Per chiedere informazioni all'autore del blog, scrivere all'indirizzo: cordialiter@gmail.com
_______________________________
Se il blog ti piace e desideri sostenerlo, puoi inviare un contributo. Per info: clicca qui.

domenica 30 agosto 2015

Fa' subito quello che ti ha ordinato Don Bosco, altrimenti questa è l'ultima Messa che celebri!

(Dagli scritti di Don Giuseppe Tomaselli)


Non si può omettere un caso di bilocazione, che quasi tutti i biografi riportano. Il Salesiano Don Branda, Direttore dell'Istituto di Sarrià, nella Spagna, era a letto, nella notte del 6 Febbraio 1886. Durante il sonno sentì chiamarsi: - Don Branda! Don Branda!  Era la voce di Don Bosco, il quale stava a Torino. Il Direttore aprì gli occhi e, quantunque piena notte, vide la camera illuminata a giorno. La voce continuò: - Ora tu non dormi! Alzati, dunque! Don Branda si alzò, si vestì, rimosse la tendina del letto e scorse nel mezzo della camera Don Bosco. Gli si avvicinò e gli prese la mano per baciarla. Don Bosco gli disse: - Vieni con me, conducimi a visitare la casa. Ti farò vedere cose, delle quali tu nemmeno sospetti. Eppure sono cose che fanno spavento.  Don Branda, prese le chiavi delle camerate ed uscito con Don Bosco dalla sua stanza, salì le scale ed entrò con lui nei dormitori. Il Santo gli indicò tre giovani. - Vedi questi tre infelici? Li ha guastati uno che tu non crederesti, se non fossi venuto io a dirtelo; e sono venuto perché c'era bisogno che io ti svelassi questo mistero d'iniquità. Tu te ne sei fidato, tu lo credi buono,... e tale sembra all'esterno. È il tizio...  e disse nome e cognome. Il Direttore sbalordì ad udire quel nome. Don Bosco continuò:  - Mandalo subito via dall'Istituto! Usciti dalle camerate, fecero un giro per tutta la casa. Scale, stanze, cortili, s'illuminavano a giorno al passaggio di Don Bosco. Si ritornò nella camera di Don Branda. Qui in un angolo, apparvero i tre poveri giovani nell'atto di nascondersi, per sfuggire alla vista di Don Bosco; avevano il volto ributtante; vicino ad essi stava colui che li aveva scandalizzati. La fisionomia di Don Bosco divenne terribilmente severa; poi con un tono di voce schiacciante gridò: - Scellerato, sei tu che rubi le anime al Signore! La tua colpa è enorme e tu l'hai continuata per mesi e mesi e l'hai sempre taciuta in confessione!  Poi ripetè al Direttore: - Manda via costoro! Don Branda osservò: Io non so come fare a mandarli e quali ragioni addurre. Don Bosco non disse altro e si mosse per uscire dalla stanza. In quel momento sparve la luce. Il Direttore rimase solo al buio, accese il lume e vide che l'orologio segnava le ore quattro. Era assai turbato e non ritornò a letto. Lungo il giorno studiava come rimediare all'inconveniente dell'Istituto, ma non sapeva decidersi a mandare quei giovani. Tutto questo, come si è detto sopra, avveniva nella Spagna. Don Bosco l'indomani dell'apparizione, stando a Torino, disse a Don Rua: Questa notte ho fatto una visita a Don Branda. Scrivigli una lettera e domandagli se ha eseguito i miei ordini. Don Rua mandò la lettera, ma Don Branda non si risolveva ad allontanare i giovani. Passati cinque giorni dall'apparizione, mentre Don Branda era al principio della Messa e stava per salire i gradini dell'Altare, fu invaso da terrore e tremore e gli risonò nell'intimo una voce misteriosa: - Fa' subito quello che ti ha ordinato Don Bosco, altrimenti questa è l'ultima Messa che celebri!  Lo stesso giorno si risolvette ad agire. Chiamati i colpevoli, si accertò di tutto e potè mandarli dall'Istituto. Dal carisma della bilocazione si rileva l'onnipotenza e l'onniscienza di Dio, che tutto vede e scruta. 


(Brano tratto da “Un prete straordinario”, di Don Giuseppe Tomaselli)

sabato 29 agosto 2015

Le virtù teologali, le virtù morali, e i doni dello Spirito Santo

Riporto un interessante scritto del dotto Padre Adolphe Tanquerey.

a) [Le virtù teologali] hanno Dio per oggetto materiale e qualche attributo divino per oggetto formale. La fede ci unisce a Dio, suprema verità, e ci aiuta a veder tutto e a tutto giudicare alla divina sua luce. La speranza ci unisce a Colui che è la sorgente della nostra felicità, sempre pronto a versare su noi le sue grazie per compiere la nostra trasformazione ed aiutarci col suo potente soccorso a fare atti di confidenza assoluta e di filiale abbandono. La carità ci eleva a Dio sommamente buono in se stesso; e, sotto il suo influsso, noi ci compiacciamo delle infinite perfezioni di Dio più che se fossero nostre, desideriamo che siano conosciute e glorificate, stringiamo con Lui una santa amicizia, una dolce familiarità e così diventiamo ognor più a lui somiglianti. Queste tre virtù teologali ci uniscono dunque direttamente a Dio.

 b) Le virtù morali, che hanno per oggetto un bene onesto distinto da Dio e per motivo l'onestà stessa di quest'oggetto, favoriscono e perpetuano questa unione con Dio, regolando le nostre azioni in modo che, non ostante gli ostacoli che si trovano dentro e fuori di noi, tendano continuamente verso Dio. Così la prudenza ci fa scegliere i mezzi migliori per tendere al nostro fine soprannaturale. La giustizia, facendoci rendere al prossimo ciò che gli è dovuto, santifica le nostre relazioni coi nostri fratelli in modo da avvicinarci a Dio. La fortezza arma l'anima nostra contro la prova e la lotta, ci fa sopportare con pazienza i patimenti e intraprendere con santa audacia le più rudi fatiche per procurare la gloria di Dio. E, poichè il piacere colpevole ce ne distoglierebbe, la temperanza modera il nostro ardore pel piacere e lo subordina alla legge del dovere. Tutte queste virtù hanno dunque per ufficio di allontanare gli ostacoli e anche di somministrarci mezzi positivi per andare a Dio.


Dei doni dello Spirito Santo.

[...]

I doni, senza essere più perfetti delle virtù teologali e specialmente della carità, ne perfezionano l'esercizio. Così il dono dell'intelletto ci fa penetrare più addentro nelle verità della fede per scoprirne i reconditi tesori e le arcane armonie; quello della scienza ci fa considerare le cose create nelle loro relazioni con Dio. Il dono del timore fortifica la speranza, staccandoci dai falsi beni di quaggiù, che potrebbero trascinarci al peccato e ci accresce quindi il desiderio dei beni celesti. Il dono della sapienza, facendoci gustare le cose divine, aumenta il nostro amore per Dio. La prudenza è grandemente perfezionata dal dono del consiglio, che ci fa conoscere, nei casi particolari e difficili, ciò che è o non è espediente di fare. Il dono della pietà perfeziona la virtù della religione, che si connette colla giustizia, facendoci vedere in Dio un padre che siamo lieti di glorificare per amore. -- Il dono della fortezza compie la virtù dello stesso nome, eccitandoci a praticare ciò che vi è di più eroico nella paziente costanza e nell'operare il bene. Infine il dono del timore, oltre che facilita la speranza, perfeziona pure in noi la temperanza, facendoci temere i castighi e i mali che risultano dall'amore illecito dei piaceri.

(Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Desclée & Co., 1928) 

venerdì 28 agosto 2015

I rigoristi edificano per l'inferno

Tempo fa uno dei vari sacerdoti che segue il blog mi ha scritto una lettera di sostegno.


Condivido e sostengo, caro D., quanto hai scritto [...].  A me successe la stessa cosa con un religioso di un ordine abbastanza inquadrato. Gli scrissi un paio di volte dopo averlo conosciuto per salutarlo...chiedere preghiera...etc....nessuna risposta. Poi gli scrissi per offrirgli un mese gregoriano da celebrare: mail di risposta dopo un'oretta. E rimasi un po'...disgustato.  Ma le pecore zoppe sono ovunque e bisogna pregare per aiutarle e, se si può, fare una correzione fraterna. Si, tra i preti legati o che si avvicinano alla Tradizione spesso si trovano tutti i difetti che scrivi: dal rubricismo senz'anima alle mancanze di carità. Non dimentichiamo che il buon Gesù chiamò "macellai" i preti parlando a Padre Pio già tanti anni fa...e che lo stesso S. Alfonso scrisse cose dure ai preti e vescovi.  Quel che manca è, spesso, una seria vita interiore ben impostata. Ma di chi è la colpa? Spesso nei seminari non la si riceve più. Il maligno ha saputo giocare bene le sue carte, andando alla testa per arrivare alle membra.  Avvicinarsi alla Tradizione, alla messa antica, al breviario romano, è un buon inizio per un cammino di vita sacerdotale autentica.  Mi permetto di suggeriti di consigliare, se puoi, anche ai sacerdoti di frequentare buoni istituti tradizionali nei quali trovare non solo la possibilità di conoscere la liturgia tradizionale ma anche un buon direttore spirituale, corsi di ritiro, di aggiornamento...

Ti saluto e benedico, pregando per te e le tue intenzioni.


Rev.mo don [...],
                               mi fa piacere sapere che condivide quel che ho scritto. Io penso che il nemico del genere umano stia cercando di annacquare il movimento tradizionale col farlo cadere nel “rubricismo senz'anima” o addirittura farlo sprofondare nel rigorismo neogiansenista. La battaglia che dobbiamo combattere è più o meno la stessa che combattette Sant'Alfonso Maria de Liguori a suo tempo, e cioè da un lato contro il lassismo dilagante, dall'altro contro il rigorismo. I seguaci della prima categoria sono coloro che sono attentissimi alle rubriche liturgiche, ma appena finisce la Messa si comportano in maniera poco caritatevole verso il prossimo (mi riferisco principalmente alla carità spirituale, ad esempio il consolare gli afflitti, il consigliare i dubbiosi, ecc.), senza contare il fatto che spesso si comportano in maniera mondana (ad esempio frequentando discoteche e altri pericolosi luoghi di ritrovo). I seguaci della seconda categoria sono invece i fautori di un soverchio rigore, e fanno credere quasi che si pecca in ogni cosa. Secondo Sant'Antonino e Sant'Alfonso, i rigoristi edificano per l'inferno, perché inducono i fedeli a commettere dei peccati mortali. Ecco le testuali parole del Patrono dei Confessori e dei Moralisti: «Io non so capire come debba solamente farsi scrupolo d’insegnar le sentenze troppo benigne e non anche le troppo rigorose che illaqueano le coscienze de’ Penitenti e, come parla S. Antonino, aedificant ad gehennam, cioè per lo smoderato rigore son causa della dannazione di molti, che, credendosi obbligati a seguire tali sentenze, non seguendole poi, miseramente si perdono». Faccio un esempio: un rigorista afferma che maledire i morti sia peccato grave, mentre Sant'Alfonso diceva che ordinariamente è peccato veniale. Dunque, se una persona non esperta in Teologia Morale crede, anche se non è vero, che maledire i morti sia colpa grave, pecca davvero gravemente se poi lo fa.

Insomma, la battaglia da combattere è cercare di spiritualizzare il movimento tradizionale prendendo come modelli San Francesco di Sales, Sant'Alfonso Maria de Liguori, San Leopoldo Mandic e tutti i santi, non quei personaggi le cui opere non edificano nessuno.

Approfitto dell'occasione per porgerle i miei più cordiali saluti in Cristo Re e Maria Regina,

Cordialiter

giovedì 27 agosto 2015

Il pauperismo di certi parrocchiani...

Anni fa una giovane lettrice del blog mi disse di essere rimasta stupita nel sentire alcuni suoi amici che frequentavano la sua parrocchia, criticare aspramente Papa Benedetto XVI a causa delle "ricchezze della Chiesa"...

Cara sorella in Cristo, 
                                       ti confesso che non sono affatto stupito nel sapere che ci sono dei cristiani che criticano aspramente il Papa a causa delle "ricchezze" del Vaticano. A dir la verità quando avevo più o meno la tua età anche io la pensavo come loro, ma in seguito ho compreso che sbagliavo. Ad esempio pensavo che i preti dovessero vendere i calici d'oro, ma leggendo una biografia di San Francesco rimasi sorpreso nel venire a conoscenza che lui che considerava il denaro "sterco del demonio" voleva invece che le pissidi e i vasi sacri fossero preziosi. Insomma l'umiltà e la povertà dobbiamo applicarla a noi stessi, non al culto divino. Don Bosco viveva poveramente, ma le chiese che ha costruito sono belle, maestose, ricche di marmi e opere d'arte. Ciò significa che non dobbiamo fare i tirchi con Dio. Del resto, quando una chiesa è bella, è più facile elevare l'animo a Dio, mentre quando una chiesa è brutta, spoglia, simile a un capannone industriale o a una sala condominiale, è più difficile raccogliere l'animo. Sant'Alfonso pur essendo vescovo viveva volontariamente in maniera povera e con le sue sostanze aiutava i poveri bisognosi, ma non depredò mai i beni della diocesi, perché essi servivano al culto divino, e poi non appartenevano a lui ma alla Chiesa, e sarebbero serviti anche alle generazioni future. Se i vescovi vendessero le chiese storiche piene di opere d'arte preziose, di certo non si risolverebbe la piaga della povertà nel mondo. Gesù ha detto che i poveri li avremo sempre con noi. La Chiesa fa tanto per i poveri, ma coloro che la criticano cosa fanno per loro? Vivono forse poveramente come san Francesco e danno i propri beni ai bisognosi? È facile criticare il Papa, ma i suoi denigratori che esempio danno? Purtroppo, è difficile far capire queste cose a certe persone. Invece di vedere la vita sfarzosa e il cattivo esempio che danno certi preti e vescovi, dobbiamo osservare e imitare i buoni esempi che ci hanno dato i santi come san Francesco, don Bosco, padre Pio, ecc.

Per quanto riguarda la polemica sulla Chiesa "comunità-istituzione", ti confesso che non l'ho capita. Certo che la Chiesa Cattolica è la società o congregazione (se loro vogliono possono usare il sinonimo di "comunità") dei cristiani che credono la stessa fede e obbediscono al Papa, ma non si tratta di una filosofia di vita come il confucianesimo, è il Corpo Mistico di Cristo, non è un'istituzione umana, ma è un'istituzione divina. Come tutte le società (o comunità) è necessario che sia organizzata istituzionalmente e abbia una gerarchia che la governi. Se così non fosse sprofonderebbe nell'anarchia. Dunque la Chiesa è comunità ma anche istituzione visibile. Coloro che attaccano la Chiesa istituzione spesso fanno dei ragionamenti simili a quelli degli atei anticlericali. Ciò è molto pericoloso, infatti molti cristiani a furia di criticare la Chiesa hanno perso la fede. È un dramma vedere che a criticare la Chiesa non sono solo i comunisti e i progressisti di tutte le risme, ma anche molti "cattolici praticanti". Purtroppo spesso costoro cominciano col criticare le ricchezze del Vaticano, poi passano ad attaccare i dogmi e la morale (soprattutto al riguardo della sessualità), e infine terminano per abbandonare la pratica religiosa e la fede.

Spero di esserti stato di qualche utilità.

In Corde Regis,

Cordialiter

mercoledì 26 agosto 2015

Quel che deve fare un Papa secondo Sant'Alfonso

Si stava per riunire il conclave del 1774, il Cardinale Castelli chiese a Mons. Alfonso Maria de Liguori di scrivergli una lettera circa i provvedimenti che avrebbe dovuto prendere il nuovo Papa per riformare la Chiesa dilaniata dal rilassamento generale. Riporto i passi principali della lettera alfonsiana.

Amico mio e Signore, circa il sentimento che si desidera da me intorno agli affari presenti della Chiesa e circa l'elezione del Papa, che sentimento voglio dar io miserabile ignorante, e di tanto poco spirito qual sono?

Dico solo che vi bisognano orazioni e grandi orazioni; mentre, per sollevare la Chiesa dallo stato di rilassamento e confusione in cui si trovano universalmente tutti i ceti, non può darvi rimedio tutta la scienza e prudenza umana, ma vi bisogna il braccio onnipotente di Dio.

Tra' vescovi, pochi sono quelli che hanno vero zelo delle anime.

Le comunità religiose quasi tutte, e senza quasi, sono rilassate; poiché nelle religioni, nella presente confusione delle cose l'osservanza è mancata e l'ubbidienza è perduta.

Nel clero secolare vi è di peggio: onde vi è necessità precisa di una riforma generale per tutti gli ecclesiastici, per indi dar riparo alla grande corruzione de' costumi, che vi è ne' secolari.

E perciò bisogna pregar Gesù Cristo che ci dia un Capo della Chiesa, il quale, più che di dottrina e di prudenza umana, sia dotato di spirito e di zelo per l'onore di Dio, e sia totalmente distaccato da ogni partito e rispetto umano; perché se mai, per nostra disgrazia, succede un Papa che non ha solamente la gloria di Dio avanti gli occhi, il Signore poco l'assisterà, e le cose, come stanno nelle presenti circostanze, andranno di male in peggio.

Sicché le orazioni possono dar rimedio a tanto male, con ottenere da Dio che egli vi metta la sua mano e dia riparo.

[…] Bramerei primieramente che il Papa venturo (giacché ora mancano molti Cardinali che si han da provvedere) scegliesse, fra quelli che gli verranno proposti, i più dotti e zelanti del bene della Chiesa, ed intimasse preventivamente a' Principi, nella prima lettera in cui darà loro parte della sua esaltazione, che, quando gli domanderanno il Cardinalato per qualche lor favorito, non gli proponessero se non soggetti di provata pietà e dottrina; perché altrimenti non potrà ammetterli in buona coscienza.

Bramerei inoltre che usasse fortezza in negare più benefizi a coloro che stanno già provveduti de' beni della Chiesa, per quanto basta al lor mantenimento secondo quel che conviene al loro stato. Ed in ciò si usasse tutta la fortezza avverso gl'impegni che s'affacciano.

Bramerei, di più, che s'impedisse il lusso nei prelati, e perciò si determinasse per tutti (altrimenti a niente si rimedierà) si determinasse, dico, il numero della gente di servizio, giusta ciò che compete a ciascun ceto de' prelati: tanti camerieri e non più; tanti servitori e non più; tanti cavalli e non più; per non dare più a parlare agli eretici.

Di più! che si usasse maggior diligenza nel conferire i benefizi solamente a coloro che han servito la Chiesa, non già alle persone particolari.

Di più, che si usasse tutta la diligenza nell'eleggere i vescovi (da' quali principalmente dipende il culto divino e la salute dell'anime) con prendersi da più parti le informazioni della loro buona vita e dottrina necessaria a governare le diocesi; e che, anche per quelli che siedono nelle loro chiese, si esigesse da' metropolitani e da altri, segretamente, la notizia di quei vescovi, che poco attendono al bene delle loro pecorelle.

Bramerei ancora che si facesse intendere da per tutto che i vescovi trascurati, e che difettano o nella residenza o nel lusso della gente che tengono al lor servizio, o nelle soverchie spese di arredi, conviti e simili, saranno puniti colla sospensione o con mandar vicari apostolici a riparare i loro difetti; con darne l'esempio da quando in quando, secondo bisogna.

Ogni esempio di questa sorta farebbe stare attenti a moderarsi tutti gli altri prelati trascurati.

[…] Sovra tutto desidererei che il Papa riducesse universalmente tutti i religiosi all'osservanza del loro primo Istituto, almeno nelle cose più principali.

Or via, non voglio più tediarla. Altro noi non possiamo fare che pregare il Signore, che ci dia un Pastore pieno del suo spirito, il quale sappia stabilir queste cose da me così accennate in breve, secondo meglio converrà alla gloria di Gesù Cristo.

E con ciò le fo umilissima riverenza, mentre con tutto l'ossequio mi protesto

Di V. S. Illma Devmo ed obblmo servo vero

Alfonso Maria, vescovo di Sant'Agata de Goti

martedì 25 agosto 2015

Sostenere le vocazioni sacerdotali

Dagli scritti di Don Giuseppe Tomaselli (1902-1989)

Eravamo coetanei e compagni di banco nella quinta ginnasiale. Ci amavamo davvero e ci esortavamo entrambi al bene. Nel mio compagno spiccava la bontà di animo e l'intelligenza.
Prima di entrare nel liceo, egli manifestò ai genitori la sua decisione: Voglio divenire Prete.
- Figlio, che cosa dici? ... Non parlare di queste cose! Tu sei l'unico figlio; dovrai ereditare tutti i nostri beni e noi siamo ricchi! ... Devi studiare per avvocato! Ti farai un nome! Noi ci teniamo ad avere un figlio che ci onori la casa! -
Il mio amico lottò diversi mesi; ma invano. Alla fine depose il pensiero di essere Prete.
Sventurati genitori! Ricordo voi e ricordo anche l'interessamento di parecchi zelanti Sacerdoti e dello stesso Arcivescovo di Catania! Voi, genitori, volevate togliere a Dio il vostro figliuolo! Credevate di poter scherzare con Dio! ... Chi prima non pensa, in ultimo sospira! E forse voi, padre e madre senza coscienza, ancora piangete la perdita dell'unico figlio!
Il caro amico superò felicemente il corso liceale ed entrò nell'università. Una malattia lo colpi e lo tenne sei mesi inchiodato a letto; nessuna speranza di guarigione.
- Ah, esclamava spesso, il castigo di Dio è sul mio capo! - Quante lacrime e quanto rimorso! Rinfacciava ai suoi genitori la loro condotta e concludeva:
- Se io riuscirò a rimettermi in salute, subito indosserò la veste chiericale e mi dirigerò al Sacerdozio! -
Un giorno prima di morire diceva al Sacerdote che l'assisteva: Per carità, mi si accontenti! Vestitemi ora stesso con quell'abito, che avrei dovuto portare da parecchi anni! ... O Dio, perdonami il torto che ti ho fatto, mancando alla mia vocazione! Perdona mio padre e mia madre!... -
L'indomani l'ex-compagno mio era cadavere.
I genitori negarono a Dio il loro figlio e Dio lo rapì. Quanti esempi del genere si potrebbero riportare!


L'orfanello.

- Mamma, voglio studiare per Prete! 
- Sì, figlio mio! Non preoccuparti se il padre ti lasciò orfano a due anni ed io ti ho tirato su fino ad oggi. Così farò in avvenire.
- Intanto il fratello maggiore non vuole e spesso mi batte. Tutto ciò mi fa piangere!
- C'è tua madre a prendere le difese! -
Iddio aveva messo nel cuore del ragazzo il seme della vocazione al Sacerdozio. La madre metteva ogni studio per custodire il figlioletto e lo esortava sempre alla preghiera.
- Signora, diceva un giorno un Reverendo, vostro figlio è una perla ed un portento di memoria e d'intelligenza! Bisogna farlo studiare per Sacerdote! 
- Siamo poveri!
- Gl'impartirò io le lezioni, gratuitamente! -
I primi anni di studio, passarono tra i libri, la zappa e altri lavori di campagna e poi il giovanetto si dedicò completamente allo studio. Dopo entrò nel Seminario. E come pagare la retta? La povera madre lavorava ed appena poteva vivere. Si rivolse alla carità dei buoni. Chi le dava un po' di lana, chi un mucchietto di fagioli, chi qualche offerta ... Ciò che riceveva, le serviva per le spese del figlio seminarista. Così parecchi e parecchi anni. Alla fine spuntò il giorno dell'Ordinazione Sacerdotale. Che gioia per il giovane e per la mamma!

Quel Prete ... è San Giovanni Bosco! Se il piccolo Giovanni si fosse lasciato intimorire dalle minacce del fratello maggiore o se la madre sua avesse perduto il coraggio davanti alle strettezze finanziarie, avrebbe avuto la Chiesa ed il mondo intero un astro così luminoso?... Fortunati coloro che, disposti dalla Provvidenza, vennero in aiuto al piccolo Giovanni Bosco, con opere di carità!... Non dimentichino la storia di Don Bosco, coloro che sono ricchi e possono disporre di borse di studio, a vantaggio dei giovani poveri che aspirano al Sacerdozio. Chi coopera alla formazione di un Sacerdote, ha una garanzia maggiore di andare in Paradiso.


(Brano tratto da “Abbasso i preti”, di Don Giuseppe Tomaselli)

   
  
lll

lunedì 24 agosto 2015

Ricevere la Comunione in peccato mortale

Una mia amica mi ha raccontato di aver avuto una discussione con una sua parente, la quale ha affermato erroneamente che anche se siamo in condizioni di grave peccato, è sempre meglio fare la Comunione. Ecco la mia risposta.



Cara sorella in Cristo, 
                                         leggo con interesse le tue e-mail perché non sono banali e superficiali, ma trattano argomenti importanti e profondi.

Purtroppo, oggi in giro ci sono tante persone (anche tra i sacerdoti) che affermano cose contrarie a quelle che insegna la Dottrina Cattolica. Non andare a Messa la domenica è un precetto ecclesiastico che obbliga “sub gravi”, cioè sotto pena di colpa grave (ci sono dei casi in cui si è scusati dall'andare a Messa, se vuoi te ne parlo la prossima volta). Chi senza giustificazione non va a Messa nei giorni festivi, non può prendere la Comunione senza prima confessarsi. E quando si confessa deve essere sinceramente pentito del peccato fatto, e deve anche avere il fermo proposito di non peccare più (almeno di non commettere più i peccati mortali), altrimenti l'assoluzione è invalida.

Se una persona è in peccato mortale, significa che non è in stato di grazia di Dio, quindi è un controsenso voler unirsi con Gesù nel Santissimo Sacramento nonostante non si è pentiti dei peccati mortali commessi. Oltre essere assurdo è pure un orribile sacrilegio che offende gravemente Dio. E lo Spirito Santo per mezzo di San Paolo afferma che chi mangia e beve il Corpo e Sangue di Cristo pur essendo indegno (cioè in peccato mortale), mangia e beve la propria condanna.

Molti modernisti (cioè i seguaci del modernismo, che è la sintesi di tutte le eresie) affermano di “confessarsi” direttamente con Dio. Ma Gesù ha detto chiaramente agli Apostolico che solo a chi rimetteranno i peccati, essi saranno perdonati, agli altri non saranno perdonati. Pertanto chi presume di “confessarsi” direttamente con Dio inganna se stesso.

Altri dicono erroneamente che se uno ha commesso qualche peccato mortale, è sufficiente che faccia un atto di dolore perfetto e poi può tranquillamente comunicarsi. In questo caso si tratta di una grave disobbedienza alla Legge ecclesiastica, infatti il Codice di Diritto Canonico afferma che chi vuole comunicarsi, se ha commesso un peccato mortale, deve prima confessarsi.

Insomma, è vero che un atto di dolore perfetto (cioè il pentimento di aver commesso un peccato, perché con esso si è offeso Dio che è infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa, oppure perché si è stati la causa della dolorosa Passione di Cristo) rimette immediatamente un'anima in stato di grazia (se ha il proposito di confessarsi), tuttavia anche se in questo modo è tornata in grazia di Dio, deve comunque obbedire alla Legge ecclesiastica, e quindi prima di comunicarsi deve confessarsi. Essendo una Legge ecclesiastica, in teoria potrebbe essere modificata, e cioè un Papa potrebbe permettere ai fedeli di comunicarsi anche semplicemente facendo un atto di dolore perfetto (atto di contrizione), tuttavia sin quando la Legge sarà in vigore deve essere osservata. Ma nessun Papa potrà mai dire che i fedeli possono comunicarsi senza essere in stato di grazia (cioè senza nemmeno fare un atto di contrizione perfetto), perché in questo caso non si tratta di una Legge ecclesiastica, ma di una Legge stabilita direttamente dal Signore. Infatti i Pontefici possono modificare le Leggi ecclesiastiche, ma non la Legge Eterna di Dio. Per questo motivo nessun Papa può stabilire che i divorziati risposati che vivono “more uxorio” (cioè nel modo dei coniugi, che è diverso dal vivere "come fratello e sorella", ossia in castità) possono ricevere validamente l'assoluzione sacramentale (e poi fare la Comunione), infatti in questo caso non si tratta di una Legge ecclesiastica, ma di una Legge stabilita dal Signore (quella secondo cui bisogna essere sinceramente pentiti e avere il fermo proposito di non peccare più per poter avere validamente l'assoluzione sacramentale, o anche semplicemente per poter tornare in stato di grazia con un atto di contrizione).

Ci sono dei casi in cui ci si può comunicare senza aver ricevuto l'assoluzione sacramentale? Sì, ma sono rari, ad esempio i tradizionali manuali di Teologia Morale insegnano che se una persona si è accostata al sacerdote per ricevere la Comunione, e in quel momento si ricorda di essere in peccato mortale, può ricevere lo stesso la Comunione (perché altrimenti, se tornasse al banco, la gente capirebbe che è in peccato mortale e perderebbe la sua reputazione) ma deve necessariamente premette un atto di contrizione (dolore perfetto del peccato mortale commesso). Un altro esempio è quello di un prete che mentre sta celebrando la Messa (alla presenza di altre persone) si ricorda di essere in peccato mortale. Anche in questo caso può continuare la Messa (altrimenti potrebbe perdere la reputazione), facendo però un atto di contrizione.

Spesso sentiamo parlare dell'infinita Misericordia di Dio. Benissimo! Ma, come tu stessa hai ricordato, il Signore è anche infinitamente giusto. Voler andare in paradiso senza pentirsi dei peccati mortali commessi, è un voler burlare Dio, ma San Paolo afferma che “Deus non irridetur”, cioè Dio non si lascia prendere in giro da noi. 

In un suo scritto, Sant'Alfonso Maria de Liguori scrive “Tu dici: Dio è misericordioso! - Eppure, con tutta questa misericordia, quanti ogni giorno vanno all'inferno!". Dunque è ottima cosa parlare della misericordia del Signore, ma bisogna parlare anche della sua giustizia, altrimenti molta gente potrebbe pensare che possiamo peccare tranquillamente, tanto alla fine la faremo franca, perché Dio perdonerà tutto a tutti, mentre in realtà perdonerà tutto solo a chi si sarà sinceramente pentito, altrimenti andrebbe contro la sua giustizia.

Quando incontriamo una persona che contraddice con cocciutaggine la Dottrina Cattolica, non sempre è facile rimanere sereni senza alterarsi. San Francesco di Sales in gioventù aveva un carattere tendente alla collera, ma con la grazia di Dio riuscì a dominare questa cattiva tendenza e divenne il “santo della dolcezza”, perché usava con tutti (anche coi suoi subordinati) dei modi cordiali, affabili, dolci, amorevoli, ecc. Lui era vescovo, pertanto doveva correggere gli sbagli fatti dai suoi subordinati, ma lo faceva con tanta dolcezza che riusciva a catturare i cuori, cioè la gente gli obbediva non per timore di essere rimproverata da lui, ma perché si lasciava convincere dalla sua dolcezza e carità fraterna.

Chi ama Gesù ama la dolcezza. Lo spirito di dolcezza è proprio di Dio. L'anima che ama Dio ama anche tutti coloro che sono amati da Dio, pertanto cerca volentieri di soccorrere, consolare e contentare tutti, per quanto gli è possibile. Dice San Francesco di Sales: “L'umile dolcezza è la virtù delle virtù che Dio tanto ci ha raccomandata; perciò bisogna praticarla sempre e dappertutto.” Questa dolcezza bisogna praticarla specialmente coi poveri, i quali ordinariamente, poiché son poveri, son trattati aspramente dagli uomini. Non vi è cosa che tanto edifichi il prossimo, quanto la caritatevole benignità nel trattare. I santi ordinariamente avevano il sorriso sulle labbra e il loro volto spirava benignità, accompagnata dalle parole e dai gesti. Oh quanto si ottiene più con la dolcezza che con l'asprezza! L'affabilità, l'amore e l'umiltà catturano i cuori delle persone.

Sono molto contento di sapere che i pensieri di Padre Felice Maria Cappello ti sono piaciuti molto e che hai deciso di imparare a memoria e ripetere ogni giorno il seguente proposito: "Devo essere vittima di amore: Amare Gesù: ecco lo scopo della mia vita. Ogni parola, ogni passo, ogni pensiero, ogni sentimento, ogni respiro, dev'essere un atto di purissimo amore. Vivere e morire di amore per Gesù: ecco il mio ideale".

Carissima in Cristo, se questo proposito diventerà il tuo programma di vita, sarai felice già su questa Terra, e ancora di più dopo la morte.

Ci sono tante altre cose spirituali di cui vorrei parlarti, ma non voglio abusare della tua pazienza (questa lettera è già abbastanza lunga). Tuttavia, se in futuro vorrai scrivermi per dialogare su argomenti spirituali, soprattutto quando ti sentirai sconfortata o avrai qualche dubbio da chiarire, sarò lieto di risponderti. Per me è una grande gioia coltivare amicizie spirituali con persone che vogliono amare e servire Cristo Redentore.

Ti saluto cordialmente nei Cuori di Gesù e Maria,

Cordialiter

domenica 23 agosto 2015

Della conoscenza di noi stessi

Dagli scritti di Padre Adophe Tanquerey (1854 - 1932).


La conoscenza di Dio ci porta direttamente ad amarlo, perchè è infinitamente amabile; la conoscenza di noi stessi vi ci porta indirettamente, mostrandoci il bisogno assoluto che abbiamo di lui a perfezionare le doti da lui largiteci e a rimediare alle profonde nostre miserie. Esporremo dunque di questa conoscenza 1° la necessità; 2° l'oggetto; 3° i mezzi d'arrivarvi.

1° NECESSITÀ DELLA CONOSCENZA DI NOI STESSI.

Poche parole basteranno a convincercene.

A) Chi non conosce sè stesso è nella morale impossibilità di perfezionarsi. Perchè allora uno s'illude sul proprio stato, cadendo, secondo il proprio carattere o l'ispirazione del momento, ora in un presuntuoso ottimismo che ci fa credere di essere già perfetti, ora nello scoraggiamento che ci fa esagerare i nostri difetti e le nostre colpe; nell'uno e nell'altro caso quasi identico è il risultato, cioè l'inazione o almeno la mancanza di sforzi energici e perseveranti, vale a dire il rilassamento. - D'altra parte come correggere difetti che punto non si conoscono o si conoscono male, e come coltivare virtù e doti di cui non si ha che una nozione vaga e confusa?

B) Invece la chiara e sincera conoscenza dell'anima nostra ci sprona alla perfezione: le nostre doti c'inducono a ringraziarne Dio, corrispondendo più generosamente alla grazia; i nostri difetti e la coscienza della nostra impotenza ci mostrano che abbiamo ancora molto da lavorare e che non convien perdere occasione alcuna di progredire. Allora uno si giova di tutte le occasioni per estirpare o almeno svigorire, mortificare, dominare i propri vizi, per coltivare e svolgere le proprie doti. E avendo coscienza della propria incapacità, si chiede umilmente a Dio la grazia di progredire ogni giorno, e, sorretti dalla fiducia in Dio, si ha la speranza e il desiderio della buona riuscita; il che dà slancio e costanza nello sforzo.

2° OGGETTO DELLA CONOSCENZA DI NOI STESSI.

Osservazioni generali. Perchè questa conoscenza sia più efficace, è necessario che abbracci tutto ciò che si trova in noi, doti e difetti, doni naturali e doni soprannaturali, inclinazioni e ripugnanze, l'intiera storia della nostra vita, le nostre colpe, i nostri sforzi, i nostri progressi; il tutto studiato senza pessimismo, ma con imparzialità, con retta coscienza illuminata dalla fede.

a) Bisogna quindi rilevar sinceramente, senza falsa umiltà, tutte le doti che il Signore ha posto in noi, non certo per gloriarcene ma per esprimerne riconoscenza al loro autore e per diligentemente coltivarle: sono talenti che Dio ci ha affidati e di cui ci domanderà conto. Il terreno da esplorare è quindi vastissimo, perchè comprende e i doni naturali e i doni soprannaturali: quello che avemmo più direttamente da Dio, quello che ricevemmo dai genitori e dall'educazione, quello che dobbiamo ai nostri sforzi sorretti dalla grazia.

b) Ma bisogna pure porci coraggiosamente di fronte alle nostre miserie e ai nostri falli. Tratti dal nulla, al nulla continuamente tendiamo; non sussistiamo e non possiamo agire che coll'incessante concorso di Dio. Attirati al male dalla triplice concupiscenza [...], questa tendenza noi abbiamo accresciuto coi peccati attuali e con le abitudini che ne risultano; bisogna umilmente riconoscerlo, e, senza disanimarci, metterci all'opera, con la grazia di Dio, per guarire queste ferite con la pratica delle virtù cristiane, onde accostarci alla perfezione del Padre celeste.

Applicazioni. A ben procedere in questo esame, possiamo ordinatamente percorrere i doni naturali e i soprannaturali, seguendo una specie di questionario che ci agevolerà il lavoro.

A) Quanto ai doni naturali, possiamo chiederci, alla presenza di Dio, quali siano le principali tendenze proprie delle nostre facoltà, seguendo non un ordine strettamente filosofico ma semplicemente un ordine pratico.

a) Rispetto alla sensibilità: è lei che domina in noi oppure la ragione e la volontà? V'è in noi tutti un misto di queste due cose, che però varia nella misura secondo gli individui. Amiamo più per sentimento che per volontà o affezione?

Sappiamo padroneggiare i nostri sensi esterni oppure ne siamo schiavi? Qual dominio esercitiamo sull'immaginazione e sulla memoria? Non sono queste nostre facoltà eccessivamente volubili, occupate spesso in vane fantasticherie? E le nostre passioni? Sono bene orientate e moderate? È la sensualità che domina oppur la superbia e la vanità?

Siamo apatici, fiacchi, negligenti, pigri? Se lenti, siamo almeno costanti nei nostri sforzi?

b) L'intelligenza: di che natura è? vivace e chiara ma superficiale, oppure lenta e penetrante? Siamo intellettuali e speculativi, oppure uomini pratici che studiano con la mira di amare e di operare? Come coltiviamo l'intelligenza? Fiaccamente oppur con energia? Con costanza oppure a salti? A quali risultati riusciamo? Qual è il nostro metodo di lavoro? Non si potrebbe migliorarlo?

Siamo appassionati nei giudizi e ostinati nelle opinioni? Sappiamo dare ascolto a chi non la pensa come noi, e acconsentire a ciò che si dice di ragionevole.

c) La volontà: è fiacca e incostante o forte e perseverante? Che facciamo per coltivarla? La volontà dev'essere la regina delle facoltà, ma non può riuscirvi che adoprando grande delicatezza ed energia. Che facciamo per assicurarle il dominio sui sensi interni ed esterni, sull'esercizio delle facoltà intellettuali e per dare a lei stessa maggior energia e costanza? Abbiamo convinzioni profonde? E le rinnoviamo di frequente? Esercitiamo la volontà nelle piccole cose, nei piccoli sacrifici quotidiani?

d) Il carattere ha grandissima importanza nelle relazioni col prossimo; un buon carattere che sa adattarsi al carattere altrui, è una leva potente per l'apostolato; un cattivo carattere è uno dei più grandi ostacoli al bene. Uomo di carattere è colui che, avendo forti convinzioni, si studia con fermezza e perseveranza di conformarvi la sua condotta. Il buon carattere è quel misto di bontà e di fermezza, di dolcezza e di forza, di franchezza e di riguardo, che concilia la stima e l'affetto di coloro con cui si ha da trattare. Un cattivo carattere è invece colui che, col mancare di franchezza, di bontà, di delicatezza o di fermezza, o col lasciar predominare l'egoismo, è rozzo nelle maniere e si rende sgradito e talora anche odioso al prossimo. C'è qui dunque un punto capitale da studiare.

e) Le abitudini: nascono dalla ripetizione degli atti e danno una certa facilità a fare atti simili con prontezza e diletto. Conviene quindi studiare quelle che si sono già contratte per fortificarle, se buone, per estirparle, se cattive.

Ciò che nella seconda parte diremo dei peccati capitali e delle virtù, ci sarà di aiuto in questa indagine.

B) I nostri doni soprannaturali. Essendo le nostre facoltà tutte compenetrate di soprannaturale, non ci conosceremmo interamente se non badassimo ai doni soprannaturali che Dio mette in noi. Li abbiamo descritti più sopra [...]; ma la grazia di Dio è molto varia nelle sue operazioni, multiformis gratia Dei; è quindi necessario studiarne la speciale azione nell'anima nostra.

a) Studiare le inclinazioni ch'ella ci dà per questa o per quella vocazione, per questa o per quella virtù: dalla docilità nel seguire questi movimenti della grazia dipende la nostra santificazione.

1) Vi sono nella vita momenti decisivi in cui la voce di Dio si fa più forte e più insistente: l'ascoltarla allora e il seguirla è cosa della massima importanza.

2) Bisogna pure osservare se, fra queste inclinazioni, non ce ne sia qualcuna dominante, che ritorni, più frequentemente e più fortemente, verso questo o quel genere di vita, verso questo o quel modo di far meditazione, verso questa o quella virtù: si avrebbe allora la speciale via in cui Dio vuole che camminiamo, e bisognerebbe entrarvi per trovarsi nella corrente della grazia.

b) Oltre che delle inclinazioni, occorre renderci pur conto delle resistenze alla grazia, delle debolezze, dei peccati, a fine di sinceramente detestarli, ripararli e schivarli nell'avvenire. È studio penoso e umiliante, specialmente chi lo faccia lealmente e venendo al particolare, ma è studio molto proficuo, perchè per un verso ci aiuta a praticar l'umiltà, e per l'altro ci getta fiduciosamente in seno a Dio, che solo può guarire le nostre miserie.

3° DEI MEZZI ATTI AD OTTENERE QUESTA CONOSCENZA.

Notiamo subito da principio che la perfetta conoscenza di noi stessi è cosa difficile. a) Attratti come siamo dalle cose esteriori, ci è duro rientrar nel nostro interno per esaminare questo piccolo mondo invisibile; e ancor più duro è per noi, superbi, il rilevare i nostri difetti.

b) Questi alti interni sono molto complessi: vi sono in noi, come dice S. Paolo, due uomini, che spesso tumultuosamente contrastano tra loro. Per sceverare ciò che viene dalla natura e ciò che viene dalla grazia, ciò che è volontario e ciò che non è, si richiede molta attenzione, perspicacia, lealtà, coraggio e perseveranza. Soltanto a poco a poco si fa la luce; una cognizione ne trae un'altra e quest'altra prepara la via a una cognizione ancor più profonda.


[Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Imprimatur Sarzanæ, die 18 Novembris 1927, Can. A. Accorsi, Vic. Gen. - Desclée & Co., 1928]

sabato 22 agosto 2015

Padre Miguel Pro, eroico martire messicano


Nel 1927 in Messico spadroneggiava un feroce regime anticlericale guidato da Plutarco Elías Calles. Gli istituti religiosi furono sciolti e i preti vennero oppressi da severe restrizioni. Molti sacerdoti (soprattutto stranieri) furono costretti a nascondersi o ad abbandonare il Paese. Il giovane gesuita Padre Miguel Agustin Pro aveva un grande amore per le anime redente da Cristo a caro prezzo sulla croce del Golgota, e non riusciva a rassegnarsi al pensiero che la gente morisse come gli animali, senza poter ricevere i sacramenti. Decise pertanto di continuare l'apostolato sacerdotale in clandestinità, vestendosi con abiti civili e ingegnandosi a sfuggire (spesso in maniera avvincente e rocambolesca) dalle grinfie della polizia al soldo del regime. Ma un giorno riuscirono a catturarlo e a portarlo in galera.

Il 23 novembre 1927, a Città del Messico, Padre Miguel venne condotto innanzi al plotone d'esecuzione per essere fucilato. Anche se innocente, era stato condannato alla pena di morte con un'accusa ingiusta. Il gesuita, come ultimo desiderio chiese di pregare. Gli venne concesso. Si inginocchiò, affidò la sua anima a Dio e perdonò di cuore i suoi carnefici. Rialzatosi stese le braccia come se fosse in croce, tenendo in una mano la corona del rosario e nell'altra un crocifisso (come immortalato nella foto). Il plotone intanto si era preparato ad eseguire l'esecuzione capitale. Erano i suoi ultimi momenti di vita su questa terra d'esilio. Appena i soldati alzarono i fucili, Padre Miguel diede il suo ultimo attestato d'amore al Redentore Divino esclamando ad alta voce "Viva Cristo Re!" .Pochi istanti dopo veniva crivellato da una raffica di pallottole.

Padre Miguel Augustin Pro è stato beatificato il 25 settembre 1988.

Che il martirio dei cattolici messicani del XX secolo, possa essere di incoraggiamento a quei cattolici che ancora oggi, in vari Stati, vengono perseguitati a causa della loro fedeltà a Cristo.

venerdì 21 agosto 2015

5 Giorni con la Tradizione



Venerdì 4 settembre
Ore 19:00 Santa Messa votiva “B.V. Maria Madre del Divin Pastore”

Sabato 5 settembre
Ore 9:00 Santa Messa
San Lorenzo Giustiniani

Domenica 6 settembre
Ore 11:00 Santa Messa
XV domenica dopo Pentecoste
Ore 21:30 Adorazione Eucaristica

Lunedì 7 settembre
Ore 9:00 Santa Messa di Requiem

Martedì 8 settembre
Ore 10:00 santa Messa
Festa della Natività della B.V.Maria

Dove: Località Maddalena, Casalfiumanese (Bologna)

Per informazioni

scrivere a:

camposanpietromaddalena@gmail.com




xzx

Avviso da Torino


S. Messa cantata latino-gregoriana (forma straordinaria- Messale del 1962)
 Domenica XIII dopo Pentecoste
Domenica 23 agosto 2015 - ore 19.30
Parrocchia di S. Gioacchino - Corso Giulio Cesare 10 bis, Torino


Programma musicale della celebrazione: 

- Proprio gregoriano del giorno parzialmente salmodiato
- Kyriale VIII (De Angelis)
- Credo III
- Adoro Te Devote (S. Tommaso d'A.)
- Salve Regina (t. simplex)
- Giù dai colli (Rastello-Gregorio, 1929, inno per la beatificazione di S. Giovanni Bosco)



xzx

La fine del mondo

Dagli scritti di Don Giuseppe Tomaselli (1902-1989)


All'avvicinarsi della fine del mondo, i demoni lavoreranno con maggiore intensità a rovina delle anime. Questo risulta dalle parole di Gesù Cristo: Allora sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno tali prodigi da sedurre, se fosse posibile, anche gli eletti.-

Man mano che si avvicinerà il giorno del Giudizio Universale, le sofferenze dell'umanità aumenteranno. I dolori di quei giorni, dice Gesù, saranno tali, quali mai sono stati da che il mondo esiste. -

Satana, approfittando di ciò, manderà i suoi demoni sulla terra per spingere gli uomini alla bestemmia contro la Divinità, per togliere o diminuire la fede. Inoltre Satana susciterà degli uomini malvagi e darà loro tanta potenza da fare operare cose meravigliose. Tanti, sedotti, si allontaneranno da Gesù e seguiranno l'anticristo. Sarà quella la lotta finale. - Chi avrà perseverato, dice Gesù, sino alla fine, questi sarà salvo. -

Avvenuta la risurrezione universale, tutta l'umanità comparirà davanti a Gesù Cristo Giudice. La schiera dei buoni sarà alla destra; quella dei cattivi alla sinistra. Gli Angeli, guardando gli eletti potranno dire con gioia: Eternamente voi starete con noi in Cielo. - I demoni circonderanno i dannati e diranno: Anche voi avete perduto Dio... -

Il Giudice supremo pronunzierà l'eterna sentenza per i buoni. Ai dannati dirà: Andate, o maledetti, nel fuoco eterno, preparato a Satana ed a tutti i suoi seguaci! -

Oh, come si addoloreranno quel giorno tutti i cattivi! Come malediranno i demoni tentatori! Ma a niente gioverà questo. Dovranno dire: Ci siamo dannati, ma la colpa è stata nostra. Conoscevamo che il demonio ci tentava e l'abbiamo seguito volontariamente. In eterno ne porteremo la pena! –


(Brano tratto da “Gli angeli ribelli”, di Don Giuseppe Tomaselli)

giovedì 20 agosto 2015

Segni della vocazione al sacerdozio

Diversi ragazzi mi hanno chiesto quali sono i segni della vocazione sacerdotale. Visto che questo argomento interessa molti lettori, per poter dare una risposta soddisfacente, ho consultato il testo "Esortazioni al clero", pubblicato nel 1943 dalla casa editrice Civiltà Cattolica, e scritto da Padre Ottavio Marchetti, sacerdote della Compagnia di Gesù. Ecco una sintesi schematica. Affinché una vocazione sacerdotale sia considerata autentica sono necessarie quattro caratteristiche: doni di natura, doni di grazia, libera volontà, retta intenzione.

Doni di natura:
- dono della salute (che consenta di svolgere efficacemente il ministero sacerdotale);
- dono del buon carattere;
- dono dell'intelligenza.

Doni di grazia:
- pratica delle virtù acquisite: pietà, castità, disinteresse, zelo, spirito di disciplina ed ubbidienza.

Libera volontà:
- tendere al sacerdozio senza costrizioni da parte di qualcuno.

Retta intenzione:
- tendere al sacerdozio cattolico unicamente per consacrarsi al servizio di Dio e alla salvezza delle anime, avendo una soda pietà, una provata purezza di vita, e una scienza sufficiente.

Chi ha tutte queste caratteristiche mostra di avere segni della chiamata di Dio allo stato sacerdotale.

Ottimismo? No, solo fiducia in Dio!


Coloro che amano la Chiesa, che è il Corpo Mistico di Cristo, rimangono molto amareggiati nel constatare la “sporcizia” che ha contagiato non pochi cristiani, non solo fedeli laici. Non mi riferisco tanto allo scandalo pedofilia (i colpevoli sono una piccola minoranza), quanto piuttosto al dilagare delle eresie, come lo sono il negare la Risurrezione di Cristo, la sua presenza reale nel Santissimo Sacramento, la sua onniscienza, l'inerranza della Sacra Scrittura, l'essenza sacrificale della Messa, la perpetua verginità della Madonna, l'eternità dell'inferno, l'esistenza del demonio, l'immoralità della sodomia, del divorzio, dell'aborto, ecc.

Ho l'impressione che a volte alcuni di noi del movimento tradizionale si lascino prendere da una sorta di pessimismo cronico che li induce a parlare principalmente delle cose negative che vengono commesse da membri della Chiesa. Con questo modo di fare si rischia di seminare scoraggiamento, sconforto e disfattismo. Questi che stiamo vivendo sono anni cruciali per la vita ecclesiale. Stiamo assistendo ad una poderosa riscossa del movimento tradizionale nel combattimento spirituale contro l'eresia modernista condannata dal glorioso e santo Pontefice Pio X, che la definì "sintesi di tutte le eresie". Noi crediamo, noi possiamo, noi dobbiamo vincere! Il trionfo sia solo per la maggior gloria di Dio e la salvezza delle anime messe a repentaglio dal dilagare dell'errore. Per vincere la battaglia c'è bisogno di maggiore entusiasmo. Basta con la petulanza, il pessimismo e il disfattismo! Non bisogna parlare solo di cose negative, è necessario elogiare pubblicamente tutte le cose buone che fanno i sacerdoti e i vescovi che zelano maggiormente il bene delle anime. Pubblicizzando il bene che viene compiuto, i buoni fedeli vengono rincuorati, e si crea un clima di emulazione e di entusiasmo che contagiano altre persone.

Circa la vittoria finale della Tradizione sul modernismo, non si tratta di essere "ottimisti", si tratta solo di avere un'incrollabile fiducia nella promessa di Cristo Redentore al riguardo degli assalti dei nemici della Chiesa: Non prævalebunt!

mercoledì 19 agosto 2015

E' dovere di ogni Cristiano il concorrere alla salvezza delle anime

Nel grande combattimento della Chiesa le anime inattive sono più numerose di quelle dedite veramente al bene di tutti, con piena ed assoluta fiducia nel Signore. Il timore ed il rispetto umano vince tanta parte dei Cristiani, i quali si contentano di stare accampati nella Chiesa, ma non si muovono all'azione […]. Eppure è dovere di ogni Cristiano il concorrere alla salvezza delle anime; se un peccatore si sentisse rimproverato, esortato, aiutato, assalito magari dalle insistenze dei suoi fratelli, più difficilmente cadrebbe nel fondo dell'abisso. Noi vediamo dolorosamente, al contrario, che i peccatori sono lasciati marcire nel loro deplorevole stato, ed i giusti sono aggrediti dall'ostilità e dal motteggio altrui. E' una cosa orribile!

[Brano tratto da "La Sacra Scrittura", volume V, di Don Dolindo Ruotolo, Apostolato Stampa].

Segreto infallibile di vita cristiana e di eterna salvezza

La Chiesa onora con particolarissima venerazione la Vergine SS., capolavoro della creazione, Madre di Dio, corredentrice del genere umano, mediatrice di grazie, madre di tutti gli uomini e madre sua amorosissima. [...] è salutare assai il far conoscere e amare Maria SS:, perchè la devozione viva e ardente verso una Mamma così grande, è segreto infallibile di vita cristiana e di eterna salvezza.


[Citazione tratta da "Slanci di amore", di don Dolindo Ruotolo].

martedì 18 agosto 2015

L'autodemolizione del modernismo

La Chiesa è immortale, pertanto mai nessun tiranno è riuscito ad abbatterla, nemmeno Nerone, Diocleziano, Napoleone, Hitler e Stalin. Oggi però il Corpo Mistico di Cristo sta affrontando un nemico più pericoloso di tutti i precedenti: il modernismo. Purtroppo, la mentalità modernista ha contagiato molti cristiani, non solo tra i fedeli laici, ma anche tra il clero, come denunciato dallo stesso San Pio X nell'enciclica "Pascendi". Questo eroico e zelantissimo Pontefice affermava inoltre che non sono lontani dal vero coloro che considerano i modernisti i più pericolosi nemici della Chiesa.

I disastri compiuti dai modernisti non riusciranno mai a distruggere completamente la Chiesa, infatti resterà sempre una parte sana del Popolo di Dio. Anzi, io ho l'impressione che il peggio della crisi modernista sia alle spalle, e che si incomincia a vedere la luce in fondo al tunnel. In parte ciò è dovuto alla strenua e coraggiosa resistenza delle forze che si oppongono alla tirannide modernista. Il "movimento tradizionale" raccoglie sempre più aderenti e ormai rappresenta una dolorosa spina nel fianco dell'armata modernista, la quale è costretta a un'inarrestabile e rovinosa ritirata. Ma questo ripiegamento è dovuto in gran parte  all'autodemolizione del modernismo sotto il peso delle sue stesse eresie. I seguaci del modernismo affermano che tutte le religioni sono uguali, tutti quando muoiono vanno "ex opere operato" in Paradiso, non è necessario confessarsi poiché Dio conosce già i nostri peccati, coloro che hanno una visione soprannaturale della vita sono dei retrogradi, i dogmi cambiano in base alle stagioni, e tanti altri errori del genere; è chiaro che in questo modo allontanano le anime dalle loro chiese e non raccolgono più vocazioni. La loro età media è sempre più elevata, non riescono ad attrarre i giovani, e senza rinforzi non potranno continuare a resistere ancora a lungo.

L'immane lotta contro la "sintesi di tutte le eresie" potrebbe durare ancora molti anni, ma ormai la Tradizione ha in pugno la vittoria.

lunedì 17 agosto 2015

Assistenza divina

(Dagli scritti di Don Giuseppe Tomaselli)


Costruire un Tempio, grande e sfarzoso, richiederebbe oggi centinaia e centinaia di milioni; quantunque al tempo del Santo la moneta avesse altro valore, facendo le proporzioni, si avrebbe lo stesso risultato. Don Bosco iniziò la costruzione del magnifico Santuario dell'Ausiliatrice in Torino senza denaro; e non solo la Chiesa, ma anche i locali annessi, cioè un grandioso Ospizio. La gente si domandava, a vedere tanti operai a lavoro e la fabbrica a venire su così presto: Ma questo Prete dove prende i denari per pagare la mano d'opera e il materiale?...  Don Bosco aveva fatto il disegno del Santuario, come gli era stato mostrato nelle visioni, l'aveva fatto approvare, aveva posta la prima pietra il 27 Aprile 1865 e diede l'incarico della costruzione all'impresario Carlo Buzzetti. A costui disse:
- Ti voglio dare subito un acconto per i grandi lavori. Non so se sarà molto, ma sarà tutto quello che ho.  
Messo fuori il borsellino, lo capovolse nelle mani di Buzzetti e vennero fuori otto soldi. 
- Con questo lei vuole innalzare un grande Tempio?  
- Stai tranquillo, che la Madonna penserà a provvedere il denaro!  
Un altro, che faceva da economo, disse: Don Bosco, ma come faremo ad andare avanti? Come si può affrontare un'opera simile senza denaro?  
- Non preoccuparti! Comincia gli scavi. Quando mai noi abbiamo cominciato un'opera con i denari pronti? Bisogna lasciar fare qualche cosa alla Divina Provvidenza!  

Da quel momento furono tante le grazie concesse dalla Madonna a coloro che concorrevano alla costruzione della nuova Chiesa, che Don Bosco potè dire: La Vergine Santissima si è edificata da se stessa la sua casa; ogni mattone del Tempio ricorda una grazia da lei concessa.  Per aver un'idea di ciò che avveniva attorno a Don Bosco quando lavorava per la gloria di Dio, basta citare un semplice episodio, uno tra i moltissimi. Si erano cominciati gli scavi e si avvicinava il giorno del pagamento della prima quindicina di lavoro. Il Santo fu chiamato al letto di una signora, la quale da tre mesi era gravemente inferma. Le consigliò di pregare la Madonna e di fare una novena, con la promessa, se era possibile, di dare qualche offerta per il Tempio in costruzione. L'inferma presto guarì e diede a Don Bosco la somma per il pagamento della quindicina dei lavori, dicendo: Questa è la prima offerta e non sarà certamente l'ultima. 


[...]

La fiducia di Don Bosco nella Divina Provvidenza non aveva limiti, per questo era sicuro in ogni impresa. Si trovava a San Benigno Canavese. Don Rua e Don Lazzero erano preoccupati, dovendosi pagare d'urgenza ventimila lire. Questa somma oggi equivarrebbe almeno a due milioni. Mentre si studiava il modo di procurare il denaro, Don Bosco estrasse da tasca una busta sigillata, che gli era stata consegnata e non aveva ancora aperta. Era un signore che scriveva, dicendo che aveva già pronte ventimila lire da mandare per qualche opera di beneficenza. Don Bosco esclamò: Queste sono cose di ogni momento; eppure i posteri non le vorranno credere e le porranno tra le favole!  

Un altro esempio del genere. 

Si erano spese trentamila lire per mettere in efficienza un'abitazione a Mathi Torinese. Don Bosco era a pranzo dal Conte Colle a Tolone e ruminava nella sua mente la maniera di raccogliere quella somma per darla all'impresario; non manifestò il suo pensiero. Finito il pranzo, il Conte, che nulla sapeva dell'affare di Don Bosco, gli consegnò un plico, dicendo: Serva per le sue opere. Il plico conteneva trentamila lire. Il Santo, sorridendo, si rivolse al Conte: Durante il pranzo pensavo al debito di trentamila lire; lei è stato scelto da Dio a strumento della sua Provvidenza.  Il Conte a queste parole pianse di consolazione. Quando, in estremo bisogno, non si muovevano gli uomini ad aiutare Don Bosco, interveniva direttamente Dio, dando al suo Servo il potere di operare miracoli. Ed il nostro Santo potè moltiplicare le pagnottelle per la colazione dei suoi ricoverati, le castagne e le nocciole in occasione di passeggiate e le Sacre Particole durante la Messa. 

[...]

Come si spiega l'abbondanza di Provvidenza in Don Bosco? Con le parole di Gesù: « Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in più... ». Egli cercava la gloria di Dio e la salvezza delle anime; non ambiva il denaro per sè o per cupidigia, ma per il bene del prossimo. Secondo le parole del Vangelo, quando una persona osserva bene la legge di Dio ed ha cura dell'anima propria, può essere sicura di essere assistita dalla Divina Provvidenza; non nuoterà nella ricchezza, perchè d'ordinario questa è pericolosa, ma non sarà privata del necessario. 

Don Bosco è considerato come il Santo della Provvidenza e molti si rivolgono a lui nelle necessità della vita. 


(Brano tratto da “Un prete straordinario”, di Don Giuseppe Tomaselli)

domenica 16 agosto 2015

Gradi di conformità alla volontà di Dio

Dagli scritti di Padre Adophe Tanquerey (1854 - 1932).


S. Bernardo distingue tre gradi di questa virtù, che corrispondono ai tre gradi della perfezione cristiana: "L'incipiente, mosso dal timore, sopporta la croce di Cristo pazientemente; il proficiente, mosso dalla speranza, la porta con un certo gaudio; il perfetto, consumato nella carità, l'abbraccia con ardore".

A) Gl'incipienti [cioè coloro che sono agli inizi del cammino di perfezione cristiana, n.d.r.], sorretti dal timor di Dio, non amano i patimenti, cercano anzi di scansarli; ma pure preferiscono patire anzichè offendere Dio, e, pur gemendo sotto il peso della croce, la subiscono con pazienza: sono rassegnati.

B) I proficienti, sorretti dalla speranza e dal desiderio dei beni celesti, e sapendo che ogni patimento ci vale un peso eterno di gloria, non cercano ancora la croce ma la portano volentieri con un certo gaudio [...].

C) I perfetti, guidati dall'amore, vanno più oltre: per glorificar Dio che amano, per conformarsi più perfettamente a Gesù Cristo, vanno incontro alle croci, le desiderano, le abbracciano con ardore, non già perchè siano amabili in sè ma perchè sono un mezzo di attestare il nostro amore a Dio e a Gesù Cristo. Si rallegrano, come gli Apostoli, d'essere stati stimati degni di oltraggi per il nome di Gesù: come S. Paolo, sovrabbondano di gaudio in mezzo alle tribolazioni. Quest'ultimo grado si chiama santo abbandono: ne riparleremo più tardi trattando dell'amor di Dio.

II. Efficacia santificatrice della conformità alla volontà di Dio.

Da quanto dicemmo risulta chiaro che questa conformità alla volontà di Dio non può che santificarci, perchè unisce la nostra volontà, e quindi pure le altre nostre facoltà, a Colui che è la fonte di ogni santità. A meglio rilevarlo, vediamo in che modo ci purifica, ci riforma e ci conforma a Gesù Cristo.

1° Questa conformità ci purifica. Già nell'antica Legge, Dio fa spesso notare che è pronto a perdonare tutti i peccati e a rendere all'anima il fulgido candore della primitiva sua purità, ov'ella cambi di cuore e di volontà [...]. Ora il conformare la propria volontà a quella di Dio, è certamente un mutar di cuore, un cessare di far il male, un imparare a fare il bene. [...] Nel Nuovo Testamento, N. Signore dichiara, fin dal primo suo ingresso nel mondo, che con l'ubbidienza sostituirà tutti i sacrifizi dell'Antica legge [...]. Gesù infatti ci redense con l'ubbidienza spinta fino all'immolazione di sè nel corso di tutta la vita e principalmente sul Calvario: "factus obœdiens usque ad mortem, mortem autem crucis". Con l'ubbidienza dunque e con l'accettazione delle prove provvidenziali, espieremo anche noi in unione con Gesù i nostri peccati e ci purificheremo l'anima.

2° Ci riforma. Ciò che ci deformò è l'amore disordinato del piacere, a cui cedemmo per malizia o per fragilità. Ora la conformità alla volontà di Dio ci guarisce da questa doppia causa di ricadute.

a) Ci guarisce dalla malizia, che nasce anch'essa dall'attacco alle creature e principalmente dall'attacco al proprio giudizio e alla propria volontà. Conformando infatti la nostra volontà a quella di Dio, accettiamo i giudizi suoi come regola dei nostri, i suoi precetti e i suoi consigli come regola della nostra volontà; ci distacchiamo quindi dalle creature e da noi stessi e dalla malizia che da questi attacchi derivava.

b) Rimedia alla nostra fragilità, fonte di tante miserie; in cambio di appoggiarci su noi stessi che siamo così fragili, con l'ubbidienza ci appoggiamo su Dio che, essendo onnipotente, ci fa partecipare alla sua forza e resistere alle più gravi tentazioni: "Omnia possum in eo qui me confortat". Quando noi facciamo la sua volontà, Dio si compiace di fare la nostra esaudendo le nostre preghiere e reggendo la nostra debolezza.

Liberi così dalla malizia e dalla debolezza, cessiamo d'offendere deliberatamente Dio e veniamo a riformare a grado a grado la nostra vita.

3° E la rendiamo quindi conforme a quella di Nostro Signore Gesù Cristo. a) La conformità più reale, più intima, più profonda, è quella che esiste tra due volontà. Ora, con la conformità alla volontà di Dio, noi assoggettiamo e uniamo la volontà nostra a quella di Gesù, il cui cibo era di fare la volontà del Padre; come lui e con lui, noi non vogliamo se non ciò che vuole Dio e ciò nel corso dell'intiero giorno: abbiamo quindi fusione di due volontà in una sola, unum velle, unum nolle; non facciamo più che una cosa sola con lui, ne abbracciamo i pensieri, i sentimenti, i voleri [...]; onde potremo presto ripetere la parola di S. Paolo: "Vivo autem, jam non ego, vivit vero in me Christus: vivo non già più io, ma vive in me Cristo".

b) Assoggettando la volontà, assoggettiamo e uniamo a Dio tutte le altre nostre facoltà, che sono sotto il dominio, e quindi l'anima intiera, che si viene a poco a poco conformando ai sentimenti, ai voleri, ai desideri di Nostro Signore; onde gradatamente acquista tutte le virtù del divino Maestro. Ciò che si disse della carità, n. 318, si può anche dire della conformità alla volontà di Dio che ne è la più autentica espressione; contiene dunque, come la carità, al dire di S. Francesco di Sales, tutte le virtù: "L'abbandono è la virtù delle virtù; è il fiore della carità; l'odore dell'umiltà; il merito, a quanto pare, della pazienza; e il frutto della perseveranza". Perciò Nostro Signore chiama coi dolci nomi di fratello, di sorella, di madre, quelli che fanno la volontà di suo Padre [...].

CONCLUSIONE.

La conformità alla volontà di Dio è dunque uno dei più grandi mezzi di santificazione; non possiamo quindi conchiudere meglio che con queste parole di S. Teresa: "L'unica ambizione di colui che comincia a far orazione, -- non si dimentichi questo che è importantissimo, -- dev'essere di porre ogni studio nel rendere la sua volontà conforme a quella di Dio... sta in ciò tutta la maggior perfezione che si possa toccare nel cammino spirituale. Quanto più questa conformità è perfetta, tanto più si riceve dal Signore e tanto più si è avanti in questo cammino". E aggiunge che avrebbe anche lei desiderato di vivere in questa via di conformità, senza essere elevata a ratti ed estasi, tanto era convinta che questa via basta alla più alta perfezione.


[Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Imprimatur Sarzanæ, die 18 Novembris 1927, Can. A. Accorsi, Vic. Gen. - Desclée & Co., 1928]