l'impegno che essi volevano realizzare in due mediante la loro unione: "Noi dovremo santificarci in uno". Fortunate le famiglie in cui gli sposi condividono le stesse convinzioni profonde e si aiutano a metterle in pratica!

[Brano tratto da "Il matrimonio - Libro della giovane dai 17 ai 20 anni", di Pierre Dufoyer, Edizioni Paoline; imprimatur: in Curia Arch. Mediolani, die 23-2-1953, Bernareggi, Vic. Gen.].

domenica 15 marzo 2026

Bisogna preparare i conti prima che giunga il giorno dei conti

Dagli scritti di Sant'Alfonso Maria de Liguori, Patrono Universale dei confessori e dei moralisti.


Bisogna preparare i conti prima che giunga il giorno dei conti


"Estote parati [...]" (Luc. 12. 40). Il tempo della morte non è tempo atto per prepararsi a ben morire; per morire bene e con pace, bisogna trovarsi preparati prima della morte. Non è tempo allora di togliere dall'anima le cattive abitudini radicate, di svellere dal cuore le passioni dominanti e di estinguer l'affetto ai beni della terra. [...] Il cuore indurito, la mente ottenebrata, la confusione, lo spavento, l'ansia di guarire, rendono quasi impossibile l'aggiustare in punto di morte una coscienza imbrogliata di peccati. [...] O piaghe sante del mio Redentore, vi adoro, vi bacio e in voi confido.

I santi hanno stimato far poco, ancorché abbiano speso tutta la lor vita nel preparasi alla morte con penitenze, orazioni ed opere sante; eppure in punto di morte tremavano. Il venerabile Giovanni d'Avila, che fin da giovane fece una vita sì santa, quando gli fu annunziata l'ora della morte, rispose: "Oh avessi un altro poco di tempo per prepararmi alla morte!" E noi che diremo, quando ci sarà data la notizia della morte ormai imminente?

No, mio Dio, non voglio morire così inquieto e così ingrato, come ora morirei, se mi arrivasse la morte; voglio mutar vita, voglio piangere le ingiurie che vi ho fatto, voglio amarvi di cuore. Signore, aiutatemi voi, fatemi fare qualche cosa per voi, prima di morire; per voi, dico, che siete morto per me.

"Tempus breve est". Così ci avvisa l'Apostolo, è breve il tempo che ci resta di aggiustare i conti. [...] Quel che puoi far oggi, non aspettare a farlo domani: perché quest'oggi passa, e domani forse verrà la morte, che ti chiuderà i passi a fare alcun bene e a rimediare al male fatto. Poveri noi se la morte ci troverà anche attaccati al mondo!

Ah mio Signore, quanti anni son vissuto lontano da voi! E come voi avete potuto avere tanta pazienza con me nell'aspettarmi e chiamarmi tante volte a penitenza! Ve ne ringrazio, mio Salvatore, e spero di venire in cielo a ringraziarvene in eterno. "Misericordias Domini in aeternum cantabo". Ma in passato io non vi amavo, e poco curavo d'essere amato da voi; ora vi amo con tutto il cuore, vi amo più di ogni cosa, più di me stesso, ed altro non desidero che d'essere amato da voi; e pensando d'aver disprezzato l'amor vostro, vorrei morirne di dolore. Gesù mio, datemi la santa perseveranza.

Maria, madre mia, ottenetemi la grazia di essere fedele a Dio.



[Brani tratti da "Via della salute" di Sant'Alfonso Maria de Liguori, e da me tradotti in italiano corrente, con qualche piccolo ritocco del testo, per renderne più agevole la lettura].


 lll

Pensiero del giorno

(...) è di fede che ciò che converte e santifica le anime è la grazia di Dio; noi non siamo che strumenti di cui Dio si degna servirsi ma che non producono frutto se non in proporzione della loro unione colla causa principale.

[Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Imprimatur Sarzanæ, die 18 Novembris 1927, Can. A. Accorsi, Vic. Gen. - Desclée & Co., 1928].

sabato 14 marzo 2026

I peccati veniali non impediscono di poter ricevere la Comunione

Comunione
Uno studente universitario mi ha scritto per chiedermi se possa ricevere la Comunione sacramentale una persona che ha commesso un peccato veniale e non è pentita di averlo fatto. Dato che questo argomento potrebbe interessare anche altra gente, ho deciso di pubblicare la mia risposta.


Caro (...),
la ringrazio per avermi scritto, per me è una gioia aiutare coloro che vogliono progredire nel cammino di perfezione cristiana.

I classici manuali di Teologia Morale insegnano che le bugie, se non fanno danno ad alcuno o se fanno un piccolo danno, costituiscono materia lieve (veniale).

Ciò che lei ha detto al professore non ha causato nessun danno.

Siamo obbligati a confessare solo i peccati sicuramente mortali, invece la confessione dei peccati veniali è facoltativa. 

Se un penitente non è sinceramente pentito di qualche peccato veniale (a prescindere se sia stato confessato o meno), ciò non rende invalida l'assoluzione sacramentale, tuttavia i frutti spirituali del sacramento sono meno abbondanti.

Ai tempi di Sant'Alfonso Maria de Liguori c'erano due scuole di pensiero al riguardo della Comunione: gli arcigni rigoristi sostenevano che per ricevere Gesù sacramentato fosse necessario essere distaccati dall'affetto non solo al peccato mortale ma persino al peccato veniale; invece i sostenitori della sentenza più benigna dicevano che anche le anime in stato di grazia che conservavano l'affetto a qualche peccato veniale fossero idonee a ricevere la Comunione. Sant'Alfonso sosteneva la sentenza benigna e scrisse che le persone legate al peccato veniale avrebbero fatto bene a comunicarsi perché il Santissimo Sacramento è un farmaco per l'anima, l'aiuta a resistere alle tentazioni. Dunque, secondo questo autorevole Dottore della Chiesa, chi ha commesso qualche peccato veniale, non solo può accostarsi alla Comunione, ma è raccomandabile che lo faccia, affinché possa guarire spiritualmente e resistere più tenacemente alle tentazioni future.

Gesù ci ha detto che chi è fedele nel poco è fedele anche nel molto. Ciò significa che chi si impegna ad evitare i "peccati leggeri" fatti con piena avvertenza e deliberato consenso, sarà molto più pronto ed energico a resistere efficacemente alle tentazioni in materia grave.

Colui che vuole progredire nel cammino di perfezione cristiana, quando gli capita l'occasione di compiere un peccato "leggero", dovrebbe ragionare così: "So che questo atto costituisce solo colpa veniale, quindi commettendolo non meriterei l'inferno e non sarei tenuto a confessarlo, tuttavia rinuncio a compierlo per amor di Gesù che ha sofferto tanto per me ed è morto inchiodato alla croce per espiare i miei peccati e salvare la mia anima". 

Spero di esserle stato di qualche utilità. Qualora in futuro dovesse avere altri dubbi, non esiti a scrivermi ancora, per me è una gioia poter aiutare coloro che vogliono amare e servire il Signore.

La saluto cordialmente in Corde Matris.

Cordialiter

Pensiero del giorno

Solo l'amare Dio e salvarsi l'anima è necessario.


(Sant'Alfonso Maria de Liguori)

venerdì 13 marzo 2026

È peccato uccidere gli animali?

Peccato e confessionale
Alcuni si pongono la domanda: "È peccato uccidere gli animali?"

La risposta sintetica è: se si uccide un animale per un fine buono (nutrirsi, vestirsi, ecc.) non è contrario alla Legge Eterna promulgata da Dio, mentre se lo si sopprime senza motivo o per un motivo futile si commette peccato veniale. A tal proposito pubblico un breve brano tratto da "Teologia Morale", di Padre Teodoro da Torre del Greco, O.F.M. Cap., Edizioni Paoline, 1964.

Gli animali sono stati creati da Dio per l'uomo (cfr. Gen. I, 26). Perciò egli non pecca né contro la giustizia, né contro l'amore se si serve di essi per la sua utilità. Può peccare, però, se si serve di essi per uno scopo non retto, o se usa maniere indebite, nel trattarli, senza un motivo sufficiente.

La crudeltà di cui uno si diletta nel maltrattare gli animali, procurando loro dolori senza giusto motivo, è indice di animo duro e insensibile, ma non supera la colpa veniale.

La vivisezione, cioè, qualsiasi esperimento biologico fatto su animali, è lecita purché essa serva al progresso scientifico. La zoofilia, in uso presso molti paesi, con cui si proteggono gli animali fino al punto da domandare il permesso all'autorità pubblica ogni qualvolta è necessario praticare la vivisezione, nonostante l'uso di anestesie generali e locali per impedire le sofferenze dell'animale in esperimento, è una esagerazione non ammissibile, perché costituisce un ostacolo al progresso della fisiopatologia ed un sovvertimento di valori e dell'ordine gerarchico delle creature voluto da Dio, che ha creato l'uomo re ed usufruttuario di tutti gli esseri inferiori.

Angustie di coscienza

Confessionale
Le anime nobili soffrono più per le angustie spirituali che per i dolori fisici. Per cercare di aiutare coloro che soffrono angustie di coscienza che tormentano l’anima, ho deciso di redigere un breve elenco di casi morali che interessano molti fedeli. Per rendere più coinvolgente la lettura ho redatto l’elenco sotto forma di domande e risposte. Ci tengo a precisare che le risposte non sono “mie opinioni personali”, bensì si basano su ciò che in proposito insegnano Sant’Alfonso Maria de Liguori o altri dotti e autorevoli autori.

- Oggi mi sono confessato con sincero pentimento dei miei peccati e domani vorrei fare la Comunione, ma mi sono ricordato di essermi dimenticato in buona fede di confessare un peccato certamente mortale. Posso fare la Comunione? Sì, in questo caso si può tranquillamente ricevere la Comunione. Il peccato mortale dimenticato lo confesserai nella prossima confessione.

- Mi sono confessato con compunzione dei miei peccati, ma il confessore non mi ha fatto recitare l’Atto di Dolore. È valida l’assoluzione? Se eri sinceramente pentito dei tuoi peccati non devi temere che l’assoluzione sia stata invalida. Recitare l’Atto di Dolore serve a fomentare il dispiacere soprannaturale dei peccati commessi, ma dato che, purtroppo, certi confessori non lo fanno più recitare, conviene recitarlo con devozione, nella propria mente, anche prima di entrare nel confessionale.

- Ho detto a un mio amico una piccola bugia di scusa, so di aver commesso un peccato veniale, sono obbligato a confessarlo? No, confessare i peccati veniali è facoltativo, non obbligatorio. I peccati veniali sono sia quelli la cui materia è leggera, sia quelli la cui materia, pur essendo grave, sono stati compiuti senza la piena avvertenza dell’intelletto (ad esempio quelli commessi in buona fede o in un momento di distrazione), oppure senza il pieno e deliberato consenso della volontà.

- Mi sono confessato con sincero pentimento ma il confessore non mi ha imposto una penitenza. È valida l’assoluzione? Sì, stai tranquillo, è valida, ma il confessore ha commesso un peccato (grave, se avevi confessato qualche peccato mortale; veniale, se avevi confessato solo colpe veniali).

- Il confessore mi ha detto che sono molto scrupoloso e mi ha ordinato che dalla prossima volta non dovrò più confessare i peccati commessi prima di oggi. È una cosa che si può fare? Sì, anche S. Alfonso parla di ciò nel capitolo dedicato agli scrupoli del libro “La vera sposa di Gesù Cristo”. Stai tranquillo, non commetti sacrilegio, anzi sei tenuto ad obbedire al confessore, altrimenti non guarirai mai da questa grave malattia spirituale!

- Sono obbligato a confessare i peccati mortali dubbi, ad esempio quando non ricordo di aver avuto la piena avvertenza dell’intelletto che un determinato atto fosse colpa grave oppure quando dubito di aver dato il pieno consenso della volontà? No, non c’è obbligo di confessare i peccati dubbi. Ma se per tranquillità di coscienza decidi di confessarli ugualmente, dovrai specificare che sono peccati dubbi, ad esempio dicendo “Ho commesso la tal cosa ma non sono sicuro di aver avuto piena avvertenza o di aver dato il pieno e deliberato consenso della volontà”. Però ai penitenti scrupolosi bisognerebbe vietare di confessare i peccati dubbi.

- Molti anni fa ho commesso un peccato certamente mortale, mi sembra di averlo già confessato, ma non ricordo bene, sono nel dubbio. Sono obbligato a confessarlo? Il dotto e autorevole Padre Eriberto Jone nel suo “Manuale di Teologia Morale” insegna che se si dubita che un peccato mortale sia già stato debitamente confessato, non c'è obbligo di confessarlo.

- Io non vorrei mai commettere un peccato mortale per nessun motivo al mondo, ma a volte nel sonno o nel dormiveglia mi capita di fare delle cose che sono materia grave, ad esempio di desiderare di fare del male ingiusto al prossimo. In questi casi pecco mortalmente? No, perché per peccare mortalmente non basta la “materia grave”, sono necessarie anche la piena avvertenza dell’intelletto della gravità della materia e il pieno e deliberato consenso della volontà, che nel sonno e nel dormiveglia sono totalmente o parzialmente assenti.

- Ho fatto una buona confessione ma successivamente ho commesso un peccato mortale dubbio. Posso fare la Comunione? Sì, ma è bene premettere un atto di contrizione perfetto, il quale può essere suscitato, ad esempio, recitando con attenzione e devozione l’Atto di Dolore.

Con queste “domande e risposte” spero di aver aiutato qualche anima a liberarsi da delle fastidiose angustie che, instillando tristezza e sconforto, rischiano di essere d’intralcio nel cammino di perfezione cristiana.

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Fare attenzione alle guide spirituali moderniste (lk)

Prete in abito talare
Tempo fa mi ha scritto un lettore del blog che non riesce a trovare una valida guida spirituale.


Carissimo D.,
                   [...] Avevo pensato di scriverti in questi giorni, chiedendoti come fai per il direttore spirituale [...]. Io non lo riesco proprio a trovare [...]. 

Il blog è sempre molto bello. Complimenti! È davvero un'oasi di tranquillità e spiritualità. Mi fa sempre molto piacere leggerlo e poi complimenti per le tue collaboratrici, sono davvero brave. Ti prego ricordami nelle tue preghiere [...].

In corde Matris,

(lettera firmata)


Caro fratello in Cristo,
                                   [...] Circa la direzione spirituale posso dirti che oggi è davvero molto difficile trovare una guida davvero adatta a tale scopo. Non è colpa tua se oggi molti preti sono contaminati dallo spirito modernistico e quindi non sono idonei a dirigere un’anima nel cammino di perfezione cristiana. Molti di loro non hanno mai letto un buon manuale di ascetica! Io penso che se tu avessi trovato un Padre Felice Cappello, un Padre Garrigou-Lagrange, un Padre Tanquerey, saresti stato felicissimo di farti dirigere spiritualmente da uno di loro. Invece affidare la propria anima a un prete modernista sarebbe come farsi operare al cuore da un tizio che non ha studiato chirurgia. Dice San Francesco di Sales che se un direttore non è ricco di dottrina, carità e prudenza, c’è pericolo nel farsi dirigere da lui.

Bisogna cambiare padre spirituale se ci si accorge che la direzione è inutile o dannosa. È inutile quando non si sente fiducia nei suoi confronti, oppure se lui non corregge i nostri difetti, non ci stimola sulla strada della perfezione cristiana, non ci aiuta a risolvere i nostri problemi, non dimostra di essere molto interessato alla nostra santificazione, ecc. La direzione spirituale diventa addirittura dannosa se ci rendiamo conto che il direttore non è sufficientemente istruito, prudente e caritatevole; se tollera le nostre mancanze, o se vede le cose da un punto di vista troppo naturale e umano; se durante la direzione perde tempo parlando di cose frivole e totalmente estranee alla vita spirituale; se cerca di imporre pesi troppo pesanti; se i suoi consigli ci fanno regredire, anziché avanzare sulla strada della perfezione cristiana.

Certamente Dio illumina i direttori spirituali… ma solo se questi sono persone davvero umili e zelanti. Se invece sono persone superbe e poco zelanti, diranno un mucchio di cose contrarie alla Legge Eterna e anche al buon senso. Per esempio ci sono dei confessori che giustificano l’uso degli anticoncezionali, ma ciò è palesemente contrario alla Legge Eterna stabilita da Dio. Tutti i preti sanno che i Sommi Pontefici hanno definito “atti contro natura” l’utilizzo di queste cose, pertanto se dicono ai penitenti che possono usarli tranquillamente la colpa non è di Dio, ma è la loro che non vogliono seguire i lumi del Signore.

Se un figlio spirituale è nel dubbio, allora in questo caso non pecca se obbedisce al direttore, anche se costui dovesse sbagliare nel dirigerlo. Ma se invece il figlio spirituale sa che il direttore sta sbagliando (ad esempio se gli dicesse che i rapporti prematrimoniali sono leciti), in questo caso non deve seguire quel che gli ha detto. Se lo seguisse peccherebbe di “servilismo”, che è appunto l’obbedire ad un ordine peccaminoso (come fecero i soldati di Erode che eseguirono il criminale ordine del re di uccidere gli innocenti bambini di Betlemme).

Mi fa piacere sapere che il blog per te sia “un'oasi di tranquillità e spiritualità”. In effetti desidero che il blog, con l'aiuto di Dio, produca buoni frutti spirituali, infondendo nelle anime dei lettori conforto, coraggio nel combattimento in difesa della fede, distacco del cuore dalle cose futili, amore per la Santissima Trinità, un ardente desiderio di praticare con fervore le virtù cristiane, l'ansia apostolica per la salvezza eterna delle anime, la premura per le vocazioni sacerdotali e religiose, una tenera devozione per la Beata Vergine Maria, ecc.

Ogni giorno il blog viene visitato da un discreto numero di persone. Se volessi potrei facilmente incrementare il numero dei lettori pubblicando pettegolezzi che circolano negli ambienti ecclesiali, scrivendo post che incitano all'odio e al rancore verso i nostri nemici, seminando polemiche qualunquiste, e cose di questo genere. Ma a cosa gioverebbe tutto ciò? Queste cose non edificano le anime. Pertanto ho deciso di fare una scelta mirata: indirizzare il mio blog a una determinata categoria di persone, ossia quella delle anime attratte dalla vita devota. Lo so che questa scelta è penalizzante dal punto di vista del numero dei visitatori, ma a me interessa la qualità degli utenti, non la quantità. A che mi servirebbe avere 5 milioni di visite all'anno se poi le anime non restassero edificate? Sono consapevole che questa decisione condanna “Cordialiter” ad essere un blog di nicchia, perché sono poche le persone (anche tra i “cattolici praticanti”) interessate all'ascetica, cioè alla ricerca delle perfezione cristiana. Il mio lavoro è diretto a sostenere anime come la tua, cioè che aspirano a praticare un'intensa vita spirituale. Infatti quando scelgo di pubblicare un post penso a te e ad altri lettori e lettrici spirituali coi quali sono in contatto. In pratica voi siete il mio modello di riferimento: se presumo che un post possa edificarvi, allora lo pubblico, se invece mi sembra che possa lasciarvi indifferenti, allora preferisco non pubblicarlo (tranne se c'è qualche altra seria ragione per cui ritengo opportuno pubblicarlo ugualmente).

Sono contento che apprezzi anche gli scritti delle persone che collaborano col blog. Approfitto dell'occasione per ringraziarle di cuore! È bello vedere che in questa società spietata ed egoista ci sia ancora gente buona disposta a dare una mano in maniera disinteressata.

Nei Cuori di Gesù e Maria,

Cordialiter

Pensiero del giorno

Un prete o in paradiso o all'inferno non va mai solo: vanno sempre con lui un gran numero di anime, o salvate col suo santo ministero e col suo buon esempio, o perdute con la sua negligenza nell'adempimento dei propri doveri e col suo cattivo esempio.


(Pensiero di San Giovanni Bosco).

giovedì 12 marzo 2026

Non ingannate voi e i fedeli!

Coloro che seguono da tempo questo blog, sanno che apprezzo moltissimo l'illuminante magistero del Cardinale Giuseppe Siri e il suo coraggio nel difendere la purezza della Dottrina Cattolica. Ho ascoltato la registrazione dell'omelia di commiato dalla diocesi di Genova, pronunciata nella Cattedrale di San Lorenzo il 15 ottobre del 1987. Avrebbe potuto fare un discorso “politically correct” per ottenere gli applausi del mondo almeno per una volta in vita sua. Invece, da vero combattente qual era (con la Cresima si diventa soldati di Gesù Cristo), questo eroico Principe di Santa Romana Chiesa esortò i suoi confratelli a non ingannare i fedeli. Ecco un brano dell'omelia:

Abbiamo vissuto un periodo in cui anche la Chiesa ha sofferto. Si capisce benissimo che quando c’è una sofferenza, qualche cosa succede che non è desiderabile. Ma vorrei richiamare coloro che, perduta - perduta, dico - la capacità di capire le cose anche semplici, hanno dedotto, da questo periodo di transizione dell’intero genere umano, conseguenze irrazionali, illogiche, dannose, forse fatali. Bisogna che impariamo a vivere senza diventare i poveri servi delle tenebre e delle nubi che vanno camminando nel cielo e restano nubi. E’ meglio essere servi di Dio che paurosi delle nubi. Questo periodo l’abbiamo vissuto insieme. Domando: chi ha capito? E se non avesse capito faccia presto. Mi rivolgo in modo speciale ai miei confratelli che, dovendo dare agli altri la verità, non possono accettare le tenebre. E questo è l’ultimo invito. Guardatevene bene! Non ingannate voi e i fedeli che hanno il dovere di apprendere da noi la verità di Cristo.

Pensiero del giorno

La sofferenza ha un valore soprannaturale solo quando si soffre con Cristo e per Cristo: è Gesù che santifica il dolore; lontano da lui il dolore non vale nulla, non serve a nulla. Ma, abbracciato per amor suo, diventa moneta preziosa, capace di redimere, di santificare le anime, diventa prolungamento della sua Passione.

[Scritto tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].

mercoledì 11 marzo 2026

Il matrimonio perfetto

[Brano Tratto da "La donna nel matrimonio", di Pierre Dufoyer, traduzione di Maria Crivelli Visconti, Edizioni Paoline, 1958]. 


La donna dovrà rendersi conto di quanto, come donna, deve a Cristo e alla Chiesa; dovrà comprendere che le leggi con cui la Chiesa circonda l'amore non hanno lo scopo di soffocarlo, ma di dargli la possibilità, sempre più e meglio, di vivere e di godere il grande amore a cui il suo cuore femminile aspira...

IL MATRIMONIO PERFETTO

" Non tantum caro, sed spiritus unus erat ". " Essi erano due in uno; nel corpo come nello spirito ". (Epitaffio di due sposi cristiani)

Esporremo la concezione cristiana del matrimonio, non come possiamo vederla realizzata in qualche caso particolare, ma come dovrebbe essere, come la Chiesa la descrive, la chiarisce e come si sforza di portarci a viverla. Il matrimonio è la comunione di vita di due persone di sesso diverso, nata da un dono libero e reciproco fatto per amore. Il matrimonio è comunione totale di vita: unione di corpi, di cuori, di spiriti, di anime (totalità nell'intensità), sino alla morte (totalità nella durata). L'unione dei corpi è uno degli elementi che distingue l'amore dall'amicizia. L'amicizia è possibile tra persone di eguale sesso, l'amore coniugale, no. L'amicizia è confidenza dei cuori, degli spiriti e delle anime. Anche l'amore coniugale è tutto questo, e in più intimità fisica, e completa e duratura convivenza nella stessa abitazione. Esso è perciò un'amicizia con una intimità più integrale, perché comprende tutto l'essere, sia fisico che psichico e perché permette gli arricchimenti speciali inerenti alla sessualità. Dall'unione dei cuori si sprigionano tutti gli elementi affettivi e sentimentali dell'amore, come la dolcezza e l'ebbrezza nel rivedersi, la gioia di vivere l'uno accanto all'altro, la felicità dell'essere assieme. Essa permette che l'uno cresca nell'altro, uno completi l'altro, lo sviluppi, e lo renda felice. Questa unione dei cuori, elevando il dono dei corpi, distingue l'amore degli uomini da quello delle bestie, l'amore per la sposa da quello per la compagna occasionale. L'unione degli spiriti comprende tutti gli elementi intellettuali dell'amore, la concordanza delle idee, dei giudizi, del modo di vedere e di pensare. Dicendo " concordanza ", intendiamo un amichevole e amorevole scambio, e non il dispotismo di un coniuge autoritario di fronte ad una povera moglie moralmente rimpicciolita o quasi annullata. [...] Tra l'uomo e la donna non vi è un grado diverso di umanità; vi sono tra loro soltanto differenze psicologiche e fisiologiche nell'ambito della stessa natura umana. Uomo e donna sono tra loro diversi, non disuguali, complementari e non subordinati in quanto persona umana. Come in ogni società, nella casa è necessaria una autorità. Psicologicamente il temperamento maschile è per natura più propenso ad esercitare tale autorità; il temperamento femminile è più incline ad accettarla. Ecco perché l'autorità indispensabile in una famiglia, spetta di per sé al marito. È d'altronde possibile ripartirne saggiamente i vari settori secondo l'attitudine dei sessi. L'autorità maschile non ha il diritto di opprimere la personalità femminile né di degenerare in dispotismo. Deve essere una amorevole e tenera risolutezza che giunge a conclusioni ragionevoli e comuni dopo uno scambio di vedute. Solo in questo senso, secondo la retta ragione e secondo la dottrina cristiana, lo sposo è il capo della donna. [...] Se questa unione degli spiriti s'aggiungesse a quella dei corpi e dei cuori, l'amore umano si distinguerebbe ancora maggiormente da quello delle bestie, e la sposa dalla donna di un giorno. Per unione delle anime, intendiamo tutti i moti naturali e soprannaturali fino alla profondità dell'essere, fino agli elementi tanto radicati nel substrato dell'individuo da non poter essere sufficientemente chiariti. È una sorta di osmosi, una specie di crescita intima di uno nell'altro, un vivere all'unisono, una intimità soprasensibile nella quale l'uno appartiene all'altro. L'uno vive tanto nell'altro che le sue gioie diventano le " nostre " gioie, [...] le sue contrarietà le " nostre " contrarietà, i suoi pericoli i " nostri " pericoli. Uno, in certo qual modo, diventa l'altro. In due sopportano le stesse prove, soffrono gli stessi dolori, godono le stesse gioie; e nelle ore tristi come in quelle liete sono sempre fedeli. L'unione delle anime che rafforza quella dei corpi, del cuore e degli spiriti distingue nettamente lo sposo e la sposa dall'amante e la sua amica. Questi ultimi sono spesso soltanto fedeli nel successo; solitamente soltanto i veri sposi sono uniti anche nelle più dure prove. L'unione sino alla morte: è la totalità in relazione alla durata. Uomo e donna si sono amati senza alcuna riserva; cammineranno assieme a fianco a fianco attraverso le gioie e le prove della vita, attraverso possibili urti, sino alla fine delle forze, quali compagni di entusiasmi nella giovinezza, del lavoro nella maturità e della solitudine nell'età avanzata. Questa unione nasce dalla dedizione reciproca e spontanea nell'amore. Il dono di sé deve essere reciproco. Ci si dà interamente, con le proprie ricchezze materiali, le proprie forze umane, corporali, sentimentali e intellettuali e si riceve dall'altro tutte le corrispondenti dovizie. Ci si dona per avere dall'altro la felicità e per rendere l'altro felice. Il matrimonio non è un puro possesso dell'altro o la ricerca della sola felicità individuale, poiché, in tal caso, sarebbe egoismo. Non è neanche solo dedizione all'altro, ma deve essere " unione ", cioè nello stesso tempo possesso e dono. La spontaneità della dedizione totale di sé e l'amore che la detta, costituiscono la grandezza e lo splendore umano del matrimonio. Non si può immaginare nessuna concezione del matrimonio più elevata di questa. È cosa che la Chiesa cerca di presentarla e farla vivere nel mondo. Purtroppo non è vissuta da molti nella sua reale perfezione. Certe donne hanno del matrimonio una concezione egoistica e terrena. Altre vi cercano una maggiore libertà personale e l'appagamento del proprio sentimento più che la felicità dello sposo; aspirano principalmente ad essere adulate, lusingate, e circondate da tenerezza. Però anche queste hanno quasi sempre, in qualche modo, il desiderio di sacrificarsi per il marito e per i figli. Si può difficilmente immaginare una fanciulla col cuore così arido, così egoista e poco femminile da pensare solo a se stessa. Donarsi completamente e per sempre; questa è la vita matrimoniale voluta da Dio. Quando gli sposi portano quest'amore nel matrimonio, quando la scelta dei loro cuori è stata buona, fonderanno una famiglia davvero fortunata, e vi spargeranno gioie e felicità a piene mani per poi in essa ritrovarvele entrambe.

Pensiero del giorno - Modernismo pratico nel clero

San Pio X
Riporto un interessante brano tratto da una lettera del grande Papa San Pio X, datata 10 luglio 1913:

«Un altro dolor piuttosto, che mi turba ed angustia, è il diffondersi spaventoso del modernismo, specialmente nel clero secolare e regolare; un modernismo teorico in pochi, ma nei più pratico, che però trascina alle medesime conseguenze del primo, all'indebolimento e alla perdita totale della fede. In questo è l'avversario terribile che affligge la Chiesa e il papa e contro il quale devono combattere i buoni per mantenere intatto il deposito della fede e salvare tante anime che corrono alla rovina».

martedì 10 marzo 2026

È peccato tatuarsi?

La risposta breve è no, non è intrinsecamente un peccato, ma rischia di diventarlo. 
 
La Chiesa Cattolica non ha mai emanato una proibizione ufficiale contro i tatuaggi. Tuttavia, come spesso accade nella dottrina, la questione si sposta dal "cosa" al "perché" e al "come".

Come la morale tradizionale giudica i tatuaggi

🕊️ 1. Non è peccato intrinseco, ma atto moralmente “indifferente” che può diventare illecito

I moralisti classici non consideravano il tatuaggio un peccato in sé. Lo valutavano come:

  • modificazione del corpo (non mutilazione, perché non comporta perdita di funzione);

  • atto moralmente indifferente che può diventare peccaminoso in base a intenzione, contenuto, circostanze.

Questa impostazione deriva dal principio tomista: 👉 “Actus moralis speciem sumit ex fine et circumstantiis.”

🧭 2. I criteri morali usati dai manuali tradizionali

✔️ a) Rispetto del corpo (virtù della temperanza)

Il corpo è dono di Dio: non può essere deturpato senza motivo proporzionato. I moralisti distinguevano:

  • tatuaggi moderati → generalmente leciti;

  • tatuaggi deturpanti, eccessivi, volgari → moralmente illeciti.

Il criterio era la decorositas corporis, cioè la dignità esteriore.

✔️ b) Intenzione

Era il criterio più importante.

I moralisti condannavano come peccaminosi i tatuaggi fatti per:

  • vanità eccessiva;

  • ribellione all’autorità;

  • desiderio di imitare mode disordinate;

  • appartenenza a gruppi anticristiani;

  • motivazioni superstiziose o magiche.

Leciti invece se:

  • motivati da ragioni professionali (militari, marinai);

  • motivati da devozione (croci, simboli cristiani);

  • motivati da identificazione (pellegrini in Terra Santa).

✔️ c) Scandalo

Un tatuaggio che potesse:

  • indurre altri al peccato,

  • dare cattivo esempio,

  • creare confusione dottrinale,

era considerato illecito per scandalo.

Questo criterio era molto sentito nella morale tradizionale.

 

I moralisti Josuè Aertnys (1828-1907) e Cornelio Damen (1881-1953) nel loro maniale "Theologia Moralis secundum doctrinam S. Alfonsi de Ligorio" dicono che sono lecite le decorazioni del corpo che non corrompono la natura del corpo né offendono l’onestà, quelle invece che sono contro il decoro o i costumi cristiani sono illecite. Dicono anche che le spese inutili o troppo grandi, fatte per vana ostentazione o leggerezza, sono contro la virtù della temperanza e l’onestà cristiana.

Principio generale: la spesa inutile è di norma peccato veniale (cioè leggero).

Tutti i moralisti classici concordano: la spesa superflua, fatta per vanità o leggerezza, che non danneggia seriamente i doveri di stato, è peccato veniale. Perché? Perché viola la temperanza e la modestia cristiana, ma non comporta un danno grave.

Quando diventa peccato grave? I moralisti sono unanimi: la spesa diventa peccato mortale quando compromette un dovere grave. Esempi classici:

- sottrarre denaro necessario alla famiglia;

- spendere ciò che serve per pagare debiti urgenti;

- mettere a rischio il sostentamento proprio o dei figli;

- sperperare somme rilevanti che avrebbero un uso moralmente obbligato.

 


Curiosità storica: I tatuaggi dei pellegrini

Non tutti sanno che esiste una tradizione cattolica legata ai tatuaggi. Fin dal Medioevo e per secoli, i pellegrini che si recavano a Loreto o a Gerusalemme usavano tatuarsi piccoli simboli religiosi (come la croce di Gerusalemme o simboli mariani) come prova indelebile del loro viaggio e della loro devozione. Era un marchio d'onore e di fede.

E il Vecchio Testamento?

Spesso chi sostiene che il tatuaggio sia peccato cita il libro del Levitico (19,28): "Non vi farete incisioni nella carne per un defunto, né vi farete tatuaggi".

Tuttavia, la teologia cattolica interpreta quel divieto come una norma rituale dell'antico Israele volta a distinguere il popolo eletto dai popoli pagani vicini, che usavano i tatuaggi durante riti funebri o magici. Con il Nuovo Testamento, queste leggi cerimoniali sono considerate superate.

In sintesi: Se il tatuaggio non è offensivo, non è eccessivo e non danneggia la salute, è considerato una scelta di libertà personale che non pregiudica la vita di grazia, ma perché spendere tantui soldi per una cosa del genere? Non sarebbe meglio spendere quei soldi per qualcosa di più utile a sé stessi o al prossimo?